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Archive for novembre 2013

 Picasso1_m

 

Qual è il senso di mostrarsi al meglio rispetto quello che siamo? E parlo di estetica, naturalmente, perché il cervello o l’hai o non l’hai e purtroppo non si acquista in profumeria insieme al lucidalabbra:

“Buongiorno, desidera? Come posso aiutarla?”

“Sì, ecco, avrei bisogno di un lucido su un tono aranciato, ma non troppo vivace, per carità. E poi una confezione monodose di consapevolezza.”

“Benissimo, e come la preferisce la consapevolezza di livello più prettamente individuale o piuttosto come coscienza sociale?”. Embè, no, proprio non regge. Allora è meglio rimanere con i piedi per terra e agire solo dove è possibile intervenire.

Per le donne mostrarsi più belle è quasi un dogma che vive di luce propria e s’illumina a fasi alterne: ci sono quei periodi che ti guardi abbrutire e ti compiaci di tanta riuscita metamorfosi da donna a scimmia, e ci sono quei periodi che ti lisci e ti lucidi neanche fossi un pezzo d’argenteria. Poi ci sono anche quelle che, tra una lucidata e l’altra, si gonfiano e si stirano, ma quella è un’altra storia.

C’era una volta una donna: intelligente, consapevole e di bell’aspetto che si chiamava Virginia. Virginia non stava più nella pelle. Dopo tredici anni aveva l’occasione di rivedere Mauro, il suo Mauro, quello che l’aveva smollata per una che da scimmia si era trasformata in gazzella, tanto che la volevano al circo per farle fare La Cavalcata delle Valchirie a quattro zampe, che poi non se n’è fatto più niente perché non riusciva a capire il giro antiorario della pista circense.

Ma Virginia finalmente aveva l’occasione di sfoderare il suo intelletto con una conversazione efficace, priva dei rancori e delle asprezze dell’ultima volta. “Ah, vedrai, sarò dolce e gentile, eviterò accuratamente di parlare di noi, di quel periodo, e lo farò morire. Ah, vedrai, ci resterà come un salame.” Si ripeteva come un mantra mentre abusava della sua ormai frettolosa quotidianità. Sì, perché mancava ancora troppo tempo, tre settimane, al loro incontro e il tempo a tratti sembrava non passare mai oppure si snocciolava alla velocità della luce, come una calza smagliata prima di un appuntamento importante. E tutto questo tempo le stava dando l’opportunità di darsi un’occhiatina un po’ più realistica.

Iniziò dal corpo:

“Beh, certo, se invece di fare l’impiegata avessi fatto i 400 stile libero alle Olimpiadi di Londra forse starei un filino meglio. Oh, ma niente di che eh, Oddio, certo quei tre chiletti in più introdotti in forma liquida quest’estate, sottoforma di aperitivi, e solidificati poi inspiegabilmente nel lato esterno della coscia, beh, quelli dovrei cercare di eliminarli. Potrei lasciarmi morire di fame. Ma poi quando lo vedo invece di abbracciarlo rischio di azzannarlo. Vabbè però la donna un po’ formosa ha sempre il suo fascino. Potrei indossare un burqa, così risolvo pure il problema delle rughe e dirgli che mi sono convertita alla religione islamica per un amore perduto che tanto mi ha fatto soffrire… sì, ma dopo come faccio a mangiare a cena? Che faccio, lui mangia ed io lo guardo. Così poi mi vengono pure i nervi e rischio di spaccargli una bottiglia in testa. Non applicabile.”

Poi passò al viso:

“Eh beh, sul viso la gazzellona mi fa un baffo. Sono sempre stata di bella faccia, come diceva mia nonna… uhm… solo che lui si ricorda la faccia di tredici anni fa e tredici anni, Sant’Iddio, sgorbierebbero pure Catherine Deneuve. E poi questi stramaledetti specchi, da zoom pelo incarnito, che ti scovano il solco prima ancora che trovi il posto dove posarsi, che il diavolo se lo porti a quello che li ha inventati. Cavolo, ho la faccia che sembra un’autostrada, ci sta pure il casello col telepass. Ma com’è possibile che adesso il mio ovale sia diventato lungo, quando ho sempre avuto la faccia tonda, tanto che mio fratello mi chiamava “luna piena” per farmi incazzare? La forza di gravità, eh sì, per forza, quella è la forza di gravità che mi tira in basso. Eh vabbè, del resto è un fenomeno naturale, che posso farci io, mica posso andare all’appuntamento camminando sottosopra, che poi così non mi posso mettere neanche la gonna.”

