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Archive for gennaio 2013

Ecco ci siamo. Sono quasi pronta. Tutti i miei libri sono stati impacchettati in decine di scatoloni: i miei diari, le mie stoviglie, i miei amati bicchieri da degustazione, i miei film, le foto e tutto quello che una persona riesce ad accumulare nel ciclo di una vita. Ora quasi tutto è compresso nel cartone e mi prende la sensazione di aver vissuto troppo. Non è il mio primo trasloco, l’ultimo risale a dieci anni orsono, ma ho come la sensazione che i ricordi siano moltiplicati, che la leggerezza delle volte precedenti sia svanita, tutto sembra improbabile e doloroso come una ferita provocata volontariamente che ti lascia lo stupore della riuscita. Sono io l’artefice di tutto questo, non ho fatto nulla per evitarlo e anzi ho spinto per arrivare a questo punto: perché mai le donne non si accontentano di sopravvivere all’amore, perché cercano sempre l’assoluto?! Ho chiuso porte spezzandomi le unghie ma oggi nella mia casa impacchettata vorrei solo nascondermi dentro una scatola e non affrontare la paura di una parete nuova, di un rumore notturno che non ricordo, di giorni da impilare ricostruendo un’armonia di solitudine, un equilibrio smarrito. Non ho più l’età per queste stronzate, non ci credo alle porte che si chiudono e ai portoni che si aprono: le porte si sbarrano e con esse tutto il tuo vissuto sprofonda nei ricordi. Ecco forse non ho più l’età per aggiungere altri ricordi, non ne voglio di nuovi, non voglio dover dire passeggiando per il mare “ah vedi… lì ho abitato per tanti anni… quanti ricordi”. E invece l’ho fatto di nuovo.
Odio le case prive della mia energia e con odori diversi, anche nelle camere d’albergo mi porto sempre dietro il mio profumo da spruzzare nella stanza, odio non trovare me stessa nelle cose che tocco, nei corridoi che percorro, nelle ombre dietro le finestre. In realtà ho paura. Questa volta ho veramente paura di non farcela.
Sono di nuovo sola come la prima volta che ho divorziato, ma allora avevo ventisette anni e oggi ne ho cinquanta e puoi essere figa quanto ti pare, intelligente curata ben vestita educata autonoma, ma stai sempre sulla vetta e puoi solo scendere giù, per salire non c’è più tempo.
Questa casa l’ho costruita pezzo per pezzo e lei mi guarda muta e attonita e siamo in tanti oggi in questa stanza: ci sono tutti quelli che sono passati ed entrati e usciti e fermati e divertiti e separati e disperati e allegri e ubriachi; ci sono le cene, le feste, le risate che le senti fragorose mentre sali le scale. E c’è la mia gatta di diciassette anni che è morta l’anno scorso e il mio amato cane di dodici che è morto a Settembre e c’è il nuovo gatto che ho raccolto per strada la scorsa settimana e c’è il mio uomo, soprattutto, che ho amato più di me stessa. E ci sono io che non so più chi sono. E c’è la mia vita che non mi appartiene più.

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uomo-treni

Era uno strano tipo di uomo

di quelli che credi ti possano rubare l’anima solo guardandoti profondamente.

Cercai di voltarmi, ma mi inchiodò alle mie paure.

Per istinto provai a fuggire e per istinto tornai indietro per inchiodarlo alla sua fragilità.

Navigammo insieme in una città sconosciuta, attraverso maree di rissosità, sopravvivendo a sorprendenti indizi di normalità. Era lì e lo osservavo scrutarmi, cercando di vedere ciò che riusciva a percepire oltre il muro, con la paura di diventare di più o meno di quello che riuscivo a ricordare.

La mia sfida contro il tempo, che mi ha resa temeraria, non è servita a sbarrare l’ingresso e pian piano, con la violenza dei deboli e degli insicuri, ha scovato un varco e si è sdraiato sul mio cuore.

Era dolce quel calore e, come un animale braccato arreso all’evidenza, ho smesso di tremare.

Era uno strano tipo di uomo

di quelli che annusano la vita e la osservano disperati, con occhi bianchi e tristi, nell’arroganza della propria solitudine.

