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Archive for febbraio 2015

tatuaggio

Ho un occhio dipinto sulla nuca. Per mia sfortuna è un disegno indelebile, di quelli che ai giorni nostri vengono definiti “tatuaggi”, perché indicano un tempo sospeso, di quelli che hai voluto fermare perché pensavi, stupidamente, che la memoria non sarebbe stata abbastanza competitiva. Ho un occhio dipinto sulla nuca, regalato dalle mie amiche per i miei ultimi cinquant’anni – perché non ce ne saranno altri, checché se ne dica – frutto di un desiderio improvviso, per una come me, che ha sempre cercato di evitare segni permanenti sul corpo, perfino quelli della cellulite. Ma, all’epoca, sentivo di averne bisogno: avevo la necessità di timbrare il tempo, di offendere la pelle, senza pensare che avrei offeso soprattutto quelli che hanno avuto timbri e numeri sulle braccia senza desiderarlo. Ecco, se ci penso adesso, e in questi termini, mi vergogno per il mio tatuaggio: quando vedo le immagini di repertorio, quelli con quelle braccia esposte e i numeri tatuati sulla pelle, mi sento un essere insulso, stupido, irriverente, egocentrico, ignorante… e potrei andare avanti all’infinito. Ma tant’è: ho un occhio dipinto sulla nuca!

Quell’occhio mi serviva a ricordare, anzi, per meglio dire, a non dimenticare, e credetemi, c’è una bella differenza: si ricorda il piacere, il desiderio, la sensazione di essere in pace con sé stessi e con il mondo circostante; mentre si tende a dimenticare la motivazione, la paura, l’arroganza, la visione, e soprattutto l’arma che si pensa possa servire a contenere un’esplosione.

Io convivevo, in quegli anni, con una bomba tra le mani: la mia paura di essere diversa. Di non riuscire nel mio intento, quello cercato dall’infanzia, quello perseguito da sempre, dall’età della ragione: io vivevo con la paura di non riuscire a interrompere il ciclo nefasto della mia famiglia composta di donne sole, abbandonate, e offerte al sacrificio della vita. Abbandonate a sé stesse e sempre alla ricerca di uno scopo: farfalle dalle ali spezzate, costrette a sopravvivere senza la possibilità di scegliere, di circoscrivere il dolore, di ghermire il benessere. Io convivevo con la mia paura e ho fatto tutto quanto era nelle mie possibilità per cambiare le cose, per cambiare il mio destino: ho abusato di me stessa, dimenticando spesso le mie necessità, ho lavorato a testa bassa, cancellando sogni e aspirazioni, ho spalancato armadi per assistere all’orrore, per conviverci, per sopravvivere, e alla fine ho assicurato un lieto fine per tutti. Tranne per me stessa. Ma anche per quello ho lottato: ho scelto un sogno, uno solo, e l’ho perseguito con tutta la forza di cui ero capace. Ho martoriato il mio corpo per sette lunghissimi anni, iniettandomi dosi massicce di medicinali, sottoponendomi a umiliazioni oltremisura, ostentando il mio corpo come un campo di battaglia dove ognuno poteva fare e disfare secondo la propria presunta competenza: ho cercato di avere un figlio, quando la mia apparente stabilità sentimentale lo permetteva. Apparente, sottoscrivo, e non è casuale.

Adesso ho fatto pace anche con questo – o forse no, chi può saperlo – ma resta l’amarezza di avere atteso il tempo, di averlo sostenuto in un unico obiettivo, tralasciando la mia vita, abbandonandola a se stessa, senza timone, senza visione. E la fatica di ricostruirla necessitava di un timbro. Di un occhio per vedere. Di un occhio per capire. Di un occhio per non dimenticare. Di una memoria a ricostruire quanto distrutto da un’idea di perfezione, che poi è la propria, e non riconducibile alla vita intesa come essenza di sé stessi. Un figlio mi avrebbe mai resa migliore? Mi avrebbe dato la possibilità di capire il mio posto in questo universo di parole? Oppure mi avrebbe solo concesso la possibilità di astenermi dalla vita, per concentrarmi solo sulla crescita di un singolo, senza esplorare il mio universo?

Parole a vuoto: questa io sono, oggi e per sempre, sono fatta di parole immaginarie e solitudini irreali; finzioni matematiche di come la vita di una donna potrebbe diventare invisibile se non socialmente riconoscibile.

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“-6 Aprile 2006  Barcellona-

Sveglia alle h. 6,30.

Mal di schiena.

Sono immobile nel tempo che trascorre

osservo il via vai frenetico dalla finestra.

È primavera e i mimi si preparano

ad affrontare la loro giornata di immobilità.

