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Archive for settembre 2013

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Ieri sera ero a cena con le mie amiche storiche, come sempre, come ogni venerdì, e tra un commento e un brindisi esce fuori che il mio blog è, sì, carino, ma veramente triste e deprimente:

“Eppure il perché io non lo capisco, sei una di quelle che mi fa più ridere in assoluto, riesci a distruggere tutto con una battuta. Ma perché scrivi cose così terribilmente tristi?” Cristina è a corto di metafore stasera e per fortuna mi spiattella tutto come un rigurgito neonatale.

“Io non lo so, certo Patrì che sei triste forte, fai passare la voglia di leggerti, non capisco come fai ad avere persone che vanno là a cliccare per rovinarsi la giornata. Scusa sai, ma se non te lo dico io, non te lo dirà mai nessuno, così non funziona, ci sono delle regole nei blog, devi catturare il lettore, devi interagire: merda quella è una community, mica il centro di recupero del suicidio fan club! E che cazzo!”

“Crì” provo a rispondere “non me ne frega niente di chi legge e cosa legge, non sono là per farmi pubblicità e neanche per acquisire lettori, ma ci sono per guarire, per trovarmi uno spazio che mi resti dentro: una volta usavo un moleskine e adesso scrivo su una piattaforma. Non è cambiato niente dentro me stessa, tranne il fatto che sono in sintonia con persone che non conosco e che sento vicine e non voglio conoscere di persona, perché sono come frammenti di una mia vita che resta lì, sospesa, nell’immaginario. Io “sento” l’energia di quelle persone che seguo, ne avverto gli spostamenti d’umore, le allegrie, le difficoltà di armonizzare una realtà virtuale con quella quotidiana. Le sento vicine. Di alcuni/alcune addirittura m’innamoro, li aspetto al prossimo post, mi preoccupo se non li “vedo”. Insomma è così.”

Cerco di spiegarle quello che in realtà mi chiedo da settimane. Leggo di persone che s’incontrano e che cercano di “vedersi” per cercare conferme di ciò che hanno “sentito” e leggo di accettazioni e commenti di quanto l’uno sia conforme a quanto scrive e di quanto l’altra sia simpatica come appare. Ecco, non lo so, ma io preferisco non avere di queste conferme. Non me ne frega proprio niente se Pablo somiglia al tipo che ho immaginato o se Guido sia così colto anche quando sorseggia un caffè o se r. è diventato Erre perché aveva smarrito un paio di caratteri dell’alfabeto che poi ha ritrovato in uno Spritz. E non me ne frega niente di mostrare me stessa e di stare lì a dimostrare di essere quella che hanno immaginato e di arginare delle piccole delusioni: non ha senso cercare un punto d’incontro in un incrocio delle nostre vite ma è importante invece trovare uno spazio di relazione che sia scevro dai soliti meccanismi. E’ questa la vera rivoluzione: sentire umanamente possibile un rapporto che nasce da un flusso di energie. Inspiegabile. Irrazionale. É fiducia allo stato puro.

“Una community serve anche a conoscere gente nuova.” rilancia Cristina. Forse ha ragione. Forse devo uscire dal guscio. Forse mi sto inventando qualcosa che non esiste. Forse è figo stare lì a parlare con qualcuno che non si conosce per due ore quando io non riesco neppure a parlare con la mia migliore amica per tanto tempo, forse è figo cercare di ritrovarlo nelle sue parole scritte. Forse sì. Ma anche no. Vorrà dire che voi mi aiuterete a capire come fare a uscire dall’orso Yoghi che mi governa. Ma per stasera è abbastanza. Voglio chiudere con un brano tratto da un libro di Alberto Bevilacqua, un libro preso dalla mia libreria e che risale al 1985, forse regalato da qualcuno, oppure da me stessa, non ricordo. Voglio farlo per un tributo a uno scrittore che ha avuto un triste finale che sicuramente non meritava, così come non merita questo silenzio che lo accompagna:

“Questa specie d’amore”

“Tu stavi contro i vetri come una gatta piena e il cane, quasi avvertisse in te già qualche oscura vibrazione, rimaneva immobile ai tuoi piedi. Se poi lo alzavi per mettertelo sulle ginocchia si opponeva con le unghie, te lo vedevi fuggire via dal salone e ritornare dopo nell’identica distanza, con il liquido dell’occhio che il freddo raggrumava così che pareva scrutarti con enormi occhi color ruggine.

