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Archive for settembre 2014

adelina

Per le donne di mezza età, come la sottoscritta, arriva sempre il momento della cosiddetta “presa di coscienza”. Accade generalmente quando ti vesti ancora come una ragazzina, ma non riesci più ad allacciarti le scarpe; quando insisti nel comprarti le gonne di due dita sopra le ginocchia e sembri vittima di un attacco di Marines con proiettili alla cellulite; quando infine, a ogni cambio di stagione, ammiri sconfortata la sfilza di scarpe tacco improponibile che ti guarda sghignazzando perché anche quest’anno non le metterai mai, ché non ti assiste l’energia.

Per le donne di mezza età, come la sottoscritta, arriva sempre il momento di decidere se cavalcare il declino a botta di nutella “tanto che me ne fotte”, oppure trovare una soluzione alternativa che, alla minor fatica con il massimo risultato, porti a risalire la china prima dello sprofondo. Tralasciando le facili alternative a base di botox e spianate chirurgiche, improponibili per chi come me non sopporta neppure la spremitura di un punto nero, si passa direttamente alla fase due: ammazzarsi di palestra! Si parte quindi con tutti i buoni propositi, e il primo settembre, inizio del nuovo anno (mi stupisco ogni volta che non sia Capodanno!), inizia il fantasmagorico e imbarazzante fitness recruiting friends:

  • Che ne dite se quest’anno ci facciamo un po’ di posturale? Così, giusto per raddrizzarci la schiena? –
  • Ah, no, mi dispiace ma se devo fare stretching, allora me ne vado a yoga – questa è la naturopata del gruppo.
  • Seee, yoga… con quell’invasato che poi comincia a telefonarti per organizzare i weekend a base di miglio. Ancora? Ma non è stato sufficiente quello che ci ha combinato due anni fa, che per togliercelo di torno abbiamo dovuto sbattergli in faccia una bistecca di manzo?
  • Ok ma allora che facciamo… vi prego non mi dite che andiamo a correre, che io non ce la faccio neppure a camminare -.

E dopo un’ora passata a elencare tutti gli sport possibili, dal rocciatore al fungarolo, passando per l’étoile, decido di intervenire buttando lì l’unica parola veramente detestata dal mondo femminile: piscina.

  • Potremmo andare in piscina – mormoro mentre mi mordo un labbro.
  • La piscina? Ma che sei matta… e i capelli? Hai idea di quello che significa il 22 Febbraio con venti centimetri di neve andare a tuffarsi in piscina e poi passare due ore ad asciugarsi i capelli, che poi non li asciughi mai bene e poi esci e ti prende un accidente e sembri pure uscita dal museo delle streghe? Ma che sei matta?
  • Sì lo so, però la piscina fa bene. Eppoi merda viviamo in una città di mare e ci abbiamo passato la vita in piscina! – cerco in un disperato tentativo di persuasione.
  • Sì, però avevamo vent’anni. Poi ti ricordo, nel caso l’avessi dimenticato, che se giri la testa dall’altra parte del mare troneggiano due belle montagne innevate che d’inverno ti fanno battere i denti. Ci possiamo pure provare, ma quanto dura? Nooo, non voglio pagare una tombola di abbonamento per due giorni di piscina, allora vado a fare la fighetta in calzamaglia dentro una sala spinning – e questa è Claudia, la saggia del gruppo.

Ma nonostante i saggi consigli di Claudia, decido ovviamente di iscrivermi in piscina. Riesumo i vecchi costumi e, tanto per tirarmi su il morale, mi accorgo che mi vanno stretti. Troppo. Poi da bagnati, rischio che non riesco più a levarmeli. Ok, va bene, parto per l’acquisto gasato e mi rifaccio tutto il guardaroba da nuotatrice: accappatoio in microfibra, costume Speedo, cuffia e ciabattina in tono e occhialino, costoso quanto tutto il resto e utile anche per fare la traversata della Manica. Che ne puoi sapere!

E finalmente, dopo due battiture singole a colpi di tavoletta ed estenuanti “stile libero”, decido di provare il rinomato corso di acquagym. Decido di farlo di sabato mattina, l’unico giorno in cui potrei dormire, considerando che la domenica di solito pranzo coi miei che alle dodici stanno già all’antipasto, quindi sono costretta a svegliarmi all’alba per evitare di ingurgitare un piatto di tagliatella all’aroma di caffè.

