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Archive for giugno 2014

torno subito 1

Ieri leggevo un trafiletto sul giornale: “Roma blindata per il concerto dei Rolling Stones”. Al di là dall’ammirazione mai mutata per il gruppo, ho cominciato a pensare come deve sentirsi Mick Jagger ad affrontare una storia del genere e soprattutto perché. Perché un uomo di settant’anni, ricco e famoso, che non ha altro da chiedere alla vita, che ha avuto mille soddisfazioni e non di certo scaricando la frutta ai mercati generali, non riesce a fermarsi per ascoltare quello che la vita stessa ha cercato di comunicargli: sei vittima di un lutto assurdo, la donna che ti vive accanto da decenni, decide di farla finita, e ti ritrovi talmente stritolato dalla macchina del business da non riuscire neppure a concederti il lusso di fermarti. Per capire. Per soffrire. Per assolverti. Per colpevolizzarti.

Quand’è che la vita diventa così spietata da calpestare il dolore? Quando si smette di avere compassione e pena per una persona che conosci meglio di te stesso e che all’improvviso, senza lasciarti nemmeno un punto esclamativo, decide di fermarsi? E come fai a non chiederti se quel tovagliolo, messo male sulla tavola apparecchiata, poteva essere un segnale che ti è sfuggito o quella frase lasciata a metà, mentre frugava nella borsa alla ricerca di niente, avrebbe potuto salvarla se avessi avuto la pazienza di ascoltare. Come fai a non fermare il mondo per scendere da quella stupida scala di platino?

Lo so perfettamente non ho nessun diritto di puntare il dito ma resto interdetta quando assisto allo scempio dell’uomo che ha perso la misura del suo tempo e che non è più un uomo libero: libero di dire basta, sono stanco, questo è troppo anche per me. E non ci credo a quelli che sostengono che la vita deve andare avanti per forza e che forse su quel palco, a fare quello che sa fare meglio, riesce a non pensarci: è proprio questo che contesto, quando la smetteremo con la ricerca forzata del benessere a tutti i costi, tanto da non riuscire a smontare tutto e rifugiarci davanti al mare, seduti su una pietra, a chiederci chi siamo diventati. Che cosa deve accadere di peggio. Qual è il nostro limite!

<Fatti una domanda e datti una risposta> dice sempre un mio caro amico quando mi sento fuori fase e non so che pesci pigliare, ed io non smetterò mai di ringraziarlo per tanta banale saggezza.

Come quando decidi di attraversare la città per arrivare proprio in quel negozio, l’unico che ha i veri capperi di Salina, ti butti nel traffico del sabato pomeriggio, smadonni diverse volte chiedendoti chi te l’ha fatto fare, parcheggi a tre isolati di distanza, cammini a passo veloce come chi sa bene cosa vuole, arrivi trafelata davanti al negozio e cosa trovi? Un bel “Torno subito”! Come quelli di una volta. Come quelli che si usavano nei paesi dell’entroterra: “Torno subito”! E cominci immediatamente a cercare di quantificare il “Torno Subito”, e cerchi di metterti nella testa del negoziante per capire cosa intende: se ti conviene aspettare fuori, fumandoti una sigaretta, oppure sbrigare qualche commissione lì intorno. E intanto il tempo passa e il Torno Subito non torna. Già se ci fosse stato un “… forse” avresti avuto più chance, perché un “forse” implica di per sé la decisione di non tornare, ma un semplice e innocuo “Torno Subito” non significa proprio niente. A volte un “Torno Subito” ha il valore dell’attesa e della mancata certezza. Ma può essere una soluzione niente male per prendere tempo. Un po’ come i “fermiamoci un po’, ho bisogno di riflettere” che tutte le donne del mondo hanno dovuto digerire prima o poi nella vita: spesso equivale a un addio, ma fino alla fine ci speri.

Certo non voglio paragonare un suicidio a un Torno Subito di un venditore di capperi, ma è il concetto che mi stimola, l’espressione di libertà che esso si trascina: per assurdo il venditore di capperi che probabilmente non ha una lira, con un mutuo sulle spalle e i creditori che lo rincorrono dietro l’angolo, è più libero di Mick Jagger che può campare altre due generazioni col suo denaro e soprattutto che, guardando alla sua vita, può definirsi un vincente perché è riuscito a esprimere se stesso a tutto tondo.

Come quando continui, solo per abitudine, a fare le cose che hai iniziato per gioco o per necessità, come interagire in un blog, ma poi, pian piano, scopri che le cose sono cambiate: cominci a seguire solo un paio di blogger e per gli altri non hai la pazienza di immedesimarti, poi alcuni sono spariti, altri ridimensionati. E ogni volta ti chiedi se quello che vuoi dire, vuoi dirlo veramente, invece di tenertelo stretto nella mente. Se questo bisogno iniziale di buttare tutto fuori non stia disperdendo la tua capacità di assorbire: se la tua essenza stia sfuggendo volontariamente al bisogno di farsi carta carbone, per riportare su un foglio nuovo da custodire tutto quello che ti passa per la testa. Percepisci il cambiamento ma non sai tradurlo, sono solo sensazioni, assenze sempre più prolungate, mancate partecipazioni. Ma non ne sei sicura. Allora forse un “Torno Subito” ci sta a pennello e come ha detto il venditore di capperi:

“Signo’ è tanto che aspettate? Eh lo so, ma ogni tanto la vita chiama, eppoi lo so, che chi mi vuole bene veramente, prima o poi ritorna”.

“Ma non ha paura di perdere i clienti?” chiedo esterrefatta, più dal caldo che dal negoziante.

“Signò, i clienti se mi vogliono mi aspettano e che pure io c’ho le cose mie”.

Chapeau!

