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Archive for giugno 2013

geco

E poi succede che sto lì e li aspetto arrivare. Hanno facce strane, forse imbarazzate, di certo non rassicuranti. Cercano uno spazio nuovo in un nuovo spazio e li vedo circolare, un po’ ansimanti, giusto per non far vedere. Loro sono loro e sono la mia famiglia (o quanto di più vicino, a questo termine, che non ha mai fine) che sa tutto di me, anche quello che non dovrebbe sapere. Hanno bisogno di tempo per capire, per acclimatarsi (ho sempre desiderato usare questa parola!) per distinguere quella che viveva in una casa d’acciaio con un cane enorme e un uomo invisibile ma ugualmente ingombrante, con una piena di cose raccattate nei mercatini che vive con un gatto selvatico e cucina couscous. Non mi riconoscono. Oppure ricordano ma ne sono spiazzati. Sono tornata indietro o per meglio dire, sono tornata al punto di partenza e appendo quadri alle pareti che fanno schifo, ma sono miei e riduco il terrazzo una bolgia di piante e colori senza senso. Senza architetto. Senza visione d’insieme. Senza nessuno che mi dica che il gelsomino mal si combina con la pianta di limone, senza nessuno che mi dica che per essere felice devi contenere le emozioni e aspettare un rammendo occasionale.

Anche nella vita d’acciaio cercavo a fatica di mantenere uno stato di equilibrio solidale, solo il mio cane riusciva a trattenermi dove altri avevano fallito, solo lui riusciva ad ancorarmi al nulla quotidiano. Il ritmo lento della passeggiata, l’andirivieni inutile del percorso sequenziale. Sparito lui è crollato il mondo. E si è trascinato tutto dietro. Lo so che, chi non ha un rapporto dipendente con gli animali, non riesce a capire di cosa parlo, eppure è così, la vita e la morte di un cane che hai amato determina un “prima” e “dopo” della tua esistenza, e nulla serve razionalizzare, è così, punto e basta.

E allora sbandi tutti e ti ritrovi occasionalmente a essere te stessa, senza per’altro averlo desiderato o capito, e vedi che la tua famiglia si ritrova e come in uno scontato film di Ozpetek ricomincia a sopportarsi. E scorre amore e pace e serenità e voglia di stare insieme.

Quando si dice che un pranzo sul terrazzo, in una calda giornata di giugno, è stato un successo.

006

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andrea pazienza

 

Cerco la rima.

Son pieno d’amore

per gli altri,

son pieno

d’amore

e il mio

amore

è un fluido

magnetico

passato

al setaccio.

Il mio

amore per gli

altri è vero.

E nel mio

amore vero

c’è tutto

c’è l’odio.

Un pizzico d’odio

non guasta

l’amore perfetto.

E il mio amore

perfetto è un mare

con un po’

d’odio dentro, granelli

di sabbia.

E il mio amore

è un fluido

magnetico passato

al setaccio.

(A.Pazienza – inizio anni ’70)

Mi chiamo Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza, ho ventiquattr’anni, sono altro un metro e ottantasei centimetri e peso settantacinque chili. Sono nato a San Benedetto del Tronto, mio padre è pugliese, ho un fratello e una sorella di ventidue e quindici anni.

Disegno da quando avevo diciotto mesi, so disegnare qualsiasi cosa in qualunque modo. Da undici anni vivo solo. Ho fatto il liceo artistico, una decina di personali, e nel ’74 sono divenuto socio di una galleria d’arte a Pescara: “Convergenze”, centro d’incontro e di informazione, laboratorio comune d’arte. Sempre nel ’74 sono sul Bolaffi. Dal ’75 vivo a Bologna. Sono stato tesserato dal ’71 al ’73 ai marxisti-leninisti. Sono miope, ho un leggero strabismo, qualche molare cariato e mai curato. Fumo pochissimo. Mi rado ogni tre giorni, mi lavo spessissimo i capelli e d’inverno porto sempre i guanti.

Ho la patente da sei anni ma non ho la macchina. Quando mi serve, uso quella di mia madre, una Renault 5 verde. Dal ’76 pubblico su alcune riviste. Disegno poco e controvoglia. Sono comproprietario del mensile “Frigidaire”. Mio padre, anche lui svogliatissimo, è il più notevole acquarellista ch’io conosca. Io sono il più bravo disegnatore vivente. Amo gli animali , ma non sopporto di accudirli.

Morirò il sei gennaio 1984.

