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Archive for ottobre 2013

Di solito torno a casa quasi sempre alla stessa ora, verso le sette di sera, salvo imprevisti. La mattina esco alle otto, oppure alle sei, dipende dalla voglia che ho di fare la mia spassocorsa (definizione dell’ultim’ora). Conduco una vita da pseudo pensionata, diciamo che comincio a lavorare sul prossimo ruolo, anche se mancano più di quindici anni, ma voglio considerarmi, nella vita, una donna previdente o almeno ci provo. Esco in media un paio di volte a settimana di sera, la domenica vado a pranzo dalla mamma e per il resto lavoro e provo ad andare in vacanza. Vita noiosa? Non direi, ho avuto di meglio ma non mi è piaciuto. Invece mi piace stare sola e come dice una mia amica che mi ha inviato un’immagine al riguardo: “Non sono asociale, sono socialmente selettiva”.

Essere selettivi significa credere nel destino, significa non provocare, ma lasciare che gli eventi ti facciano considerare una persona indispensabile: ma quando una persona diventa indispensabile nella vita di noi adulti, già ampiamente dotati di amici che cerchiamo di scartare e da appuntamenti che fingiamo di ignorare? Forse quando tornando da Shanghai, dopo venti giorni, la prima persona che vuoi sentire è quella. Ecco, allora, forse, quella persona è indispensabile nella tua vita. Il resto è fuffa. E di fuffa in vita mia ne ho avuta tanta. Dai ventisette ai trentasette anni abitavo in una casa enorme in centro, di quelle anni cinquanta che fanno ridere gli amanti di Philippe Starck, beh, in quella casa passava di tutto, dagli amici di passaggio per farsi un aperitivo a quelli che si fermavano per una sosta che a volte durava un anno e mezzo. Gente. Di cui non ricordo neppure il nome. Gente smarrita dentro i calendari, quelli vecchi, che poi, quando li riprendi, leggi al numero ventidue del mese di Novembre “compleanno di Ricki” e continui a chiederti per tutta la giornata chi cazzo è Ricki. Ma Ricki è quello che avevi forzatamente annoverato nella lista dei tuoi amici, confondendo l’aggregazione del gruppo, spesso utilitaristico, con amicizia. E’ per questo che sono socialmente selettiva: perché ho già dato!

Di solito torno a casa quasi sempre alla stessa ora, verso le sette di sera, salvo imprevisti. Apro la porta con circospezione per affrontare il silenzio che mi aspetta, di lui che mi aspetta. Comincio a chiamarlo per nome per farmi sentire e non coglierlo impreparato, ma lui non è mai impreparato: sa perfettamente cosa fare e mentre mi rilasso e provo a varcare la soglia, arriva per darmi il violento benvenuto. A volte si mimetizza perché adora giocare a nascondino, allora in tutta fretta mi cambio, tolgo le scarpe da “Donna in carriera” alla Melanie Griffith, infilo la tuta strappata e le birkenstock ai piedi e comincio a gattonare sul pavimento. E parte la rissa. In media dura un’oretta: di agguati, nascondigli sempre più ricercati, corse sfrenate lungo tutto il terrazzo, finte distrazioni e urla e risate sguaiate. Il vicinato comincia a credermi pazza.

Lui è il mio gatto: maschio ciento pe’ ciento e stronzo come tutti i maschi sanno essere.

Anche quando avevo Geco, il mio amato e unico amore di cane, avevo dei rituali da rispettare: passeggiata, lunghissima, e poi distesa a terra a far finta di morire per farmi trascinare, agguantata alla felpa, lungo tutto il pavimento di casa. Anche al mare, stessa storia: andavo a fare il bagno, lui alla riva seduto, grande e grosso, nero e spaventoso, a controllarmi, poi facevo finta di annegare e lui si precipitava a nuoto e mi riportava a riva offrendomi la sua coda da afferrare. E poi, visto che non ero morta, mi sommergeva di sabbia, sdraiandosi sopra di me.

Ho sempre giocato con gli animali, offrendomi senza paura, solo con l’animale uomo non ci riesco. Lo temo. Lo trovo imprevedibile. A volte pensi che ti possa salvare invece ti mette la testa sott’acqua. Pensi che abbia capito chi sei invece sul più bello si distrae e torna uno sconosciuto. Lascia tutto e passa ad altro perché “altro” in quel momento è più stimolante, perché “altro” in quel momento è promessa di eterna gioventù, perché “altro” in quel momento è il ritratto di Dorian Gray: la possibilità di un’isola e di una ruga che si spiana miracolosamente.

Allora a volte, quasi in maniera ciclica, parto con quella che io chiamo “pulizia etnica” che nulla c’entra con quella devastante e immorale, perpetrata sulle diverse etnie, ma che applico, usando una terminologia “scurrile”, su quei rami secchi che temo si possano spezzare volontariamente sulla mia testa, non per odio, sentimento di tutto rispetto, ma per semplice distrazione. Per passare ad “altro”.

