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Archive for aprile 2013

Immagine

Le parole non sono sempre uguali

hanno un ritmo proprio

una vastità solenne.

Un “a presto” può essere un addio

un “per te” una ragnatela.

Bisogna saper dosare le parole

non eccedere nel regalarle

mantenere sempre una dispensa

del non detto

che offra il fianco all’equivoco

alla possibilità di correggere e riparare.

Ho detto parole per non ferire

e altre per allontanare

parole per rompere silenzi

e frantumar pensieri.

Alcune le ho elemosinate

contro una fotografia

altre mi sono state estirpate

dalla gola

ma mai e poi mai

ho urlato per tacere.

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ehopper

Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.

E’ una bella certezza

ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono

che non sia mai successo nulla fra loro.

Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro

se non ricordano –

una volta un faccia a faccia

forse in una porta girevole?

uno “scusi” nella ressa?

un “ha sbagliato numero” nella cornetta?

– ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere

che già da parecchio

il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto

a mutarsi per loro in destino,

li avvicinava, li allontanava,

gli tagliava la strada

e soffocando un risolino

si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,

che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa

o il martedì scorso

una fogliolina volò via

da una spalla a un’altra?

Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

Chissà, era forse già la palla

tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli

su cui anzitempo

un tocco si posava sopra un tocco.

Valigie accostate nel deposito bagagli.

Una notte, forse,

lo stesso sogno,

subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti

è solo un seguito

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.

(W. Szymborska)

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Sono una che rompe i bicchieri. Sì, anche le scatole naturalmente, ma nei bicchieri sono al top della gamma. L’ideale sarebbe una bella confezione di bicchieri dentro una scatola: lì sono convinta che mi sorpasserei. Comunque senza troppo divagare, sono giunta a questo estremo pensiero filosofico, ciondolando in casa in preda alla noia e all’ultima cellula d’influenza stagionale che, non sapendo dove riparare, ha pensato bene di suonare a casa mia conscia del mio famoso e rinomato senso di ospitalità.

Ciabattando in pigiama (so sempre come essere sexi, anche nelle descrizioni!) comincio ad aprire armadi e armadietti della mia nuova casa per verificare che gli spazi siano stati destinati nel migliore dei modi e apro anche quello dei sopravvissuti bicchieri: tanti, tutti diversi, anche pregiati ma tutti dichiaratamente spaiati. Flûte Calice Ballon Grand Ballon Tulipano e quelli di mia nonna tutti un po’ sbeccati e quelli singoli rubati chissà dove, sì perché mi è anche capitato di tornare da una cena particolarmente fortunata con un bicchiere nella tasca.

Ogni bicchiere ha la sua storia perché io sono una che rompe i bicchieri quando è innamorata. Non lo so per quale prodigio miracoloso, ma quando il mio cervello zampetta come una gazzella, automaticamente le mie mani perdono la presa. E mi cade di tutto. E nei bicchieri sono una specialista. E ho rovinato più pantaloni maschili io che una lavanderia a gettoni.

All’inizio della convivenza con G ne ho frantumati talmente tanti che un giorno mi ha spedito un cesto regalo sommerso di calici e riempito di fiori, questo prima che diventassimo parenti (fratello e sorella), poi ha cominciato a regalarmi cellulari… senza fiori e senza biglietto.

Nel film di Ozpetek “Le Fate Ignoranti” Serra spiega ad Antonia che quando si rompe un bicchiere la persona che ami se n’è andata via, per me è esattamente il contrario: significa invece che è arrivata. Mentre ora da diverso tempo non distruggo più nulla, sono riuscita addirittura a fare un trasloco e impacchettare trasportare e spacchettare uno scatolone di bicchieri senza sbeccarne neppure uno e ditemi se questa non è la maledizione del Dio Murano per una come me.

Nei giorni scorsi è stato il mio compleanno e mi hanno regalato dei bicchieri provenzali, belli, resistenti, con dei fiori dipinti sui toni del malva. Li ho guardati, ho esultato dalla gioia e dentro me stessa si è fatto largo un pensiero: “Merda, mi ci seppelliranno”.