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 Ginger&Fred

Certe volte ci penso a come potrebbe essere la mia vita se non fossi quella che sono. Con le mie manie e quelle piccole stupide convinzioni che fanno di me una che sa quel che dice, mentre in realtà e dentro di me, nello stesso istante, si sviluppa la convinzione che non so un cazzo dell’argomento in questione e nemmeno dell’effetto serra (tutti sanno qualcosa dell’effetto serra!). Non è finzione. Non è neppure intelligenza esagerata. Io vivo d’intuizione. Sono come un animale (braccato) che sopravvive tra i rovi evitando le spine e nutrendosi di foglie. A volte calzo il ruolo, a volte vado fuori tema. Esco da me stessa e mi osservo statica e vedo una donnetta che si arroga il diritto di essere se stessa. Senza alcuna preparazione. Una piccola sprovveduta. Mi guardo indietro e mi spavento: ho perso tutta l’arroganza della giovane età, quando mi bastava guardarmi in uno specchio per decidere di meritare di meglio; una vita migliore dei miei genitori, dei soldi in più, un salto nella scala sociale, un diritto per esprimermi, un rovescio per tacere. Facevo manifestazioni, amavo il cervello di quelli che mi accompagnavano, credevo che le mie polacchine e il mio zaino militare avrebbero cambiato il mondo. Oggi mi ritrovo seduta a un tavolo di ristorante (mediamente costoso ma di sinistra) a consultare il meteo e il tempo che ci vuole per andare a Roma a manifestare. E dentro me stessa so di non volerne mezza di questa storia. Sono stanca e arresa. Voglio chiudere il cerchio e lasciare spazio al divenire. E arrendermi anche al trascorrere degli anni e smettere di combattere la mia età e le mie rughe e la mia cellulite e la mia faccia da eterna ragazzina. Voglio essere una donna di cinquant’anni che ha marciato contro tutto quello che sembrava ingiusto, che ha preso manganellate in testa (vere e virtuali), che ha corso inseguita dai poliziotti e dalle responsabilità e che ha corso inseguita da altro cui aveva smesso di credere.

Rido di questa moda del momento, di questa insulsa rivendicazione femminile che ci porta ad accompagnarci a uomini più giovani della nostra età. Ragazzini che ci guardano con aria interrogativa chiedendoci com’erano quegli anni prima del loro concepimento. Ritratti sfocati dello stereotipo maschile. E allora le vedi queste sempreverdi che si gonfiano come canotti e si ammazzano di palestra per essere a livello e per non farsi fottere dalla vent’enne di turno.

Sono come il mio ex marito… perché lui sì, e a me cosa manca?

Il cervello, risponderei. Ma non rispondo. Mi astengo. E così facendo per la politica, per i sentimenti, per lo stato sociale, ho scoperto che mi sto spegnendo… a poco a poco…

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A volte corro troppo

e correndo  inciampo

persa nella mia visione

mi distraggo all’orizzonte

mi confondo

sul futuro

e dimentico il presente.

Non scorgo il sassolino

se per la dimensione

sottovaluto

l’effetto.

Ma un sasso è un sasso

e io sono imprudente.

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Oggi era la giornata delle stronzate. E l’ho capito subito. Il mal odore del disappunto lo percepisci nell’immediato, dalle prime ore del giorno. Vuoi per il mal di testa (risultato della pessima cena) che mi ha svegliato nel cuore della notte per arrampicarmi verso un salvifico Moment, vuoi per il mio mancato appuntamento dell’alba per una corsetta liberatoria lungo il mare. Ho capito subito, alle 11,30 (sveglia in-naturale), che quella cosa che mi camminava imperterrita sulla pancia non era un massaggiatore giamaicano ma il mio gatto che voleva mangiare. Mi trascino in cucina chiedendomi cosa mai potessero contenere quei frutti di mare e quel vino per frantumarmi il cervello, mentre sul mio telefono arrivano una serie di “chiamate perse”, che uno si chiede pure che se so’ perse ci sarà pure un perché!

Che faccio? Esco, non esco, vado al mare, sistemo casa, vado a comprare delle piante e ficco le mani nella terra (perché mi rilassa un casino), e intanto il tempo passa e passo anch’io e mi rimetto a letto (tanto sono libera e allora perché uno è libero: per fare quello che gli pare!) e mi riaddormento e poi il gatto (Drugo, ha un nome pure lui) mi morde i piedi perché vuole giocare, allora gli scaravento un libro addosso (L’Uomo Invisibile di Schmitt, compagno di questi giorni), ma ormai sono sveglia. E decido. Decido di fare quello che tutte le persone sane di mente evitano di fare dopo un recente trasloco: apro lo scatolone dei diari!

