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Archive for marzo 2015

  • albero-della-vita-di-klimt
  • Che fai? –
  • Sto bevendo –
  • No…, intendevo cosa fai nella vita? –
  • Recito –
  • Ah, sì, che figo, e dove reciti, cioè che fai i film? –
  • No, recito, in generale –
  • Cioè, non ho capito, che vuol dire “in generale”? Che fai le fiction? –
  • Significa che recito sempre, anche adesso che parlo con te, e faccio finta che sei intelligente. –
  • Ma sarai pure stronza! –
  • Eh, sì, forse un po’, ma fa parte del personaggio! –

Certo non è carino uscire il sabato sera e tornare a casa con uno “stronza” attaccato alla maglietta, eppure è così, in fondo, ma proprio in fondo, un po’ stronza lo sono rimasta. E’ una questione di background: quando hai passato parte della tua vita a fare la fighetta con la testa a pon-pon, poi passi tutto il resto del tempo come un crostaceo e proprio non ci riesci a mantenere un minimo di equilibrio sociale che ti fa conoscere gente “diversa”, che ti apre porte sconosciute, che ti porta a confrontarti con altri emisferi. La verità è che non ce la posso fare, e alla prima domanda del cazzo, rispondo con una risposta del cazzo.

Che cosa faccio nella vita? Alla fine non è malaccia come domanda, fuori dal contesto in cui è stata espressa. Che cosa faccio? Non credo sia da intendere come lavoro: un lavoro, bene o male, ce l’hanno quasi tutti e non credo che tra un avvocato e un falegname ci sia molta differenza (ho conosciuto falegnami molto più colti di un avvocato), quindi il “che faccio” è da intendersi al “come vivi”.

Vivo, o per meglio dire, sopravvivo, osservando le stagioni: aspetto l’estate e poi la primavera, e poi ancora l’autunno che si trascina l’inverno. Osservo il cielo e passo tutto il tempo a perdere il controllo sul tempo atmosferico. Non ho nessuna intenzione di farmi trovare preparata a una grandinata estiva oppure a una nevicata fuori stagione. É questa, forse, una delle ultime libertà che mi è rimasta: vai a spiegarlo al ragazzotto in preda a una crisi comunicativa! Vai a spiegargli che la libertà non esiste più quando il tempo passa, e la paura di non avere più il tempo, ti attanaglia: quello spazio temporale per cambiare le regole e vivere un’altra vita, quel lasso di tempo, precario, nel quale nessuno ti chiede niente, perché si sa, lo sanno tutti, che stai cambiando pelle.

Ho cambiato la mia pelle tre volte. Sono sgusciata via dalla membrana soffocante per rifiorire in altre squame e poi ritrovarmi di nuovo a sgusciare, in un intervallo lento di ricerca, che non è mai finito, ma si è arrestato, stanco, non di vita, ma di passione.

Che cosa faccio nella vita? Levigo la mia pelle. Faccio in modo che non s’indurisca troppo, cerco di mantenere un’opacità argentea a delle squame che si stanno inesorabilmente seccando: non voglio più che questa pelle mi scivoli via ancora, la voglio trattenere, per quel che vale, per quello che non vale, per quello che non potrà più dare. Alla fine chiudi il cerchio e resti con quello che ti è rimasto appiccicato addosso, con l’ultima membrana, bella o brutta che sia: è l’ultima esplorazione nel bosco, come per un rapace, in muta da serpente, che spera sempre di volare.

Giunti a una certa molto adulta età

non ci si può mostrare disperati,

sono davvero troppe le ragioni.

Si corre il rischio del naturalismo.

(P.Cavalli)

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A Lady Reading 1909-11 by Gwen John 1876-1939

Non ce n’erano di libri dentro casa, tranne, a volte, mi capitava di imbattermi nei soliti romanzetti rosa, oppure nella Settimana Enigmistica. Di rado, se proprio avevo fortuna, ci scappava qualche romanzo giallo di Agatha Christie, ma niente di più. E non c’erano quadri: quegli orpelli della cultura contemporanea erano considerati lussi ai quali bisognava necessariamente abdicare; ma in compenso c’era cibo, tanto, a volte troppo, come a scongiurare una catastrofe nucleare, come a testimoniare che i giorni bui erano finiti, dimenticati, sotterrati: la povertà era solo un ricordo, anche per me che non l’avevo mai vissuta, perlomeno rammentata. Tutto sembrava possibile ma non realizzabile: un po’ come immergere una scarpa di pelle in un oceano di fango, si faceva attenzione, si viveva con il freno a mano perennemente tirato, ci si cautelava dalla malasorte, dalla paura, dalla miseria, dalla disperazione. Dalla disgrazia. “Disgrazia” era un termine ricorrente nella mia famiglia tutta al femminile. Era disgrazia tutto quello che non si poteva controllare, evitare: era disgrazia l’amore, per esempio, perché ti portava a scelte inconsulte; era disgrazia avere desideri, possedere sogni, rincorrere farfalle: la vita esigeva una presenza costante, un pragmatismo impellente, una solidità d’intenti; era disgrazia la necessità di studiare.