Arrivo quindi di sabato, gagliarda e fiera e piena di buoni propositi. Piscina appena aperta. Acqua ghiacciata. Tanto che stringo amicizia con due pinguini e ci diamo appuntamento per l’aperitivo, ma non mi faccio scoraggiare. Comincio a nuotare in lungo e in largo (più in largo, devo ammettere, visto la ridotta capacità polmonare) e all’arrivo dell’istruttrice mi volto e, orrore, vedo una marea di nonne. Sì, nonne, esattamente. Età media 65/75, volume acustico 120 dB, violenza fisica e verbale 400. Si conoscono tutte. Sono tutte le nonnine del corso settimanale delle nove di mattino (che io non ho mai avuto la “fortuna” di incontrare) che il sabato mandano a cagare la famiglia e si radunano a mollo: un esercito di donne sveglie dalle 4 del mattino, che hanno già stirato tutte le camicie del figlio maggiore, preparato il pranzo e anche il ragù per il giorno dopo, e ora sono lì che hanno solo voglia di sfogarsi. Praticamente un inferno! Ognuna di loro ha il suo posto ben definito in un’area illusoriamente delimitata dall’acqua circostante e, dopo avermi fatto spostare tre volte, tanto per ribadire la mia posizione di intrusa, cominciano ad agitarsi a ritmo di musica come possedute dal demonio. E parlano. E mentre io dopo mezz’ora boccheggio, loro parlano e sudano e affondano e si rialzano e riprendono e riparlano e ridono e rompono il cazzo perché non tengono la posizione e ti rovinano addosso. Ma la cosa più sconvolgente è che ne sono una marea, hanno occupato tutte le corsie e continuano ad arrivare a botta di tre alla volta, anche dopo mezz’ora dall’inizio della lezione: sembra quasi che dietro la porta a vetri ci sia un cappellaio matto che le rilascia a gruppi da tre ogni dieci minuti. E non finiscono mai. E ogni volta che arriva un nuovo gruppo, tutte le altre si dispongono per fare spazio (ma spazio non ce n’è) e chiedono informazioni sullo stato di salute, sul tempo, sulle ricette di cucina e quant’altro Dio riesca a inserirgli nel cervello.

Dopo quarantacinque minuti di estenuante sopravvivenza decido di mollare le cinquantacinque Adelina e Guendalina Bla Bla a mollo nello stagno.

Ma non è ancora finita. Dopo poco le cinquantacinque papere galleggianti irrompono nello spogliatoio in preda al delirio generato dal surplus di endorfine e cominciano a spogliarsi circolando per tutto lo spazio in completa nudità, incuranti del pudore e soprattutto della buona creanza. E mi ritrovo in un attimo circondata da corpi avvizziti che mi passano accanto, da corpi allampadati color cioccolata (che fa tanto “sto in salute”) completamente nudi e glabri che si asciugano i capelli, ritti, a gambe larghe, mentre io sono lì, col pudore che non mi ha mai abbandonato, a cercare di fare tutto quello che devo fare evitando di sbatacchiare una tetta in faccia ad un’altra persona. E mi chiedo perché. Che cosa muta nel corso della vita, cos’è quella sciagurata alchimia che ci porta a ostentare un corpo martoriato dal tempo, senza alcun pudore, come se questo possa garantirci un passaporto senza timbro per illuderci di essere ancora godibili agli occhi degli altri. Il perché della violenza di stare accanto a una persona completamente sconosciuta, ostentando la propria nudità in uno spazio di pochi centimetri. Perché così facendo ci sentiamo liberi? Perché così facendo ci ribelliamo alle nostre paure, fronteggiando l’orrore del nostro corpo che si deforma? Oppure perché, semplicemente, siamo diventati così asessuali da non provare neppure a custodire la nostra intimità?