I MOSTRI!

Riposti in uno scantinato per vent’anni. E perdo il senso del tempo. In ginocchio continuo ad aprire e leggere lettere d’amore e di amici perduti, tenute insieme da un nastro di raso verde (e mi meraviglio per la mia delicatezza) e ancora scritti sparpagliati e fogli di carta in parte strappati che contengono pezzi della mia vita e delle persone che mi sono passate accanto. Un viaggio. Doloroso. Che mi mostra una donna che non sono io, che non sono più, e provo una grande tenerezza per quelle ingenuità e vorrei prenderla da parte, per dirle che non è così, quando leggo di quelle inutili attese, di quegli amori fantasticati. Vorrei dirle che non è tutto vero, che gli altri si prendono gioco di te, che devi mantenere le tue corazze: essere forte e dura e imperscrutabile. Ma chi sono io per dire tutto questo? Sono solo quella che gli è sopravvissuta. E sono triste nelle mie certezze.

E mentre sono lì, con i ginocchi doloranti, mi arriva una telefonata da un numero sconosciuto:

“Pronto” tono gutturale, le prime parole che pronuncio a voce alta.

“Patrizia… sei tu? Sono Franca… Franca… hai capito?”

“Oddio, vuoi farmi prendere un infarto? Sono passati vent’anni…”

“Sì, lo so ma ho bisogno di recuperarti. Sono anni che penso di chiamarti.”

Guardo la lettera che stringo tra le mani che porta la sua firma. Non ci sentiamo dalla notte dei tempi. Lei appartiene all’altra mia vita ed è arrivata oggi, qui, in questo preciso istante, mentre la sto leggendo. E questo è un segno. E ai segni ci si arrende.

Lo so che potrebbe sembrare tutto un esercizio di stile, ma invece è tutto vero. Ed è straordinario!

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Eppure ci vivo

in questo circo

e osservo distante

il vicino che torna affannato

per la cena che lo aspetta

la ragazzina scalpitante

che rientra a notte fonda

con le scarpe in mano

la donna in carriera

che rincasa infreddolita

da una giornata

senza amore.

Eppure ci vivo

in questo circo

e ogni volta mi stupisco

di essere anch’io

l’animale in gabbia.

Mi sorprendo a pensare

che qualcuno mi osservi

con raccapriccio

cercando nella mia postura

una collocazione

inaspettata.

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sciarpa

Poco importa chi sia a rompere una relazione. Che sia tu o lui, il dolore è lo stesso.

Dormi con un uomo per quasi cinque anni, annusi l’odore del suo sudore, senti le sue gambe pelose che ti sfiorano di notte, e sei legata a lui. Quando se ne va, è come un’amputazione. E vai in giro in cerca di una stampella di legno, pur sapendo che non servirà a niente.

Poco importa che tu sappia o meno che quell’uomo non va bene per te. Poco importa che tu sappia che quell’uomo non va. Alla fine di una storia d’amore, aderisci alla scuola di pensiero di Stella Kowalski: ci sono cose che succedono al buio tra due persone, che fanno sembrare giusto tutto quello che succede alla luce.

Dart se ne è andato. Non voglio scendere in particolari sulla settimana tra la sua definitiva partenza e l’arrivo delle gemelle. Su questa assoluta amputazione. Su come cercavo di seguire tutti i motociclisti con casco che mi passavano accanto e finivo invariabilmente per andare quasi a sbattere contro qualche antico albero deciduo. I corteggiatori senza speranza che mi telefonavano – vecchi boyfriend, amici dei tempi di scuola, poveri disgraziati che arrivano barcollando durante la prima settimana postamputazione: feriti ambulanti, che parlano con rabbia del loro divorzio, dei loro figli adolescenti drogati, dei loro crolli in affari, della loro bancarotta… e vengono ad appoggiarsi al tuo bar per condividere il tuo analcolico calore. Perlopiù vengono per starsene lì con aria avvilita a parlare, intuendo un’altra anima persa che odia star sola al tramonto, e ti guardano e tu li guardi, mentre per la testa ti passa qualche idea di sesso, ma poi decidi che sarebbe troppa fatica e non sapendo se devi porgere loro un questionario Kinsey o un preservativo, o tutt’e due, li accompagni alla porta e offri loro una casta guancia da baciare, e via a letto.

Ballata di ogni donna – Erica Jong 1989 –

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