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Archive for maggio 2013

uomo-donna-

Non so cosa sia l’amore

ma forse

è qualcosa come:

Se lei

ritorna a casa da un paese straniero

e mi dice con orgoglio: “Ho visto

un topo d’acqua”

e io mi ricordo di queste parole

quando la notte mi sveglio

e il giorno dopo al lavoro

e ho nostalgia

di ascoltarla

ripetere queste parole

e poi

che pronunciandole

mi appaia esattamente come quando

le pronunciò –

E’ forse questo, penso, l’amore

o qualcosa di non molto diverso.

(Erich Fried)

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Alle volte mi capita di fare passi indietro. Come quando giocavo a “Regina reginella”. Facevo tanti passi avanti e poi bastava un niente, una distrazione, uno sguardo di sfida e mi beccavo sempre la penitenza del gambero: un passo avanti e due indietro. E ricominciavo. Sono cresciuta così: fingendomi un altro animale per arrivare al castello.

“Regina reginella, quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello con la fede e con l’anello, con la punta del coltello?”

Che poi, che ci sarà di così figo ad arrivare per primi in questo benedetto Castello, non l’ha mai capito nessuno! La Regina di solito è sempre una gran stronza, sempre con la puzza sotto il naso e una serie infinita di déjà vu che la rendono capace di imprevedibili ritorsioni. Ha solo il fascino del potere: lei sola può decidere se sei degno di partecipare alla sua orgia mediatica.

In genere la Regina era sempre la più bella del gruppo, quella con il vestitino modaiolo e le scarpette in tinta, capelli lunghi (biondi, ovviamente) e piegati naturalmente a forma di punto interrogativo: un po’ demente, ma faceva tanto allegria! Da bambini la stupidità consola, da adulti invece esaspera!

Io ero il maschio. Avevo costretto mia madre a tagliarmi i capelli cortissimi, come quelli di mio fratello (solo per sedermi sul cavalluccio del barbiere), indossavo bermuda e scarpe da tennis e magliette strappate, le mie ginocchia erano piene di buchi perché giocavo a pallone con i maschi e quelli non perdevano occasione di suonarmele. Insomma ero uno sgorbio. Inclassificabile.  Va da sé che la mia attività sentimentale ha subito bruschi arresti e false partenze dall’età prescolare, ma non era importante, quello che contava veramente per me, era farmi accettare nel garage di Francesco per smontare il motore dell’Enduro. Fino a quando ho convinto Francesco a smontare anche me… prima che arrivasse la Principessa Sissi a fargli sbroccare il cervello!

Tutto questo per dire che a volte faccio passi avanti e all’improvviso mi ritrovo catapultata indietro perché dimentico che il passo avanti che sto cercando di fare in realtà non m’interessa, non m’importa arrivare per prima al Castello, perché il mio Castello, quello che conta veramente, l’ho costruito dentro me stessa e non ci sarà mai nessuna Regina che potrà privarmene. E non ci sarà mai nessuna curiosità e nessuna passione che potrà convincermi a dismettere i panni di me stessa. E oggi mi guardo e sono come ieri.

THAT’S ALL FOLKS

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Lucia Bianchi

 

Sempre voler capire. Non si può.

Bisogna cedere, bisogna ritirarsi,

bisogna fare come fanno i gatti

quando si acquattano, i muscoli in un fremito

contratti, prima di scagliarsi verso

una qualche preda, che sia per gioco

o che sia roba seria; o quando in un ferocissimo

kabuki affrontano il rivale, e l’universo

intero allora si concentra in un assorto

e millimetrico avanzare, e poi

senza preavviso, forse perché si sta mettendo

male – la scusa  è sempre una mosca o un moscerino

che si ritrova dalle loro parti –

guardano in giro, si fingono distratti,

loro che c’entrano? mica era sul serio!

Ma chissà, forse si distraggono davvero.

(P. Cavalli)

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Osservo le mie labbra

che diventano dure

una linea sottile

ridotta alla parola

secche

screpolate al primo sole

labbra senza amore

senza alcuna condivisione

perse nella propria saliva

che le deforma un po’

fino a provocare

piccole crepe

sottili

che le offendono

irrimediabilmente.

Sempre più tese

sempre più ostili

che non rammentano

il sapore umido

della passione.

Prese da se stesse

e da quello che ora

rappresenta il presente.

