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Archive for agosto 2015

Renato Guttuso

Quanti di voi hanno avuto la fortuna di incontrare qualcuno nella vita che si sia preso la briga di capire chi foste. Intendo dentro, nella parte più remota del vostro essere. Quanti di voi hanno avuto la sventura che qualcuno si prendesse veramente la briga di aprire quella porta e di accogliervi così, come una mela marcia da custodire segretamente nella cesta della frutta migliore, con la manina pronta ogni mattina a capovolgere il frutto per nascondere il marciume agli occhi degli altri. Quanti hanno usufruito del bonus di essere stati scoperti e accettati senza per questo finire nel secchio dell’organico. E non parlo dell’amore, sentimento sopravvalutato, quanto dell’amicizia, come ultimo baluardo della sopravvivenza occidentale: ci si riunisce in gruppi di due o più persone per affrontare insieme la memoria del passato, scongiurare un possibile ritorno e schierare la difesa per contrastare la caduta. Questa è la forma di amicizia concessa all’età adulta che nulla c’entra con quella dei ventenni. Una sorta di difesa a oltranza del proprio territorio, un ponte levatoio eretto alla propria ignoranza, alla paura di rischiare e perdere così quanto si è acquisito nel corso degli ultimi anni: la saggezza. La verità è che ci hanno riempito la testa con questa storia folle della consapevolezza, ci hanno talmente fracassato le palle con questa idea assurda che a un certo punto della vita devi per forza tramandare quanto hai appreso. Devi fare da filo conduttore, dare l’esempio, e tramandare il verbo, la conoscenza, l’indrottinamento… perché è di questo che si tratta. Che altro non è che la paura di guardarsi allo specchio.

A vent’anni, invece, l’amicizia serve a schierare le truppe da assalto. Ogni nuova esperienza diventa una condivisione, qualcosa da provare senza alcun timore e si vive a tentoni, osando un passo avanti e due indietro, ma il passo avanti è sempre più disteso. L’amicizia è più leggera perché non è per sempre, perché non lo sai cosa ne sarà di te e tutto diventa eterno perché relegato al momento stesso del tuo vissuto. Adesso no. Non è così. Adesso hai paura che gli amici se li porti via una tromba d’aria e allora cerchi di mediare, di essere accomodante, di sopportare ciò che non sopporti ed è così, magicamente, che stravolgi te stesso. Per la paura di diventare materiale per l’organico. A vent’anni si ha una forza nella solitudine che diventa caratteriale, come quando parti per un campeggio da solo con una sacca sulle spalle senza chiederti il perché; a cinquanta si ha la forza nella repressione, nel cercare di omologare sul filo delle proprie fobie quanti cercano di scostarsi dal pensiero comune. Una specie di “volemose bene” tra noi, che sappiamo chi siamo. Ma lo sappiamo veramente? Quanti di noi hanno aperto quella porta e concesso all’altro di essere se stesso, senza mediazioni, con tutti i difetti e il marciume che si porta appresso. Quanti?

Con questo voglio dire che mi sembra tutto capovolto, che, proprio adesso, con i miei amici di sempre dovrei conservare la leggerezza della mia presenza, perché potrei morire domattina senza aver avuto il gusto e la paura di tornare a essere un’idiota: questo vorrei dire alle mie amiche che si ostinano a fare di me ciò che non sono.

“Sono passati vent’anni da quando mi sono laureato e nel frattempo ho capito poco alla volta che il cliché secondo il quale le scienze umanistiche <<insegnano a pensare>> in realtà sintetizza una verità molto profonda e importante. <<Imparare a pensare>> di fatto significa imparare a esercitare un certo controllo su come e su cosa pensare. Significa avere quel minimo di consapevolezza che permette di scegliere a cosa prestare attenzione e di scegliere come attribuire un significato all’esperienza. Perché se non sapete o non volete esercitare questo tipo di scelta nella vita da adulti, siete fregati. Un vecchio cliché vuole che la mente sia un ottimo servo ma un pessimo padrone. Questo, come molti altri cliché in apparenza fiacchi e banali, in realtà esprime una grande, terribile verità. Non è certo un caso che gli adulti che si suicidano con armi da fuoco si sparino quasi sempre… alla testa. E la verità è che erano quasi tutti già morti da un pezzo quando hanno premuto il grilletto. E date retta a me, il valore reale e schietto della vostra cultura umanistica dovrebbe essere proprio questo: impedirvi di trascorrere la vostra comoda, agiata, rispettabile vita da adulti come morti, inconsapevoli, schiavi della vostra testa e della vostra naturale modalità predefinita che vi impone una solitudine unica, completa e imperiale giorno dopo giorno.”