Era attratto dalla tua pienezza come me, e tu stessa in fondo te ne lasciavi attrarre.

Pensavo alle quarantene, alle navi ferme nei porti e chiuse dal morbo, alle loro bandiere gialle, alle febbri allegre che prendono madri e figli e si è quasi contenti di stare tutti in un letto, di non poter uscire di casa. Anche la mia mente non opponeva nulla: accettava il fatto, tollerava di esserne investita come una delle nostre piante domestiche sepolte nel mucchio che la tramontana rovesciava dentro al balcone.

Scendevo io a fare gli acquisti del latte, del pane e delle altre cose. La neve mi entrava tra la calza e la scarpa e subito avvertivo il mio piede vivo. Premevo con più forza il tacco nella superficie ghiacciata affinché questa emozione si accentuasse, oppure osservavo le scarpe affondare e allora mi pareva che – non sette mesi soltanto – ma un lunghissimo tempo fosse trascorso da quella domenica a Torvaianica.

Raggiungevo i negozi. Mi accodavo alle donne. La città s’era bloccata e dunque i rifornimenti dei negozi periferici risentivano del disordine, addirittura un certo cibo scarseggiava. Stavo ammucchiato dentro le donne, sotto la neve che cadeva, come nelle file della guerra. Ed era forse questo essere coinvolto in un’euforia e in un’eccezione comuni ad impedirmi di cadere nell’eccezione che riguardava soltanto me e avrebbe dovuto in altro modo farmi battere le vene che sentivo inerti dentro al cappotto.

Tu mi raccomandavi di comprare anche pasta che cuocesse rapida, scatole di carne e di tonno, grossi aranci che infilavo dentro la tua rete. Di mia iniziativa compravo del vino vivace. Mentre stavo davanti al banco del vinaio, con l’acre tepore che mi investiva salendo dalla cantina, qualcosa di lieto mi conquistava e io me lo portavo a casa insieme alla neve che mi crollava sul cappotto dai rami degli alberi.”

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E poi ci sono quei ricordi. Quelle date che restano ferme nel tuo calendario, quelle date che hanno spezzato rami e che non sai definire quanto siano tristi perché trascinano dietro altri ricordi di un tempo non tracciato. Entri dentro quei numeri che non significano niente e ti ripeti che anche con un altro numero, con un 18 o un 21, sarebbe stato tutto ugualmente insopportabile, ma la nostra cultura ci impone di commemorare, di mettere una croce sul calendario della scrivania su un 17 di un mese preciso, quando hai capito che la tua seconda vita varcava la soglia della terza. Ti infili dentro un silenzio e fai finta di niente. Vorresti parlarne con qualcuno ma le tue date per gli altri sono solo numeri che chiudono l’estate. Vorresti abbaiare. Vorresti che qualcuno abbaiasse per te.

E poi ci sono quei ricordi che non vorresti ricordare, ma poi ti prende la paura di dimenticarli, allora ti sforzi di ripercorrere ogni particolare e scrivi a qualcuno per raccontare un’altra storia perché hai paura di raccontare quella vera. E se qualcuno ti chiede “cos’hai?” tu rispondi “niente, solo una giornata storta” perché esistono delle regole non scritte che classificano le assenze: ci sono quelle di primo grado e quelle trascurabili e tu sai che il tuo dolore, che per te è di primo grado, in realtà appartiene al secondo. Devi avere pudore anche nella sofferenza.

E poi ci sono quei ricordi che fanno più male, anche se ne hai avuti di peggiori, di quelli di primo grado per intenderci, ma su alcuni non c’è proprio niente da fare, fanno proprio più male, anche se di categoria inferiore. Perché sono ricordi che si trascinano cambiamenti di realtà sospese che diventano definitive e diventano altro e ti trasformano in una che prima quando entrava in casa trovava un sacco di cuori accesi e adesso ha smarrito anche il suo.

