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Archive for dicembre 2012

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Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci disuguali
e mi dicessi: “Amore mio,
ma che è successo?”, sarebbe un pezzo
di teatro di successo.
(P. Cavalli)

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Oggi è Natale e forse proprio perché Natale mi sembra doveroso spingermi a manifestare una profonda intolleranza nei confronti di una sfibrante consuetudine che nell’ultimo anno, anzi per l’esattezza in quest’anno, ha preso prepotentemente piede: gli auguri massivi tramite whatsapp!!

Nella giornata del 24 Dicembre ho ricevuto circa dieci video insulsi su vari Babbo Natale travestiti da orsetti oppure sfrenati in danze pseudo erotiche e ancora animaletti finte renne che s’incornavano il loro capo… e via dicendo. La cosa in assoluto più preoccupante è di aver ricevuto questi messaggi da persone praticamente sconosciute, di quelle dimenticate nella rubrica del telefono per distrazione o speranza di vederle un giorno trasformate in altro. La magia di whatsapp, quella che ti fa diventare improvvisamente prodigo di pensieri natalizi e auguri per un fantastico futuro anno da trascorrere senza la compagnia del mittente, mette il destinatario in una situazione di grottesca irrealtà, ci si chiede sempre e continuamente: sarà per me… solo per me… oppure ha sbagliato?!

Ecco questa è una violenza natalizia che andrebbe discussa nelle sedi appropriate. In Lapponia ad esempio, dove una commissione di elfi dovrebbe presentare un’istanza a Babbo Natale per preservare la spontanea condivisione dell’augurio sincero: quello che ti fa spendere dieci centesimi per un sms, se proprio ti riesce difficile telefonare e che addirittura ti spinge a scrivere una lettera a mano in carta rigorosamente bianca.

La cosa ancora più triste, che quest’anno mi è sembrata ancora più triste rispetto ai lavavetri mascherati da Babbo Natale con un sole splendente (ho detto tutto!!), è stato immaginare il momento di meschina fierezza in cui il mittente ha trovato il video e ha deciso di inviarlo a tutta la sua rubrica collegata al sistema rigorosamente gratuito. “Do cojo cojo” dicevamo da bambini inventando in nomi giapponesi quello che tradotto in educational significa “dove prendo, prendo” e quello che prendo non fa mai male, aggiungo io. E invece fa male e mette una tristezza infinita. Ecco, ora fatela finita, e siate più attenti nel rispettare i nomi che hanno incrociato la vostra vita! Specialmente sapendo che ad alcuni di quei nomi del Natale non gliene frega proprio niente!

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“Voglio sapere perché non mi decori. Perché devo essere l’unico albero di tutto il viale senza identità. Sono passati tre anni ormai e la situazione non migliora, ogni anno a Natale tutto lo sfavillio di luci del giardino accanto si spegne nel buio della nostra disperazione. Vorrei abbandonarti e lasciarmi morire come hanno fatto gli altri: le siepi, i fiori e perfino la magnolia, abbandonati a se stessi, alla furia delle intemperie. Sono passati tre anni ormai che ti vedo seduta sul gradino a ridosso del giardino, col tuo bicchiere di vino rosso e l’immancabile sigaretta, guardarmi muta aspettando che io muoia. Ma non ci riuscirai, perché se anch’io morissi, di te non resterebbe nulla e avresti finalmente un alibi per spegnerti completamente: io esisto per ricordare la tua vita passata, quando con i bambini ti arrampicavi sul mio tronco per sistemare le luci natalizie. Io esisto perché sono la tua memoria.”

Ecco sono impazzita, adesso mi metto pure a parlare con gli alberi. Devo smetterla di bere, tanto non serve a niente: loro sono tutti qui, sempre, mi ossessionano, mi guardano e aspettano. Che io faccia qualcosa, che ne so, che faccia una festa, che metta ghirlande sulle porte, che sorrida al nuovo anno. Loro si aspettano che io viva a dispetto di tutto, ma non si getta un cuore rattrappito, non ci sono chirurghi estetici per questo genere di cose, non puoi spianargli le rughe al cuore e i solchi del dolore. Fanculo tutti, anche tu albero del cazzo. Vuoi essere decorato? Bene, ti appenderò le foto dei miei figli, quelle dell’incidente con i pezzetti di lamiera accartocciati e i loro giochi frantumati e il disegno di Babbo Natale miracolosamente illeso. Se ci penso … Babbo Natale si è salvato: neppure Tarantino avrebbe fatto tanto. Vuoi essere decorato? Allora mi ci appenderò per il collo nella notte di Natale, così sarai contento finalmente e potrai smetterla di guardarmi con quell’aria appassita.

