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Archive for ottobre 2014

Father_And_Daughter

Oggi l’ho vista di nuovo. É uscita di premura, sbattendo forte il grosso portone di legno e inciampando quasi contro il basamento, indossava una tuta blu un po’ sformata e un giubbetto di colore rosso, il collo aggrovigliato da una lunga sciarpa colorata, di quelle che ti arrotoli all’ultimo momento e che ti restano tutto il giorno penzoloni a terra. Sembrava ingrassata dall’ultima volta: la tuta le stringeva sul sedere formando delle piccole pieghe, confuse dalle nuove proporzioni, e i calzini, che s’intravedevano dalla molla dei pantaloni, erano di colore viola, come il nastro che teneva insieme i capelli in una coda disordinata. Non deve essere felice – mi son detto – e lo intuivo dal passo veloce condotto a testa bassa, dagli auricolari per la musica e gli occhiali scuri, ostentati come un’ultima difesa, dalle mani infilate nella tasca della giacca da cui scorgevo i pugni chiusi. Si è girata distratta, prima di svoltare per imboccare Via Cavour, mi ha guardato irritata e ha proseguito il suo cammino.

Ora posso andare e riprendere la mia guerra giornaliera: lei sta bene, è viva, sopravvissuta alle imboscate della notte e ai suoi malumori, e tutto quello che le accadrà in questa giornata, fredda di Ottobre, sarà conquista, delusione, dolore, gioia, ribellione, ma sarà vita, la sua, che oggi per me è l’unica che conti. Perché lei è Francesca, mia figlia. Una figlia che non conosco, come lei non conosce me: non abbiamo mai dormito insieme nella stessa casa, mai condiviso un pranzo, un risveglio, una vacanza, un cinema, un sorriso, una caduta, una lacrima, una delusione, un rimprovero, un gioco, una ferita. Siamo sconosciuti che sanno di esistere a causa dell’altro: lei perché generata dal mio seme, ed io perché distrutto dall’idea di lei.  Sono fuggito via da quella vita che avevo appena vent’anni e lei poco più di due, preso da una nuova donna che sembrava aprirmi a conquiste diverse, più appropriate alle mie ambizioni, una nuova vita ricca di denari e possibilità, e quella famiglia, l’errore della mia giovinezza, non mi appartenevano più da qualche tempo, come figure relegate dietro fogli di carta velina e congelati nel tempo. Li ho lasciati lì, soli, a bastare a sé stessi, li ho lasciati a costruirsi un futuro senza possibilità, gettando una monetina in aria ho deciso il mio destino, sacrificando il loro e scommettendo sulla forza dei più deboli, preso com’ero dalle mie conquiste. Nel corso degli anni a tratti li incontravo, quando ero costretto dalle autorità a provvedere al loro sostentamento, ma cercavo subito di discostarmi per non affondare di nuovo nelle loro miserie: non volevo più saperne niente, non era più la mia vita e li odiavo perché cercavano di tirarmi sempre giù in basso e allontanarmi dal futuro. Sono passati trent’anni dall’ultima volta che ho parlato con Francesca, con lei che mi è così simile, con la stessa irruenza verbale, con quell’indolenza tipica degli sbandati, dei rabdomanti, dei disperati. Con lei che ha scalciato tutta la vita per sostenersi, con lei che trattiene ancora tracce di veleno dentro gli occhi, che ti guardano dritti, spalancati, quasi a penetrarti: lei che ti guarda, irritata, e prosegue il suo cammino. Per lei sono qui oggi, come ogni sabato, conosco i suoi orari, conosco la sua vita, solitaria e asciutta, una vita che non versa lacrime, dura e irrequieta, che non lascia spazio all’amore, dolente di vissuto. È lei la mia spina nel fianco, più di tutti gli altri, perché ne rispetto l’arroganza e ne temo la paura, la stessa illusoria fobia che mi ha distrutto.

