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Archive for febbraio 2014

donna sentiero

Mia nipote G. ha quindici anni e custodisce un’anima inquieta sorretta a malapena da una bellezza invadente, di quelle bellezze che ti capitano all’improvviso nella vita e rischiano di dominarla.  Lei non lo sa, non ancora almeno, ma già comincia a capire di avere una bomba tra le mani, pronta a esplodere.

S’intuisce da come si rapporta al mondo esterno con le sue scarpe da tennis e i suoi jeans sdruciti, rinnegando tacchi e minigonne e sapendo di avere un potenziale nel disegno del suo viso e nell’incarnato della sua pelle. Mia nipote G. è di quelle donne che, con un minimo di cultura, possono spaccare il mondo. Ma lei non lo sa. Lei continua a non saperlo e pensa che il suo obiettivo nella vita sia di sopravvivere a se stessa. Come tutti i ragazzi della sua età. Per questo le scrivo una lettera, per dirle cose che i suoi orecchi non vorranno mai ascoltare:

“Vedi, piccola mia, non è detto che sarai sempre felice, nonostante la mitezza che nascondi come una mancanza e la bellezza che invece non riesci a mascherare. No, non sarà una passeggiata, fino a quando continueranno a chiederti il sacrificio del tuo sesso, dell’essere donna, che significa, in ogni caso e in assoluto, di mostrarti sempre più dura della tua natura, di essere sempre diversa da come ti senti. E’ una guerra aperta la tua. Dove gli eserciti sono sempre ben schierati e il tuo, purtroppo o per fortuna, è sempre quello meno equipaggiato: purtroppo perché dovrai lottare il doppio e per fortuna perché questo ti darà sempre la percezione di ciò che stai affrontando. Non sarà una passeggiata quando affronterai la tua identità non ancora definita, quando cercherai di scoprire chi sei veramente e arriverà il fidanzato di turno che proverà a illuminare il tuo spazio, dicendoti che non sei altro che la proiezione del suo essere, non sarà facile, invece, provare a scoprire la tua d’identità a prescindere da quello che crederai essere l’amore.

Ti capiterà di non riconoscere la strada che stai percorrendo, la crederai migliore di un’altra solo perché la percorri in compagnia, ma in cuor tuo non sarai mai presente, perché un percorso scelto da altri ti regala solo una meta insignificante e sarai costretta a fermarti sul ciglio della strada, tornare indietro e cominciare un nuovo tragitto, ancora più faticoso per le energie sciupate. Ma subentrerà l’istinto. Ah, mia cara ragazza, l’istinto delle donne, che cosa superba e spesso trascurata, un giorno lo incrocerai nella tua strada e ti sembrerà follia, cercherai di evitarlo perché sarà follia, ma resterà sempre lì, nascosto tra le pieghe di te stessa, a farti fare cose cui credevi di non essere capace. Ti farà ricominciare tutto da capo, ogni volta, quando spingerà per imporsi. L’istinto delle donne è come una magia: si auto-produce e ti permette momenti di esaltazione mista alla paura cieca di sbagliare ma di non poterne fare a meno. Seguire l’istinto è come percorrere la scia della stella cometa: ti sembrerà una favola ma alla fine ti condurrà alla verità.

Avrai scelte difficili da fare e proveranno sempre a piegarti in nome dell’amore, dell’amicizia, del gruppo. Cercheranno di trasformarti. Prima ti sceglieranno per la tua unicità e dopo proveranno a cambiarti, a renderti inoffensiva. Lo so che oggi queste parole ti sembreranno fantascienza, in questo momento della tua vita in cui le uniche cose veramente importanti sono il rossetto, i filoni a scuola, le sigarette fumate di nascosto e l’amorino di turno. Ma domani, quando cercherai uno sbocco alle tue paure, comincerai a esplorare confini mai percorsi e cercherai un filo conduttore alla tua esistenza, dei solidi appigli che ti consentiranno una presa mentre tutto frana. Con questa lettera mia piccola creatura, ti regalo due di questi appigli che ogni donna dovrebbe tenere sempre a portata di mano nel percorso faticoso che dovrà intraprendere: le parole e l’eleganza.

