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Archive for ottobre 2015

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Non sono poi tante le cose stupide che uno può fare di sabato mattina mentre fuori si scatena il diluvio universale: potresti disegnare, leggere, guardare un film alla tele, ingozzarti di dolci come un rospo, oppure dormire, visto che hai passato la notte in bianco per assistenza domiciliare notturna presso i tuoi nipoti per sopraggiunti imprevisti familiari. E invece no, appena tornata a casa alle 6,30 del mattino, sotto una pioggia che non si stancava più di marcare il territorio, hai pensato bene di mettere mano all’armadio e fare quello che nella cultura mediterranea è considerato il giorno zero, il punto di non ritorno (perché non sai mai quando avrà fine), la discesa degli Unni nei meandri della camera da letto, quello che ogni marito, figlio, amante, concubino o animale domestico conosce bene e vive con orrore: il cambio di stagione! Ed è inutile che insistiate nel ripetere “Oooh, ma io non lo faccio più da decenni, ho un armadio quarantadue stagioni e ci ho messo dentro tutto, così ho sempre quello che mi serve a portata di mano”, tutte cazzate, mentite sapendo di mentire. Gli armadi non bastano mai, ti puoi pure comprare un appartamento e adibirlo a guardaroba, non serve a niente, ci sarà sempre, e credetemi, sempre, quel maglione della nonna che non indossate da venticinque anni che vi dispiace buttare e non sapete proprio dove incastrarlo.

Allora mi faccio il caffè. Mangio un pezzo di torta alla crusca perché sto a dieta (mo’ mi ha preso così e sono diventata una canna secca), e intanto, mentre fumo come una ex sessantottina nel periodo del massimo splendore, cerco di organizzare mentalmente cosa fare e soprattutto decido scientemente che dovrò buttare tutto. Prima operazione necessaria è quella di mettersi la tuta (la più bucata che possiedi) e procurarsi una grossa e puzzolente busta nera dell’immondizia. Ce l’abbiamo? Sì! La seconda, e non meno necessaria, è il pelo sullo stomaco: ti devi caricare come un soldatino incazzato col mondo per riuscire a osservare gli indumenti tralasciando gli avvenimenti che li caratterizzano. Non devi pensare a quella mano che slacciava il terzo bottone della camicetta che ti accingi a relegare nel dimenticatoio. No, se lo fai, allora non hai capito niente. Ti ho detto che devi prendere l’indumento, non guardarlo neanche, valutare da quanto tempo non lo indossi e, se il tempo è superiore a un anno, merda, lo devi gettare via. Questo dice la cultura taoista. E che diamine, ho pure regalato un libro a una mia amica sull’ordine supremo dell’ambiente, che me lo voleva pure tirare in faccia, e adesso mi perdo per una camicetta. Andiamo avanti.

Nel giro di mezz’ora il gatto è andato a dormire sul tappetino del bagno, unica stanza non contaminata, e la camera da letto sembra il quartiere dopo il passaggio dei Guerrieri della Notte (splendido film degli anni 90), ma non mi perdo d’animo, l’importante è non perdere la concentrazione: tu sì, tu no, tu forse… ma anche sì… no, anche no…

E via dicendo.

Poi arriva lei. È rossa, (e che te lo dico a fare!), smanicata, ma non sembra soffrirne affatto, la parte davanti in tartan con delle piccole rouches rosse, dietro è a tinta unita dello stesso tono ma di una seta morbida che contrasta con il cotone del davanti. Lei è la camicia! Non la indosso da circa diciassette anni. Non è una camicia, è una reliquia. La prima e unica volta è stata a Creta nella serata più bella della mia vita. La portavo con una gonna bianca a cinque tasche e le Converse ai piedi. Eravamo a Kastelli quale uno dei tanti approdi di quel girovagare in macchina senza meta, l’aria era dolce e l’allegria contagiosa, è stata forse una delle rare volte in cui mi sono sentita me stessa, perfettamente in armonia con il luogo e la persona che mi era accanto. Siamo andati per locali a mangiare aragosta e bere vino fino ad approdare su una spiaggia dove ho depositato uno scampolo di follia che non ho più raccolto. Non è più accaduto che decidessi di non controllare tutto come ho fatto allora, di non pormi domande, di lasciar fluire l’istinto e godere del momento. Quella non è una camicia, quella è una seduta psicanalitica a basso prezzo.

La guardo cercando di mantenere l’aplomb da soldatino in trincea, la rigiro tra le mani, cazzo sono vent’anni che me la porto appresso, e di getto, come se non ci fosse un domani, la butto nella busta nera e puzzolente. Ecco. E che ci voleva. Basta con queste stronzate sentimentaliste. A noi donne questo ci frega, la paura della memoria, la paura di dimenticare. Di affrontare un altro lungo inverno nella solitudine del plaid che non è più quello di una volta, non è più un mezzo, ma una necessità, una coperta di Linus, un conforto obbligato per affrontare un inverno che si preannuncia spietato e vendicativo per un’estate fatta di niente.

Ma ora mi sento meglio. Come a uno che gli hanno amputato la gamba ed è felice di avere un arto nuovo. Sì, mi sento meglio. In fondo sono solo cose. E mi viene in mente un gioco cretino “Se bruciasse casa tua, cosa salveresti avendo tre possibilità?”…

 “Il gatto”

… e poi…

“Le foto e i diari”

… e poi…, l’ultima…

“La camicetta rossa”.

Merda!

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