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Archive for dicembre 2013

Erano in silenzio, immobili da alcuni minuti, anche il piede di lei aveva smesso di rimbalzare sul pavimento. Sembrava calma, devastata. Lui chiese:

– Qual è il dolore più forte? – e lei tacque a lungo, gli occhi umidi, poi vide nella sua mente queste parole:

 – Sono completamente sola, non posso farne a meno – e immaginò di averle pronunciate.

– Puoi vedermi? – chiese lui.

– No, non posso, ma posso ascoltarti – e un angolo delizioso delle labbra si spinse audace un po’ più su.

– Non posso avvicinarmi, non so toccarti – disse lui – e voglio guardarti.

– No, non sempre, non nei miei occhi, se tu vedessi morirei. Il tuo sguardo.

Lui le parlò ancora, e senza domande finalmente.

– Non possiamo più restare. Lo sappiamo bene, siamo andati troppo vicini a dove non possiamo arrivare. Ora è il timore che prende il posto della gioia. Ciò che ti tenta va distrutto, o potrebbe distruggerti. Ti vedo, stai soffrendo e io non posso oppormi a questa sofferenza. Posso solo lasciare che si avvolga anche su di me.

Lei alzò lo sguardo verso di lui, incontrò i suoi occhi. Disse:

– Deve rimanere qualcosa. Questo momento, il ricordo di un’emozione, o la speranza folle che tutto possa ricominciare in un altro momento, in un altro luogo, dal punto in cui è stato interrotto (i suoi occhi – chiari pieni di luce e disperazione – erano fissi davanti a lei).

Silenzio tra loro, e silenzio tutt’intorno, quel silenzio della notte tardi che fa bene ascoltare.

Erano quasi di spalle l’uno all’altra, avevano avvertito in qualche momento precedente da quale distanza potevano essere separati. Ora si sentivano scivolare via. Lei non sapeva esattamente perché, ma non aveva nessun rimpianto di non aver provato la vicinanza con lui. Lui per questo si struggeva, senza sapere esattamente perché, visto che sapeva allontanarsi bene quanto lei; eppure non poteva porgere una mano e tentare di afferrarla prima che lo spazio tra loro fosse troppo. Non poteva farlo perché se la sua mano fosse rimasta lì a mezz’aria senza essere stretta da quella di lei avrebbe sentito una specie di mutilazione, l’avrebbe vista cadere a terra e spaccarsi in mille pezzi inutili. Lei disse ancora:

– Ora non posso più non sapere

– Ora non posso più non sentire – disse lentamente lui.

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Non si dovrebbe mai abitare il luogo della certezza: quell’anfratto silenzioso che scopre al buio fragorosi ingressi, di quelli prepotenti, che ti lasciano tramortita per il resto dei giorni a venire. E puoi stare anche tutto il tempo ad abbellire l’ingresso, per rendere meno violento l’impatto, puoi dipingere le pareti di vita vissuta, per ricordarti che quella persona in qualche modo, in qualche luogo, ti è appartenuta, ma alla fine, alla fine dell’irruzione, ti senti solo depredata del diritto di essere stata.

In quel luogo c’erano circa quattrocento persone, sono tante quattrocento persone per due che si cercano e una che osserva, si crea un flusso di energia che in qualche maniera, in maniera inspiegabile, spinge tutti e tre a gravitare nello spazio circoscritto di pochi metri, a volte di centimetri. Ci si sfiora per odio o per amore, a volte per tenerezza, ci si osserva di sbieco, si avverte lo sguardo sulla nuca, la pelle s’increspa e le risate sono troppo fragorose e fingere di stare bene diventa una necessità.

Noi eravamo lì tutti e tre: io, lui e l’altra. Anzi, per meglio dire forse l’altra a questo punto sono io. Mi sono trasformata nel corso degli anni, come quelle mogli del secolo scorso quando non c’era tutta questa frenesia del vivere, quelle di cui non sei più innamorato, ma non puoi farne a meno, perché rappresentano l’unica persona di cui ti fidi e l’unica cui affideresti in tuo patrimonio dormendo sonni tranquilli e questo, lo sappiamo tutti, per un uomo è il massimo della fiducia.