E fu così che Virginia cominciò a sentirsi minare nelle proprie certezze e pian piano, con il passare dei giorni, cominciò anche a dubitare della sua fantomatica intelligenza. Ogni giorno che passava, sentiva un pezzo di se stessa staccarsi dal suo immaginario, fino a quando arrivò il giorno tanto atteso, e Virginia, ormai deformata dell’idea di sé, decise di fargli recapitare un biglietto al ristorante.

“Mio caro Mauro,

l’idea di incontrarti e di vederti imbolsito e pieno di rughe, perché dopo tredici anni di sicuro sarai così, non mi dà pace. Ho deciso di ricordarti com’eri e non volermene se ti lascio in balìa della gazzellona di vent’anni più giovane di te, che ogni volta che ti vede reprime un conato di vomito. Io con l’età sono diventata troppo debole di stomaco e certe apparizioni rischiano di farmi aumentare la gastrite. Preferisco uccidermi di Nutella piuttosto che di tristezza.

Per sempre tua, ma soprattutto mia.”

E Virginia scoprì che i tre chili in più, che segnava la bilancia, erano tutti dentro la sua testa.

 

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Elliott-ERWITT

Per tutti quelli che hanno un padre da accompagnare e un figlio da riportare:

“Mio padre non diceva una parola. Dalla tasca della giacca aveva preso un cappello floscio e quello era il suo unico riparo, le lunghe ciocche di capelli sgocciolavano rivoletti d’acqua giù per il dorso della camicia. Vedevo le scapole aguzze che premevano contro la stoffa fradicia, sporgendo in fuori come se da un momento all’altro potessero allungarsi ed estendersi, coprirsi di piume trasformandosi in ali pronte a trasportarlo in volo sopra la strada, lontano. Queste le mie fantasie mentre camminavo dietro di lui. Tutto in lui aveva acquistato un sapore quasi mitico per me, la sua lunga figura china in avanti, l’ampia fronte, gli occhi che vibravano per allontanare la pioggia incessante e sempre fissi avanti. Adesso gli volevo bene in un modo diverso, e come testimonianza o prova reggevo sulle spalle il peso sempre più greve dei dipinti ravvolti nella giacca satura d’acqua. Ogni volta che mio padre si fermava perché lo raggiungessi, era un momento di tale soddisfazione e felicità – un attimo gonfio d’amore e di orgoglio per averlo accompagnato, perché lui mi aveva tenuto con sé, perché avevo scoperto l’altro suo aspetto e adesso lo aiutavo a portare a casa i dipinti più fantastici che mai avesse eseguito – che avrei voluto mettermi a ridere, là sul ciglio della strada. Mi mise una mano sulle spalle per assestare le cinghie della sacca.

“Vuoi riposare?” chiese.

“Non ne ho bisogno.”

“Arriviamo dietro la prossima altura, d’accordo?”

“D’accordo.”

E di nuovo in cammino, nella pioggia che non smetteva, lungo la strada che si snodava giù attraverso un paesino chiuso nel silenzio, mio padre che procedeva qualche metro davanti a me, incapace di abbreviare il passo o distogliere lo sguardo dall’orizzonte. A metà pomeriggio sembrava che fosse andato a nuotare in cielo. Le buche nella strada irregolare erano diventate pozzanghere grigie in cui le auto passavano sollevando spruzzi nella loro corsa lontano dalla pioggia. Ci fermammo a mangiare sotto lo sgocciolio di un grande castagno verde. Cracker e pane erano mollicci. Il tronco dell’albero aveva un intenso odore dolce di autunno e noi ci sedemmo contro la base guardando le tracce scure che il nostro passaggio aveva lasciato nell’erba argentata. Era una cosa che rammentavo, anni dopo, quando tornai a cercare quello stesso albero. Quei brevi segni dei nostri passi affiancati, dal ciglio della strada a sotto il castagno, il luogo dove tutto fu momentaneamente perfetto, dove ce ne stemmo sotto il leggero picchiettio contro il fogliame, padre e figlio, e mangiammo in silenzio, dove mio padre abbassò la faccia macchiata di colore nelle mani a coppa per eliminare la pioggia prima di sollevare gli occhi liberati verso di me e dire: “Mi sei di grande aiuto, Nicholas. Sono contento che tu sia venuto”.

