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Archive for agosto 2013

al di la

Si sono incrociati come estranei,
senza un gesto o una parola,
lei diretta al negozio,
lui alla sua auto.

Forse smarriti
O distratti
O immemori
Di essersi, per un breve attimo,
amati per sempre.

D’altronde nessuna garanzia
Che fossero loro.
Sì, forse, da lontano,
ma da vicino niente affatto.

Li ho visti dalla finestra
E chi guarda dall’alto
Sbaglia più facilmente.

Lei è sparita dietro la porta a vetri,
lui si è messo al volante
ed è partito in fretta.
Cioè, come se nulla fosse accaduto,
anche se è accaduto.

E io, solo per un istante
Certa di quel che ho visto,
cerco di persuadere Voi, Lettori,
con brevi versi occasionali
quanto triste è stato.

(W. Szymborska)

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050

Questa mattina, dopo aver depositato il mio personale obolo allo Stato sotto forma di bollo auto, ho deciso di regalarmi un libro. Per riprendermi. Ma siccome sono in uno stato di profonda prostrazione amorosa, nel senso che non credo in nient’altro che non sia il mio bicchiere di vino e la mia sigaretta e che considero questo “Due” l’unica “scena del Due” possibile nel mio futuro, ho pensato bene di regalarmi il libro in copertina. “Elogio dell’amore” di Alain Badiou perché vorrei che costui, riconosciuto come uno dei più illuminati filosofi contemporanei, mi spiegasse come alzare queste saracinesche. Se non altro mi spiegasse perché le ho abbassate.

E dopo averlo letto per un pomeriggio intero (chiaramente lo consiglio vivamente) e aver capito che quello che ho capito l’ho capito troppo tardi (nel senso che adesso mi manca la materia prima), ho deciso di condividerne uno stralcio per assicurarmi che ne facciate il vostro vademecum. Vi prego di apprezzare la fatica della trascrizione prima di insultarmi.

< TRUONG: Nel suo libro Conditions lei respinge alcune idee tenaci sull’amore, in particolare la concezione del sentimento amoroso come illusione, caro alla tradizione pessimista dei moralisti francesi, secondo la quale l’amore non è che “l’apparenza ornamentale per cui passa il reale del sesso” o che ritiene che “il desiderio e la gioia sessuale sono la base dell’amore”. Perché critica questa visione?

BADIOU: Questa concezione moralista, che appartiene a una tradizione scettica, pretende che l’amore in realtà non esista e non sia altro che l’orpello del desiderio. L’unica cosa che esiste è il desiderio. Da questo punto di vista, l’amore è soltanto una costruzione immaginaria sovrapposta al desiderio sessuale. Questa concezione, che ha una lunga storia, invita a disprezzare l’amore e appartiene già al registro securitario poiché consiste nell’affermare: “Bene, se avete dei desideri sessuali, realizzateli. Ma non è necessario montarsi la testa con l’idea che bisogna amare qualcuno. Lasciate perdere tutto ciò e andate dritto allo scopo!”. In tal caso, direi semplicemente che l’amore è dequalificato – o decostruito, se si preferisce – in nome del reale del sesso.

A questo proposito, vorrei partire dalla mia esperienza. Conosco, credo come quasi tutti, la forza, l’insistenza del desiderio sessuale, che la mia età non ha contribuito a farmi dimenticare. So anche che l’amore iscrive nel proprio divenire la realizzazione di questo desiderio. Qui arriviamo a un punto importante perché, come dice tutta una letteratura che ha origini molto antiche, l’appagamento del desiderio sessuale funziona anche come una delle rare prove materiali, totalmente legate al corpo, del fatto che l’amore è qualcosa di più di una dichiarazione. Un’affermazione del tipo “ti amo” suggella l’evento dell’incontro, è fondamentale, impegna. Ma offrire il proprio corpo, spogliarsi, rimanere nudi per l’altro, compiere i gesti immemorabili, rinunciare a ogni pudore, gridare – tutta questa entrata in scena del corpo è dimostrazione di un abbandono all’amore. Rappresenta anche una differenza fondamentale rispetto all’amicizia che non ha prova corporea, non ha risonanza nel piacere del corpo. Ecco perché l’amicizia è il sentimento più intellettuale, quello che i filosofi sprezzanti della passione hanno sempre preferito. L’amore, soprattutto nella durata, possiede tutti i tratti positivi dell’amicizia ma, a differenza di quest’ultima, si rapporta alla totalità dell’essere dell’altro, e l’abbandono del corpo è il simbolo materiale di tale totalità. Mi si ribatterà: “Ma no! Si tratta del desiderio, nient’altro”. Io sostengo che nell’elemento dell’amore dichiarato è questa dichiarazione, seppure ancora inespressa, a produrre gli effetti del desiderio, e non il desiderio in sé. L’amore vuole che la sua prova racchiuda il desiderio, e la cerimonia dei corpi è allora il pegno materiale della parola, è ciò attraverso cui passa l’idea che la promessa di una reinvenzione della vita sarà mantenuta, in primo luogo a livello dei corpi. Ma gli amanti sanno, anche nella violenza dei sensi, che l’amore è lì, come un angelo custode dei corpi, al risveglio, al mattino, quando scende la pace sulla prova di ciò che i corpi hanno inteso come dichiarazione d’amore. E’ per questo che l’amore non può essere – e penso non sia per nessuno, tranne per gli ideologi interessati a disfarsene – una semplice maschera del desiderio sessuale, uno stratagemma complicato e illusorio messo in piedi all’unico scopo di riprodurre la specie.>

