Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for giugno 2012

Sia chiaro, una volta per tutte, che essere innamorato è un fatto personale che non riguarda l’oggetto amato – nemmeno se questo riami. Ci si scambia, anche in questo caso, dei gesti e delle parole simboliche in cui ciascuno legge quanto ha dentro di sé e per analogia suppone viga nell’altro. Ma non c’è ragione, non c’è bisogno, che i due contenuti combacino. Ci vuole un’arte tutta propria per sapere accettare e interpretare favorevolmente quei simboli e disporvi la propria vita in modo soddisfacente. Nulla può fare l’uno all’altro se non offrire di questi simboli, illudendosi che la corrispondenza sia reale. Ma occorre una riserva at the back of one’s head di pratica scaltrezza: occorre aver deciso di servirsi di questa offerta (fatta per bisogno individuale dell’oggetto amato) per appagare le proprie necessità. Chi sarà stato scaltro nell’impostazione della corrispondenza, non soffrirà vicende, farà accadere ogni cosa secondo il suo vantaggio, creerà un mondo di cristallo in cui si godrà l’oggetto. Ma non dimenticherà mai che la sfera di cristallo è un vuoto dove l’aria non penetra, e si guarderà dal romperla nell’ingenuo tentativo di aerarla. Abbandoni, trasporti, figli, devozioni, fiduce: sono simboli individuali, dai quali l’aria – la mistica penetrazione dell’altro – è sempre esclusa. Vi è insomma tra questi simboli e la realtà lo stesso rapporto che tra le parole e le cose. Bisogna essere così scaltri da prestar loro un significato senza scambiarli con la sostanza vera. Che è la solitudine di ciascuno, fredda e immobile.

(C. Pavese – Il mestiere di vivere 1935/1950)

Read Full Post »

Non so di chi ricordo il mio passato
che altro fui quando fui, né mi conosco
come se con la mia anima sentissi
quell’anima che nel sentire ricordo.
Da un giorno all’altro ci lasciamo.
Nulla di vero a noi ci unisce:
siamo chi siamo, e chi siamo stati fu
cosa vista di dentro.

(F. Pessoa)

Read Full Post »

Maybe

<a href="” title=”Maybe”>

Read Full Post »

 

Cammina lento

questo tempo indeciso.

Noi lo osserviamo

nel tepore scricchiolante

di lenzuola usate intrise di paura.

Fermi.

Come orologi rotti

aspettiamo di sapere

depredati dall’ansia di esserci.

Come per un’abitudine

consolidata

ad abbandonarsi al destino.

Read Full Post »

Mio caro amico,

 può capitare una mattina, così, senza volerlo, di scontrarsi con una parola.

In una mattinata normale, di un giorno qualsiasi, mentre apri le veneziane e guardi il mare all’alba e avverti il rumore delle barche da pesca che rientrano al porto. Ti fermi un attimo di troppo e lei arriva direttamente in gola, per l’urgenza tutta sua di manifestarsi.  Può capitare anche, di assistere al tuo maldestro tentativo di ricacciarla indietro, di sospendere il pensiero e concentrarti su cosa indossare per il giorno che ti aspetta, ma lei è lì, pronta a balzare come una tigre inferocita. Lei è lì, perché ricorda bene il compito che le è stato affidato e non demorde: è determinata a farsi spazio nelle tue giornate.

Allora provi a giocare l’ultima carta e ti mostri indifferente: scendi le scale, ti rechi in cucina e sviti la macchinetta del caffè e solo quando ti accorgi di recitarla ad alta voce, capisci che è entrata per sempre nella tua vita.

Ora ti appartiene.

E’ solo una parola. Quanto spavento può tirarsi dietro una “parola”? Sorridi di te stessa. Ma lei è sempre sulla tua nuca, respira lentamente, ha il fiato corto e la senti ansimare.

Questo ti preoccupa: non ti lascia tregua!

Ci sono parole che non conosci, perché la vita te le ha risparmiate o negate, in ogni caso non le conosci, non ti appartengono, anche quando le senti, raccontate da altri. Perché le parole, se usate in modo appropriato, si raccontano e trascinano storie, anche se a volte vorresti confonderle, tradirle, per cercare sinonimi più facili da gestire. E passi il tempo della colazione a cercare di manometterla, per trovare una parola più semplice, che può essere confusa con un’altra e che non trascini con sé tutto l’orrore dell’ignoranza.

