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Archive for maggio 2012

Ho creduto

che crocifiggermi

alla porta

avrebbe scongiurato

il tuo abbandono.

Ho bendato gli occhi

per non vedere

la violenza rabbiosa

delle tue mani

mentre scostano

il mio corpo

che oscilla

macabro

come un pendolo

che non misura

più il tempo

per scandire

l’amore.

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Quello che di giorno domino

la notte mi appare nel sogno

con una ferocia inaudita

e nessun risveglio lava via la tristezza

che mi accompagnerà per il resto del giorno.

Il buio trascina storie seppellite dal sole

incubi

rimossi dalla gelida e teatrale autonomia

di chi scivola nella finzione.

Ci si ammala di tristezza.

Ma non c’è nessuno a cui chiedere aiuto

perché la tristezza non la ostenti

non la porti scritta sul tuo corpo

la tristezza la custodisci dentro

la nascondi

la ignori

perché è un dolore dell’anima

una spia rossa che chiude il sipario

e ti costringe a smettere di recitare.

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www.youtube.com/watch?v=WR5_oiayAew

Joe Cocker~You Are So Beautiful (Live at Montreux 1987)

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Ho scoperto, con mio sommo piacere, che nei blog è usanza abbastanza diffusa elargire con grande generosità consigli d’uso da utilizzare nei rapporti con l’altro sesso, della serie:  ti dico io come comportarti altrimenti tu, non racimoli un cazzo.

Generalmente queste profonde illustrazioni/seghe mentali ci vengono inflitte dal sesso maschile in quanto rinomati conoscitori della psiche femminile (almeno così amano definirsi), allora ho deciso di aprire un canale di comunicazione per dar modo ed offrire, sempre gratuitamente, ulteriore materiale femminile su cui lavorare.

Chiameremo questa rubrica in diversi modi, ma per iniziare potremmo intitolarlo così:

COME SOPRAVVIVERE INDENNE ALL’UOMO CHE NON SA SCOPARE

Argomento spinoso che di solito è trattato solo in ambito femminile e sappiamo benissimo, che i termini usati tra noi donne, sono i peggiori che mente umana possa mai concepire. Si passa dal “coniglio che gli scappa” a “l’arriccia capelli gratuito” alla “tempesta di passaggio” talmente di passaggio che non devi neanche rifarti la piega. Queste categorie di uomini in genere sono facilmente riconoscibili, se non si è offuscati dalle tenebre dell’amore a perdere, sono in genere narcisi che godono a ritrovarsi nudi pur non potendo permettersi in alcun modo di esserlo e sono talmente convinti delle loro sciabolate da non rendersi neppure conto che un piccolo sottomarino giocattolo (vedi Légami di Almodovar) saprebbe fare meglio.

Come li riconosci:

1) camminano sempre con le spalle erette perché sfoderano l’arma

2) parlano molto di sesso così pensano di distrarti nel momento più opportuno

3) si fingono distratti dalle tue forme fisiche, anche se ostentano il rivolo di bava

4) ti saltano addosso alla velocità della luce che alla fine non capisci mai se stai iniziando, oppure hai già finito (insomma non ti danno modo di capire a che punto stai nel corteggiamento)

5) non sanno ridere mentre lo fanno perché hanno il terrore che tu possa ridere di loro

6) sono talmente veloci e senza preliminari (tanto a che servono, mica ti piacciono!) che non capisci mai se vieni per solidarietà o per piacere

7) e cosa peggiore di tutte, dopo che fanno bum bum si rilassano, convinti di averti massacrato di piacere, ma senza guardarti negli occhi, per paura di smentite che andrebbero ad inficiare il loro progressivo e temerario incedere nel regno dell’eros.

Come salvarsi dalla gabbia della conigliera? Le più ottimiste pensano di “istruirli” e portarli così a condividere il piacere del “abbiamo tutto il tempo che ci serve”, allora li spingono ad ascoltare i dischi di Sting (famoso per la sua lentezza), li accompagnano a fare yoga, imparano come un mantra alcune frasi chiave tipo “piano, piano amore, ecco vieni qui, piano”, ma senza alcun risultato.

In realtà non ci sono soluzioni, se l’uomo in questione è un uomo coniglio, te ne devi soltanto scappare tanto non cambierà, a maggior ragione se diventi la sua donna. Pensa che futuro ti tocca, se al primo appuntamento è il Fash Gordon della copula!!

L’unica salvezza che hai, se ce l’hai, è quella di essere la Wonder Woman dei poveri e quindi di essere meno attratta di lui dalle lusinghe di un amplesso lungo e costruito. La classica donna maschio che odia le smancerie ed è allergica al tempo che passa, in posizione ginecologica.

E diciamocela francamente, il più delle volte, la performance a tutti i costi, è una gran rottura di palle.

Quindi, l’unica maniera di sopravvivere indenne all’uomo che non sa scopare, è solo quando, e per chi, non ha proprio voglia di scopare!

 

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Eccola.

La mia alba!

Ho sopportato

mille angherie

per poterla

vedere

ed era solo

uno stupido

cerchio di fuoco.

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Si appartiene mai a qualcosa? Ad un posto, un libro, una casa, una terra o una famiglia. Che cosa significa realmente “appartenere”? Stare forse a proprio agio con tutto quello che ti circonda, perché quel piccolo universo si è adattato alle tue esigenze, oppure è esattamente il contrario, che sfinito, hai provato, riuscendoci, ad adattarti ad esso. E ancora, l’appartenenza è casuale e istintiva, oppure segna con l’evidenziatore un bisogno a cui non riesci a rinunciare, anche quando tutto il tuo raziocinio ti impone di strappare?