Bene, questo è tutto, e nel libro c’è molto altro. Vado a dormire con l’idea, che dell’amore, io, non ci ho preso!

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Rita era leggera. Non aveva specchi in casa perché preferiva immaginarsi, ho sempre pensato che fosse una posa la sua, ma con il tempo ho scoperto che davvero preferiva ricordarsi. Rita era strana e felice. Felice di se stessa. Del suo mondo immaginario.

Rita era anche la mia migliore amica, di dieci anni più giovane di me, di quelle cibo sonno chiacchiere e fidanzati: di quelle “prendi tutto di me” ché quello che è mio può diventare tuo. E mi prese alla lettera. E mi rubò via la vita.

Per cattiveria, negli anni a seguire, quando sapevo che l’avrei trovata esposta, le feci recapitare un voluminoso regalo. Uno specchio. Grande quanto un quadro di quelli finti, che servono a ricoprire le pareti. Decisamente volgare. Sono d’accordo.

E lei rispose così, con una lettera scritta a mano con un tratto sospeso, a volte sfumato:

“Ho un cuore allo specchio che non raccoglie nulla, sembra spento e batte battiti alternati a sospiri accennati. E’ il mio cuore che spinge per arrivare al silenzio e si osserva tramortito dalle troppe insolenze. Non basta l’estate. Non basta più il calore della sabbia tra le dita, alla mia età non basta più lottare, diventa un tempo di attesa, di lenta arrendevolezza ai misfatti comuni che mi lasciano tramortita sul divano inzuppato dal caldo.

Sentirsi stanchi. Sentirsi inutili. Sapendo di non riuscire a mutare le cose. Accontentarsi. Di quel lento e assoluto mistero che concede la donna alla sua figura primaria. Siamo le nostre madri e le nostre nonne: quando un uomo ci lascia nell’età adulta, ci arrendiamo, e ci scopriamo felici di dormire senza finzioni, senza seducenti archetipi, senza voluttà.

Ho ceduto il mio posto a un’altra più giovane di me. Un’altra che possiede ancora la voglia e il bisogno di credersi essenziale. A una ragazzina che ha la necessità di specchiarsi negli occhi di un uomo per scoprirsi migliore. L’ho fatto con consapevolezza e forse anche con generosità, ho visto in lei una parte di me e ho voluto crederci. Ma tutto questo gioco sotteso mi ha lasciata sfinita e ancora oggi mi chiedo se n’è valsa la pena: avrà mai capito quella ragazzina che le ho regalato un disegno di sventura, regalandole l’amore?

Ho un cuore allo specchio che osserva spietato una donnetta che si è arresa alle sue piante da balcone, al suo gatto tigrato, alle sue mutande spaiate.

Ho un cuore allo specchio, ma anche se lo specchio è il mio, di questo cuore che si riflette, non so più che farne.”

Non la vidi mai più. Ricordo che pensai alla vita spietata che aveva regalato a Rita il medesimo destino cui lei mi aveva costretto. Ricordo che pensai anche a quanto persevera l’universo sentimentale maschile, capace di sotterrare due generazioni senza colpo ferire. Ricordo che pensai. A lei. E poi smisi.

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coffee and cigarettes

 

Ho imparato a dire di no

a essere disciplinato

a credere di non avere più voglia

calzando piedi altrui e sogni miei.

Mi limito a sopportare quello che vedo

ma quello che vedo è una rotaia

gialla come la rabbia

e la rabbia diventa ruggine

e fa rumore.

Ho imparato a non darmi confidenza

a prendere ciò che capita

ma capita sempre la stessa cosa.

Ho imparato ad amare

ma era troppo tardi

ho imparato a voler bene

ma era troppo presto

ho imparato a odiare

ma era troppo.

Non credo di avere certezze

ma sicuramente non ho dubbi

io sono ciò che ti aspetti

ma è meglio che continui ad aspettare.

Se un giorno ci incontreremo sarà

perché

avrò imparato a capire

che non è mai troppo tardi

e avrò lasciato l’orario dei treni

sul comodino

vicino al tuo letto

ma tu te ne sarai andata

prima di me

forse perché conoscendomi

avrai imparato qualcosa.

(Vincenzo Costantino “Cinaski”)

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