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 pattytw

Ora è il mio compleanno. Proprio adesso. 21 Aprile 1962. Sono vecchia, forse sì, di sicuro è che sono tanta: tanta memoria, tanta strada e parole e rinunce e addii e riconciliazioni e abbandoni e rabbia e rinascita e sconforto… tanta fatica insomma, e case da cambiare e sorrisi da rifare e moduli da riconsiderare ed etichette da riclassificare.

Per festeggiare degnamente la mia settimana santa, da buona vecchia spaventata dalla morte, mi sono regalata un check-up completo, di quelli che ti rivoltano come un calzino, per scoprire a suon di centinaia di euro, che sono sana come un pesce: come un pesce abbandonato sulla banchina da un pescatore distratto mi viene da pensare! Dovrei essere felice, sì, ne sono felice, ma adesso che ne farò di tutta questa salute?

Allora, giusto per minare tanta buona sorte, ho fumato come una turca e stappato un Marramiero Rosé, niente di speciale, solo per il gusto di una bollicina da frantumare con un pensiero negativo. Non sono uscita a cena non ho visto gente non ho incontrato sconosciuti e neppure conoscenti (di cui peraltro non mi frega niente), non ho fatto feste e sorriso invano, non ho detto “oddio che bello… il regalo più bello del mondo… mi serve proprio” mentre so benissimo che quello che mi serve non è in vendita. Niente. Apatia totale. Immagine non pervenuta.

Perché in realtà quello che vorrei e che non riesco a ritrovare è la mia libertà. La libertà di essere me stessa e di pianificare l’imprevisto. Quella libertà che ti fa credere ancora di poter partire per fermarti altrove e cambiare così il corso del tuo tempo. La libertà di avere ancora tempo. E di possederlo ancora, quel tempo, che ti riporta a uno stato irresponsabile, che non ti fa pianificare l’agenda e spostare gli appuntamenti, che ti lascia libera di assentarti dal mondo senza alcuna giustificazione tranne la necessità impellente e irrefrenabile di andare al mare. Quella libertà che non ti porta ad indagare la tua immagine allo specchio nel tentativo, sempre vano, di ritrovarci una qualche essenza della tua primaria follia: vedi solo rughe… poi le allarghi con le dita e diventano persone.

 “L’uomo non deve potersi guardare in volto, perché è la cosa più terribile che esista. La Natura gli ha dato il dono di non potersi vedere, come gli ha dato il dono di non poter fissare i suoi stessi occhi.

Soltanto nell’acqua dei fiumi e dei laghi egli poteva fissare il suo volto. E perfino la posizione che doveva prendere era simbolica.  Doveva curvarsi, abbassarsi per commettere l’ignominia di vedersi.

L’inventore dello specchio ha avvelenato l’animo umano.”

(F.Pessoa – Il libro dell’inquietudine)

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 oriana fallaci

Non sono brava a fare le cose da sola. Di solito rinuncio e penso che non valga la pena fare qualcosa che desideri se poi non riesci a condividerla. Questo era ieri. Oggi penso che ci sia un gusto perverso nel godere del proprio isolamento.

Martedì si annunciava come una giornata pesante, di quelle piene di fantasmi, con gli armadi che si spalancano all’improvviso e ti rovesciano addosso mille scheletri in formato A4: accordi da sottoscrivere, sguardi sfuggenti, mani che si sfiorano, passi che calpestano per l’ultima volta lo stesso selciato. Una di quelle giornate assurde, quando la burocrazia la fa da padrone e ti rendi conto di essere solo un burattino nelle mani de “la risoluzione indolore perché siamo persone civili”.