Le parole. Ossia la conoscenza, la cultura, l’esplorazione interiore. I libri. Avrai sempre una pistola carica se saprai utilizzare bene le parole. Rappresentano l’unica arma valida per combattere gli stolti e saranno l’unica medicina per placare la tua rabbia. Qualunque sia il tuo lavoro e la vita che condurrai, le parole diventeranno la tua grotta segreta, il posto invalicabile che manterrà intatta la tua corazza, il luogo dove rifugiarti quando fuori, tutto sembrerà estraneo a te stessa. Studiare serve solo a questo: a darti gli strumenti per capire le parole, per costruirle dentro te stessa quando ne sentirai il bisogno, per snocciolarle davanti a un altro quando dovrai difenderti.

L’eleganza. Nei modi e nel pensiero. La tolleranza verso gli altri. Custodire sempre un profilo basso quando ti scontrerai con la diversità, quando non capirai le motivazioni degli altri, ma ti sforzerai di accettarle, anche quando le scelte altrui ti colpiranno a fare male, anche quando avresti voglia di reazioni clamorose. L’eleganza colpisce più di un pugno se dovrai difenderti e accoglie più di un abbraccio se dovrai farti perdonare. Vivere con eleganza significa non lesinare sorrisi e disponibilità, essere sempre pronti a esserci e fare un passo indietro senza recriminare quando ti sarà richiesto, avere il buon gusto di scansare i conflitti puerili che non portano crescita ma solo devastazione del pensiero. L’eleganza del pensiero ti solleverà dalle brutture e ti spingerà ad accettare chi è respinto dalla società, l’eleganza dei modi ti consentirà di sprigionare consapevolezza laddove regna la volgarità del Dio denaro.

So perfettamente che quello che ho scritto ti sembrerà noioso e dirai “che palle zia!” e che ti fermerai a metà, se sono fortunata, ma credo anche che avrei voluto fortemente, ai miei quindici anni, ricevere queste parole. Forse avrei vissuto sbagliando ugualmente, ma di sicuro, avrei avuto un pensiero altrove di parole scritte.

Ti voglio bene, chiunque tu sia e diventerai.”

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Gianni_Berengo_Gardin-650x443

È dentro il silenzio

che ti osservo di sottecchi

quando sfogli il giornale

ed io il mio

senza parole

per un tempo

intero

e poi la tua

mano che lentamente

arriva

scosta i bicchieri

tazze e imprevisti

per riposare calda

nella mia

per questo ti scelsi

e per questo

ti mandai via

quando mi accorsi

che il tuo silenzio

diventò rumore

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mara cerri2

M’è presa

ultimamente

questa sorta

d’indolenza

del non chiarir le cose

questa finta distrazione

un lasciar

correr disonesto

come di un lento

appassimento

vorrei tornare alla

dialettica iniziale

al confronto emozionale

ma poi non so cos’è

mi prende l’apatia

e lascio andare tutto

amori affetti e

rabbia

e mi assale lo

sconforto

di essere fraintesa.

“Sembrava molto stanca e mediamente assente, come se rivolgersi a me fosse per lei un ultimo e aggiunto sforzo notturno che non aveva previsto, e come se ancora fosse impegnata nella conversazione con la sorella e non con me, se mai quella conversazione era esistita. Sempre è la stessa cosa, giorno per giorno e con qualunque persona, costantemente, in ogni scambio di parole correnti o serie, uno po’ credere o non credere quel che gli si racconta, non vi sono altre scelte, troppo poche e troppo semplici, e così uno crede quasi tutto ciò che gli si dice, o se non lo crede tace il più delle volte, perché altrimenti tutto diventa laborioso e si aggroviglia, e procede a inciampi e nulla fluisce. Cosicché ciò che si emette rimane come autentico in linea di principio, il vero come il falso, a meno che quest’ultimo non risulti notorio, notoriamente falso.”

(J. Marías – Il tuo volto domani)

