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Archive for aprile 2014

Immagine

Con l’attesa del mio tempo ho imparato ad aspettare. Con la mente ferma su un progetto, su un’idea di felicità, in attesa che una congiuntura favorevole si sviluppi. Non credo più nelle energie positive, nella predisposizione mentale o nell’attitudine alla riuscita. Credo invece nella fatalità. Nel caso. Nell’attraversamento temporaneo del fantasma dell’ascensore: quello che apre e chiude le porte all’improvviso mentre stai per entrare. Credo nelle fughe, nella libertà di decidere, anche in quella di ferire, credo nella paura di non essere utile alle persone che amo, paura di non sostenerle nei bisogni primari perché il tempo non è mai abbastanza, perché sono stanca di dimenticare sempre me stessa. Credo nelle persone che fanno finta di dimenticarmi e poi le sento lì, che mi alitano nel vento, e vorrei rassicurarle perché niente è veramente importante in queste piccole schermaglie affettive.

Quando mi sento così libera, in realtà penso a mia nonna, alle storie di guerra che lei mi raccontava, di come alla fine, nella disperazione della fuga tutto diventava irrisorio e la vicina di casa tanto odiata diventava un’amica da nascondere. Ecco, se penso a questo, tutto mi sembra insignificante e mi sento ridicola nelle mie stupide rivendicazioni di fedeltà, di morale, di attenzione. Mi accade sempre più spesso di chiedermi, quando qualcuno mi lascia dubbiosa: “Ma questa persona, in tempo di guerra, mi avrebbe aiutato?”. E capisco di essere fuori dal mondo, ma non riesco a farne a meno.

Mia nonna ha attraversato la penisola in fuga, con una bimba in braccio e una madre di ottant’anni al seguito, è passata direttamente dai vestiti da sera e dal teatro dell’opera alle cimici dei pagliai improvvisati, si è umiliata per un litro di latte e ha passato il resto della sua vita a recuperare una sua dignità offesa. Mi raccontava sempre di un vestito lungo e attillato di taffetà nero con un soprabito double-face anch’esso di taffetà bianco/nero che indossava con dei lunghi guanti ed io sognavo di questa presenza che non riconoscevo nella persona piegata dagli eventi che mi trovavo davanti. Mia nonna piangeva sempre quando vedeva film tipo la “La Ciociara” e solo in seguito ho capito cosa deve aver vissuto, cosa deve aver accettato e subito. Mi diceva spesso di passare oltre, di non fermarmi sul momento ma di guardare all’essenza delle persone e soprattutto al loro vissuto. L’uomo di fronte a se stesso. Lei sul “vissuto” era debole e ferita, a volte aveva scatti d’ira che non riuscivamo a controllare. Io pensavo fosse pazza, ma era solo amara. “Amara” ed è questo è il termine che mi riconosco. Sono diventata amara nei confronti della vita, anche se non ho vissuto il “suo” vissuto, mi sento ugualmente amara e non amareggiata perché nulla mi ha veramente amareggiato, ma tutto mi ha lasciato un disgustoso sapore di leggera amarezza in bocca: anche questo non compleanno che si somma spietato ai mille giorni di niente. E tutto mi sembra evanescente come di un’effervescenza malriuscita, come di un perlage sfiammato:

La vita come un perlage

di catenelle pronte a salire

irrequiete

competitive

in gara con il bordo

del bicchiere.

Misuro il

tempo col perlage

lo attendo

paziente

mentre verso

a fontana sulle bolle

tengo dritto

il bicchiere

non controllo lo spazio.

Ho sempre odiato

quelli che inclinano

il calice

che contengono

la fuga

nella speranza

di controllarne

la misura.

Io no.

Io aspetto.

Che le bollicine

si rincorrano tra loro

per rotolarsi

lungo la flûte

a festeggiare

la vittoria.