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stromboli

Ci sono luoghi che albergano nel cuore delle persone. Ognuno di noi ne possiede uno: può essere una città, un quartiere o addirittura una panchina. Se sei fortunato, lo scovi subito, da bambino, e ti resterà nella memoria per sempre e cercherai per sempre di tornarci e ti aiuterà nei momenti bui; se sei sfigato, come me, lo incontri nell’età adulta e passerai tutto il resto dei tuoi giorni a desiderare di andarci a vivere, sapendo di non avere più l’opportunità di farlo.

Il mio luogo è Stromboli.

Stromboli è uno di quei posti dove la vita è rallentata e segue un ritmo tutto suo governato dal Vulcano “Iddu” che guida gli umori degli isolani. Non è facile appartenere a Stromboli, devi fermare il pensiero, scrollarti di dosso tutte le infrastrutture del continente e lasciarti guidare dai suoni e dai colori senza chiederti nulla se non seguire il ritmo sonno-veglia e godere nell’esserci: in quel luogo, in quel momento, in quel preciso istante della tua vita. E’ come una medicina che ti prescrivi da sola, perché, al di là di quello che dicono gli altri, senti che ne hai bisogno.

La prima volta che sono sbarcata sull’isola ho avvertito un senso di estraneità. Non è stato un amore a prima vista. Ero con un gruppo di amici, vacanze estive, voglia di divertirsi, ricerca spasmodica di cose da fare. Mi sentivo a disagio, mi sentivo un’intrusa. Stromboli è uno di quei posti capaci di rigettarti indietro se non ti avvicini alla sua essenza. Poi sono tornata più e più volte. La volevo possedere. Nella mia arroganza ero convinta di prenderla e impossessarmene invece è stata lei a fare di me la sua nostalgia. L’ultima volta, due anni fa, sono tornata, sola, in primavera. Cercavo un posto dove ripararmi, dove curare le mie ferite e dopo aver ascoltato i vari consigli superflui su Maldive Giamaica e Cuba, ho sentito il richiamo della speranza direzione Stromboli. Non è facile raggiungerla, prima del grande esodo estivo, ne devi essere proprio convinto, ti imbarchi a Napoli con orari e giorni ben definiti e devi sperare che il tempo ti assista.

Approdo in una casetta eoliana a Ficogrande con terrazza sul mare e per venti giorni mi lascio assorbire dall’isola. Mi lascio penetrare.

Passo le mie giornate così, distesa al sole a leggere a scrivere a farmi da mangiare, aspetto tutte le mattine la “lapa” che passa con il pesce appena pescato e vado a fare colazione al bar da Ingrid seduta sulla seggiola di ferro battuto inzuppando la mia brioche nella granita al caffè. Non faccio altro. Per tutto il tempo. Tranne parlare con la signora dell’alimentare e lamentarmi che non funziona l’unico bancomat raggiungibile e sentire lei che non si scompone e mi fa credito pur non sapendo assolutamente chi io sia. Ma sono lì e sono l’unica forestiera e sorridendo mi fa capire che non posso scappare. E’ vero, non posso scappare. Il tempo si è messo negativo. Non ci avevo pensato. E questo cambia radicalmente il mio punto di vista e capisco di essere solo un nulla tra mare e vulcano che scruta il cielo. E capisco che l’isola mi possiede e che deciderà da sola quando rilasciarmi. Saranno “Iddu” e il mare a decidere per me.

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fernanda veron

Devo rimanere qui

ferma in questo tempo

a guardarmi con occhi lucidi

senza meschinità

e facili assoluzioni.

Sono quella che sono

l’ho detto tante volte.

Ho fatto del male

ho tradito

sono fuggita

quando era il caso

di restare.

Rimanere.

A consacrare

una felicità perduta.

Non ho avuto

rispetto per l’amore

e l’amore oggi

mi porge il conto

negandomi a se stesso.

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buzzati

Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.
Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi.

Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento.

Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene.

Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.

Ma tu – adesso mi ricordo – mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient’altro.

Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne.

Tu diresti “Che bello!”. Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora. Ma tu – ora che ci penso – tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno.

E non diresti “Che bello! “, ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici. Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica.

Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo. Ma tu – lo capisco bene – invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni.

Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d’oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda.

Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina.

E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo. Ma tu – adesso ci penso – sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.

(Dino Buzzati – La Boutique del Mistero)

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pablo

Lei lo guarda. Indossa una bella camicia, di buona fattura, come direbbe sua madre. Di Kiton probabilmente. Una giacca sui toni del verde di un cashmere a due fili, pantaloni leggeri e scarpe sportive. Profuma di denaro. Tutto in lui profuma di denaro e ne sembra compiaciuto. Il polso sottile anticipa una mano pacata e sicura che sa come muoversi, come afferrare un bicchiere, come evidenziare un pensiero. Parla e sa cosa dire. Non eccede. Non ride. E’ capace di parlare della morte come se parlasse del tempo, senza enfasi, con un tono rauco e monocorde.