  • Oggi l’ho visto di nuovo. Da circa un anno, ogni sabato mattina, lo trovo davanti al mio portone. E’ un poveraccio. Si vede dai modi che deve essere uno di quelli piombati nel precipizio, stile mio padre, per capirci, un povero stronzo che ha creduto tutta la vita di poter infierire sugli altri entrando a gamba tesa sulle ceneri delle sue vite distrutte, scalciando calcinacci a forma di bambini. Lo odio. Sta fermo, appoggiato al muro con il bavero del cappotto alzato, e mi guarda, con un’insistenza quasi da maniaco, prima o poi chiamo la polizia, così chiudo questa faccenda una volta per sempre. –
  • Ma lo conosci? Cioè, ti sembra una faccia conosciuta? Chessò io…, al lavoro, qualcuno che prima lavorava nella tua azienda. –
  • Macché, quello è solo un puttaniere: ce l’ha scritto in faccia. Sai di quelli che non si arrendono, avrà sì e no settant’anni e si tinge ancora i capelli, se ne sta fermo e mi guarda con aria da gatto mammone pronto a ghermire la preda. Un coglione.
  • Beh, però stai attenta, sai com’è di questi tempi… ci sono tanti di quei matti in giro… –
  • Sì, lo so, infatti prima o poi lo affronto –

In realtà non mi va proprio di affrontarlo. Il suo cappotto è logoro e secondo me non se la passa troppo bene. Mi fa quasi tenerezza, il suo aspetto mi ricorda qualcuno…, come se lo conoscessi, eppure sono sicura di non averlo mai incontrato. Se dovessi immaginare mio fratello tra vent’anni forse sarebbe uguale, senza capelli tinti: ecco chi mi ricorda. Pensa te. Solo che mio fratello è una delle persone più buone e oneste che ci siano, mentre quello di sicuro è uno stronzo. Stamattina sono uscita di corsa per accompagnare mamma al cimitero, ero tremendamente in ritardo e quel maniaco, fermo imbalsamato, mi ha rovinato la giornata. Mio padre. A volte ci ho pensato: e se fosse proprio lui? Merda, gli somiglia, devo ammetterlo. Seee, figurati, le ultime notizie sono di lui accompagnato a una tipa bionda della metà dei miei anni con un bimbo di sei mesi in braccio: coglione al quadrato! Se ci penso, dovrei avere circa sei o sette fratelli che non conosco, oltre una miriade di debiti ereditati dalla sua malattia del gioco. Uno stronzo. Niente da aggiungere.

Quando penso alla nostra vita, passata quasi in miseria, mi sento male: lui arrivava, in media ogni due anni, richiamato dalle forze dell’ordine, e ci portava le foto delle sue nuove case, la sua nuova famiglia, i suoi nuovi figli, i suoi nuovi regali inutili. Io lo guardavo. E lo odiavo. Credo che quello sia stato il mio primo sentimento di odio puro verso il genere umano. Ma ho aspettato, paziente, che il cadavere passasse lungo il greto del fiume e poi ho colpito: l’ho guardato irritata e ho proseguito il mio cammino. E lui ha capito. Niente da aggiungere.

In tempi più lontani

Io sono stato solo

E n’ho tremore ancora

 

Solitudine semplice

Negatrice di rischi e di delizie

T’ho riconosciuta

 

E sono stato abbandonato

E ho abbandonato coloro che amavo

 

Lungo gli anni ogni cosa ebbe il suo ordine

Come un insieme di lampi

Sopra un fiume di luce

Come le vele ai velieri

Nel bel tempo protettore

Come le fiamme nel fuoco

Per stabilire il calore

 

Lungo gli anni io t’ho ritrovata

O indefinita presenza

Volume spazio d’amore

 

Moltiplicato

 

(P. Eluard – Poesia Ininterrotta)

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Mara Cerri La Spiaggia di notte

Farfallina Frangiflutto Ippolampo Stupidigia Curandera Gnu Carcassonne Pallottina Ippo Nì Fototipo Barbagianni… e altri ancora. Potrei riempire una pagina con i tanti vezzeggiativi che sono riuscita a ingurgitare in tutti questi anni: tentativi superflui di nominare l’amore quando il nome proprio sembrava insufficiente.

Arriva sempre, prima o poi, anche per soggetti restii come la sottoscritta, la necessità di regalare un nomignolo. Anche se ti vanti di essere diversa e disprezzi il tipico “Amò” che ascolti inorridita nelle corsie del supermercato, in un modo o nell’altro, ti ritrovi un giorno, quando temi che il suo nome non basti più a risollevare le sorti di un rapporto, ad affibbiargli un vezzeggiativo. E allora senti che puoi fare di meglio pensando di sfuggire ai soliti cliché e non stai lì a lesinare sul vocabolario: dai sfogo a tutta la tua fantasia, ignorando completamente che la necessità, perché è di necessità che si parla, di intitolare l’oggetto del tuo amore, è già, di per sé, un’astrusa fantasia. Ma ti fa sentire meglio, e questo ti maledice, facendoti entrare direttamente a gamba tesa nel regno dei Peynet per ripiombare anni dopo a passeggiare lungo un molo e dire sommessamente a te stessa: “To’ un franfiglutto, Amò”! E ridi da sola.