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vermeer

Il vagone è denso di parole. Il mio posto è il 24A, accanto al finestrino, chiedo cortesemente al ragazzino di spostarsi perché il posto è prenotato e rimedio uno sguardo torvo e un farfugliar di epiteti, colpevole di non aver rinunciato alla prenotazione o addirittura al mio viaggio. Mi sistemo a fatica, per nulla agevolato dal ragazzino, sempre lui, che deve rimediare alla figuraccia al cospetto della sua giovane fidanzata e si fa scivolare a mezza bocca un grazioso “Che palle questi vecchi di merda!”. Non replico, non ne ho la forza, ma dentro mi assale una rabbia sorda. Mi costringo a guardare fuori mentre il treno sferraglia a lambire le coste della riviera adriatica: il mare è tranquillo, lento e immobile, il sole ne traccia una scia luminosa; i pescatori, immortalati dalla velocità, se ne stanno come statue di marmo nell’atto di lanciare la canna; i cavalli al trotto, guidati da fantini inesperti, sollevano schiuma di mare. Osservo il mondo fuori come fossi in un acquario e immagino essere lì, a vivere qualcosa che non sto vivendo. Mi serve per sopravvivere. Dentro l’acquario è un inferno. Mi giro verso il corridoio e osservo con fare distratto la giovane mamma che costringe il figlio a giocare con l’iPad pur di farlo tacere, le due procaci ragazzine che sussurrano frasi in codice trattenendo a stento accenni di risa e guardando e digitando ripetutamente inutili frasi sul cellulare, il businessman che, poggiato il quotidiano sul tavolino, apre il computer inforca gli occhiali e comincia a interpretare la sua parte. Osservo senza partecipare: non ho libri con me, non ho telefoni con cui giocare, non ho nessuno da chiamare e neppure una merendina per leggerne gli ingredienti. Sono costretto all’inattività per due lunghissime ore e noto che gli altri mi osservano con curiosità, con un accenno di spavento. Non sono normale. Che ci fa un uomo solo, in un giorno feriale, dentro uno scompartimento, senza nulla per comunicare con l’esterno? E questa cosa comincio a chiedermela anch’io e penso che forse quest’idea di prendere un treno A/R nella stessa giornata e farsi una smazzata di sei ore per andare a una mostra sia stata proprio una gran cazzata. E penso che questo non mi farà stare meglio, che la paura non mi abbandonerà lo stesso e, anzi, mi renderà solo più vulnerabile, penso che invece dovrei stare sul pezzo e combattere e non arrendermi alla quiete della bellezza, perché di bellezza non ce n’è mica per quelli come me, per quelli che decidono di arrendersi. Metto la mano nella tasca della giacca e liscio con le dita la busta accartocciata, la tiro fuori e la distendo sul mio rettangolo di tavolino, tutti gli occhi degli astanti convergono su di essa incuriositi. Leggo i loro pensieri: “Ah, ma allora ha qualcosa da leggere…” e li vedo rilassarsi. Sulla busta c’è un logo, un logo d’ospedale e c’è un nominativo e un indirizzo e tutto sembra ricondurre a me. Anche se io non sono qui e non sono io, io sono fermo sul cavallo nella spiaggia, sono fermo nell’intento di lanciare una canna da pesca. No, non posso essere io. Lascio lì la busta chiusa e stropicciata e non la apro e non fingo di leggerla mostrando stupore o sollievo o qualsiasi emozione possa destare una lettera, no, io so bene cosa contiene. Contiene un tempo. Uno spartiacque, tra quello che avrei voluto fare e quello che non potrò più fare. Contiene un countdown. Anche se non è ben chiara la partenza perché l’omino lassù non ci ha comunicato il numero iniziale. Sappiamo solo quello finale. Conosciamo solo il punto zero. Quello conclusivo.

Mi alzo e vado in bagno, anche se non devo, giusto per alzarmi, giusto per camminare, per attraversare quell’onda di vita fragorosa che m’investe, giusto per farne parte. Mi chiudo la porta alle spalle e resto lì a guardarmi per un tempo che non quantifico, senza fretta, perché la fretta mi è divenuta improvvisamente nemica, e mi guardo allo specchio per tutto il tempo e mi vedo stanco, non diverso o invecchiato triste depresso o quant’altro, no, mi vedo solo stanco.

Nel tornare al mio posto noto una presenza, una personalità che mi sovrasta, ferma come me a guardare il nulla con una busta stropicciata in grembo, la osservo incuriosito, è una giovane donna, bella, di una bellezza antica, malinconica e solenne. Di quelle fisionomie che potresti trapiantare direttamente nell’età vittoriana, dai quei docili incarnati, vittime dei bassifondi londinesi.  Mi è seduta di sbieco, due file davanti, la posso guardare e la guardo, ostinatamente, non riesco a farne a meno. E’ piatta. Non pensa. I suoi occhi sono vuoti e seguono l’onda delle montagne dall’altra parte del vagone, mentre io seguo il mare. Il mondo ci separa, si divide in due per noi, possessori di una missiva stropicciata tra le mani. Lei si accorge, lei mi nota, e capisce l’importanza di quello che ci stiamo dicendo. Lei è ferma dalla mia parte ed io dalla sua, di là dal treno, del corridoio, dei bambini, dei ragazzini, degli uomini che accelerano il battito aziendale, del tempo che si ferma, all’improvviso, stabile, sui nostri occhi vuoti.

