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Archive for luglio 2013

Certe volte

patblog

Certe volte certe cose

non le capisco

e forse non è neppure più importante

che io le capisca.

Mi sfuggono le reazioni

l’assenza di un dialogo

l’assenza e basta.

Penso sia colpa mia

a volte spingo troppo

poi mi stresso

e mi rintano

nel mio guscio.

A tratti tiro fuori

la testa

e vedo l’ombra di una mano

armata

che tenta di rompere il guscio

e in quel mentre

lentamente

molto lentamente

mi giro

e vado via

masticando quella foglia

rinsecchita

che ha il sapore

amaro della paura.

Ma non è importante.

Niente è importante

nella vita che conduco.

Siamo tutte pedine

di una scacchiera

di marmo

ancorata al terreno,

non è facile

scardinarci

dal suolo

e quando qualcuno

riesce

è considerato un folle

uno che ha di che

pretendere

e per questo

presto

dimenticato.

Mai fidarsi della signora

della porta accanto.

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fotoblog

Di solito non trattengo e spesso lascio andare perché non è facile trattenere chi vuole andare via. E’ un puro esercizio di stile fine a se stesso. E nell’età adulta costa fatica: costa accettare l’errore, l’aver frainteso. E’ accettabile ma faticoso. Ti ritrovi sempre al punto di partenza e ti chiedi come puoi non aver veduto.

Stasera sono stata ad una cena sulla spiaggia, come sempre quando il caldo smorza l’estetica e tutti si riversano in mare cercando un rifugio fragoroso a un tempo lento, un tempo che si trascina via, cercando di ritrovare un eccesso adolescenziale, come quando tutto era unico, perché era unico il momento. E il bagno di notte diventa la replica del vero e autentico bagno di notte, che hai fatto quando lui ti afferrava le gambe sott’acqua e tu urlavi per finta. Tutto è sfalsato e anch’io mi sento fuori tema. Tutto quello che vivo, lo vivo con questi occhi. Spietati. E vorrei non essere quella che sono. Vorrei avere occhi di fanciulla.

Torno a casa a piedi. Duecento metri dal mare. Carpisco frasi smorzate. Frammenti di discorsi. Sono estremamente recettiva. Sarà il vino. Sarà la mia indolenza. Sarà che sono stanca e per questo ascolto. Sarà che sono stanca di questa pantomima che nell’estate si rafforza e tutti si sentono più leggeri e pronti ad accettare l’inaccettabile. Anche le fughe. Io no. Io non trattengo le persone, le lascio andare via, per sostare liberamente sul mio cuore e scardinare gli infissi e sfondare le porte e arrivare alla tenda trasparente che ci separa dalla realtà. A volta sostano. A volta fuggono via. Io non trattengo le persone, le lascio andare via, per amarezza, per solitudine e ostilità. Sono incapace di raccogliere sentimenti fasulli. Io non trattengo le persone, le lascio andare via, per non riprenderle mai più.

Questo è l’errore, […] un errore da bambini nel quale tuttavia incorrono molti adulti fino al giorno della loro morte, come se nell’intero corso della loro vita non fossero riusciti a rendersi conto del suo funzionamento e mancassero del tutto di esperienza. L’errore di credere che il presente sia per sempre, che quel che c’è in ogni istante sia definitivo, quando tutti dovremmo sapere che niente lo è, fino a che ci resta un po’ di tempo. Ci trasciniamo dietro abbastanza capovolgimenti e giri, non soltanto della sorte ma del nostro animo. Impariamo a poco a poco che quanto ci era apparso gravissimo un bel giorno ci sembrerà neutro, soltanto un fatto, soltanto un dato. Che la persona senza la quale non potevamo stare e a causa della quale non riuscivamo a dormire, senza la quale non potevamo concepire la nostra esistenza, dalle cui parole e dalla cui presenza dipendevamo giorno dopo giorno, verrà il momento in cui non ci occuperà un solo pensiero, e anche se ciò avverrà, di tanto in tanto, sarà per uno stringersi nelle spalle, e il massimo cui potrà giungere quel pensiero sarà chiedersi per un attimo: “Che ne sarà stato di lei?”, senza nessuna preoccupazione, senza neppure curiosità. Che cosa ci importa oggi del destino della nostra prima fidanzata, la cui telefonata o l’appuntamento aspettavamo con impazienza? E che ce ne importa persino del destino della penultima, se è ormai un anno che non la vediamo? Che ci importa degli amici di scuola, e di quelli dell’università, e degli altri venuti dopo, sebbene ruotassero attorno a loro lunghissimi tratti della nostra esistenza che sembrava non sarebbero finiti mai? Che cosa ci interessa di quelli che si distaccano da noi, di quelli che se ne vanno, di quelli che ci voltano le spalle e si allontanano, di quelli che lasciamo perdere e rendiamo invisibili, puri nomi che ricordiamo soltanto quando per caso tornano a giungerci all’udito, di quelli che muoiono e così ci abbandonano?