Sostiene Carofiglio:

Le nostre parole sono spesso prive di significato. Ciò accade perché le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti. Per raccontare dobbiamo rigenerare le nostre parole. Dobbiamo restituire loro senso, consistenza, colore, suono, odore. E per fare questo dobbiamo farle a pezzi e poi ricostruirle.

Ecco. Sto facendo a pezzi la mia parola. L’ho smontata e ricomposta, l’ho accettata e ci sto facendo pace, sarà con me nei prossimi mesi e la conserverò nella mia gola mentre rido e parlo d’altro. Non la conoscevo ed ora mi appartiene e mi rendo conto che è sempre stata qui, tra le pieghe di me stessa, pronta a manifestarsi per condividere con me un pezzo di strada. E’ solo un’amica, che dà voce a storie che non hanno titolo, che impone un nome, diversi nomi, a quello che mi accade. E’ una strana parola che si presenta ricca di interpretazioni, che può e vuole essere confusa, come un odore poco piacevole, di fiori marciti in un vaso, di medicinali scaduti, di cibo stantio: un odore di morte.

E’ una piccola parola che si chiama “metastasi” ma che io ho manomesso cercando aggettivi pronti ad accoglierla, come: inevitabile, logico, trasparente. Ma che non ne allieva minimamente la forza distruttiva.

Ma non ti aspettare da me una confessione, mio dolce amico, perché non potrei sopportare il tuo ghigno beffardo, nel ricordarmi gli orrori della guerra, rispetto alla morte annunciata di un misero cane: questa parola è solo mia e di chi purtroppo sarà costretto a subirla fino a soccombere ad essa.

Read Full Post »

A volte sale, ma non sempre. Spesso si accontenta di farmi scendere il cane, di depositarlo come una valigia nel vano dell’ascensore, di spingere il tasto “terra” e di farselo recapitare come un bagaglio disperso in aeroporto. Assecondo queste decisioni, è faticoso averlo per casa, nella nostra casa, o per meglio dire in quella che è stata la nostra casa, si aggira spaurito, come un ospite che è stato a cena troppe volte per aspettarsi una sorpresa dalla cuoca. Non ho più sorprese da offrire. Dopo dieci anni non ho neppure parole da dire, dopo dieci anni è stato detto tutto e forse anche troppo. A pensarci bene avremmo potuto tacere molto, se ci fossimo affidati all’antica consapevolezza dell’amore fraterno, che dura in eterno, perché frutto del tacito accordo tra due esseri complementari, ma privi di colpi di scena. La passione è un colpo di scena. E’ un coup de théatre, quello che ti capita quando non vorresti mai distrarti da te stesso. E’ inevitabile, come una malattia, e noi ci pensavamo troppo avanti per replicare quanto già vissuto.

–          Mi scendi il cane?

–          Certo. Come stai?

–          Bene, e tu? Hai iniziato il corso di pittura? Sei contenta?

–          Sì, mi piace molto. Sai che è un mio antico desiderio.

–          Sono contento … vabbè ci sentiamo, poi mi dici. Mi raccomando.

Ecco, cosa siamo. Voglia di raccontarci. Con la paura di farlo. Paura di tornare indietro, di replicare quanto con fatica è stato abilmente e irrimediabilmente distrutto. Allora si finge. Io che non vedo più la sua bellezza, il suo corpo statuario, il suo viso perfetto. Lui che non vede più le mie trasformazioni, le mie evoluzioni, le mie battaglie perse e le mie inevitabili cadute.

A volte invece sale. Entra in casa e ci aggiriamo per le stanze con il timore di replicare un’intimità che ci potrebbe scaraventare immediatamente nella vita passata da poco, eppure già così distante. Evitiamo così di guardarci negli occhi, perché quando capita, di sfuggita, casualmente, mentre osservi il gelsomino che è cresciuto nonostante la sua assenza, sfugge un sorriso degli occhi, una confidenza antica, fatta di vita vissuta, di colazioni silenziose e progetti mai realizzati.