Tutto qui, quel momento alla fine della traccia nell’erba e sotto i rami sgocciolanti del castagno. Se avessimo potuto essere trasportati su in alto, fusi in una nube, sarei stato felice in eterno. Se avessimo potuto stenderci là o rintanarci come animali nel dolce odore bruno dell’albero, celati al mondo da veli di pioggia e dai profumi dell’autunno, tutto sarebbe rimasto così com’era in quell’attimo. Ci sarebbe stata pace.”

(Niall Williams- Quattro lettere d’amore)

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Oggi mordevo

un labbro

per l’attesa

era il mio di

labbro

quello inferiore

quello più indifeso.

Ho cominciato

lento il rosicchiare lento

e più l’attesa

si faceva attesa

e più penetravo la carne

con gli incisivi larghi e prepotenti.

A volte mi aiutavo

con un dito

cercando di spingere

l’offerta al sacrificio

altre giocavo

d’improvvisazione

di finta distrazione

per colpire netto e non lasciar la presa.

Era un gioco del corpo

per non sfoggiar tempesta.

Era un gioco di testa

per non mostrar la resa.

 

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E rido. Da qualche giorno rido. Senza un motivo preciso. Non c’è in quest’accadimento un momento esatto da ricordare, non esiste il momento zero. E’ andata così. In un certo giorno di un’ora precisa ho cominciato a ridere. Ma non una risata sguaiata, piuttosto un sorriso, ma incontrollato, che mi stira le labbra e m’illumina gli occhi e mi rende socievole e pronta a chiacchierare con chiunque mi capiti a tiro. Oggi, ad esempio, ho disquisito mezz’ora con la cassiera del supermercato sui suoi orecchini, le ho detto che erano bellissimi e sottolineo che io non porto orecchini da almeno vent’anni e, di conseguenza, non ne capisco proprio niente. Ma ero così convinta e convincente e libera da ogni infrastruttura che lei mi ha raccontato tutta la storia: dal regalo del suo fidanzato fino all’abbandono finito in malo modo perché non voleva restituirli. Insomma c’è un mondo che mi gira intorno solo perché sorrido. E i miei risvegli intorpiditi che poi allacciano un pensiero e stirano un sorriso e la voglia di uscire presto la mattina e camminare sul mare e dire “Buongiorno” a tutti quelli che incontro. Sembro Forrest Gump in gonnella: un’idiota che circola senza museruola. Ma non me ne frega niente, mi godo questo benessere: da idraulico liquido ad ammorbidente alla violetta. E vuoi mettere. E quando mi ricapita.

Ci tengo a sottolineare che rido e che non “me la rido” che è tutt’altra faccenda, anche se ne avrei di validi motivi, ma tutto mi sembra sopra le righe, anche i piccoli litigi per aspettative mancate, anche i presunti tradimenti, mi sembrano sciocchezze: quelle fedeltà di pensiero che ti vengono imposte in memoria di una confidenza, di una sofferenza, che non ti appartiene e che condividi per affetto, ma che non può assolutamente privarti della libertà di essere.

Sorrido per un amore che dovrà arrivare, per gli amici che dovrò conoscere, per le vacanze che potrò fare, per la vita che, spero, mi lasci altro tempo da vivere. Sorrido perché un messaggio mi sembra bello, anche se non dice niente, perché qualcuno mi ha pensato in quel preciso istante, in quel momento, quando non sono altro che una formica sulla crosta terrestre e non valgo niente, pronta a essere schiacciata per un meteorite o una malattia.

Stamattina sono andata a comprare un regalo a una mia amica e collega che rientrerà lunedì dopo una di quelle orrende malattie che colpiscono le donne. E’ stata assente due mesi: due mesi di sofferenza pura, di quella vera, di quella che non sai mai se ci sarà una fine. Sono andata a comprare dei fiori che ho composto insieme alla tipa del negozio “Qualcosa di allegro di rosa, di colorato, qualcosa che le dia i colori, qualcosa che riesca a mantenersi fino il lunedì, qualcosa che le faccia venire voglia di sorridere” ripetevo come un’ossessa. Poi sono andata a comprare un rossetto di Chanel: non si può tornare da un’esperienza simile senza indossare un rossetto di Chanel, è insito nelle priorità femminili sentirsi seducenti.