Lo so bambini, che vegliate come ombre sui miei giorni, lo so che organizzate trabocchetti e scherzi stupidi come accendere le luci e sollevare le coperte mentre dormo, far sbollire il latte a colazione e smarrire le mie chiavi. So che correte attorno all’albero cantando filastrocche, io vi vedo ed è solo per questo che lo lascio ancora vivere il vostro abete. Ma non mi convincerete ad addobbarlo, non c’è più nulla da festeggiare in questa casa, ficcatevelo bene in testa, voi e il vostro ramo rinsecchito.
Forse sono veramente pazza, forse questo mio mondo non esiste se sono arrivata al punto di parlare ad un albero circondato di fantasmi. Forse la mia favola di Natale che si rinnova ogni anno è un’invenzione e la mia ostinazione a barricarmi in casa, al buio, per non farvi scovare è solo la fantasia di una donna malata. Forse dovrei proprio addobbarlo questo maledetto albero con gli angioletti luminosi che ho “trovato” stamattina sulla mensola in cucina e accendere la casa, per dimostrare che tutto è tornato alla normalità.
Sì albero, forse lo farò.
“Però adesso andiamo, forza bimbi, tutti a cena, ché dopo decoriamo il nostro albero!”

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Nel primo pomeriggio con la santa pazienza che si richiede a un essere umano nel periodo di delirio consumistico prenatalizio, mi trascino, scansando uomini animali e automobili, presso la mia libreria di riferimento per il solito consueto liberatorio economico e schifato regalo natalizio. Entro decisa con approccio post bellico: un po’ affannata e piuttosto annoiata, per sottolineare a me stessa la differenza evidente con la tipa impellicciata e sommersa dalle shopper firmate che si aggira spaurita come una dodicenne alla prima di un film porno. Faccio una gincana tra i libri di Vespa e quelli della Parodi (ci sarà pure un motivo se l’hanno messi insieme!), sorpasso le ultime novità, cerco di non farmi attrarre dall’ennesimo moleskine, scavalco un ragazzo nella sezione fantascienza e approdo felice nel padiglione letteratura, disposto in ordine alfabetico. So perfettamente cosa cerco, non entro mai a casaccio, fa parte della mia natura: anche se devo comprare un salame, so perfettamente che odio il milano e preferisco l’ungherese! In questo caso devo acquistare un vecchio libro che servirà a una mia amica per superare questo periodo in cui ha bisogno di parole cui credere. I libri servono per guarire e donarli significa regalare un salvavita usato e certificato da te stessa. E comincio… A…B…C…D la D mi serve la D: De Carlo, De Silva, De Luca, Dunne, no, non ci siamo. Provo con la B: Baricco, Benni, Brown, no, neppure qui ci siamo. Forse con la S… impossibile mi rifiuto pure di pensarlo. Infelice e sconcertata mi decido ad affrontare il capannello di gente in fila davanti alla postazione del computer, dove un’allucinata commessa cerca di allacciare il cervello per quella che rappresenta la peggiore giornata della sua vita; arrivo finalmente dopo aver ascoltato dalla bocca di due signore alle mie spalle tutti i presunti tradimenti di Giacomo nei confronti di Annalisa, invitati al cenone di fine anno e ignari della presenza dell’amante di Giacomo. Finalmente mi tocca, mi pianto, oramai allo stremo, davanti alla fanciulla per dirle:

“Cercavo Una Morte Dolcissima di Simone de Beauvoir, può dirmi, dove trovarlo?”

Lei mi guarda attonita e sbarra gli occhi. Mi giro, penso stia accadendo qualcosa alle mie spalle, forse è arrivato Giacomo, ha sentito le signore e si è incazzato come una stufa… ma niente di niente… la commessa guarda solo me con gli occhi sgranati! Penso: oddio che ho detto… forse ho sbagliato la pronuncia…!!

“Simone de Beauvoir…” ripete lei come una cantilena e si affretta a digitare sul computer.

“Mi spiace, non abbiamo niente di quest’autrice. Se vuole, possiamo cercare di ordinarlo, anche se vedo che è fuori produzione”.

“Che significa fuori produzione?!” rispondo sgomenta.

“Che non ne fanno più di ristampe” risponde lei felice di sapere qualcosa senza l’ausilio del computer.

Non rispondo nulla. Mi giro scavalco le sostenitrici di Giacomo, urto contro i manuali di sopravvivenza allo stress ed esco con l’amaro in bocca. “Non ne fanno più”… non mi esce dalla testa, anche la de Beauvoir è diventata un vintage. Incredibile! E come una vecchia signora mi chiedo dove andremo a finire se un ragazzo non s’imbatte in libreria in un testo come questo, di cosa nutriremo questa generazione: con i “Cotto e mangiato” della Parodi?!

Tornata a casa inforco gli occhiali e comincio a seguire il mio personale ordine alfabetico della libreria e trovo subito: I Mandarini, Memorie di una ragazza perbene, Una donna spezzata, Una morte dolcissima. Quest’ultimo con le pagine ingiallite, edizioni Einaudi Lire 14.000 ha un segno nella pagina 43 che riporto:

“Pensare contro se stessi, è spesso fecondo; ma per mia madre, era un’altra storia: essa ha vissuto contro se stessa. Ricca di bramosie, consumò ogni sua energia a soffocarle, subendo nella collera questo rinnegamento. Durante l’infanzia, le avevano compresso e cuore e mente sotto una bardatura di principi e di veti. Le insegnarono a stringere da sola e ben serrate le proprie cinghie. Sussisteva in lei una donna di sangue e di fuoco: ma contraffatta, mutilata, estranea a se stessa.”

Ecco, è tutto qui… ma non ne fanno più!

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