E il tempo si sospende in attesa che accada qualcosa ma non accade nulla e arriviamo a Bologna.

Scendendo la seguo per un po’. La vedo distratta, forse in attesa, riprendo il mio controllo e dandomi dello stupido mi dirigo verso la sosta dei taxi.

“Via Manzoni, Palazzo Fava” recito al tassista. Questo devo fare. Per questo sono qui, per regalarmi un quadro di Vermeer. Per riappropriarmi della bellezza. Per curarmi di fervore, di passione, del colore che dipinge la passione. Per questo sono qui, per cancellare i numeri del mio malanno.

Arrivo un po’ trafelato, faccio la fila nonostante la prenotazione, non ho molto tempo per riprendere il treno e tornare alla mia esistenza col numero inverso, a casa c’è qualcuno che mi aspetta, qualcuno che non sa e che non deve sapere, arrivo lì dove volevo cercarmi, da stamattina, da ieri, da quando ho saputo. Sono lì e la guardo, finalmente dal vivo, e ne tocco i contorni con la matita immaginaria dei miei occhi, ne traccio il profilo, il contorno del viso, sprofondo negli occhi, nel collo lungo, girato, appena, come per un’improvvisa chiamata, come di un amore rammentato all’improvviso. E mentre mi perdo nella contemplazione e mi lascio sovrastare dall’emozione, dimentico chi sono e il mio tempo a scadere e la bellezza mi sovrasta, m’invade e mi riempie e sento di non riuscire a trattenere le lacrime e un po’ mi vergogno di me stesso, ma poi capisco che era esattamente questo lo scopo del mio viaggio. E resto lì, fermo, mentre una mano lentamente si avvicina, mi sfiora un po’ sudata, appiccicosa e molle, s’intrufola tra le mie dita: in una tiene la mia vita, nell’altra una busta stropicciata accartocciata in grembo.

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Per quel tempo che misura le parole, che trascina dettagli dimenticati e asciuga la memoria, per quel ricordo che credevi svanito e torna a galla a prescindere e prescindere da tutto diventa una necessità, la necessità di regalarsi un alibi da alimentare a prescindere da te, da me, da tutti gli altri.

Vado a pranzo dai miei come faccio spesso la domenica, il tempo è cupo, piove e fa freddo, ma il mio umore è allegro, quasi sopra le righe, inspiegabilmente, considerando la nottata passata in bianco, ma un’energia sconosciuta mi sovrasta e se non piovesse a dirotto, potrei quasi andare a farmi una corsetta sulla spiaggia. Decido ugualmente di uscire a piedi e coprire la distanza (quattro isolati non di più) a passo veloce, fermarmi a comprare delle paste, telefonare a un’amica e ascoltare musica con i meravigliosi auricolari che il progresso ci ha regalato. L’aria è frizzante. Ogni tanto becco una pozzanghera che mi bagna l’orlo della tuta, ma non ci bado e penso che da ragazzina camminavo sempre sotto la pioggia, cosa che adesso mi sembra impensabile e anche stupida. Da adulti si comincia a scansare le pozzanghere, a ripararsi dalla pioggia e poi dalla vita. Da piccoli non sembra necessario. Mi viene in mente che una volta, da ragazzina all’età di quindici anni, tornai a casa sotto un acquazzone mangiando una pizza incurante del tempo e tutti si riparavano sotto i palazzi e tutti mi guardavano come se fossi pazza ed io ridevo dentro, ero felice, ero in comunione con la terra e con gli eventi, avevo ricevuto il mio primo bacio e il mondo sembrava appartenermi. Ricordo spesso quella sensazione mai più vissuta. Quel senso di emozione, quella pioggia sul viso, la camicia completamente bagnata e la pizza molliccia ed io che ridevo. Dentro. Ridevo dentro. Era estate. L’estate che scoprii la sconvolgente sensazione di una bocca sulla mia. Quello che più mi sconvolge nella mia età matura (sì, perché la mia è un’età matura, checché se ne dica delle cinquantenni) è che il mio corpo viaggia a una velocità diversa dalla mia sostanza: il mio cervello è ancora lì a mangiare una pizza mentre cammina sotto la pioggia mentre il mio corpo rallenta e si ferma e si blocca e prescinde. Adesso capisco i novantenni che dicono di sentirsi ancora giovani e capisco il mio ex suocero che a novantuno anni vuole che qualcuno di noi lo accompagni a sciare.