In questo periodo, ad esempio, mi sono adattata ad una panchina. La sento mia. Potrei dire che mi appartiene e anch’io sento che le appartengo. Tutte le mattine che porto il cane mi spingo fino al parco, attraverso il grande cancello e la guardo. E’ sempre vuota, mi aspetta ed io vado, mi siedo e mi godo quei momenti di silenzio assoluto. Osservo. I pini maestosi, i platani e alcune persone che fanno Tai Chi e penso che fra qualche settimana tutto questo, che oggi “mi appartiene”, non ci sarà più. La mia casa, la strada che percorro tutti i giorni, la mia famiglia acquisita ed anche la mia panchina e che dovrò cercare nuove cose da amare e che dovranno farmi stare bene come queste e penso anche che ci saranno giornate buie cui abituarmi, prima di trovare il mio angolo nuovo.

E si appartiene mai a qualcuno, che ti aspetta sempre, nonostante tutto, come la mia panchina? Come un padre, un fratello, un’amante. Qualcuno a cui appartieni nella mente e che non riesci a scacciare perché ti ha invaso, come il tuo piccolo universo fatto di niente.   

Alla fine ho capito solo questo, mentre guardavo il mio platano trafitto dai raggi del sole: che non devi mai adattarti a nulla ed a nessuno, perché l’appartenenza è solo un’invenzione che può tenerti ancorata alla malinconia.

Saudade la chiamano i brasiliani, ma in fondo è solo una fottuta panchina!

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La prima volta che ho smarrito Dio è accaduto quando Giovanni mi ha dato il primo schiaffo. E’ stato tutto così improvviso, ho sentito solo un fischio nell’orecchio così forte e persistente che sembrava scavarmi il cervello. Sono scivolata giù dalla sedia e rimasta lì a terra, attonita e raggomitolata nello stupore, mentre lui mi scalciava, andando via e sbattendo furiosamente la porta.

Giovanni l’avevo incontrato nei corridoi del liceo, era di qualche anno più grande di me, sano e sportivo, sempre sorridente e bello come un Bronzo di Riace. Fu amore a prima vista. Quello dei sedici anni quello che non capisci più niente e cammini a tre metri da terra, quello che diventerà il primo uomo vero.

Sembrava perfetto, per quanto possa esserlo un ragazzo di diciotto anni che si affaccia alla vita e inizia a darsi delle regole imposte dal gruppo, e i maschi, purtroppo è risaputo, le prime regole le applicano alla gestione del sesso femminile. Ed è così che il mio Bronzo di Riace cominciò a manifestare una certa insofferenza per la mia vita sociale e le mie amicizie o per dirla più semplicemente: diventò geloso! Ma di una gelosia acuta che io attribuivo a qualche background familiare a qualche delusione precedente, ma che sicuramente, il mio amore e la mia dedizione, credevo, avrebbero distrutto. Invece pian piano cominciò a distruggere me.

Il sentimento della gelosia, che prevale sull’amore, mette in atto meccanismi di coercizione nei confronti dell’essere amato, al fine di impedirne ogni possibile perdita. La prima limitazione si applica al raggio d’azione, alla libertà, la seconda al timore psicologico e quando tutto questo non sembra sufficiente si passa alla violenza.

Nei miei due anni con Giovanni ho attraversato tutte le fasi iniziali fino ad approdare alla violenza.

Uno sciopero a scuola ed una passeggiata con una mia amica in spiaggia, senza chiedergli il permesso, scatenarono la sua follia.

Il pomeriggio dello stesso giorno a casa sua, mi accolse con un’aria melliflua, come di chi sa che deve farti male, perché è colpa tua perché non hai rispettato le regole perché lui si fidava perché lo hai tradito. Con un violento strattone mi ha sbattuto contro la parete della sua camera, ha chiuso a chiave la porta e mi ha dato uno schiaffo così forte che gli incisivi mi hanno spaccato il labbro inferiore. Sono crollata a terra cercando di ripararmi la testa mentre lui mi prendeva a calci dappertutto, urlando che ero solo una puttana e che doveva educarmi al rispetto delle regole. Quella è stata la seconda volta che ho smarrito Dio. Dopo quel primo schiaffo non credevo possibile che si potesse andare oltre: dov’era Dio se non in quella stanza ad aiutarmi a sfuggire. Applicai l’unica soluzione possibile: quella di fingermi svenuta e questo per fortuna servì a placarlo.

Poi mise in scena tutta la solita pantomima: si mise a piangere dicendo che non volevo capire quanto dolore gli avevo procurato, mi mise a letto, mi medicò le labbra, fece “l’amore” con me e mi riaccompagnò a casa. Io ero inerme e terrorizzata, mi sentivo un animale braccato che per ogni fruscio può beccarsi una pallottola in testa.

Il giorno dopo mio fratello lo denunciò. Ma da allora il mio rapporto con gli uomini e con Dio non è più lo stesso.

Ed è per questo, per tutte le 54 donne uccise dall’inizio dell’anno e per tutte quelle umiliate dalla violenza quotidiana, puoi firmare anche tu la petizione di “mai più complici”.

 Grazie. http://www.petizionepubblica.it/PeticaoVer.aspx?pi=P2012N24060

 Il monologo di Lella Costa: http://www.gadlerner.it/2012/05/01/lella-costa-e-il-femminicidio.html

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