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Archive for marzo 2012

Quando ti squilla il telefono di prima mattina e non ti va di rispondere, poi leggi il nome di chi ti sta chiamando e speri che non sia un abbaglio.

E scopri che abbaglio non è!

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Questa è la mia sveglia!

“A perfect day” di Lou Reed, commentata da uno speaker demenziale.

Rantolo nel letto come una gatta indispettita, mentre il Jack Daniels della sera prima, inventa un percorso da cross tra la mia testa ed il mio stomaco.

“Sveglia, aprite gli occhi a questo giorno fantastico” mi urla nelle orecchie il demente “siamo nell’ 11.11.2011 roba da non crederci”.

Che cavolo succede, si è sparsa la voce? Questo urlatore di popolo era forse seduto al tavolo accanto al mio.., ha prestato l’orecchio ai sussurri che trascinandosi inquieti hanno attraversato la sala …, ha spiato il mio cuore che annaspava nell’onda tiepida del dolore?

“E’ l’evento! Oggi tutto è concesso, lasciatevi andare! Scalate le marce!” e il Jack Daniels mi si blocca inesorabilmente nello stomaco. Mi trascino verso un Moment che mi accoglie con ghigno beffardo, memore del presuntuoso rifiuto della sera prima.

E un pensiero vago mi attraversa la mente, mentre la radio continua nella selezione insulsa del giorno perfetto. Da bambina credevo fermamente che nel duemila sarei stata decrepita, lo consideravo il mio momento zero ed ora scopro che questi anni sono ancora irti di ostacoli da superare: ogni numero rappresenta una vendetta sul mio corpo che appassisce e sulla mia mente che si rifiuta di reagire.

Lui è andato via, ed io resto ad osservare la mia piantina di limoni, piegata dal vento e dai frutti maturi che nessuno ha la pazienza di raccogliere. Bevo il mio caffè e scruto la pianta. Credo mi somigli: è stanca ed annoiata ed ha perso ogni funzione.

Lui è andato via. Ieri sera. Fuggito da un tavolo di ristorante pretenzioso ed arrogante, dopo aver confessato il suo vuoto di senso, prontamente riempito da una venticinquenne. Lui è andato via. Come tutti gli uomini della sua età, alla ricerca disperata di una giovinezza da vivere negli occhi di chi la possiede. Ma non lotto, mi arrendo invece al suo bisogno di allegria anche se non lo condivido: forse, a pensarci bene, mi ha fatto anche un piacere.

“Questo è un giorno fantastico” urla lo speaker dalla radio.. ma forse troppo banale per essere narrato.

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La gelosia è una malattia. Ti afferra all’improvviso, mentre stai facendo tutt’altro, mentre parli con un’amica mentre stai facendo la doccia o mentre stai dormendo e ti attraversa con sogni inquietanti. La gelosia non la puoi controllare, ti annebbia il cervello, non la domini ma la assecondi, perché l’unica maniera di placarla è quella di cercare conferme ai sospetti che l’hanno generata. Tutto diventa mostruoso: una frase uno sguardo un pensiero. Sì, perché arrivi anche a leggere il pensiero! E se non trovi nulla per poterla placare, allora inventi e cominci a scavare e ti incanti su una parola che diventa una storia che diventa un tradimento. La gelosia è l’amore che ti hanno tolto, è la ferita aperta, è quel padre che ti ha tradita che si trasforma ogni volta nell’uomo dell’età adulta. E sai che devi essere vigile, mai abbassare la guardia e controllare sempre per prevenire l’abbandono. Allora ti dai delle regole, tracci una soglia immaginaria tra te e la paura e indurisci il cuore e crei spessori sempre più solidi, perché la gelosia annienta la dignità e ti spalanca la porta della voragine di te stessa. E puoi essere la donna più bella del mondo, la più in gamba, la più intelligente …. ma in quei momenti sei solo una bambina seduta sulla soglia di casa.

La gelosia è tutto il dolore che l’amore trascina con sé.

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L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l’abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all’infinito! Che significato ha questo folle mito?

Il mito dell’eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla.

Diciamo quindi che l’idea dell’eterno ritorno indica una prospettiva dalla quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità. Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare un qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero? La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina.

Se ogni secondo della nostra vita si ripete un numero infinito di volte, siamo inchiodati come Gesù Cristo alla croce. E’ un’idea terribile. Nel mondo dell’eterno ritorno, su ogni gesto grava il peso di una insostenibile responsabilità.

Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa?

Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d’amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell’uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto il fardello è più pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica.

Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato.

Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza?

Tomáš aveva incontrato Tereza per la prima volta circa tre settimane prima in una piccola città della Boemia. Non erano stati insieme nemmeno un’ora. Lei lo aveva accompagnato alla stazione e aveva aspettato con lui fino al momento in cui era salito in treno. Dieci giorni dopo venne a trovarlo a Praga. Fecero l’amore subito, il giorno stesso. Quella notte le venne la febbre e rimase perciò l’intera settimana nel suo appartamento con l’influenza. Rimase da lui una settimana finché non fu guarita, poi tornò nella sua città, a duecento chilometri da Praga.

Egli è alla finestra, gli occhi fissi al di là del cortile sul muro della casa di fronte e riflette: Deve chiederle di tornare a Praga per sempre? E’ una responsabilità che lo spaventa. Se adesso la invitasse a casa sua, lei verrebbe, per offrirgli tutta la sua vita. Oppure non deve più sentirla? In tal caso Tereza rimarrà una cameriera in un ristorante di provincia e lui non la rivedrà mai più.

Voleva o no che lei lo raggiungesse?

Se la prese con se stesso, ma alla fine si disse che in realtà era del tutto naturale non sapere quel che voleva. Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future.

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Nei primi anni ’90 abitavo da sola in una casa nel pieno centro della città, una casa degli anni 50 con i soffitti altissimi e i pavimenti con i ghirigori. Era enorme, piena di stanze e stanzette che io chiamavo “le stanze dei mostri” perché ci arrabattavo tutto quello che consideravo inutile. Tutti i miei amici, a turno, cercavano di trovarmi un’altra sistemazione “più moderna” sostenevano loro, ma in realtà io quella casa la amavo proprio, mi ci sentivo dentro contro ogni logica … era la casa della mia libertà ritrovata.

Sotto l’appartamento c’era una galleria di opere d’arte abbastanza scalcinata, gestita da due ragazzi anch’essi scalcinati, che in seguito sono diventati miei amici per forza di cose: ci stavo sempre ficcata dentro a guardare i quadri esposti.

Un giorno ci trovai alcuni dipinti di Mark Kostabi, allora ancora accessibile e poco famoso in Italia, e mi innamorai perdutamente di un dipinto che forse non era neppure il migliore, ma non so perché mi colpì dritto al cuore. Andavo a trovarlo tutti i giorni, costava 600.000 lire che all’epoca non era una cifra esorbitante, ma sempre considerevole, sono stata ad un passo dall’acquisto ma poi ho deciso di usare quei soldi per andare in vacanza. Una pessima vacanza oltretutto!

Oggi un quadro di Kostabi costa una cifra, ed io ho perso l’occasione di vivermi tutti i giorni la mia emozione.

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Quello che è soprattutto stanchezza, e quella inquietudine che è gemella della stanchezza quando questa non ha altra ragione di essere oltre al fatto di essere. Ho una intima paura dei gesti da abbozzare, una timidezza intellettuale delle parole da dire. Tutto mi sembra sordido in anticipo. (F. Pessoa)

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Eppure mi colpirà questo raggio di sole

arriverà improvviso

per ricordarmi

che una primavera

esiste ancora.

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