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Archive for novembre 2014

Patrizio Di Renzo-Majo Fruithof

Timbro. Da circa trent’anni, passo un badge lungo una fessura, si aprono i tornelli e mi dirigo nel mio ufficio. Da circa trent’anni quella fessura certifica la mia identità, ne attribuisce un valore: all’inizio era un nemico che controllava il tempo e i ritardi, in seguito è diventato soltanto un lasciapassare, ma nella mia testa è rimasto un marcatore del tempo. Il mio. Quello che regalo, anche se ben retribuito, a una vita che non mi appartiene ma che rispetto, cercando di fare al meglio quello che ho imparato a fare: lavoro con i numeri che restano per me un mistero imperscrutabile e, come per tutte le misteriose assonanze della vita, li interpreto e li libero in fantasmagoriche realtà. Tante volte mi sono immaginata altrove e ho maledetto quella scioltezza del vivere che mi ha portato a non scegliere ma ha farmi trascinare, dagli affetti e dalle amicizie, in studi che non mi appartenevano, ma, anzi, si discostavano dal mio essere reale. Per tanti anni ho vestito panni altrui, per la paura di rischiare, di impormi, di sacrificarmi. Sono stata fortunata, ed è proprio questa la beffa: che non posso neppure lamentarmi! Ma oggi, alla boa dei +50, comincio a sentirmi obsoleta, i ritmi mi sembrano schiaccianti e lavorare per dieci ore al giorno mi lascia frastornata, tanto da farmi vivere tutta la settimana in attesa del week end. Oppure sono gli altri a relegarmi alla figura della storica, quando li vedo correre per i corridoi con il computer sotto il braccio, arrancando fino a tarda sera con la nuvoletta dipinta sulla testa piena di slogan dell’arrivista contemporaneo: tutti in guerra tra loro, pronti a giocarsi la famiglia per un posto da dirigente. Dopo tanti anni ho capito anch’io la definizione di pensione: la pensione è quella necessità che concede all’uomo maturo la possibilità di arrendersi ai suoi sogni e provare a diventare amico di se stesso.

Timbro. Quello della mia voce quando non la controllo, quando si altera e diventa nemica, arcaica, volgare e violenta nel tono e nella misura. Il timbro del dialetto, quello che ho rimproverato tanti anni alla mia famiglia e di cui mi sono vergognata, dimenticandolo, trascurandolo volutamente, per una dimensione costruita a tavolino della mia persona, qualcosa che mi distinguesse e mi evitasse un destino già trascritto. Eppure mi è rimasto dentro. Esplode senza controllo e mi lascia esterrefatta a ricongiungermi alla mia stirpe, da ragazza me ne dolevo per questa mancanza di disciplina, adesso mi diverte: mi meraviglia quello che può uscirmi dalla testa, quei vocaboli, quei suoni, quelle smorfie del viso che appartengono alla terra, quel gusto lascivo di rompere gli argini e irrompere con tutta la violenza del suono contro gli stereotipi. È una bestia che mi vive dentro, che stabilisce in totale autonomia quando diventa necessario uscire allo scoperto, che intuisce quando non si può più giocare, e le parole hanno bisogno di verità, per fare male e colpire e soffrire. Ed è allora che succede qualcosa, e come se un velo mi cadesse dagli occhi, capisco che ho atteso per tanto, troppo tempo, quel momento di rottura, che covavo dentro ma non sapevo esprimere nei termini consueti del quieto vivere, ma avevo bisogno che la mia terra si esprimesse, nei modi e nei termini concisi della cultura contadina: quella definitiva, aspra e dolente, di chi non teme le intemperie.

