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Archive for luglio 2012

Chi lo sa se questi luoghi avranno memoria di me, se le statue, le facciate delle chiese si ricorderanno il mio nome. Voglio camminare un’ultima volta per queste strade che mi hanno accolto tanti anni fa, quando tutti mi chiamavano “la toscana”, voglio vedere le pietre gialle tutta quella luce che ti toglie il respiro, se le strade conserveranno il rumore dei miei passi, la mia città la città di Lecce la devo salutare prima di partire, Tommaso, scrivi di noi, la nostra storia la nostra terra, la nostra famiglia, quello che abbiamo fatto di buono e soprattutto quello che abbiamo sbagliato, quello che non siamo riusciti a fare perché eravamo troppo piccoli per la vita che è così grande. La mina vagante se n’è andata, così mi chiamavate, pensando che non vi sentissi, ma le mine vaganti servono a portare il disordine a prendere le cose e a metterle in posti dove nessuno voleva farcele stare, a sgominare tutto, a cambiare i piani. Nicola mi ha insegnato la cosa più importante di tutte, a sorridere quando stai male, quando dentro vorresti morire. Non siate tristi per me, quando non sentite la mia voce in casa, la vita non è nelle stanze, moriamo e poi torniamo, come tutto.

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Quello che vorrei, davvero, che qualcuno mi invitasse a ballare. Che mi chiamasse a condividere l’emozione del mio corpo, stretto all’altro, mentre traccia una melodia. Vorrei che mi scegliesse nel cerchio delle dame, in uno spiazzo di paese polveroso e profumato di mughetto, che mi guardasse attraverso i convenevoli e i danzatori esperti e la banda del paese e mi riconoscesse in qualche modo, nel modo antico e primordiale. Vorrei che seguisse la scia del mio richiamo, quello che non lascia scampo e traccia per sempre i contorni del destino, e che avesse i pantaloni un po’ larghi, tenuti su da una cintura di cuoio e una camicia a scacchi, delle più banali.

Non lo vorrei impantanato nelle mode di costume e non vorrei esserlo neppure io.  Mi piacerebbe indossare un vestito a fiori larghi e un po’ scollato, con i capelli neri e lunghi che si intrecciano nelle sue mani mentre mi tiene la schiena. Vorrei poterlo guardare dritto negli occhi e condividere l’emozione del corpo che avanza e sentire quella mano ferma, che mi conduce nel ritmo della danza, e fidarmi e affidarmi, fino a chiudere gli occhi e poggiare il capo sulla sua spalla.

Vorrei che fosse un attimo, fermo agli anni 50, come nei racconti della mia famiglia, quando forse scegliersi, aveva un’impronta profonda. Ecco vorrei che mi scegliesse, senza esitazioni, riconoscendo in me l’unica possibile soluzione al suo futuro.

Vorrei un momento di poesia amorosa nella mia vita, di quelle che lasciano il segno e il ricordo ti accompagna per una vita intera. Sono stanca di tutto questo rumore, di queste sceneggiate sentimentali, di questa musica orrenda che non mi lascia il tempo di pensare, di tutto questo tramestio di alcol e sguardi sfuggenti, di questa pessima rappresentazione dell’ amore.

Ho solo bisogno di tango.

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E’ tutto solo nella testa

se io scrivo e tu leggi

ed io leggo tutto quello che tu scrivi

messaggi in codice

riferimenti casuali

ossessione maniacale a cercare quell’indizio

quella virgola storta

sbavata per l’inciampo del pensiero

che attraversa le pianure e accorcia le distanze

scagliato come un dardo avvelenato

si conficca nel cervello e inquina le giornate

tutto diventa un tempo atteso di conferma

e la fretta di casa mi divora

del mio silenzio mentre guardo il mare

e cerco la mia virgola tra le tue pagine.

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Le mie amiche

hanno grandi occhi scuri

pieni di colore

e dietro ogni scia

riaffiora un sorriso.