E poi ci sono quei ricordi che lasciano un silenzio. Un vuoto di rumori che puoi sostituire con altri rumori, ma non saranno mai gli stessi. Vuoti che lasciano più tempo, addirittura anche più soldi. A volte se ci pensi ti senti più rilassata, con meno impegni, puoi cominciare a prepararti per la stagione invernale: decidere se fare yoga o pilates, togliere quel ciuffo che il sale e il sole hanno reso di un orrendo giallo paglierino, restare in ufficio fino a tardi e rimettersi in carriera, andare fuori nel we senza sensi di colpa. Sì, se ci pensi, puoi fare un sacco di cose, peccato che non ti freghi proprio niente di tutta questa storia.

E poi, da ultimo, ci sono quei ricordi che ti fanno appendere vecchie foto alla parete, perché pensi che se mai dovessi scivolare dentro la vasca da bagno qualcuno si imbatterà in quelle foto e sorriderà di quei ricordi che fanno di me quella che sono.

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Dove si ferma l’amore

in quale angolo di terra sperduto

si sofferma a pregare,

oltre a quale soglia

che divide l’attesa dalla sua rivelazione.

Dove si ferma l’amore

contro quale semaforo rotto,

a quale bivio di fortuna

si è concesso il lusso di inciampare.

Ho lastricato di tesori

strade impervie

lasciato scritte sui muri

appese lanterne lungo strade buie.

Dove si è fermato

il mio amore?

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lucio fontana

Non è facile crescere in una famiglia che rammenda l’amore, che lo disfa durante il giorno, quando si scontra con l’odio quotidiano, e lo ricuce alla sera, prima di andare a dormire, sperando che la notte cancelli l’orrore del giorno appena vissuto. E si vive così: tra un ricordo e una finzione, cercando di sognare quello che non c’è concesso. E si cresce strani. Osservatori. Ladruncoli delle altrui infelicità. Cercando sempre e comunque di trovare il bacarozzo che striscia velocemente e che non altera gli equilibri della famiglia, ma di sicuro li aliena. L’ho sempre cercato quel bacarozzo. Addirittura a volte lo prendevo in prestito, in casa di amici, e lo riportavo a casa mia, lo lasciavo libero dentro la cucina, sapendo che, prima o poi, avrebbe invaso le nostre vite e ci avrebbe cacciato via.

Una guerra che ho sempre vinto.

Oggi il bacarozzo non lo cerco più, perché non ho guerre da combattere. A volte lo riporto in casa per contrastare l’altra che vive con me e si spinge ancora a credere che l’amore non si rammendi, ma si possa cucire giorno per giorno, per sempre. Allora lo lascio chiuso in casa, fino a quando ci convince, e poi ci lascia andare via, a condurre le nostre vite pervase dall’occhio vitreo della realtà.

Osservo gli altri.

Prima non lo facevo. E questo è il primo sintomo di resa. Quando ti accontenti di vivere le vite immaginate. Io ci metto del mio. Ci metto del trash, perché non dimentico mai la mia natura. Ma sempre e comunque questo esercizio mi lascia spossata.

Non credo nell’amore.

Non credo nella dedizione.

Non credo nella fedeltà.

E tutto questo cinismo (se di cinismo si tratta) mi rende crudele. Mi fa osservare il gesto di fastidio (al limite dell’omicidio) della donna che sull’aliscafo, dopo quattro ore di sbattimento, scaccia il piede del suo uomo che dorme profondamente. Lo fa mentre dorme, quando lui non sente. Quando non può vedere. Lo fa perché non sopporta più quel piede che tutte le notti, le ruba lo spazio. Lo so, è poca cosa, ma per me è come vedere il bacarozzo. Poi lui si sveglia e lei lo bacia e accoglie le sue gambe sul suo grembo, con un sorriso. Finto.

Oppure osservo un lui qualsiasi. Che lancia furtivi sguardi da bohemienne sulle tette della turista per caso, perché sarà pure un caso, se si è seduta di fronte a lui… ma forse forse… se l’è pure cercata.

E non lo so. Mi prende l’amarezza.

E allora m’innamoro delle parole, molto più dei gesti, perché penso che la parola scritta contenga una rappresentazione interiore molto più profonda e mal governata. Quella che non controlli. Quella che ti scappa nel momento del delirio: quando sei solo con te stesso e non ne hai timore.

E se ci penso bene, da quella famiglia che rammendava l’amore, ho appreso molto: ho appreso il bisogno di essere la scucitura imprevista sul rammendo perfetto.

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