Io ho un grosso senso del pudore. Forse troppo. Pur non essendo Santa Maria Goretti, ho sempre odiato andare in bagno in compagnia di altre donne e non ho mai permesso agli uomini che mi hanno vissuto accanto di condividere la mia sfera personale. Forse sono esagerata, o forse sono solo una donna che ama vedersela da sola (e questa è a libera interpretazione), ma non ne ho mai capito la necessità, non ho mai capito il bisogno di spalancare tutte le porte della propria intimità quando questa, specialmente se fisica, non aggiunge, ma nega la bellezza. E ne faccio proprio una questione estetica: ho conosciuto coppie che condividevano tutto e mentre lei faceva la doccia, lui andava in bagno e il corpo dell’uno era territorio dell’altro, senza discernimento, senza misure, e a me è sempre sembrata una follia. Abbiamo confuso l’amore con la fratellanza, la confidenza con la bruttura e così facendo ci sentiamo pronti e spavaldi a mostrarci agli altri rivendicando battaglie fittizie che nulla hanno a che fare con tanta effimera disponibilità. Mostrare il corpo per non mostrare l’anima e stare lì, in uno spogliatoio completamente nudi, senza neppure rivolgere lo sguardo a chi ti è seduto accanto: è questa la conquista? E’ forse questo il punto di congiunzione con me stessa al quale dovrò ispirarmi? Oppure è quello di mantenere il mio spazio, fino all’estremo, fino a quando una badante qualsiasi non mi spoglierà completamente e con fare distratto mi maltratterà la pelle e l’anima.

Comunque, adesso, il sabato mattina, dormo.

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Stamattina ho avuto un risveglio un po’ traumatico, come se qualcuno, nel passaggio insonnolito tra la camera e il bagno, mi avesse gettato un secchio d’acqua in faccia. Gelata per di più, ma senza cubetti di ghiaccio. Stamattina, senza alcun preavviso da parte mia, mi sono ingarrata a leggere il post di un blogger inquieto (avrei scritto dall’anima inquieta ma poiché il suddetto non crede all’esistenza dell’anima, mi limiterò a omettere questa caratteristica, peraltro irrilevante), grande affabulatore, in senso positivo, e niente affatto farneticante, anzi, uno di quelli che fanno cantare la penna e che ti lasciano tramortita a farfugliarti addosso. E questo ho fatto: da stamattina mi farfuglio addosso, pur facendo tutto quello che avevo in programma, con una parte di me stessa presente e l’altra dipinta su uno schermo. Mi piacerebbe rileggere quel post ma non voglio farlo, poiché non ho nessuna intenzione di inquinare quanto mi è arrivato, perché adesso è sera ed io di sera sono un’altra persona e le sensazioni mi arrivano in ritardo, quando arrivano. Prenderò solo uno spunto tra i tanti proposti dall’autore: “I blogger scrivono solo di cuori infranti, perché l’amore è l’argomento di cui tutti possono parlare e che tutti in qualche modo hanno condiviso”. Ecco. E mentre facevo la doccia e cercavo di non farmi catturare, il vapore acqueo dipingeva un grosso punto interrogativo sullo specchio del bagno: di questo tipo ? per capirci! E in quel momento ho messo a fuoco che avrei passato tutta la giornata a chiedermi chi sono! Tanto valeva capitolare e infatti sto capitolando.

Parlano d’amore quelli che hanno veramente amato, quelli che l’hanno visto passare senza saperlo afferrare, quelli che l’hanno solo immaginato e soprattutto quelli che l’hanno solo subìto. Che poi questi ultimi sono i peggiori perché non ci credevano e si sono ritrovati in mezzo. Poi ci sono quelli come me che parlano d’amore non conoscendo affatto l’argomento. E allora perché lo faccio? Perché m’invento sofferenze che non ho mai provato?

Ne ho parlato spesso con le mie amiche storiche, quelle che rappresentano la mia memoria, e loro insistono nel dirmi che non è vero, che quella volta lì ho pianto, che quell’altra ero depressa, che in realtà ho amato, sì, a modo mio, ma ho amato. A modo mio, appunto. A modo mio significa che non ho mai pensato, neppure una volta nella mia vita, di non seguire il mio percorso a causa dell’amore, che non ho mai fatto “pazzie” o pensato di annientarmi volontariamente per una felicità che non riuscivo neppure a definire. A modo mio significa che tutte le volte che ho pianto l’ho fatto per rabbia e giammai per amore. Significa anche, che a volte qualcuno mi manca, e che vorrei farmi abbracciare e sentirmi ancora protetta, ma questo si chiama amore o solitudine? Non mi sono mai autodistrutta e ogni volta, ogni stramaledetta volta che finiva, PUF, risorgevo più forte di prima e più incazzata che mai.

Non ho mai amato veramente.