Lui la guarda. Le sembra più giovane della sua età con i jeans e le scarpette. Abituato a vederla tutti i giorni con i tacchi si sarebbe aspettato un’impalcatura da serata. E’ rimasto stupito, un po’ deluso, forse un po’ a disagio: non è abituato a non esporre.

Penso a questo, cercando di immaginare come descriverei la scena.

Il ristorante, abbastanza pretenzioso, ostenta un’intimità da coppietta percorso da frasi sussurrate che ondeggiano sulla fiammella delle candele. Si trova appena fuori città e voglio credere che sia stata una scelta dettata dalla riservatezza, anche se il dubbio dell’imboscamento mi arriva furtivo alle spalle.

“Preferisci gli scampi oppure dividiamo un rombo al forno con le patate?”

“Gli scampi vanno bene grazie”

E’ gentile, s’informa sul vino, su quello che desidero, in modo naturale, cerca di mettermi a mio agio. Ha sbagliato ristorante ma non glielo dico.

Parliamo del tempo, del lavoro, della crisi, delle sue figlie, del suo divorzio, della mia casa nuova. Parliamo di tutto ma non parliamo di niente, non va a fondo, non ascolta, è troppo concentrato sulla riuscita. Faccio fatica.

“Vedi anche tu hai un gatto. Io adoro i gatti, con i cani invece ho un pessimo rapporto, non li sopporto, sono stato morso da bambino e non riesco a superare questa diffidenza. Non mi fido, sono imprevedibili” mormora contento di aver trovato un terreno fertile.

“Già, i gatti sono più tranquilli”. Non sapendo che il mio Labrador di 40Kg. è morto da sei mesi e lo piango tutte le sere. In realtà lui non sa niente di me, pensa di sapere tutto ma adesso si scopre impreparato e questo non è nella sua natura. Lui è uno che studia a tavolino tutte le debolezze del cliente, è bravo nel suo lavoro, è uno dei migliori. Siamo due manager: il presupposto ideale per morire di noia. Infatti, sto morendo di noia.

“Sai volevo proporti una cosa, ma non prenderla come un’invasione, io te la propongo e tu mi prometti che ci pensi, così senza impegno. La prossima settimana devo andare a Parigi per lavoro, una cosa veloce di una giornata, ma pensavo di allungarmi per due/tre giorni e volevo proporti di accompagnarmi. Parigi in questo periodo è stupenda e sono sicuro che ti piacerà. Potremmo andare al d’Orsay, al Louvre, so che ti piacciono le mostre. Che ne dici?” e gli si spezza il respiro.

Parigi. Sono stata quattro volte a Parigi.

La prima volta con le amiche, avevo ventisette anni e siamo partite in macchina con una Citroen Squalo azzurra targata Bologna, senza una lira, a contare i soldi per mangiare e pagarci l’ingresso ai musei. Io ero depressa e passavo le giornate con le cuffie ad ascoltare i Doors e i Talking Heads e a leggere Kundera. Le mie amiche mi trascinavano come un pacchetto fragile e ben incartato da un posto all’altro avendo cura che non mi rompessi. Un’altra volta invece sono andata in pieno inverno, nel periodo natalizio, con mezzo metro di neve e 10 gradi sottozero, ero con l’uomo che amavo e passavamo le giornate a camminare e bere Irish Coffee. Ero felice. Mi dispiace ma Parigi proprio no. Non posso.

“Odio Parigi. Mi dispiace, ci sono stata una volta di passaggio e sento proprio che è una città che non voglio visitare. Poi sto troppo incasinata e non riesco proprio a prendermi qualche giorno di vacanza e sinceramente mi sembra anche un po’ prematuro l’idea di una vacanza insieme. Ma grazie di avermelo proposto.” Faccio spallucce con un mezzo sorriso di circostanza per ammorbidire la risposta, intanto penso alle mie amiche che stanno in qualche posto tutte insieme a bere e mangiare e ridere e rilassarsi. Vorrei non stare qui. Faccio sempre più fatica.

Salto il dolce e la proposta di una serata “in un locale molto carino dove fanno musica jazz” e spingo per tornare a casa. Il viaggio di ritorno è silenzioso accompagnato dai Notturni di Chopin.

“Beh, allora che faccio salgo?”

“E perché?”

“Beh, per vedere la casa… così per un consiglio.”

“Perché fai l’architetto?”

“No, ma se vuoi, posso provarci!”

Ottima risposta. Ma non è sufficiente.

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