E come diceva Brigitte Bardot senza volermi paragonare a tanta avvenenza: “Ho dato la mia bellezza e la mia giovinezza agli uomini. Ho intenzione di dare la mia saggezza e la mia esperienza agli animali”. Ridendo, per una volta, aggiungo io.

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MODIGLIANI 10005

Non ricordo il tuo sapore.

Ieri mentre mangiavo

un frutto di stagione

sono rimasta

con lo spicchio a mezz’aria.

Non ricordo il tuo sapore

ripetevo

come una cantilena al moribondo

a trattenere

il passaggio ad altro assunto.

Poi per una lenta

frustrazione che

ti sopravvive

ho leccato la mia mano

ho chiuso gli occhi

e mi sono ripresa

il mio dolore.

E mi fermo

con le mani sul tavolo piegate

le unghie a grattar la tovaglia

il frutto a metà

deformato sull’unghia

per accanimento

per sfida contro natura

ti infilzo dolcemente

per un ultimo accordo

di aspro colore.

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Oggi sono andata al funerale di un vecchio amico. Di uno di quegli amici che non frequenti più da troppo tempo perché le strade si sono divise in maniera casuale, come quando la vita ti porta altrove, e poi in un angolo di strada ritrovi volti antichi e ti sbracci nei saluti. Lui era uno di questi. Era un mio coetaneo, un ragazzo, se noi cinquantenni possiamo ancora permetterci il lusso di considerarci tali, era un burlone, uno di quelli sempre con la battuta affilata tra i denti, senza acrimonia, giusto per il gusto di dire la cosa giusta nel momento sbagliato. Era una persona, che aveva ancora bisogno di qualche anno per fare cose inutili, per tormentarsi nei progetti vani, per innamorarsi delle persone sbagliate. Era un musicista, che aveva riscoperto la sua passione dopo anni di fashion-style nei negozi del centro, e aveva capito che dieci anni di conservatorio possono ancora regalarti la felicità. Era un briccone, con le donne e con gli uomini, sempre troppo charmant per sfiorare il suolo. Era malato, di quelle malattie che quando ti prendono poi ti ci arrendi e continui a fare la vita di sempre per sfrontata incoscienza. Era l’amico dell’adolescenza, dai quindici ai venticinque anni, quelli più importanti, quelli che ti sembrano sempre più pieni, con più ricordi, con più frenesia, quelli del tempo che non ti basta mai. Era l’amico che a diciassette anni ti porta a casa una femmina di criceto incinta, senza confessarlo, e ti fa riempire la casa di topi domestici. Per la gioia di mia madre! E poi ha anche il coraggio di venire a trovare la puerpera per vedere come stanno i cuccioli.

Quando sono stata informata della sua morte, all’inizio ho sentito la consueta tristezza che si prova per una persona conosciuta ma smarrita dal tuo presente, poi con il passare delle ore, ho cominciato a ricordare e ogni ricordo aveva la sua presenza. Ho ricordato foto senza vederle, cene, giornate sulla spiaggia, discussioni, rassicurazioni, musica… tanta musica e balli e sigarette proibite e ancora fazzoletti prestati per delusioni amorose, quelle dei ragazzini, quando ti sembra di morire. Ho rivisto lui e quello che eravamo.  In chiesa eravamo in tanti, viviamo in una piccola città, che a quell’epoca era ancora più piccola, e siamo cresciuti tutti insieme, ho rivisto persone di cui avevo anche dimenticato l’esistenza, tutti un po’ smarriti e consapevoli di essere diversi, ma in quel momento, in quel luogo, eravamo quelli di sempre anche se un po’ imbolsiti, stanchi, spesso delusi, con tracce evidenti di rughe e calvizie, ma vivi. Nonostante tutto. Alla fine della cerimonia, fuori, eravamo un po’ più allegri, con gli occhi lucidi ma allegri, felici di aver condiviso insieme quel periodo che oggi, e soltanto oggi, riusciamo a capire quanto sia stato delirante. E i ti ricordi: “e quando a Capodanno mi ha sfondato con un razzo il tettuccio della Renault di mio padre?” “E quando è rimasto chiuso fuori di casa e siamo andati a dormire al mare e poi, la mattina, ci ha svegliato la signora con i bambini e il bagnino che ci voleva menà” “e quando faceva la gobba con l’occhio storto come Marty Feldman?” e quando…

Ecco, allora penso che forse non vai mai via veramente, se gli altri, quelli che aspettano, ridono, piangendo al tuo funerale.