E mentre fai di questi acquisti, ti chiedi quando è stata l’ultima volta che ti sei sentita seducente e che ti sei regalata dei fiori. Te lo chiedi mentre cammini con il pacchetto della profumeria in una mano e la composizione di fiori dall’altra. E vedi che nei semafori, quando attraversi sulle strisce pedonali, le donne, sedute in macchina accanto ai loro uomini, osservano i tuoi fiori. Con occhi tristi. E allora penso agli uomini che non regalano più fiori. E penso che il ruolo dell’uomo sia ridimensionato anche per queste mancanze, per queste assenze, per queste distrazioni. Ho visto uomini dare soldi il giorno del compleanno della moglie giustificandosi per non avere tempo e idee per comprare un regalo “E poi, non sai mai quello che le piace”. E che poi le mogli utilizzavano per comprare la scarpiera. Ma ho visto anche mogli dire: “Sì è carino ma avrei preferito una borsa, non si può cambiare?” E allora mi rendo conto di essere fuori dalla giostra. E allora torno indietro e mi compro un cestino di fiori, così, giusto per ricordarmi che mi voglio bene. E lo faccio sorridendo perché dentro ho il cuore che mi scoppia.

 vincent van gogh

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Questa mattina mi sono svegliata con il buzzo buono e finalmente ho messo mano a quella che dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, diventare la mia tana per i prossimi dieci anni (il mio tempo, stimato, minimo di vita!). Anche la precedente lo era, ma poi le intemperanze ormonali di uno dei conviventi, ha reso l’equilibrio precario, fino a farlo, il convivente, precipitare dalle scale. Anche se di scale non ce n’erano. Anche se le avrei volute, per l’occasione. A volte ti rendi conto che delle cose sono proprio necessarie nella vita: le scale, appunto, ad averle, avrei potuto creare un sindacato per donne abbandonate sulle scale, oppure una maestranza per rivendicare il diritto all’uso delle scale per farci rotolare qualcuno, magari con un calcio nel sedere. Vabbè, niente, le scale non c’erano: dopo vatti a fidà degli architetti che tanto sponsorizzano le casette col giardino!

Comunque mi sveglio con il buzzo buono, dicevo, e organizzo quella che per gli uomini rappresenta il “dies horribilis” della domenica consacrata: quando la vostra donna decide di fare pulizia nella vostra vita o decide di fare ordine nei vostri cassetti o in quello che per voi rappresenta l’ordine perfetto. Quando una donna decide di fare ordine, tutto diventa precario, anche il vostro pranzo, e le nuvole fermano la corsa e il vento cede e l’aria si sofferma a osservare. Ecco. Ma siccome io vivo sola, di tutte queste menate atmosferiche non gliene frega proprio niente a nessuno. Quindi mi appresto, con la singletudine che mi sovrasta e un caffè doppio che mi corazza, a smontare la casa: parto dalle tende, anzi dai bastoni che devo ancorare con il trapano, poi smonto i divani e li vesto con l’abito invernale (dismetto il bianco di cotone e passo al blu di velluto), tiro fuori i tappeti, stiro, lavo e poi ristiro e poi rilavo, per un tempo che sembra mai finire uso solo le mani, stacco il cervello e faccio, faccio di continuo, senza sosta, senza pranzo. Fumo, a tratti bevo, un sorso di coca cola dalla bottiglia, e vado avanti cosi, dalle 8,30 del mattino fino al pomeriggio inoltrato. Mi sfianco. Che bello. La musica che mi accompagna è la mia preferita, sono i Nirvana “Nevermind” e con questo trovo un’armonia tra una lei di prima e una lei di oggi, che sono sempre io, ma sembro un’altra.

Canto a squarciagola mentre salgo e scendo dalla scala, fa caldo, ed io preparo la legna per il camino e vesto la mia casa per il freddo. E sono felice. Di non fare altro che questo. E mentre muovo le mani, penso, e tutto quello che penso, se pioverà, e se le mie tende asciugheranno in tempo, e non c’è tempo per gli amori, e non c’è tempo per i rancori: io sono semplicemente immersa nella mia sindrome da casalinga, che mi concedo a tratti, quando la vita mi sta stretta.