(David Foster Wallace – Questa è l’acqua)

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Jackson-Pollock-La-figura-della-furia-Fig-2

Un giorno alla volta. E’ questo il segreto per disintossicarsi da tutto. Basta aspettare. Pazienti. E non farsi prendere dall’ansia mentre quello che sembrava impossibile, “boom”, diventa riuscita, conquista, trionfo, scacco matto. Basta sedersi sulle proprie necessità e aspettare l’equilibrio necessario per togliere la sedia e restare sospesi nel vuoto, per nulla intimoriti, senza la paura di precipitare, ché per il precipizio ci sei già passato.

Questo avrei voluto dire.

Luigi è inquieto, e questo lo rende affascinante, trascina le sue storie come barattoli di vernice: ogni tanto libera un colore e te lo scaglia addosso, in maniera del tutto casuale, tranne poi scoprire che per ognuno di noi, riserva una tonalità della sua vita. A volte si spinge addirittura a miscelare i colori, non si accontenta di quelli primari, no, lui ne crea di nuovi, varia sulle sfumature, gioca sulle ombre, dipinge le figure.  In questo siamo simili: gattoniamo inquieti tra il grigio scuro in cerca dell’ardesia, quale segnale, seppur minimo, di una sfumatura differente.

L’ultima volta che l’ho visto, mi aveva appena scagliato addosso un rosso cardinale, per poi scusarsene maldestramente a conferma che si era fatto prendere dall’istinto, pur sapendo che non ero pronta a ricevere un’impronta. Io dal canto mio ne rimasi piuttosto turbata, non ero abituata a tanta confidenza: un rosso cardinale è un colore importante, è il colore del dolore e della paura e per la prima volta, lo vidi, esposto, e capii che quei barattoli che si portava dietro, altro non erano che tentativi impacciati di trovare una sfumatura comune che lo aiutasse a capire.

Luigi è un uomo bambino, a volte vittima di se stesso e di quell’adulto che gli cresce dentro, che cerca di assecondare con il raziocinio, ma poi gli sfugge di mano per una gonna troppo stretta. La sua postura è eretta – non è una banalità tra una miriade di uomini che ormai cercano un riparo tra le scapole – e le gambe, magre, disegnano un arco immaginario, studiato, pronto per la caccia; il viso poi, cela malamente un tratto adolescenziale nei contorni del profilo, camuffato da una barbetta incolta: Luigi è un ragazzino, quando lo guardi, nient’altro che un ragazzino. Poi accade che ti riversi addosso uno dei suoi barattoli di vernice e allora tutto cambia: la voce diventa profonda, gli occhi lampeggiano quando getta un qualche incipit della sua vita (color pervinca) e la timidezza lo rende audace nella ricerca dei termini corretti gettati lì, nella confusione del momento, pertanto da ragazzino diventa uomo e tu cominci a chiederti chi è.

Non è il mio, questo tempo da dedicare a lui, eppure, come un’antropologa, mi spingo a studiare il suo comportamento, lo applico alle mie conoscenze, ne faccio carta copiativa sul mio vissuto, cerco di scrutarlo e di scorgere in lui la finzione del suo tempo, di quell’età ancora acerba che gioca sui ruoli e dimentica se stessa. Cerco di coglierlo in flagrante. Ma non sempre ci riesco, e anzi, a volte, mi ritrovo ad assorbire parole di scrittura, di toni da teatro e giochi di prestigio: a volte mi sembra che la curiosità si sia invertita e che io da studiosa sia divenuta oggetto dello studio stesso, come per uno scambio, tacito, di mistura dei colori.

INCIPIT

Non ho niente

da leggere

che non sia te

e di quella storia

appena accennata

nel tempo lento di una cartina

che avvolge il tuo tabacco.

Il tempo stretto

di una sigaretta

concesso ad una

sconosciuta

assetata di storie.

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