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Archive for luglio 2016

Elliott Erwitt1

Ogni tanto qualcuno prova ad aprire una porta, arriva lì con un mazzo di fiori pieno di parole, suona il campanello e sosta impaziente sulla soglia. Mette su la maschera migliore e cerca di capire che cosa ha di fronte: se donna, mezza donna o quaquaraquà. Si avventa su una cena improvvisata senza avere il minimo controllo del fenomeno, senza sapere, in maniera alcuna, cosa e chi si troverà di fronte, perché al di là della conoscenza fisica e formale, l’intimità di un pasto condiviso spesso riserva sorprese inaspettate e non sempre gratificanti: dipende dall’umore o dalla bellezza fisica dell’avventore, oppure, ancora meglio, dalla capacità del commensale di esprimere se stesso.

La cena per farli conoscere fu del tutto improvvisata. Gli aggettivi fioccavano come insolenti tentativi per esporsi in maniera marginale seppur diretta, tutto sembrava perfetto per credere alle menzogne che gli uomini si raccontano quando hanno paura di raccontarsi; eppure si raccontano, in lunghe esternazioni paradossali, quasi a confermare che la miglior rivelazione di se stessi si possa esprimere solo con gli sconosciuti.

La cena per farli conoscere fu un continuo gioco di Risiko dove la vittoria consisteva nel conquistare il proprio territorio: una sorta di Negroni sbagliato, come quando ti accontenti di una blanda mistura perché non vuoi caracollare sulla sedia del vicino; non consisteva nel conquistare un altrui territorio ma il proprio: essere coscienti sempre dello spazio e del tempo senza capirne i contorni. Una faccenda estenuante se ci penso adesso, eppure quella corda tesa ha stretto un sodalizio di anime perse che non avranno mai più nulla da dirsi, tuttavia ci hanno provato e ci sono anche riusciti.

La cena per farli conoscere fu un pericoloso esperimento dal quale tutti uscirono indenni per fortuita casualità.

Rassetto gli armadi

per non aprir le porte

affretto le negazioni

che non accetto di rettificare

racconto per non dire

eppure mi tremano le mani

e gli occhi

a tratti

riacquistano un’insolenza

dimenticata

che riaffiora veloce

come il guizzo di una tigre

che pur potendo

ghermire la preda

si arrende

alla sua malinconia.

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