Nel corso degli anni ho cercato di darmi una spiegazione logica e credo fortemente che l’amour fou cresca in seno alla famiglia, quando ti capitano due genitori romantici e illusionisti: di quelli che ti fanno vedere gli aquiloni volare. Noi invece siamo di quelle famiglie che agli aquiloni gli tagliano il filo, perché ne sono svaniti troppi e abbiamo creduto di salvarci chiudendoli dentro un armadio. Ma poi è accaduto che qualcuno di noi, ogni tanto provasse ad aprire l’armadio e a prenderne uno per farlo volare, nel giardino di casa, senza allontanarsi troppo, senza esagerare, con il timore degli improvvisati, e puntualmente tornava dentro sconfitto, con l’aquilone distrutto, oppure rubato, oppure volato via per sempre, solo perché non aveva pensato a riattaccare il filo. Nessuno di noi c’è mai riuscito. Da generazioni.

Allora parlo d’amore per illudermi che io creda in qualcosa che non sia solo me stessa e mi confondo e mi siedo sul divano con i pugni chiusi a concentrarmi su un dolore che non sento. Perché non lo sento? Come potrò andare avanti senza questa magica illusione che rende tutto docile, anche la paura della morte? Da ragazza era la mia vagina a liberare gli aquiloni (anche questo è un punto espresso dal post di stamattina: la vagina che guida il percorso impervio dell’amore), li faceva volare anche se per tratti brevi, il tempo necessario alla passione per esaurirsi, ma adesso, se anche lei è disillusa e stanca e arresa ai cicli ormonali, dovrò per forza di cose murare quell’armadio e non pensarci più. Poiché la mia anima non mi assiste, il mio cuore è fermo e il mio cervello troppo arrovellato.

Sono stata tutto il giorno a chiedermi chi sono.

E ho capito che sono una donna che non crede nell’amore, perché non lo conosce, oppure ne conosce la parte peggiore, ma crede nella paura, con cui convive da sempre: la paura di non essere forte abbastanza da bastare a se stessa.

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Nulla è in regalo.

Nulla è in regalo, tutto è in prestito.

Sono indebitata fino al collo.

Sarò costretta a pagare per me

con me stessa,

a rendere la vita in cambio della vita.

È così che stanno le cose,

il cuore va reso

il fegato va reso

e ogni singolo dito.

È troppo tardi per impugnare il contratto.

Quanto devo

mi sarà tolto con la pelle.

Me ne vado per il mondo

tra una folla di altri debitori.

Su alcuni grava l’obbligo

di pagare le ali.

Altri dovranno, per amore o per forza,

rendere conto delle foglie.

Nella colonna Dare

ogni tessuto che è in noi.

Non un ciglio, non un peduncolo

da conservare per sempre.

L’inventario è preciso

e a quanto pare

ci toccherà restare con niente.

Non riesco a ricordare

dove, quando e perché

ho permesso che aprissero

questo conto a mio nome.

La protesta contro di esso

noi la chiamiamo anima.

E questa è l’unica voce

che manchi all’inventario.

(W. Szymborska – La fine e l’inizio)

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A volte siamo convinti di fare la cosa giusta, di aver trovato la quadratura del cerchio, di aver scovato quel senso minimo di equilibrio che ci permette una convivenza accettabile con il resto degli acrobati. A volte, mentre cammino per le strade, mi sembra di vederci tutti camminare sui fili, sospesi tra le nuvole con le nostre teste erette e le mani tese a trattenere un bastone: che può essere una ventiquattrore, una borsa firmata o addirittura un trasportino per gatti. A volte, mentre cammino per le strade, mi viene da ridere da sola, mi sembra tutto talmente ridicolo ed io stessa mi sento a disagio, su quella fune sospesa a centrare un tacco dodici sulla corda tesa. Perché non sempre esci preparata, a volte ti capita all’improvviso mentre giri un angolo di strada: trovi un piccolo dosso, lo percorri, e ti ritrovi sulla fune, allora provi a toglierti le scarpe, ché a piedi nudi è meglio, ma non sempre ci riesci. E quando non ci riesci, beh, allora capisci che la giornata è tutta in salita. E se poi non ne vedi la fine, se non riesci a scorgere l’altro capo della fune, allora sì, che ti aspetta una bella invernata in salita.