“Patrizia voglio andare a sciare, per favore accompagnami in montagna, i miei figli non vogliono, ma io ho bisogno di vedere la neve e sentirmi il vento sulla faccia, prima che muoia, prima che non riesca più a mettere gli sci ai piedi” mi telefona spesso e mi ripete ogni volta la stessa cosa, sono la sua ultima spiaggia.

“Signor Aldo, se vuole, possiamo andare sulle piste a mangiare la polenta al ristorante e poi ci mettiamo lì seduti sulle sdraio a prendere il sole, ma sugli sci non è possibile, non posso accompagnarla” e ogni volta mi sento male a rispondere così. Ma questa è la verità e lui non si rende conto che il suo tempo è scaduto ed io non so come dirglielo.

E mentre penso a tutto questo, mi arriva un commento sul blog, inforco gli occhiali (perché dalla pizza sotto la pioggia a oggi sono diventata pure cieca) e leggo di Urania che dice testualmente: “Pablo (riferendosi a un amico di penna) che dolce che sei… divertente la tua schermaglia con l’austera RossodiPersia”. Austera RossodiPersia? Austera io? E da quando sono diventata austera?

Austero = Rigido, inflessibile, intransigente, severo, moralmente rigoroso, frugale, molto sobrio ecc…

Mi prende un colpo.

“Mamma, ma secondo te sono austera?” mentre scarnifico un midollo dall’osso dell’ossobuco

“Beh, austera… diciamo che sei diventata un po’ rompiscatole, un po’ troppo precisina, poco elastica, meno tollerante, un po’ forzatamente rigida, a volte fai fatica, uno deve sempre stare attento a quello che dice, ecco, forse pesi troppo le parole e…”

“Eh, ma’, e che diamine, ti ho fatto solo una domanda, non volevo mica un referto di psicologia. Ti ho chiesto solo se sono austera, mica se sono una rompicoglioni” rispondo piccata.

“Sì, sei austera. Ma prima non eri così. Ma con l’età si cambia, certo dovresti cercare un “attimino” di smussare il tuo carattere spigoloso, sennò figlia mia quando lo ritrovi un altro marito. E tesoro mio non puoi pensare di finire la tua vita da sola, una compagnia ti ci vuole, io sono tanto preoccupata per te…” e attacca la pippa della donna sola che quando morirà non se ne accorgerà nessuno.

Io invece cerco di ritrovarmi tra i libri e mi viene in mente Mrs Dalloway di Virginia Woolf, una donna cinquantenne alle prese con il suo passato, le sue frustrazioni e la sua apparenza in una giornata tipo della perfetta borghesia inglese degli anni 20, ma io non mi sento come Clarissa, non sono una vittima e non mi sono adattata alle regole della società che mi circonda, almeno credo, ma allora come ho fatto a divenire austera?

“D’ora in avanti, avrebbe evitato apprezzamenti su chicchessia. Si sentiva assai giovane; e al tempo stesso, indicibilmente attempata. Penetrava attraverso la vita come una lama di coltello; e al tempo stesso restava al di fuori, spettatrice. Guardando il viavai dei tassì, aveva un perpetuo senso d’esser lontana, lontanissima sul mare, e sola; sempre aveva la sensazione che la vita, anche d’un sol giorno, fosse molto, oh molto pericolosa. Non ch’ella si credesse molto intelligente, o nemmeno una persona fuori dall’ordinario. Come avesse potuto cavarsela nella vita, con le scarse briciole di scienza che aveva dato loro Fräulein Daniels, non lo capiva davvero. Non sapeva nulla; né lingue, né storia; anche ora leggeva pochissimo, se non qualche libro di memorie a letto. Eppure si sentiva completamente assorbita; tante cose; i tassì che passavano… E come dire di Peter, o di se stessa, sono così, sono cosà… ” V.Woolf.

I miei auricolari… si può sopravvivere a una giornata così?

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