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Archive for dicembre 2014

Batalla en las nubes - Salvador Dalì

Esiste un posto dentro ognuno di noi per custodire i segreti. Sono piccole scatole deposte nel lato oscuro del nostro cervello e dentro quelle scatole vivono le favole. Il nostro mondo interiore ne è pieno, sono piccoli scrigni conservati nel corso degli anni, in quella parte di memoria che dimentica la raccolta quotidiana del piacere e ne conserva solo l’aspetto fantastico, sono come cubi di legno resistenti al fuoco della passione e al gelo della depressione, che stanno lì, pronti per essere liberati, per colmare altri sogni e rivivere in altre vite: trasmessi come oracoli misteriosi, si trascrivono in racconti fantastici di orchi e draghi e fate e gnomi che si rincorrono nei sogni, quelli del primo mattino, quando la sveglia sta per suonare e tu stai lottando con il machete per uscire dal bosco.

Io l’ho capito. L’ho capito ieri, mentre guardavo un film inutile in televisione: c’era un padre, scrittore di libri per bambini, che cresceva i propri figli in un’eterna favola che ogni giorno inventava e invertiva e modificava solo per farla diventare reale e attinente alle loro quotidiane esigenze; praticamente aveva trasformato la vita della sua famiglia in un’unica realistica e fantastica favola, dove tutto poteva essere terribile ma anche modificabile, dove c’era speranza ma anche consapevolezza, dove gli orchi erano cattivi, ma potevano cambiare: diventare diversi, attenuarsi al male, modificarsi al gelo.

Io l’ho capito quando ascoltando distrattamente il film, mentre facevo altro, ma non ricordo cosa, mi sono girata violentemente contro il video e il mio cervello in quel momento ha aperto uno dei suoi scrigni e ha liberato una favola. Ho avvertito solo un piccolo suono, uno “slang” di maniglia arrugginita e mi sono arrivate alla bocca parole che non conoscevo, di suoni gutturali come di fumetto e immagini che per magia si sono materializzate nel mio salotto. Io mi sono fatta da parte e ho lasciato che la storia si svolgesse senza intoppi: ho preso il gatto in braccio, ho attizzato il camino, abbassato il volume della televisione e ho guardato, senza la paura di guardare.

Io ho ascoltato quello che avrei dovuto narrare. E come sempre, in questa vita che mi vede sempre figlia e mai madre, ho ascoltato da figlia. Mi sono lasciata raccontare, ma non ho raccontato. E ho immaginato come sarebbe stata la mia vita se avessi avuto la forza di credere che una storia fantastica avrebbe arricchito la vita di un’altra creatura: l’avrebbe accompagnata nelle soste dentro i terminal degli aeroporti, nelle fredde stazioni, dove i treni sono sempre in ritardo, in quei capodanni della vita dove ti ritrovi a preferire la solitudine alla mera compagnia, l’avrebbe scortata in quel buio sentiero che dimentica il sogno, dove il sogno ti appare come l’unica possibilità non commerciabile, così come è stato sempre, nelle favole di mia nonna, quando ha aperto le sue scatole e i suoi segreti che hanno accompagnato la mia vita nei momenti peggiori. L’avrei salvata dalla verità.

E io l’ho capito qual è l’orrore di non essere madre, o padre, poco importa, l’ho capito dal suono rauco che mi è rimasto in gola, da quel bisogno necessario di narrare, che ci appartiene da sempre, e che fa di noi piccole fattrici intorno al fuoco a recitare filastrocche: io l’ho capito che queste favole del mio cervello mi resteranno dentro fino alla fine, e che non potrò mai depositarle a nessuno, come un antico mantra che si tramanda da generazioni, ma moriranno con me, chiuse e serrate dentro piccoli scrigni che la mia vita, e le mie scelte, non hanno mai desiderato aprire.

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