Esistono delle regole e delle precedenze nel mondo dei funamboli: quando vedi qualcuno che ti taglia la strada perché in quel momento ha scovato l’equilibrio perfetto, devi lasciarlo passare, non puoi intralciarlo, non puoi alzare la tua misera bandierina bianca per attirare l’attenzione, quello è il suo momento, quella è la sua corsa per la meta. Anche se non condividi, anche se ti sembra una cazzata, perché lo sai che a quella velocità non arriverà mai da nessuna parte, beh, lo devi lasciar provare. Questa è la regola. L’unica cosa che ti è concessa è di lasciargli campo libero e di soffermarti in silenzio, o accorrere, magari, in caso di necessità. Oppure quando incontri l’indeciso, quello spaventato che ogni due passi torna indietro, e poi si ferma, e poi riflette, e poi riprende, anche quello ha un suo perché: è in attesa del suo tempo, della scintilla che lo porterà a rischiare, a giocarsi quel momento che lo farà cadere perché poco ardimentoso (il destino premia gli audaci!), ma lo costringerà a riprovare perché la fune è sempre lì e indietro non sa più tornare. A volte invece, se hai culo, ma davvero tanto culo, trovi qualcuno che ti accompagna. A volte ti cammina davanti, a volte dietro, ma è sempre lì, pronto a raccoglierti e cominci a farci affidamento: le scarpe non te le togli più, tanto c’è l’altro, il bastone lo metti verticale, che ti dolgono le braccia, e ogni tanto scivoli, quasi apposta, per controllare che l’altro stia sul pezzo. Ma non funziona così. Il problema è che te ne accorgi solo a metà percorso, quando hai mollato tutti i sostegni e ti giri indietro ma non trovi nessuno.

In questo periodo mi trovo sulla fune. I tacchi non li porto per fortuna, ma in compenso ho con me una valigia piena di ricordi, una valigia che pesa maledettamente e che a volte vorrei lasciar cadere, ma poi mi prende la paura di non avere nulla da portare dall’altro capo della fune. E se poi ne ho bisogno? E se poi mi chiederanno chi sono e che bagaglio interiore porto con me? Come farò a stare in silenzio, perché le parole non saranno mai abbastanza? Come potrò giustificare una tale aridità: arrivare puri e spogli, senza cicatrici, senza raggi di sole dipinti sulla pelle, senza sorrisi e increspature della pelle. Senza un vissuto. Un funambolo senza memoria. Niente di più ridicolo! Allora me la trascino appresso la mia valigia, ma questo m’impedisce di avanzare, dovrei buttare via qualcosa: un luogo, un momento, un oggetto e alcune persone. Ma ho capito di essere come quei funamboli indecisi, quelli che hanno paura del vuoto, come quelli che restano nel mezzo mentre tutti gli altri dietro li incitano ad avanzare: mi tengo tutto addosso in attesa di cadere.

Sarà per questo che ho detto alle mie amiche che in quel posto non ci andrò. Che non prenderò quel volo già prenotato, che non percorrerò quelle strade e non mangerò quel cibo e non ascolterò quella lingua piena di esse. Sarà per questo che ci saranno buone probabilità che io rinunci alla gioia di condividere un viaggio con loro, perché non me la sento proprio di gettare la valigia, perché non è ancora il momento, perché ho paura che dopo, con essa, getterò via anche me stessa, perché ho capito che devo imparare a convivere con il passato ma senza frantumarmi le palle volontariamente, perché mi potrebbe prendere bene ma anche prendere male. Per me, per la mia deleteria attitudine di mettermi costantemente alla prova, riuscire a capire di non essere in grado di affrontare una prova di forza, la considero una grande vittoria. Peccato che sia l’unica a pensarla così. Quando ieri sera ho comunicato questo mio disagio, ho avvertito una sospensione. Alcune sono scese dalla fune, lasciandomi lì, con la valigia pesante e l’equilibrio precario, altre sono rimaste, ma perplesse. Del resto sono passati tanti anni e dovrei aver rimosso, dovrei aver digerito quell’odore amaro di sconforto. Ma c’è un tempo? No, davvero, ditemi se c’è un tempo per allargare le dita e allentare la presa o se io sono indietro sulla tabella di marcia. Quanto ci vuole: tre, cinque anni? Quanto tempo ci vuole per non sentirsi ridicoli? Quanto tempo ci vuole per smettere di dare la precedenza e mettersi a correre sulla fune, sapendo di cadere di nuovo?

Ieri ho capito tre cose:

1) che non sono pronta a lasciar cadere la mia valigia;

2) che ho troppa pietà di me stessa per farmi volontariamente del male;

3) che sono un funambolo solitario e che, quando cadrò, semmai cadrò, cadrò da sola.

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