Timbro. Che macchia il foglio della vita, di un colore bluastro, spesso sbavato, che passi tutto il tempo che lo guardi a chiederti “Eh, che cazzo, almeno un timbro nuovo per questa storia di merda!”. Il timbro che separa, condanna, stabilisce, attribuisce, nega, risolve, certifica, sospende. Quello che quando lo imprimono sul foglio, sembra quasi che qualcuno ti stia marchiando a fuoco il cuore: il marchio del dolore, la stampigliatura del passato che resterà per sempre nel presente. E che poi sbiadisce, nella tua memoria, che si sforza sempre di non guardare indietro, ma poi succede, in un giorno qualsiasi di assestamento casalingo, di trovarti tra le mani un foglio protocollo, di quelli che usavi alle medie per i compiti in classe, piegato in due nel senso della lunghezza, di un color seppia irrigidito dal tempo, pieno di timbri e bolli e date e firme. Lo apri e ci trovi dentro un pezzo della tua vita. Di quella tosta. Di quella che ti ha fatto sbroccare. E leggi di quella battitura a macchina con troppo inchiostro in neretto, fatto con la carta copiativa, che lascia la lettera stampigliata in un nero dilatato, con errori di battitura e ti rammarichi con te stessa per la poca attenzione che il Tribunale ha avuto per un accadimento tanto triste della tua vita. Leggi il tuo nome e non ti sembra il tuo, leggi la data e non ti sembra possibile aver vissuto tanto, leggi la tua firma e ti commuovi per tanta elementare capacità di rappresentarsi. Il tuo primo timbro a fuoco. Quello che fa ancora male.

Timbro. Musicale. Di quando a vent’anni stiravo le camicie del mio uomo con i Talking Heads a palla nelle cuffie, delle sonate di Chopin ascoltate fissando una fiamma ardente del camino mentre lui, seduto al pianoforte, mi guardava sorridendo. Ma lui chi? Lo confondo, forse è l’altro, forse il secondo, oppure il terzo, ma no, è il primo… che diamine, non ricordo. Musicale. Il loro timbro, per tutti necessario anche se diverso, il timbro che imponevo nel rapporto, l’andamento ritmico: andante, allegro, adagio, andante con moto… quando mi sentivo ispirata, come una sorta di colonna sonora della memoria. Adesso che ci penso conservo un timbro musicale per ciascuna storia: uno scampanellio solerte e non sovrapponibile, unico nel suo genere. Il mio difficile rapporto con la musica: in questo tempo asciutto non ascolto musica, la mia casa è silenziosa e segna il timbro del mio passo che ritmicamente assegna un moto al mio destino. Quando non c’è musica non c’è vita e il silenzio ne è l’accusatore.

Timbro.

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Si respirava aria di abbandono in quell’abitacolo. Le automobili possono diventare strumenti di tortura quando la meta non è più condivisa, ma poi, ce l’avevamo mai avuta veramente una meta in comune noi due? Giulio ormai da mesi sembrava irrequieto, continuava ad attribuire la causa del suo malessere al lavoro, o forse ero io a farlo, giusto per non vedere quanto era sotto gli occhi di tutti: eravamo stanchi di noi stessi, di quello che eravamo diventati insieme, aborti clandestini delle nostre personalità, soffocate, argomentate, classificate, mediate, idealizzate, sconfitte. Quando ci arrivava il coraggio di guardarci veramente dentro, non riuscivamo a trovare più niente di quello che ci aveva intrigato dell’altro e addirittura di noi stessi.

Il viaggio sembrava più lungo del previsto, le colonne di macchine ferme, in coda, per la paura di slittare sulla strada ghiacciata, contrastavano con il paesaggio innevato che si offriva compatto ai margini del rettilineo. Noi sembravamo stanchi. Non c’era in noi quella lieve lietezza degli anni passati, quando l’idea di trascorrere una settimana in montagna con gli amici – sulle piste, nei rifugi, distesi davanti a un camino acceso a leggere libri che non avremmo mai avuto il coraggio di affrontare in città, bere e mangiare senza regole, bruciarsi al sole, fare l’amore in silenzio, soffocando le risa – erano motivo di gioia pura, condita di luce. Ma eravamo lì. Estranei costretti dal tempo vissuto. Eravamo già memoria di noi, senza saperlo.

Non sono mai stata una che sta sul pezzo, che, attenta, osserva le metamorfosi dell’amore. Per abitudine all’abbandono coatto, ho sempre pensato che l’amore finisca quando uno dei due sparisce all’improvviso, quando scappa, perché non ha il coraggio di affrontare il cataclisma. Per abitudine familiare non se ne parla, non si argomenta la fine: si scappa, e chi s’è visto, s’è visto.