I sogni che ti accompagnano ad un altro te stesso, sono di quanto più deleterio tu possa conservare. Sono illusioni. Sono solo memorie.

Lo guardo e rammento di quando l’ho chiamato disperata perché avevo paura di noi, mentre lui era in montagna ad arrampicare, lontano, e di com’è tornato indietro. E rammento  tutto di quella giornata, quando spinti dalla fame, siamo andati in un posto sfigatissimo a mangiare pesce fritto e bere birra, e di come aspiravo il suo odore seduta dietro la moto e di come mi sentivo piena di quell’essenza. Ecco, questo è il mio flash di lui. E’ questo che mi resterà sempre nella memoria. E’ questo il momento di beatitudine. E’ questo il momento dell’amore di lui, che condensa dieci anni di convivenza. Bastava fermarsi lì. A saperlo.

Ora lo guardo e mi sforzo di provare qualcosa, ma non sento niente e questo mi rattrista. Vorrei poter soffrire, ma lo guardo nelle sue scarpe modaiole, acquistate con la sua nuova donna bambina e mi fa tenerezza. Non c’è traccia di lui, è un’altra persona che finge con me, di essere diverso. Non riesce a stare solo, ha sempre bisogno di qualcuna che gli indichi una strada e non ha la capacità di valutarne le potenzialità. E’ un uomo destinato alla solitudine.

Forse anch’io sono destinata alla solitudine e questo faceva di noi due, esseri complementari, ma della mia solitudine mi sento di affermarne la differenza: non ho bisogno di essere accompagnata, ho soltanto bisogno di me stessa ed è soltanto questo che rende le donne più forti e più consapevoli.

Ed è soltanto questo che lo spaventa, la mia rinuncia a cercare una pedina qualsiasi da soprapporre al gioco dell’abbandono.

Ed è solo questo che lo spaventa: la consapevolezza, di essere stato nella mia vita, solo una fragranza portata dal vento.

Read Full Post »

www.youtube.com/watch?v=VM5DIR8tQMo

Read Full Post »

Da lettrice e giammai da scrittrice, anche perché non oserei mai definirmi tale, mi permetto di richiamare l’attenzione sulla cosiddetta letteratura compiacente. Che significa? Molto semplice: si definisce letteratura compiacente quella che cerca, tramite il suo autore, di uniformarsi al pensiero corrente. Quella che non aspira a cercare un pensiero proprio, ma di trovare breccia nelle esperienze di vita altrui.

Gli scrittori che si adattano alla letteratura compiacente si dividono in due categorie: quelli che non sono proprio in grado di esprimere un pensiero rivoluzionario e quelli che la rivoluzione interiore la custodiscono per pigrizia oppure per operazioni di marketing. I primi barano spudoratamente, mentre gli altri non hanno la benché minima fiducia nelle capacità del lettore e pensano così di intortarlo.

Nella mia adolescenza ho avuto la fortuna di imbattermi in romanzi/saggi di scrittori che sono riusciti a fermare, anche solo a riflettere, un’ideologia, un sentimento, uno smarrimento per la vita vissuta. Scrittori capaci di trattenermi giorni interi su una pagina, leggendo e rileggendo e confrontando il mio smarrimento adolescenziale alla loro esperienza. Scrittori anche discutibili come Céline che non rispecchiava esattamente il mio processo di crescita, eppure talmente rivoluzionari nel pensiero, da indurmi a fermarmi.

Mi capitava di trovarmi in libreria e imbattermi in Stendhal Sartre Vian Kundera Yourcenar Morante Pavese Duras e quant’altri ancora, mi capitava di scontrarmi su un pensiero e su quel pensiero vagavo nelle notti insonni ricche di impazienza di vivere, quando il corpo adolescente si scontrava con il disordine della mente. Mi capitava di portare testi in classe, durante le assemblee, e passare i pomeriggi a discutere di teorie fantasiose sulla possibilità di capire cosa ci tormentava.