Ed è proprio così che il futuro diventa paura. E proprio così che passi l’adolescenza a fare cazzate, di quelle pesanti, nel tentativo di ribellarti alla sorte, ed è così che passi l’altra metà della vita, quella consapevole, a contenere, a limitare i danni, a riscattarti dall’infamia, per onorare i sacrifici di vite passate asservite a permetterti di essere quello che sei. Ma chi sei? E’ questo il punto di domanda. Quello che sei diventata per loro, non ti basta più, e ti ritrovi ferma a consolarti, a capire il significato di malasorte: come condizione umana di un’esistenza nata malamente e affidata all’impeto vitale di trasformare un destino, già scritto, in un’opportunità. La malasorte. Avversità della vita. Sfiga congenita. Destino avverso.

Riscatto.

Oggi sono a casa, nella mia casa, circondata dai libri e dai film che hanno segnato il passo della mia esistenza, il camino è acceso e il mio gatto in grembo fa un rumore di stufa sempre accesa. Io sono il mio riscatto. Ma anche la mia paura. Io sono, adesso, la mia paura del futuro. La mia “disgrazia” permanente. La novità di me stessa che non mi aspettavo, quella che sono diventata, fuori da ogni schema, da ogni necessità: io vivo da sola e per me stessa, non lo so se è una conquista, a volte mi sembra un’avversità, a volte ho paura di tanta libertà e vorrei qualcuno che mi costringesse, che mi contenesse, ma poi, non so, l’istinto di essere donna mi sopraggiunge. Mi sembra che non ci possa essere altra condizione, che non riuscirei a cambiare questo stato di cose, come se tutto si fosse già compiuto, eppure mi sento ferita. Per me stessa e per le altre, per quelle, come mia nonna, che hanno sparato per salvarsi la vita, e per quelle come me che hanno camminato sui pezzi di vetro credendoli cristalli. E oggi chiudo la porta a doppia mandata e riattizzo il camino e sono sicura che mia nonna sarebbe fiera di me, di quella che ha sconfitto la malasorte per affidare la disgrazia solo e unicamente a sé stessa. Di quella che pensa che il futuro sia circoscritto in una sola parola, modificabile, ma non essenziale.

La Parola Futuro (Alessandra Racca)

Sono tornata a casa

ho disfatto la valigia

e non è successo niente di terribile:

solo non sapevo più

dove sistemare

la parola futuro.

Dice la mia amica

al telefono

dice:

Io non ho di questi problemi

basta non pensarci

io la lascio lì

si sistema da sola, dove vuole lei

non è una di quelle cose

che puoi tenere a posto

dice.

Ma non hai paura di perderla?

L’amica dice che la devo smettere

che non si può controllare tutto.

Va bene, amica,

hai ragione tu,

che vada come deve andare,

guarda: la libero

la metto davanti alla porta,

fuori dalla porta,

come l’immondizia che puzza.

Che se ne vada se proprio vuole.

Mi dura trenta secondi netti,

questo rigurgito di libertà,

giusto il tempo di riprenderla

e riportarla dentro,

‘- che tanto l’amica, dal telefono, non vede –

La mia parola futuro.

Mia, non voglio che me la rubino.

Che si tengano le loro, di parole:

loro, là fuori,

che sicuramente non tengono tutto sotto controllo

e non solo sanno dove tenere le loro parole

ma nemmeno se ne curano,

ne hanno dieci,

loro,

di parole futuro,

non una sola

è così poco una sola:

metti che la consumi,

e poi? Che fai?

Io la metto nel frigorifero! Penso,

che si conservi il più a lungo possibile,

anzi, nel freezer, così la scongelo quando mi serve.

Poi mi  sento una pazza criminale,

vedo i titoli sui giornali:

“Trovata nel congelatore la parola futuro”.

“Fatta a pezzi”, c’è scritto.

Vedi, come i giornalisti mistificano la realtà,

non l’ho fatta a pezzi io!

Ma non la posso,

non la posso congelare:

è viva.

La metterò nella dispensa

come scorta.

Ma fra il sugo e la pasta del discount

non so, mi pare sprecata…

Ma dove si mette la parola futuro?

La si appiccica alle magliette come logo?

Si deposita in banca?

Si regala, forse?

Si lascia nel letto, tipo orsacchiotto?

Fra i calzini, penso,

no, poi mi dico, fra i calzini si perde. No.

La ambiento fra le piante?

Le do un tono etno-chic fra i cuscini del divano?

La travesto e la porto in giro, come E.T.?

La porto alle feste?

La metto fra le riviste in bagno,

sull’attaccapanni,

le do un’aria da giacca “buttata lì”?

Dove, dove si mette la parola futuro?

La sotterro?

La stendo sul balcone?

La sbatto in televisione?

La faccio scendere in campo?

La prostituisco per avere successo?

Le faccio fare volontariato?

Preferirà stare a Roma, a Torino, a Berlino o a New York?

Mi trasferisco con lei in un piccolo paese

In una casa con la staccionata, l’orto e il cane?

La affido a mia madre, a mio padre, come il cane?

La porto alle feste, ai party?

Le faccio fare una vita bohemien?

Le faccio sposare un ingegnere o un artista?

Dove come dove

Si mette

La parola futuro?

La mia amica

lei lo saprebbe

ma io che voglio sempre controllare tutto

io, che non so dove caspita si metta la parola futuro

io che perdo l’orientamento

oltre che i calzini

io

oggi

penso

che se potessi vederla dentro i tuoi occhi

sarebbe bello

vederla lì nei tuoi occhi

sarebbe così bello

lasciarla nei tuoi occhi

guardarla un’ultima volta

ogni sera

prima di dormire

e finalmente

riposare.

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