Il libro di questi giorni:

“Ci sono persone che riescono, con una specie di forza selvaggia e primitiva, a succhiare ogni vita dall’ambiente che li circonda, come nella giungla certe liane sottraggono ai grandi alberi l’umidità e le sostanze nutritive del terreno anche a centinaia di metri di distanza. É questa la loro legge, la loro peculiarità. Non sono maligne, semplicemente sono fatte così… Con una persona cattiva si può sempre discutere, forse anche riuscire a placarne l’ira, a sciogliere nella sua anima ciò che la fa soffrire, inducendola a cercare vendetta nei confronti degli altri, o della vita. Sono le persone più fortunate… Ma esistono tipi diversi, le nature rampicanti, che non sono malvagie, semplicemente si abbarbicano con la loro sete ostinata e micidiale a ciò che trovano intorno assorbendone ogni energia vitale. É un destino barbaro e primitivo il loro. É raro incontrare tra gli uomini elementi simili… Sono più frequenti tra le donne. La forza che emanano neutralizza anche le anime più resistenti”.

La donna giusta – Sándor Márai

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sulla soglia del cratere 1

 

Non temo la notte come quegli insonni

e spauriti cacciatori di ricordi.

 

Io cammino nella notte

ne attraverso le ore

sostando inquieta nelle soglie della casa

sul bordo del balcone

in quello del divano

nello spigolo scrostato del camino.

 

Mi fermo ad ascoltare

aspettando il momento di passare la soglia del mio tempo

e intanto osservo la summa dei miei anni,

la mia giovine testa che febbrile proietta il futuro.

 

Mi fermo a elencare quel che ho fatto e quel

che non potrò più fare e nella veglia

torbide e ambigue riemergono le immagini

alcune di vergogna altre di sconfitta

talune di amarezza.

E nella veglia

limpido e schietto proietto il mio da farsi

marcando il tempo con la calcolatrice.

 

Giacché quando la fretta diurna non mi divora

mi fermo paziente nella notte

per la paura di perdere l’attimo.

 

Quell’attimo unico nella vita degli uomini

che separa ma non divide

l’obsolescenza dalla possibilità.

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Non è sempre facile bastare a se stessi. Si cammina su pietre aguzze, ai margini dei pensieri, basta una distrazione, un fiore raccolto, un orizzonte smarrito. Basta un niente a frantumare la coerenza, a smarrire la presenza. Cominci a dipanare la tua giornata di ferie pensando alla fortuna di non avere niente da fare, di poter decidere
se pranzare camminare fare shopping comprare quel maledetto bastone delle tende portare la macchina a lavare perché ci sono cresciuti i funghi andare al mare pranzare con le amiche tornare a casa a finire un libro oppure restare fino alla morte seduta in questo caffè sotto il sole a guardare la gente che passa, ma all’improvviso l’idea di decidere tutto in totale autonomia ti appare una costrizione: quello che fino a ieri ti sembrava una conquista, ora, seduta in un bar del centro con il giornale e un caffè doppio, puzza di solitudine. E penso a New York. E penso che qualcuno in questo preciso istante sta passeggiando lungo quelle strade (sì, lo so, ora starà dormendo in verità, ma fatemela passare) abbracciato a una donna, e lei, con gli occhi sgranati, si ferma davanti a una vetrina e lui la spinge a entrare, toccandole lievemente le spalle, divertito nella sua figura di uomo. Oppure sono insieme a Central Park a passeggiare piano, mano nella mano, con il sole che filtra tra gli alberi e regala alle loro figure una luce dorata, e poi al Village, sì mi ricordo, di quel bar con il vero caffè espresso italiano che poi è una vera ciofeca.

Penso a una cartina geografica del cuore. Penso a un pennarello rosso che segna i luoghi nel mondo che non si dovrebbero contaminare, come diceva Cesare Pavese: “Niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici”, ma lui era uno che praticava le stanze del dolore.

Oggi sono scivolata su una pietra aguzza. Poi ho deciso di affrontarla senza scarpe, indossando un maglione da uomo che conservo come una reliquia, così come conservo una camicia da notte di mia nonna che ogni tanto, quando il ricordo si fa dolore, indosso sotto le coperte. A ogni cambio di stagione osservo questi indumenti, consumati e sformati, e ogni volta li getto via per poi andare a recuperarli disperata. Conservo i tessuti delle persone che ho amato, ché a volte mi sembrano pelle e odori anche se non è vero. Combatto contro questa stupida forma infantile, di trattenere chi non tornerà, ma poi mi arrendo e me la concedo.

Così come mi concedo il lusso di non rispondere al telefono, anche se una parte di me lo farebbe all’istante, per la gioia di condividere e capire, finalmente. Avere la certezza che non ci siano problemi, di quelli seri, che oltrepassano i sentimenti. Ma spesso, lo sai, non c’è proprio niente da capire quando resti appesa, per un tempo troppo lungo, a una frase senza risposta, e poi succede che te la elabori da sola la risposta e capisci che non era poi così importante averla per davvero o per finta.

Non è sempre facile bastare a se stessi.

Guardo la gente che passa. Fumo. Sorseggio un caffè. E pian piano comincio a canticchiare, prima sommessamente con la gola, una sorta di “uuh uuhmm uuh uuhm uuhhh” e poi sempre più forte quando comincio a prenderci gusto, quando il sole diventa più giallo e i bambini mi sembrano bellissimi. Quando sorrido al ragazzo che mi vuole rifilare l’accendino, quando comincio a sentirmi libera. Allora metto le cuffie e la cerco (benedetti telefoni) e me ne sommergo. Perché proprio questa? E come mi è venuta in mente, così, senza una ragione? Non è sempre facile bastare a se stessi, ma in fondo basta cercare.

 

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