Noi eravamo lì tutti e tre. Io e lui eravamo al centro del vortice a fingere di ignorarci, anche quando le nostre spalle si adagiavano le une alle altre, come per un antico conforto. E’ difficile dismettere la tenerezza verso un corpo che conosci quanto il tuo, è difficile non pensare che sia tempo di tornare a casa e abbandonare l’inquietudine che ti spinge a cercare ogni giorno, in ogni ora del giorno, quel passato languore. Si cambia per stare meglio o forse per averlo dimenticato e poi passi tutto il tempo a rimpiangere un tepore che non era più passione ma forse comunione. L’amore, ci hanno detto, è furia degli eventi, è trasporto, necessità, e giammai quiete e calore, e giammai fiducia e tenerezza, e giammai allegria di parole.  L’amore nuovo è il bisogno di credere che tu possa fremere di nuovo anche se forse non ne hai bisogno. E neppure ce la fai.

Noi eravamo lì tutti e tre. Oggi ci avvolge un silenzio spettrale, sappiamo di aver rischiato ad abitare i luoghi della certezza, a sentirci tanto sicuri dei nostri giorni, trascorsi a dare un nuovo significato a un antico sentore. Non bisognerebbe mai scontrarsi con quel che è stato, si dovrebbe invece circoscrivere la vita in una cornice vuota e ogni tanto specchiarsi attraverso il vetro e osservare cosa siamo diventati. Non si dovrebbe mai usurpare uno spazio senza sapere come riempirlo.

Ma questa poesia di Julio Cortázar voglio dedicarla a chi non ha certezze e abita in un anfratto buio ma inaspettatamente ospitale:

Ti amo per ciglia, per capello, t’impugno in candidi
androni dove non s’avventurano i giochi della luce,
questiono ogni tuo nome, ti strappo con premura di cicatrice,
ti immergo nei capelli ceneri di lampo
e nastri addormentati dalla pioggia.
Non voglio che tu abbia una forma, che tu sia
scrupolosamente ciò che arriva dopo la tua mano,
perché l’acqua, considera l’acqua, e i leoni
si sciolgono nello zucchero della fiaba
e i gesti, quella architettura del nulla,
accendono le loro lampade a metà di ogni incontro.
Il mattino è la lavagna nella quale t’invento e ti disegno,
pronto a cancellarti, no, non sei così, nemmeno
sono tuoi quei capelli lisci, quel sorriso.
Cerco la tua cifra, il bordo della coppa dove il vino
è al contempo sia luna che specchio,
cerco quella linea che fa tremare un uomo
in una galleria di museo.
E poi ti amo, e fa tempo e freddo.

( J. Cortázar – Trad. M.Fernàndez)

Fernandez)

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Si dovrebbe acquisire l’arte del riciclo anche nei sentimenti. Accontentarsi di quello che si sente e non cercare mai, nella maniera più assoluta, di trasformare un pensiero in una realtà. Bisognerebbe restare fermi a osservare gli spostamenti del cuore, gli aggiustamenti dell’anima e imparare a sentire più che a ottenere. Si dovrebbe. Ma nessuno ci riesce. E allora fai di tutto per andare avanti pur sapendo che la strada è interrotta e che troverai un cartello di “lavori in corso” grosso quanto una casa e ti sentirai in trappola perché la strada per tornare indietro non è più percorribile, perché non hai spazio per girare, perché dovrai farla tutta a marcia indietro e a ogni ostacolo dominare quella voglia insana di mettere la prima, accelerare e sfondare la barriera. E sai che tutto questo percorso ti costerà fatica, una fatica che non volevi affrontare, e per un sacco di tempo ti chiederai chi te l’ha fatto fare e per un sacco di volte cercherai di tornare alla tua normalità, a farti piacere cose che ti erano sempre piaciute ma che ora sono diventate vuote.

Si dovrebbe acquisire l’arte di rimanere fermi quando sai che non c’è spazio per agire. Quando non hai più nulla da dire perché quello che ti piacerebbe dire non puoi neppure pensarlo e la comunicazione si interrompe e le parole non bastano più. Ci provi, nonostante tutto ci provi, a raccontare di giornate vuote fatte di niente ma nulla è più importante: il percorso è tracciato, la cristallizzazione è avvenuta e la conclusione è dietro l’angolo. Sai che non potrai più indossare quel vestito: come quando perdi un gemello della tua camicia preferita e sai che non ne troverai mai uno uguale all’altro e lo osservi con tenerezza perché all’improvviso è diventato un oggetto inutile e puoi solo sperare che qualcuno abbia raccolto l’altro e conservato e che un giorno magicamente lo riporti al suo compagno.

Si dovrebbe acquisire l’arte di sognare.

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