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Archive for giugno 2016

Eric Bénier-Burckel2

Il mio fermo immagine mi sorprende mentre bevo Pastis allungato con acqua Ferrarelle, guardando un film su Sky in un inutile venerdì sera della fine di Giugno 2016. Il mio fermo immagine ha di sorprendente che mentre mi sento occupata in tutte queste attività, e non di poco conto, mi sto anche commuovendo, e quello che potrebbe essere un ottimo film belga di ultima generazione, per me diventa un mantra assoluto che non lascia scampo. Il film in questione, perché sembra che sia questo il nodo principale della faccenda, si chiama “Dio esiste e vive a Bruxelles”. Certo per il titolo, di sicuro tradotto in italiano da un italiota, non è che ci si possa perdere la testa, eppure… eppure… ci sono rimasta appiccicata come una sardina sul sandwich di un marinaio svedese in crisi di astinenza. Poi il Pastis ha fatto il resto. Certo devo ammettere che è stata tutta una bella coincidenza: in un attimo mi sono sentita trasportata altrove e mi mancavano solo i cavalli a correre sulla spiaggia della Camargue. Ma non è così poetico: il Pastis l’ho comprato da Lidl e l’abbonamento a Sky Cinema l’ho fatto dopo l’ultima separazione che mi ha lasciato senza fiato, come una specie di asettica badante insomma, qualcosa che mi potesse tenere occupata tra la disperazione e l’esaltazione. Desolante, direi.

Il film, parlando del film, narrava una storia trasversale e oltremodo fantasiosa sulla creazione dell’uomo da parte di un Dio ipotetico e alquanto balordo, un Dio che potrebbe essere tradotto tranquillamente come uno dei nostri genitori, inconsapevoli artefici delle nostre debolezze, un Dio contrapposto al bene, che non avendo di meglio da fare, si diverte a distruggere la vita degli uomini. Come in un enorme e gigantesco Risiko umano. Poi c’è tutta la faccenda della figlia e del figlio (un tal Gesù) e della redenzione, ma quella è un’altra storia; quello che invece mi ha colpito è stato il senso dilatato del tempo, il tempo che rimane e di come impiegarlo al meglio, come non pentirsi di quello sprecato e di quello a venire. Come non aver paura del conto alla rovescia. Conto alla rovescia preannunciato da un sms che ha scatenato il panico a quelli che non avevano più tempo da aggiungere e ha scatenato un senso di immortalità a coloro che di tempo ne avevano da vendere.

E’ stato allora che mi sono chiesta quanto tempo avevo ancora. E come lo stavo impiegando. Guardavo farfalle, scorrevo le nubi, scopavo come un riccio, oppure semplicemente continuavo a non fare: non fare l’amore come avrei voluto, non vivere spegnendo le mie ire che nel tempo ho imparato a dominare, oppure vivere da addomesticata perché è più facile e nulla toglie, ma neppure aggiunge, a quanto sento di essere. Quanto della mia vita, se avessi un tempo limite, riuscirei a cambiare. O vorrei cambiare. Potrei anche essere felice di ciò che sono, oppure no, oppure vorrei approfittare dell’opportunità per andare altrove. Altrove da me stessa: luoghi puri, asettici, luoghi in cui non ci sia l’assolutezza del pensiero, luoghi in cui ci sia una chance e non una condanna per il vissuto, forse non eclatante e neppure esaltante, eppure il proprio, la propria sofferenza, gli errori, le paure, le incertezze. A volte è troppo facile sentirsi in assoluto i guardiani del tempio: ma il tempio a volte ce lo costruiamo addosso e spesso ci cade sulle spalle.

Ho visto un film. Non ho fatto altro, eppure già mi sembra tanto.

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