E chiudo a un orario improbabile e mi guardo attorno e non credo ai miei occhi: tutto quello che ho comprato e che ho appiccicato alle pareti è distante anni luce dalla mia vita precedente. Dalla mia casa precedente, studiata a tavolino, tutta listelli di Teak e acciaio, senza un quadro alle pareti, tutto bianco, immacolato, con un enorme divano nero di pelle che osserva sfrontato un tavolo lunghissimo completamamente bianco. E un tono di arancio e una scala in pietra e acciaio e finestre scavate nella pietra. Una casa che ho costruito passo passo, facendo dannare l’architetto:

“Voglio una finestra sul lavandino della cucina”

 “Non è possibile, non c’è spazio a sufficienza”

“Non me ne frega niente, voglio una finestra sul lavandino della cucina”…

e capisco adesso che della finestra sul lavandino non me ne frega un cazzo. Indossavo un vestito e mi stava pure stretto.

 E mi guardo attorno e non riesco più a capire se ero io quella dalla casa d’acciaio, come questa.

 breton

Oppure sono quella della casa della nonna o come dice mio fratello “La casa di chi ha battuto la testa” come questa. E forse l’ho battuta veramente la testa. Ma non importa.

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(questo lo dovete ammettere, è il top del Kitsch!)

Piena di accozzaglia, di mille cose senza senso, cose che a volte si guardano di sfuggita e si ringhiano tra loro, ma ogni oggetto ha una sua storia, di ogni oggetto potrei raccontare una storia, piano, sommessamente, mentre arde il fuoco.

E dopo questa lunga giornata ho capito solo una cosa: che ho voglia di fiori, di tenerezza, di memoria e di kitsch… per una volta…

Ho letto un libro tanto tempo fa, che adesso ha le pagine ingiallite,  “L’amante” di Marguerite Duras, e poi ho visto il film, anch’esso splendido, e in questa storia c’era un momento familiare di comunione che sembrava ripulire dalle brutture del presente e penso che in questo momento mi rappresenti:

“Mia Madre, tutt’a un tratto, verso la fine del pomeriggio, soprattutto nella stagione asciutta, decide di far lavare la casa da cima a fondo, per ripulirla dice, disinfettarla, rinfrescarla. La casa è costruita su un terrapieno che la isola dal giardino, dai serpenti, dagli scorpioni, dalle formiche rosse, dalle inondazioni del Mekong, da quelle che seguono ai tifoni nella stagione monsonica. Questo permette di lavarla con grandi secchiate d’acqua, di innaffiarla come un giardino. Le sedie sono capovolte sui tavoli, l’acqua gronda ai piedi del pianoforte del salottino, scende dalle scalinate esterne, invade il portico davanti alla cucina. I piccoli boys sono felici, ci spruzziamo d’acqua insieme a loro e poi insaponiamo il pavimento con il sapone di Marsiglia. Siamo tutti a piedi nudi, anche mia madre. La madre ride, non protesta. Tutta la casa profuma dell’odore delizioso di terra bagnata dal temporale, un odore che fa impazzire di gioia, soprattutto quando è mischiato all’altro, quello del sapone di Marsiglia, odore puro, onesto, l’odore della biancheria pulita di nostra madre, l’immenso candore di nostra madre. L’acqua scorre fino nei vialetti. Arrivano i parenti dei boys , i visitatori, i bambini bianchi delle case vicine. La madre è felice di quel disordine, può essere molto, molto felice se riesce a dimenticare, lavare la casa può renderla felice. Va in salotto, si siede al piano, suona le uniche arie che conosce a memoria, quelle imparate a scuola. Canta. A volte scherza, ride. Si alza e balla continuando a cantare. E tutti pensano, come lei, che si può esser felici in quella casa che sembra trasformarsi all’improvviso in uno stagno, in un campo in riva al fiume, in un guado, in una spiaggia.

I due più piccoli, la bimbetta e il fratellino, sono i primi a ricordarsi. Ad un tratto smettono di ridere e vanno in giardino, dove cala la sera.”

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