Il Dizionario dell’Amore. Dovrebbero proibirlo dai banchi di scuola, proteggerci in qualche modo da questa fuorviante alchimia della memoria, come quando per “orrore” di distrazione ti capita di replicare il medesimo nomignolo e ti ritrovi automaticamente trapiantata nelle spire del passato e ogni volta che pronunci quelle parole qualcosa dentro di te si spezza alla memoria di qualcosa di smarrito che ogni volta con prepotenza torna in superficie.

Apparteniamo al nostro passato, è questa l’assurda verità, non siamo altro che la somma imperfetta dei nostri giorni vissuti e tutti quegli Ippolampo o Frangiflutti non sono altro che cicatrici che ci portiamo addosso, alcune profonde, altre meno, per incuria e indifendibile difesa. Siamo stracci logori di un vissuto ripulito. Cancelliamo il dolore e l’arrendevolezza con nomignoli inventati pensando di regalare spessore a storie dimenticate, a personaggi che ci hanno attraversato la vita e di cui non custodiamo nulla, tranne parole sparpagliate e trascritte nel nostro vocabolario personale; parole che restano dentro a chi le inventa regalando un suono antico e diverso, simile ai tanti suoni dell’amore: metamorfosi vive del linguaggio quotidiano che mutano completamente l’impostazione iniziale di un rapporto precario ma ne danno anche l’estrema unzione.

Siamo margherite appassite dentro la pagina n.315 di un libro prezioso del 1952 – Giulio Einaudi, Torino – Seconda Edizione – che recita così:

1° marzo

Quando viene la sera triste, dal cuore schiacciato, senza perché, la consolazione sta ancora nel consueto pensiero che neanche la sera gaia, ebbra, esaltata ha un perché – se non forse un incontro già fissato, una idea balenata nel giorno, una cosetta che poteva non essere. Cioè, ti consola il pensiero che nulla ha un perché, che tutto è casuale. Strana cosa. Su un altro piano questo pensiero è agghiacciante. Il volubile colore dei tuoi umori lo sopporti in quanto futile.

Ciò presuppone un enorme ottimismo, una fiducia nel semplice accadere. Fin che le cose accadono soltanto, e non c’è nulla sotto, tu stai tranquillo. È la rinuncia epicurea, è il quieto vivere. Possibile?

(C. Pavese – Il mestiere di vivere)

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Soupe à l'oignon

Per un attimo ho pensato:

“Che m’importa, me lo prendo”.

Poi una tristezza informe

mi ha depredata

del coraggio infame

di sottrarti all’amore.