Sbrigate le pratiche che mi hanno reso meritevole di un posto in paradiso dalla parte dei consensuali, mi sono infilata in libreria e, dopo essere inciampata malamente sull’ultimo gradino che portava al piano di sopra e aver tranquillizzato tutti gli astanti sulla mia salute, mentre le calze si producevano in un’imbarazzante smagliatura all’altezza del ginocchio sinistro, ho comprato l’ultimo libro di Lidia Ravera dal titolo “Piangi pure” e credo che sia inutile ogni compassionevole commento al riguardo. Fatto questo, decido di meritarmi un succo d’arancia “zuccherato” con tanto di sigaretta perché “quando ce vo’… ce vo’” e sfogliando con finta distrazione, dovuta più che altro all’incipiente cecità, un giornalino cittadino, mi imbatto nella locandina dello spettacolo teatrale della Guerritore ispirato alla vita di Oriana Fallaci. Oriana Fallaci è stata il mio primo amore. All’età di quattordici anni ho cominciato con “Lettera a un bambino mai nato” per divorare nel corso degli anni tutto quello che la riguardava, dagli articoli ai libri. Ho poi avuto un momento di insofferenza: io dichiaratamente di sinistra come potevo capire quello sconfinato senso di libertà che l’aveva ghermita fino a farla diventare giustizialista? Avevo smesso di seguirla per coerenza.

Insomma, per farla breve, m’infilo a teatro nello spettacolo delle h.17,00. Spettacolare! Mai visti tanti centenari tutti assieme. E ho scoperto che nella mia città, piena di banche e negozi, esiste un microcosmo culturale inaspettato che vive alle cinque del pomeriggio.

Seduta sulla mia poltroncina di velluto rosso scopro con stupore di sentirmi perfettamente a mio agio e di non provare, nella maniera più assoluta, la mancanza di un qualche mio coetaneo. Coccolata come non mai, con offerte di brochure da leggere e mentine da succhiare, attendo di lasciarmi trasportare dal mio pomeriggio liberatorio.

E diventa davvero liberatorio. E diventa davvero come ritrovare la tua amica del liceo e scoprirti uguale, anche se diversa, perché la danza è la stessa, anche se i ballerini sembrano più stanchi. Mi commuovo fino alle lacrime mentre la signora accanto mi osserva guardinga: l’udito non l’assiste e vede solo aggirarsi sul palco una tipa con i pantaloni a zampa, un cappotto di finto ghepardo, grandi occhiali neri e che fuma come una tossica. Ma io mi sento bene e torno a casa leggera per chiudere gli armadi.

“La vita cos’è, Francois?”

“Non lo so. Ma a volte mi domando se non sia un palcoscenico dove ti buttano di prepotenza, e quando ti ci hanno buttato devi attraversarlo e per attraversarlo ci sono tanti modi, quello dell’indiano, quello dell’americano, quello del vietcong…”

“E quando l’hai attraversato?”

“Quando l’hai attraversato, basta. Hai vissuto. Esci di scena e muori.”

“E se muori subito?”

“E’ lo stesso: il palcoscenico puoi attraversarlo più o meno alla svelta. Non conta il tempo che ci metti, conta il modo in cui lo attraversi. L’importante, quindi, è attraversarlo bene.”

“E che significa attraversarlo bene?”

“Significa non cadere nel buco del suggeritore. Significa battersi. Come un vietcong. Non lasciarsi sgozzare, non addormentarsi al sole, non paralizzarsi nella paura, non chiacchierare e basta come fanno gli ipocriti e, tutto sommato, anche noi. Significa credere in qualcosa e battersi. Come i vietcong.”

“E se sbagli?”

“Pazienza. L’errore è sempre meglio del nulla.”

(Francois Pelou e Oriana Fallaci)

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Mi sto riempiendo di manie.

La mania di tornare a casa

sempre allo stesso orario

di fare la stessa strada

tutte le mattine

di guardare gli stessi

programmi televisivi

di leggere gli stessi

autori.

Di non credere agli uomini

di temere le donne

di essere forte

e non cedere alle lacrime

alla facile commozione

che poi facile non è.

E raddrizzare tavoli

e centrare quadri

e mettermi al letto

sempre nella stessa

posizione

abbracciando il cuscino

per sognare

e sognare sempre

di fuggire via.

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