Anch’io.

Sono la figura morta della donna

che aspetta di fiorire.”

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Tant’è: ho un occhio dipinto sulla nuca!

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“Un uomo che cammina ha bisogno di rispecchiarsi in un suo simile al contrario, per sottolineare il suo movimento”, così come “un vaso in verticale non esiste, è necessario che cada per provare la sua stabilità”. (Marc Chagall)

Quando smetti di fare qualcosa che ti piace, e che ti piace veramente, che ti fa stare bene, ti riconcilia con te stessa, ti fa rompere gli schemi e funziona alla stregua di una terapia di gruppo, solo che il gruppo è formato da un singolo e non si paga niente tranne la paura di guardarsi allo specchio, ecco, quando smetti di fare tutto questo, dovresti fare penitenza: fermarti per un tempo non quantificabile, sdoppiare la tua personalità, guardarla da lontano e cercare di capire perché tutto quello che fino a ieri ti dava giovamento, oggi ti destruttura, e ti rimanda a qualcuno, o meglio a qualcosa, di totalmente indefinibile. Perché quando tutto quello che serviva a dipanare la tua natura, finisce per aggrovigliarla, significa che stai giocando una partita che non è la tua.

In tutto questo lungo tempo ho avuto un pensiero fisso di quelli che non ti abbandonano, pensavo a quella tipa, quella del blog, quel Rossodipersia con un nome così ridicolo, frutto di un’intuizione dell’ultimo minuto, quando tutti gli altri nomi che desideravo erano occupati; pensavo a quella, come di una tizia appena conosciuta di cui sapevo molto, mi sembrava, ma in realtà sapevo ben poco. Ne pensavo con dileggio e continuavo a chiedermi perché mai avesse smesso di scrivere, cosa le fosse mai capitato nella sua vita fatta di niente e intanto leggevo degli altri, attorno a lei, che continuavano a vivere di vite distanti eppure così familiari, di persone immaginarie, dipinte con barba e baffi bianchi, con le ore disordinate e sicule atmosfere: gente che salvava la vita degli altri o che tentava di salvare la propria sulla cima di un vulcano. E passavo così, come ombra sull’inchiostro, a spiare il pennino che non si fermava nonostante la mia assenza, ma che anzi, sembrava rinverdire di un vigore innaturale. Ero fuori dallo schema. Spiavo dabbasso, senza il coraggio di scendere in strada a ripercorrere sentieri già percorsi, osservavo senza capire, cercando di intuire la soluzione, interpretare il disagio, contenere l’incertezza. Poi ho fatto ricorso al mio istinto, ho chiamato a raccolta quel senso intuitivo che distingue le donne, che le porta a scegliere, che le spinge ad ascoltare. Ho fatto ricorso all’interruttore femminile: ho azionato il click e poi ho capito.

Il blog era diventato il mio condominio. Cercavo a volte di scrivere senza espormi troppo, cominciavo a pensare che c’erano persone cui dovevo del rispetto, pensavo di dover mantenere la mia integrità per gli amici (poi col tempo alcuni divenuti nemici), quelli della vita reale che mi conoscono realmente e che continuano a leggere la mia anima pur odiandola. Ho cominciato a sentirmi in colpa perché non avevo il tempo, e a volte la voglia, di leggere e commentare quello che scrivevano gli altri, di rispondere ai commenti, di essere presente. Ho pensato di migrare altrove. Ho pensato di chiudere i pensieri nella testa. Ho cercato nelle chat profondità di pensiero che non ho trovato. Ho chiuso libri. Ho archiviato pensieri. Poi ho cercato di ricordarmi perché scrivevo su un blog. Ho fatto click. E ho capito che stavo perdendo l’essenza della motivazione, che avevo cominciato ad avere paura di essere obliqua, di avere un pensiero diverso, di fregarmene del politically correct, di essere me stessa come sono nella vita: un mezzo rospo con una scorza dura come l’acciaio disposto a farsi infilzare pur di difendere la propria libertà di espressione. Ho cominciato a capire che non devo farmi influenzare dalla visione comune: quella di una grande famiglia che si scrive, si commenta, si sostiene, si preoccupa, si indigna, si reprime. Che in fondo a me non ne frega niente di quanti followers sono iscritti al mio blog e neppure di quelli che pensano di usare le mie paturnie contro di me. Ci sono persone di cui amo la scrittura e il modo di sentire la vita e altre che proprio non m’interessano e penso che il sentimento sia ricambiato. C’est bon: tutto il resto è Facebook!

Insomma, è stato un parto lungo e doloroso, ma devo ammettere che oggi mi sento felicemente storta!

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