Ricordo di quella giornata la luce e il silenzio. Il sole accecante dominava il cielo terso scagliando saette di fuoco sulla neve fresca, quando ci siamo fermati a mangiare un panino, ho passato tutto il tempo a rotolarmi nella neve giocando con il cane, Giulio ci guardava con il suo bicchiere di vino rosso e il panino mezzo smoccicato da entrambi, e rideva. E anch’io ridevo. Per una comunione di conoscenza profonda che esula dall’amore, che va oltre, che diventa appartenenza. Fratellanza.

Non sono mai stata una che sta sul pezzo: ho sempre pensato che se l’altro vuole andare via non lo fermi, neppure con le catene. Non lotto per mantenere. Casomai lotto per contenere.

C’è sempre un momento, un attimo, un tempo non quantificabile, che si offre clandestino alla fine di una storia: un tratto impercettibile della sofferenza che raggiunto il culmine, sfocia nell’addio. Poi ci saranno altri tempi, altre giornate da raccontare, altri avvenimenti da rimproverare, ma quell’attimo, quel momento, noi lo percepiamo come l’assoluto finale: quello che segna il passo e che rende precario il tempo a divenire.

Tornati di nuovo in macchina, mi ritrovo a fissare le montagne che scorrono via veloci ai lati della strada. Mi sento smarrita: vorrei avere un’altra vita lontana da questa, che mi sembra una gabbia, eppure mi sembra impossibile ricostruirla, eppure mi sembra impossibile essere di nuovo altro, da quello che sono diventata in tutti questi anni.

E ricordo il mio momento, quando ho provato quella rabbia sorda, come quella dei bambini, quando si sentono traditi. Ricordo la voglia di aprire lo sportello della macchina e fuggire via, mettermi a correre per sfuggire alla paura mentre una voce cantilenante mi usciva dalla bocca, finalmente:

  • Tu me l’avevi promesso –
  • Cosa ti avevo promesso?
  • Che saremmo stati sempre insieme. Sei uno stronzo, come tutti gli altri –
  • No, io non ti avevo promesso questo, io ti avevo promesso altro –

E lo vedo allungare una mano e prendere un CD e selezionare un numero preciso e sento una musica invadere l’abitacolo di quella che è diventata la mia memoria.

E oggi posso dire che ha mantenuto la promessa. Perché è questo che diventa l’amore quando cambia faccia.

 

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Il tempo della civetta

All’inizio sembra niente, e anzi, come di una sorta di guerra intrapresa con te stesso, ti armi fino ai denti, diventi spavaldo, cinico e arrogante, critichi il mondo circostante, disegni ragnatele strategiche, cuci orli a ricordi troppo lunghi. Prendi le distanze. Cambi la postura: la testa eretta domina i passanti, le spalle dritte sostengono l’andatura possente, pesante, di passi lunghi e ritmo da caserma, la rabbia che covi dentro esplode nella figura idealizzata nella tua mente, quella che vuoi ricreare, quella del prima che dovrà necessariamente sposare l’altra, quella del dopo, per rispettare l’organizzazione maniacale del tuo tempo. Pensi di farcela. Ti convinci di farcela. E vai avanti così per tutto il tempo che ti serve, e ogni mattina, al risveglio dalla veglia, ti senti più forte, determinato, pronto. Scavi dentro per recuperare quello che ti serve a sopravvivere, per dimostrare agli altri, ma soprattutto a te stesso, che tanti dei tuoi anni vissuti sono stati necessari per dominare questo senso di paura. Tutto ti sembra interessante, tutto può servire, e ostenti un presenzialismo che non ti appartiene, di parole senza senso con persone senza senso: tutto ti sembra necessario ad ancorare l’equilibrio, devi resistere, dimostrare alla tua essenza che sei anche questo, relegare il tuo cuore alla sua funzione primaria, vivere una guerra che ti muore dentro, come una mano che scava tra le tue macerie e ogni tanto estrae qualcosa, che osserva, distrugge in mille pezzi, ne scarta i rifiuti tossici e se lo rificca dentro.  Ti rimetti insieme i pezzi: è questo, quello che significa!