(Gli Innamoramenti –  J. Marìas)

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sedia e candela

Solo e ricurvo

sotterro la

mia guerra

per l’improvviso

sfinimento

di osservarla

ridursi

fino a divenire

fragile

e scomposta

come un

tardivo

rancore.

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bresson1

 

Francesco è uno dei miei migliori amici. Forse l’unico vero amico. Ci conosciamo da sempre e da sempre cerchiamo insieme un luogo protetto per custodire questa passione che ci accomuna. La passione dell’uno per l’altra. Questa forma d’amore, che teniamo forzatamente sotto la sabbia, e ogni volta che il tempo scopre la tana, noi arriviamo con la prontezza dei guerrieri a ricoprir la crepa. Anche la paura ci accomuna. Che questo faticoso equilibrio possa sparire per una distrazione, per una carezza di troppo, per uno sguardo obliquo, per uno scontro di labbra nel saluto di fine serata. Noi stiamo attenti.

Sono stata testimone di tutte le sue scorribande amorose e anche del suo matrimonio. Lui è stato l’unico capace di riportarmi a casa ubriaca e molesta rischiando di essere violentato in ascensore. Abbiamo visto il peggio di noi e ci è piaciuto. Forse più del meglio.

Ieri sera siamo stati a cena insieme.

<Uhm… hai la faccia delle grandi occasioni, che ti succede, tua moglie ha deciso di comprarsi un’altra Louis Vuitton?>

“Tregua per favore. Ho bisogno di parlarti. E’ una cosa seria.”

<… allora prendiamo da bere prima, non potrei sopportare una confessione da lucida!>

Aspettiamo in silenzio che la tipa ci porti due Negroni. Sì, Francesco ed io ci roviniamo di Negroni da circa vent’anni. L’aria è morbida e il locale, nel quartiere della città vecchia, è uno dei più modaioli, radical chic direbbe qualcuno, ma noi ci veniamo da sempre e da sempre sediamo fuori, anche d’inverno. Ci piace proprio, questo non posto. Dall’interno arriva una musica rockettara di sottofondo, il posto è stracolmo di sbandati appoggiati al bancone del bar. Non so il perché ma diventa fondamentale per me capire cosa stanno suonando.

<Ma che stanno suonando? Ma chi sono questi. Non li conosco.>

“Ti devo parlare.”

<Eppure mi sembra familiare… senti… ?>

“Smettila.” Sospira “Io me ne vado.” Sospensione. “Vado a stare a Milano. Mi trasferisco a fine mese.”

<Ah, merda. Vuoi morire con la mascherina antismog attaccata alla faccia! Dai, non fare il cretino.>

“Pa’ me ne vado, mollo tutto” lui è l’unico che mi chiama Pa’, da sempre, da quando mi spillava i soldi per le sigarette.

“Mi sono innamorato.” Pausa… lunga… “Ho già parlato con Valeria, lei è d’accordo, tanto, da tempo, non funzionava più. Cerca di capire, non posso perdere quest’occasione, dopo decenni mi sento vibrare, mi sveglio felice, rido senza un senso e piango senza un senso. Sono emozionato dalla vita, da quello che mi sta regalando. No, io mollo tutto. Non me ne frega un cazzo. Ho deciso.”

<Quanti anni ha?> non so perché lo chiedo, ma è come se un velo si fosse squarciato.

“Trenta. Venti meno di me.” Abbassa gli occhi.