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the girl and her cat

Ogni tanto mi scappa la voglia di uomo. É una negligenza dell’umore quando s’incapriccia, quando sostituisce le vocali e si proclama amore e si rende esposto e fragile alle paure quotidiane, per poi ringalluzzirsi nelle solitudini notturne, quando al centro del letto domina un impero. Noi siamo donne, e gli altri non possono capire, come diveniamo vittime sconfitte dall’umore, che da sempre controlla il nostro istinto, dalle prime mestruazioni all’imminente menopausa, siamo sempre lì a doverci controllare, per paura che il nostro umore ci tradisca e dichiari un malessere invano soffocato. Passare la vita a combattere l’umore: questo imprevisto che ci vive dentro, che ogni tanto si scatena, s’inalbera e prende il sopravvento, e decide per istinto irrazionale che niente è più importante, e quello che volevi, adesso è altro, ma non sai cos’è. É così che diventiamo un percorso impervio, di battigia dopo una tempesta, leggiadro per chi osserva, ma faticoso a chi decide di percorrerlo. Sassi spiaggiati e levigati dal mare: ogni tanto qualcuno ci raccoglie, ci osserva e ne valuta il valore, poi decide se tenerci in una teca o ributtarci a mare. Ma a noi non importa, viviamo del valore del momento, del calore della mano non c’importa e neppure della teca di cristallo, noi siamo altrove, dove l’istinto ci guida, nella solitudine dei giorni dedicati alla memoria di noi stesse, in quello spazio di tempo dove lo spessore diventa consapevolezza. Noi siamo donne, e la paura ci governa dall’infanzia, siamo i precari della società da tempi non discussi, siamo quelle costrette a venderci per sopravvivere e a combattere su tutto: dalla lunghezza delle gonne ai matrimoni senza amore, quando il desiderio non era necessario se denari non ce n’erano. Adesso siamo libere di giocare con l’umore e con l’amore e questa diventa inconsapevole conquista, anche se risulta ancora difficile dichiararlo agli uomini: resta sempre una sorta di pudore, un sottile senso di manchevolezza, come il sentirsi perennemente folli, nei nostri sbalzi d’umore, e continuiamo a vivere come malate che devono celare ire e paturnie quali sintomi di “cattivo carattere”. Mia nonna soleva ripetere: “Quella sì, che è una brava ragazza, di buon carattere!”. Di “Buon Carattere”. Che significa? Significa muta? Sorda? Addormentata? Depressa? Che cazzo significa di Buon Carattere? Sempre mia nonna, una volta mi ha detto: “Tu hai un brutto carattere, non troverai mai un uomo che ti ami veramente. Sei troppo bella e questo non va bene”. Sentenza sputata. Non che io sia troppo bella, ma ho decisamente un carattere di merda, beh, questo è proprio vero.

Allora ogni tanto mi scappa proprio la voglia di uomo e mi succede nei momenti più stupidi, mentre sono indaffarata alla guida, sotto una pioggia incessante che scoraggerebbe chiunque; mentre cerco di accatastare dieci quintali di legna e i tronchi mi rotolano giù perché sono un’incapace e mi andrebbe di sedermi per terra e ridere a crepapelle mentre lui apre una bottiglia di vino e mi porta una sigaretta accesa. Momenti di vita vissuta. Già vissuta. Uguale. Allora mi chiedo se il nostro desiderio d’amore non sia altro che l’unione di tutto l’amore che abbiamo già visto passarci accanto. E che non sia anche quello di mia nonna, innamorata di un ragazzo tedesco in piena occupazione nazista, che non sia quello che ho sottovalutato nell’adolescenza, adesso diventato un raccoglitore di sassi, che non sia di quello che dovrà arrivare tanto simile a quanto già vissuto.

Perché l’amore, in fondo, alla mia età, non è altro che desiderio di condivisione, e nulla c’entra con l’increspatura della pelle, con il cuore che batte, con i bicchieri che si rompono. L’amore alla mia età, per noi donne, non è altro che desiderio di protezione, quando ci acchiappa la paura atavica di non bastare a noi stesse e di morire da sole in un letto troppo grande.

Nei giorni scorsi ho vissuto la paura di morire e soprattutto la paura che nessuno se ne sarebbe accorto. Ne ho parlato con una mia amica:

  • Cri’, ho paura di morire. Se mi accade, mi troveranno soltanto per la puzza del cadavere in putrefazione, come nei telefilm su Sky. –
  • Ma come ti viene in mente, dai, smettila, hai tutta la famiglia: tuo fratello, i tuoi genitori, i tuoi nipoti, noi… –
  • Sì, lo so, ma se succede di sabato…, fino a lunedì non se ne accorge nessuno –
  • Non ti preoccupare, noi ce ne accorgiamo, sei una tale rompicoglioni che di sicuro ci chiederemo che fine hai fatto. –

Ogni tanto mi scappa la voglia di uomo, quando ho paura, e di solito succede quando mi sento precaria da me stessa e non mi riconosco. Per fortuna accade raramente e i sassi, dalla battigia, sono io che li raccolgo, e non li tengo in una teca, ma li lascio girovagare per casa. Sono libera di farlo. Pur non avendo un buon carattere.

“ Amore non è vero che svolazza,

sta fermo e dorme invisibile nascosto

in caldo ripostiglio, il nostro corpo.

Ma quale sia precisamente il posto

finché sta fermo nessuno può saperlo,

quello che sceglie non è per tutti uguale.

Io certo non lo sveglio, però smania nel sonno

e so che adesso si è messo di traverso

proprio in quel punto dove mi fa male,

dietro la quarta vertebra dorsale.”

(P. Cavalli – In nessun modo mai spirituale)

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