All’inizio sembra niente, poi cominci a spegnerti, la volontà di esserci cessa all’improvviso e cominci a nasconderti. Non sai spiegarti questo mutamento perché tutto continua a ritmo spedito e affronti gli avvenimenti con cipiglio determinato, eppure tu lo sai, eppure tu lo senti, che qualcosa si è spezzato e quello che credevi superato sferza un malinconico presente, lo abbatte, lo circoscrive, ne delimita i contorni dentro i quali ti sottrai. Ti sembra che la solitudine sia l’unica forma accettabile di convivenza con te stesso, l’unico spazio in cui puoi esibirti senza maschere e senza peccato: non richiama l’attenzione, non è foriero di conferme, basta così poco per ingannare gli altri, basta ridere e partecipare a qualche aperitivo. Ma tu vivi tutto il tempo con la voglia di tornare dentro, in quel silenzio che non è apatia ma costruzione sperimentale di un aspetto di te stesso che non conosci, ma riconosci, nelle atmosfere del passato, in quelle solitudini estreme dell’infanzia, quando cercavi un rifugio solitario dentro un armadio abbandonato. Rifuggi anche la comprensione, tutto diventa troppo grande anche per te stesso e troppo complicato da spiegare, in realtà non sapresti neppure da, e come, cominciare: come spiegare questa necessità di parlarsi nella testa, come descrivere questi momenti di libertà assoluta del corpo che si muove a morsi, staccando pezzi del passato per attaccarli al presente. No, non è possibile, spiegare razionalmente un circuito della mente, sarebbe folle descrivere la forma e la sostanza del filo conduttore che hai trovato, scavando tra le tue macerie: quel tunnel buio che unisce le tue vite precedenti, quelle scelte del passato che hanno occupato decenni di vita e che scorrono nel silenzio ovattato della tua memoria. Passi il tuo tempo a osservarti, a consolarti, ad accettarti. Ogni tanto frughi dentro te stesso e vorresti tornare indietro per percorrere meglio quel sentiero, aggrapparti a quella strada, percorrerla in silenzio senza la fretta di cambiare, offrirti alla cadenza temporale, scegliere senza decidere, affidarti al tempo. Senti tutto questo mentre qualcosa si chiude all’esterno, ma si spalanca dentro, e questa ignota indulgenza ti consola. Senti compassione di te stesso: è questo, quello che significa!

“A questo hai diritto. Il bagaglio per un tale viaggio non può che essere leggero… devi poterlo portare con una mano sola. Dentro non c’è niente di futile, niente di superfluo. E questo desiderio diventa molto forte, a una certa età. Improvvisamente cominci a sentire il brusio della solitudine, ed è un suono familiare. Come chi è nato in riva al mare, ma poi ha trascorso la vita in una città rumorosa, e un giorno, in sogno, sente di nuovo il mare. Vivere da soli, senza alcun scopo. Dare a ognuno ciò che gli spetta, e poi andarsene via. Purificare la propria anima e attendere.

Dapprima la solitudine è pesante, è una condanna. Ci sono ore in cui ti sembra insopportabile. Forse sarebbe meglio avere qualcuno, forse questa grave punizione sarebbe più mite se tu potessi condividerla con un altro, uno qualunque, persino un uomo indegno, una donna sconosciuta. Sono momenti di debolezza. Ma passano, perché la solitudine abbraccia lentamente anche te, nello stesso modo in cui i misteriosi elementi della vita e il tempo, nel quale ogni cosa accade, ti stringono nel loro abbraccio. Improvvisamente comprendi che tutto è avvenuto come fosse prestabilito: all’inizio c’è stata la curiosità, poi il desiderio, poi il lavoro, e infine ecco la solitudine. Non vuoi più niente, non speri di avere un’altra donna che ti consoli, né un amico che molcisca la tua anima con i suoi saggi discorsi. Ogni discorso umano è vano, persino il più saggio. Quanto egoismo dimora in ogni sentimento umano, quanti propositi oziosi, quanti raffinati ricatti con i quali si cerca disperatamente di incatenare a sé un’altra persona! Quando ti accorgi di tutto questo, e non speri più nulla dagli uomini, non ti aspetti alcun aiuto dalle donne, conosci il prezzo del successo e le terribili conseguenze del denaro e del potere, quando ormai non vuoi altro dalla vita che rintanarti chissà dove senza nessuno che ti faccia compagnia o che ti aiuti, facendo a meno delle comodità, per poter ascoltare il silenzio che a poco a poco comincia a ronzare anche nella tua anima, come sulle rive del tempo… soltanto allora hai diritto di andartene. Perché è un tuo diritto.”

(La Donna Giusta – Sándor Márai)

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