Mi accendo una sigaretta e ordino un altro Negroni mentre una smorfia alla Joker affiora sulle mie labbra.

<Cristo, non ci posso credere. Sei diventato un cliché anche tu. Uno di quei maschietti di cinquant’anni in andropausa che cercano di fermare il tempo con la ragazzetta di turno. Cos’è, vuoi regalare alla storia l’ultimo guizzo di eiaculazione precoce? Speri che la sua giovane età ti risparmi dall’impotenza? Beh, non ci sperare caro mio, morirai con una cesta di corna sopra la testa che non potrai neppure varcare la soglia d’ingresso. Dio Santo. Non ci posso credere! E che farai a Milano, e i tuoi amici, e il tuo lavoro, e la tua famiglia, e io.> … e io? Soprattutto io!

“Posso dirti una cosa? Sì, sarò pure un cliché del cazzo ma tu… tu ti sei guardata ultimamente? Eh? Dimmi, ti sei osservata dentro quella cazzo di campana di vetro che ti sei costruita addosso, con tutti i tuoi amichetti virtuali che hai paura ad affrontare, con la tua vita di plastica protetta dalle emozioni, ma tu chi cazzo sei diventata? Che vuoi fare, ricoprirti di polvere nella speranza che un antiquario venga a spolverarti? Guardati. Sei sempre incazzata o sei stanca o non hai voglia di uscire o stai rintanata a scrivere su quel cazzo di blog a parlare con gente che non conosci e che chiami pure amici. Ma amici di che? Posso dirti una cosa? TDM (soprannome che diamo al mio ex e che sta per Testa di Minchia) adesso vive con una ragazzetta più giovane di te e ride, cazzo, ride, e con te stava sempre in tensione. Doveva sempre dimostrare di essere all’altezza di cotanta intelligenza. E tu avevi smesso di essere la pazza che sei sempre stata e ti eri ricoperta un ruolo da saggia donna in carriera un po’ impegnata e un po’ rompicoglioni. Con le tua tavole perfette, le tue cene di successo… nulla lasciato al caso, senza eccedere mai in nulla. Beh, da una che scappava da scuola calandosi dalle finestre, devi ammettere che c’è stata una bella involuzione. Ne vogliamo parlare, eh, visto che mi stai processando?”

<Questo è un colpo basso> mormoro, ostinandomi a guardare oltre le sue spalle. Mi sto ubriacando.

“Sì, sarà pure un colpo basso Pa’, ma io mi sento felice. Lei… si chiama Francesca… buffo vero abbiamo anche lo stesso nome, si stupisce di tutto è allegra è serena quando si sveglia la mattina, si aspetta sempre qualcosa di buono dalla vita e poi mi guarda ed è come se l’avesse trovato. Non m’importa, anche se dovesse durare dieci giorni, ma saranno i dieci giorni meglio vissuti della mia vita. E poi non vedo l’ora di fartela conoscere, ti piacerà da pazzi, sembra la tua copia, com’eri tu quando eravamo pischelli. Pa’ stammi vicino, non è facile quello che sto facendo, ma se perdessi quest’occasione, non ne avrei altre, ne sono sicuro.”

Perché mi gira la testa? Eppure due Negroni li reggo alla grande. Mi osservo alla distanza e vedo un uomo bello con gli occhi lucidi che parla con una donna contratta dentro una gonna bianca attillata e tacchi alti e giacca striminzita marrone. Anche questi colori. Dove sono finiti i miei azzurri e le mie camicie di jeans con i pantaloni bianchi e le sneakers ai piedi. E perché ora sto scrivendo di questa storia che è soltanto mia. E tutti questi silenzi. E tutte queste urla che mi muoiono in gola.

“Pa’ perdonami. Lo sai che non lo penso. Tu sei il mio amore, la mia sorellina. Ma devo dirtelo che così non va. Devi smetterla. Devi riprendere contatto con la realtà e sbagliare e farti male e soffrire e piangere. Basta Pa’. Vieni qua.” e mi abbraccia e mi tiene così come una bambola di pezza cui hanno strappato gli occhi.

E poi a letto a notte fonda mi sento sola e smarrita e capisco che sto sbagliando e che la malattia non è l’amore ma la sua rinuncia.

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