Le mie amiche sono quello che io sono, quando non riesco ad esserlo. Sono la mia memoria, il nastro che riavvolge il mio passato, la danza che ho dimenticato.

Sono il percorso tracciato di una vita al femminile.

Le mie amiche sono le uniche persone, in questo universo di incontri che non incontro mai per caso, sono quelle cui fingere non serve.

Le mie amiche hanno grandi mani, pronte ad accogliere le mie sconfitte, per modellare il pane che mi sfamerà nel cammino chino della resa.

Le mia amiche hanno quel sorriso, quello dell’adolescenza con i libri di scuola legati da una cintura militare, quel sorriso che mi regala un “vaffa” prima di addormentarmi, per riportarmi indietro, quando i ruoli erano ancora possibili da modificare.

Le mie amiche sono la mia fortuna, lo sono dall’adolescenza, ma lo capisco soltanto nell’età matura, quando mi volto indietro e trovo soltanto il loro splendido sorriso.

Le mie amiche valgono più di mille uomini, perché gli uomini non li ricordo e si sovrappongono in un alternarsi di visi sconosciuti, mentre loro sono sempre lì a scaldarmi il cuore per un gelo del vivere.

Le mie amiche non hanno bisogno di parole, sanno perfettamente quando non ci sono, quando l’orrore mi ingoia, ma restano sempre lì, a tirarmi via la lingua.

Le mie amiche sono le mie sorelle, quelle che ci sono perché è scritto che ci apparteniamo.

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Ecco, è successo di nuovo. Mentre disegnavo un pomodoro ed ero concentrata sull’ombra del picciolo, di un verde scuro che a tratti schiarisce per delineare una luce e creare la forma. E’ arrivato da dietro, come un’onda d’urto che mi ha spinto il corpo contro il tavolo e fatto rovesciare il colore, ho visto il verde che allargava il foglio e scolava giù in rivoli di palpitazioni. E’ arrivato all’improvviso, anche se a pensarci bene, avevo già tutti i segnali, mi sentivo compressa in uno spazio piccolo e i suoni mi arrivavano ovattati. Non entravo nella parte, la mia recita del “tutto va bene” con mi convinceva e sentivo ostili tutti i partecipanti, sentivo ostile il maestro, anche se continuava a guardarmi attento cercando di carpire il mio disagio, sentivo ostile quella musica quei colori quei fogli bianchi. Eppure è sempre tutto uguale, le persone che vi partecipano sono rassicuranti e il contesto è sempre stato estremamente rilassante. Allora perché?

Ho iniziato a sudare, la nuca era ghiacciata, le mani mi tremavano. E’ stato un attimo e il mostro è entrato dentro.

Ho raccolto tutto, i fogli le matite la gomma pane gli anelli sparpagliati sul tavolo le mie paure la mia voglia di fuggire di respirare di tornare di casa e chiudermi la porta alle spalle, ho raccolto tutto quello che di me stessa finge, ho dato la mano al mostro e sono scappata via senza dire una parola. Per fare i conti con me stessa e scoprire che tutto quello che mi sono raccontata in questi mesi non è reale. Non ci sono ancora, sono ancora sperduta nel bosco e non credo negli gnomi e neppure nelle fatine buone e neppure al lupo cattivo. Non credo a nulla ed è questo il mio problema, il sentiero non nasconde nulla e posso percorrerlo più volte al giorno e di notte e sedermi ad aspettare e giocare con le farfalle o fuggire dagli scorpioni, ma mai niente mi toglierà questo gelo dal cuore.

Il corso di pittura e quello di scrittura, il lavoro super impegnato, i progetti da realizzare, la casa da cambiare, gli amici da affidarsi, i finti amori cui credere e i veri da dimenticare, il corpo sano da proteggere, la mente vuota da riempire e questa stanchezza cronica di me stessa. Questa voglia di lasciarmi che non mi abbandona mai.

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