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bambina sotto pioggia

 

Mi sono infilata nel letto vestita di tutto punto. L’ho fatto di nuovo. Ogni tanto mi capita, per fortuna stavolta era una tuta; la volta scorsa invece è stata una giacca con tanto di camicia di seta sotto e una gonna di quelle precise. Quando mi capita sembro una specie di narcolettica: sto in iperattività per metà giornata a fare questo quello e quell’altro, a telefonare, cucinare, spostare cose, stendere lavatrici, lavorare, fare la spesa, andare in giro in macchina e un sacco di altre cose. Poi all’improvviso… PUF! Come un palloncino che non la racconta a nessuno raggiungo pian piano la piattaforma puffosa del letto, scosto il piumone, mi sfilo le scarpe (stivali o qualsiasi cosa indossi) e mi infilo dentro. La posizione iniziale, la più rassicurante, è quella fetale naturalmente (what else? Come diceva un famoso caffeinomane), ma non basta, mi infilo proprio dentro, fino a coprire la testa e fare un doppio giro alla coperta fin sotto il cuscino: una specie della capanna dello Zio Tom, per capirci, ma con me dentro. Me e il gatto, che sembra gradire molto questo genere di evento: lui si infila fino ai piedi, mi cammina sulle gambe e si sistema dietro le ginocchia, nell’angolo morbido tra le cosce e i polpacci. Certe dormite si spara in questa super protetta condizione comune che comincia pure a russare. Ho avuto un cane che russava, adesso ho un gatto che russa e pure io russo: se andiamo avanti così ci spediranno all’inferno Russo con tanto di cittadinanza e sarà un casino perché non capirò neppure in che girone mi porteranno. Comunque, senza troppo divagare, resto così per qualche tempo con gli occhi aperti, nell’oscurità delle coperte, (e penso ai massimi sistemi, direte voi? Naa..!) penso a niente, ma piuttosto mi metto a ricordare le immagini che ho fotografato in questo periodo nella mia mente: insomma mi guardo il mio album di fotografie, quello personale, il più intimo, quello che non ho avuto il coraggio e la prontezza di scattare. Non male come storia, considerando pure che non mi faccio di LSD, anzi in questo periodo sono sana come un pesce. Alla fine mi addormento. E vorrei vedere: avete idea di come distrugga guardare un intero album di fotografie, come quando ti invita l’amica appena tornata dalla vacanza (peggio se dal viaggio di nozze ma per fortuna ormai non si sposano più) e ti appiccica sulla sedia con lo scotch e ti costringe a spararti 1000 foto, per di più digitali, che non puoi neppure saltarne qualcuna perché il telecomando lo tiene in mano lei. Devastante.

Alle volte m’incarto e confondo la realtà che ho vissuto con l’immaginario e non so dire quale sia peggiore. Forse l’immaginario. Perché nell’immaginario ci sono i Figuranti. Quelli che entrano e escono dalla tua vita come se fosse il tuo appartamento e ogni tanto lo usano per andare al cesso. Per riversarti addosso tutte le loro negatività. I Figuranti sono un po’ così: spacciatori di sentimenti, solo che a loro non li arrestano, quindi sono sempre in circolo e può capitare di ritrovarteli nel cesso quando meno te l’aspetti. Oppure spariscono all’improvviso e dopo ti tocca pure di pulire e lasciano. Lasciano sempre qualcosa, come la monetina nella Fontana di Trevi, forse per tornare o per farmi scivolare: lasciano un libro, delle parole scritte, delle scuse, un cane, la macchina, un pugno nella porta e c’è stato qualcuno che ha lasciato pure del rancore. Bah, vai a capirli se ci riesci. I Figuranti sono perennemente incazzati perché stanno sempre nel mezzo, ci provano, imparano la parte a memoria ma poi non riescono mai a solcare la scena e beccarsi l’applauso finale. Un po’ per pigrizia, spesso per incapacità. Allora nell’immaginario a volte provo a renderli protagonisti per vedere come se la cavano.

Non mi sono mai affezionata veramente ai Figuranti, li riconosco a occhio nudo, li sento sotto la pelle. Sarà che sono stata abituata fin da piccola a riconoscerli. Mio padre è stato un Figurante. Di quelli bravi però, quelli che non ti accorgi e in automatico gli dai la parte principale. Ma prima o poi sbagliano e commettono un errore clamoroso e ti lasciano sul palco senza battute e te la devi cavare per forza da sola. E alla fine, dopo anni a cavartela da sola, capisci che puoi fare anche l’altra parte e che le comparse non ti servono: senza rancore, amici come prima, ma lascia le chiavi nello svuotatasche dell’ingresso. Non soffro per la scomparsa dei Figuranti dall’età di sette anni, sì, all’inizio mi prende male, devo ammetterlo, ma è un momento, e ormai lo so come funziona: un giorno riemergi dalla Capanna dello Zio Tom ed è tutto finito.

Vorrei sentire l’odore della terra bagnata, è tanto che non mi succede.

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