Ora invece, cosa c’è? Molta spazzatura. Oggi in libreria devi turarti il naso e oltrepassare, ad occhi bendati, tutte le cataste di libri all’ingresso, con lo stampino a caratteri cubitali del personaggio di turno. Regna la necessità di trovare un linguaggio comune che spinga il lettore ad acquistare il libro. Dove sono finiti quei pensatori liberi e unici che origliavano tutta la vita attorno ad un pensiero, fino a farlo diventare ossessione e che rappresentava il loro personale delirio? Spesso quell’ossessione diveniva “il pensiero” su cui generazioni a venire avrebbero tratto linfa per superarsi e ribellarsi. Forse le uniche forme di arte ancora libere dalle costrizioni di marketing, stazionano ancora nella poesia, perché gli editori ci puntano poco, e sul cinema di nicchia, che si impone ancora una libertà di espressione a discapito del botteghino.

Tempo fa, mi hanno regalato l’ultimo libro di un giornalista abbastanza conosciuto (non Vespa, ovviamente, l’avrei immediatamente cestinato), pensando di farmi cosa gradita, ed io ho pianto per l’orrore di trovarmi di fronte a tanta banalità. Pur essendo un ottimo giornalista, nulla da obiettare, ma il suo libro è intriso di nulla. Il mio ricordo è andato subito a Montanelli, che pur essendo distante mille miglia dal mio pensiero, non ho mai smesso di ascoltare.

Oggi più che mai c’è l’esigenza di un’ideologia rivoluzionaria, in qualsiasi campo, che scuota le generazioni future, oggi più che mai c’è la necessità che gli scrittori si assumano la responsabilità del proprio pensiero.

Tutte le rivoluzioni culturali sono passate attraverso la carta stampata e dove sono finiti i pensatori liberi? Perché non c’è più nessuno che ci offra un’emozione? D’amore, sociale, politica, non importa … ma un pensiero unico e non quello del mio collega della porta accanto!!

Non ci s’inventa scrittori se non si ha nulla da dire e spesso pur avendo molto da dire, si preferisce tacere e sopravvivere sull’onda del compiacimento.

E non puoi neanche manifestare questa insoddisfazione, quando credi veramente che qualcuno abbia di meglio da offrire, perché vieni immediatamente scaraventata nel regno degli stolti.

Ecco, io voglio di più, voglio avere il piacere/disgusto di scontrarmi in un pensiero, che mi lascia sveglia per notti intere a chiedermi perché non ci avevo pensato prima.

E’ chiedere troppo ad uno scrittore? Non credo. Mi sembra il minimo. Ed è per questo che mi ostino su Houellebecq, nonostante mi sia arresa alla non rivoluzione.

Read Full Post »

Quelle come me regalano sogni,
anche a costo di rimanerne prive …

Quelle come me donano l’Anima,
perché un’anima da sola è come
una goccia d’acqua nel deserto …
Quelle come me tendono la mano
ed aiutano a rialzarsi, pur correndo il rischio
di cadere a loro volta …
Quelle come me guardano avanti,
anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro …
Quelle come me cercano un senso all’esistere e,
quando lo trovano, tentano d’insegnarlo
a chi sta solo sopravvivendo …
Quelle come me quando amano, amano per sempre …
e quando smettono d’amare è solo perché
piccoli frammenti di essere giacciono
inermi nelle mani della vita …
Quelle come me inseguono un sogno …
quello di essere amate per ciò che sono
e non per ciò che si vorrebbe fossero …
Quelle come me girano il mondo
alla ricerca di quei valori che, ormai,
sono caduti nel dimenticatoio dell’anima …
Quelle come me vorrebbero cambiare,
ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo …
Quelle come me urlano in silenzio,
perché la loro voce non si confonda con le lacrime …
Quelle come me sono quelle cui tu riesci
sempre a spezzare il cuore,
perché sai che ti lasceranno andare,
senza chiederti nulla …
Quelle come me amano troppo, pur sapendo che,
in cambio, non riceveranno altro che briciole …
Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso,
purtroppo, fondano la loro esistenza …
Quelle come me passano innosservate
ma sono le uniche che ti ameranno davvero …
Quelle come me sono quelle che,
nell’autunno della tua vita,
rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti
e che tu non hai voluto …

                                                           (A. Merini)

Read Full Post »