Avrei voluto toccarlo, ma non sono riuscita a tendere le mani. L’ho preso senza averlo, con la tecnica brutale che sconfigge i sentimenti e ora cerco di trattenerlo nell’isolamento imposto dalla mia memoria. Invento frasi e mi racconto aneddoti, nella speranza di dar corpo ai desideri.

Tendo una mano per coprirgli gli occhi: non voglio più che si riprenda l’anima.

Era uno strano tipo di uomo

di quelli che riescono a farsi sorprendere dal fischio di un treno.

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La sognatrice di Ostenda

“Questa che vede era la biblioteca di mio padre, professore di letteratura, e in mezzo a questi volumi vivo sin dall’infanzia senza sentire il bisogno di aumentare la collezione. Ho ancora talmente tanto da scoprire! Subito dietro di lei, per esempio, è pieno di libri che non ho ancora letto: di George Sand, di Dickens… anche di Victor Hugo”.

“La genialità di Victor Hugo è che c’è sempre una pagina di Victor Hugo che uno non ha letto”.

“Esatto. Mi dà sicurezza vivere così. Protetta, guardata a vista da giganti! E’ per questo che qui non ci sono… novità”.

Aveva pronunciato la parola “novità” dopo una breve esitazione, con cautela e rimpianto, articolandola in punta di bocca, come se fosse stato un termine volgare o addirittura osceno. Sentendolo dalle sue labbra mi resi conto che si trattava in effetti di un vocabolo commerciale, adatto a definire un articolo di moda ma improprio nel caso di un’opera letteraria: capii anche che ai suoi occhi io non ero altro che un autore di “novità”, una sorte di fornitore.

“Anche Daudet e Maupassant erano “novità” quando sono usciti” osservai.

“Il tempo ha assegnato loro un posto” replicò come se avessi appena proferito un’insolenza.

Mi venne voglia di dirle che era lei, adesso, a mostrarsi ingenua, ma dato che non volevo contraddire la mia ospite mi limitai a diagnosticare la causa del mio disagio: quella biblioteca non respirava, sembrava un museo, si era cristallizzata quaranta o cinquant’anni addietro e non sarebbe mai evoluta fintanto che la sua proprietaria rifiutava di iniettarle nuova linfa.

“Mi perdoni l’indiscrezione. Lei è solo?”.

“Sono venuto qui per riprendermi da una separazione”.

“Oh, desolata di averglielo ricordato… mi dispiace molto… Spero di non averla ferita… Mi scusi tanto”.

Il calore, lo spavento, l’improvviso nervosismo con cui aveva reagito sottolineavano la sua sincerità. Quella donna si rimproverava davvero di avermi ficcato la testa in un secchio di brutti ricordi.

“Ostenda è perfetta per un mal d’amore…” balbettò con aria persa.

“Anch’io trovo. Crede che ce la farò a guarire?”.

Emma Van A. mi fissò aggrottando le sopracciglia.

“Guarire? Conta di guarire?”.

“Sì, cicatrizzare la ferita”.

“E pensa di riuscirci?”.

“Be’, sì”.

“Curioso” mormorò lei squadrandomi come se non mi avesse mai visto prima.

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Se un diario

Questo è il diario della mia sconfitta, di quel viaggio iniziato sul monte delle possibilità su cui mi ostino a rimanere seduta, cieca e immobile, nell’attesa vana dell’evento cosmico. E’ la storia di un viaggio senza ritorno, nel mezzo del quale, all’improvviso, mi ritrovo al punto di partenza con qualche bagaglio in più che non vorrei avere. Certo, potrei aprire la valigia dei ricordi e gettare qualcosa per strada, ma puntualmente tornerei indietro a raccogliere un giorno, un flash o ancora meno un pensiero. E’ la valigia dei disperati, di quelli che cercano il nuovo mondo, ma tornano indietro delusi e amareggiati senza neppure sbarcare dalla nave: il porto c’è, ma manca la scaletta per l’attracco. Questo è il diario dei disillusi che troveranno nell’inchiostro bagnato le ragioni vaghe delle loro illusioni.

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