In chiesa un ragazzo suonava il Sax intonando questo:

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La vita agra

Ci sono delle morti che svelano arrese, sono sospensioni di pensiero oppure pesantezza dell’essere, valutati in egual misura, sono rese incondizionate alla propria capacità di presenza, alla valutazione che ognuno ha di se stesso. E’ questa la morte di cui voglio parlare. Quella di un uomo di circa novant’anni ormai avvezzo alle altrui meschinità e troppo corazzato per un misero millennio. La morte di colui che si arrende al mondo circostante vissuto estraneo e non condiviso: di colui che intuisce che mai niente che possa mai accadere sarà così importante dal costringerlo a restare. Fermo. In una tetra terra disfatta del pensiero e della muta accettazione del restare, che fa comodo a molti, a tutti quelli che si concedono il lusso di argomentare. Qual è il senso di uccidersi a novant’anni, quando sai benissimo che ti resteranno ancora pochi anni da vivere? Qual è il senso di ferire il tuo corpo con un salto in discesa sull’asfalto e immaginarlo smembrato e ferito e offeso da tanta brutalità? Quanto puoi arrivare a detestare te stesso per arrivare a tanto? O quanto puoi amare te stesso per arrivare a tanto!

Sono due giorni che ci penso, non riesco a togliermelo dalla testa, oggi ne parlavo con una mia amica al telefono e con mia madre per sentire il parere di una donna di settantuno anni che ha accudito una madre del 1921. Perché ci si arrende?

“Perché non si ha più nessuno con cui parlare. Perché non c’è più qualcuno cui dire “ti ricordi…?” e questa è la ferita più grande: non avere più nessuno che condivida il tuo passato e le scelte che hai fatto e gli errori e le battaglie e le rese e le sconfitte e le risate. Non hai più memoria. I morti accanto a te trascinano anche te stesso e diventi solo un’enciclopedia che nessuno ha più il tempo di leggere e chiudi, sempre di più, e chiudi, chiudi, fino a quando smetti di parlare. I tuoi amici sono tutti morti, questo mi ripeteva tua nonna, e tu resti l’ultimo fardello di una vita raccontata. E ti guardi attorno. E quello che vedi non lo capisci. Specialmente se sei stata in montagna vestita da uomo con il fucile al braccio. Sei un’esule di te stessa. Sei fuori tempo massimo.”

“Ma perché se sei un uomo colto, non riesci a stare tranquillo a leggere davanti ad un camino fino alla fine, perché non riesci a fare come la Montalcini, a essere te stesso fino alla fine?”

“Perché ti perdi. Ti svegli tutte le mattine e quello che vedi non ti piace e odi il telegiornale e odi le solite scadenti battaglie del finto idealismo e odi non poter arrivare più all’essenza dell’uomo: hai smesso di capirlo, hai smesso di interrogarti e adesso ti sembra banale e, per assurdo, troppo simile a te stesso. Uomini che hanno vissuto accanto a Truffaut e Rossellini come pensi che possano accettare questa bieca sopravvivenza dell’ideologia comune?”

Mia madre è di parte. Mia madre è di sinistra. Quella sinistra ignorante fatta di vita vissuta. Quella sinistra sana. Quella sinistra che guarda il telegiornale e ride perché le sembra di vedere Zelig. Mia madre non è colta, si è laureata sulla strada, come i nostri nonni, come tutti quelli che sono piombati nel 1942 in una terra sconvolta dalla guerra. Mia madre è una che si è fatta una gonna con la tendina del bagno, come Rossella O’Hara di “Via Col Vento”, e ogni volta che rivede la scena, ride come una matta.

E per non divagare troppo e tornare all’argomento iniziale, io non riesco a capire il suicidio di Carlo Lizzani, così come non capisco quello di Monicelli, ma mi fido di mia madre quando dice che è logico e che si tratta di una scelta degna di tutto rispetto e che un uomo può decidere in tutta autonomia quando interrompere il corso della propria vita e può farlo per amore, come Pavese, o può farlo per stanchezza, come molti altri, ma in ogni caso parliamo di poesia. E non mi resta altro che sospendere il pensiero e aspettare per vedere cosa ne sarà di noi.

“Lizzani aveva commentato la scelta di morire di Monicelli tre anni fa:

Monicelli era un super laico, uno che voleva gestire la sua vita fino in fondo, un gesto da lucidità giovane…”

E mi viene da dedicargli queste righe tratte dall’ultimo libro di Erri De Luca “Storia di Irene”:

“Nel mio nuoto di superficie non mi immergo, resto fuori a metà. Il mare è una soglia e non la passo.

Ho la curiosità di sapere cos’è per un delfino la superficie: somiglia a quello che è il cielo per noi?

No, dice Irene, il cielo per noi è leggero, il posto da raggiungere quando non avremo più il corpo.

Per un delfino l’aria è il contrario, dove pesa di più e la sua corsa è frenata.

Salta fuori dall’acqua per misurare il peso che non ha in mare.

Mi viene un sorriso al pensiero che invece credevo a un desiderio di leggerezza nel salto di un delfino.

E’ come sull’altalena, dice Irene, quando va veloce. Arrivi al punto in alto dove la spinta smette.

Così è il tuffo in aria del delfino.

In cima al volo fa il pieno nei polmoni per avere più peso.

Anche Irene riesce a spingere il suo corpo fuori dell’acqua, ma non ha la spinta della loro coda.

Può fare brevi salti in lungo sulla superficie, ma non in alto.”

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