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Il tempo della civetta

All’inizio sembra niente, e anzi, come di una sorta di guerra intrapresa con te stesso, ti armi fino ai denti, diventi spavaldo, cinico e arrogante, critichi il mondo circostante, disegni ragnatele strategiche, cuci orli a ricordi troppo lunghi. Prendi le distanze. Cambi la postura: la testa eretta domina i passanti, le spalle dritte sostengono l’andatura possente, pesante, di passi lunghi e ritmo da caserma, la rabbia che covi dentro esplode nella figura idealizzata nella tua mente, quella che vuoi ricreare, quella del prima che dovrà necessariamente sposare l’altra, quella del dopo, per rispettare l’organizzazione maniacale del tuo tempo. Pensi di farcela. Ti convinci di farcela. E vai avanti così per tutto il tempo che ti serve, e ogni mattina, al risveglio dalla veglia, ti senti più forte, determinato, pronto. Scavi dentro per recuperare quello che ti serve a sopravvivere, per dimostrare agli altri, ma soprattutto a te stesso, che tanti dei tuoi anni vissuti sono stati necessari per dominare questo senso di paura. Tutto ti sembra interessante, tutto può servire, e ostenti un presenzialismo che non ti appartiene, di parole senza senso con persone senza senso: tutto ti sembra necessario ad ancorare l’equilibrio, devi resistere, dimostrare alla tua essenza che sei anche questo, relegare il tuo cuore alla sua funzione primaria, vivere una guerra che ti muore dentro, come una mano che scava tra le tue macerie e ogni tanto estrae qualcosa, che osserva, distrugge in mille pezzi, ne scarta i rifiuti tossici e se lo rificca dentro.  Ti rimetti insieme i pezzi: è questo, quello che significa!

All’inizio sembra niente, poi cominci a spegnerti, la volontà di esserci cessa all’improvviso e cominci a nasconderti. Non sai spiegarti questo mutamento perché tutto continua a ritmo spedito e affronti gli avvenimenti con cipiglio determinato, eppure tu lo sai, eppure tu lo senti, che qualcosa si è spezzato e quello che credevi superato sferza un malinconico presente, lo abbatte, lo circoscrive, ne delimita i contorni dentro i quali ti sottrai. Ti sembra che la solitudine sia l’unica forma accettabile di convivenza con te stesso, l’unico spazio in cui puoi esibirti senza maschere e senza peccato: non richiama l’attenzione, non è foriero di conferme, basta così poco per ingannare gli altri, basta ridere e partecipare a qualche aperitivo. Ma tu vivi tutto il tempo con la voglia di tornare dentro, in quel silenzio che non è apatia ma costruzione sperimentale di un aspetto di te stesso che non conosci, ma riconosci, nelle atmosfere del passato, in quelle solitudini estreme dell’infanzia, quando cercavi un rifugio solitario dentro un armadio abbandonato. Rifuggi anche la comprensione, tutto diventa troppo grande anche per te stesso e troppo complicato da spiegare, in realtà non sapresti neppure da, e come, cominciare: come spiegare questa necessità di parlarsi nella testa, come descrivere questi momenti di libertà assoluta del corpo che si muove a morsi, staccando pezzi del passato per attaccarli al presente. No, non è possibile, spiegare razionalmente un circuito della mente, sarebbe folle descrivere la forma e la sostanza del filo conduttore che hai trovato, scavando tra le tue macerie: quel tunnel buio che unisce le tue vite precedenti, quelle scelte del passato che hanno occupato decenni di vita e che scorrono nel silenzio ovattato della tua memoria. Passi il tuo tempo a osservarti, a consolarti, ad accettarti. Ogni tanto frughi dentro te stesso e vorresti tornare indietro per percorrere meglio quel sentiero, aggrapparti a quella strada, percorrerla in silenzio senza la fretta di cambiare, offrirti alla cadenza temporale, scegliere senza decidere, affidarti al tempo. Senti tutto questo mentre qualcosa si chiude all’esterno, ma si spalanca dentro, e questa ignota indulgenza ti consola. Senti compassione di te stesso: è questo, quello che significa!

“A questo hai diritto. Il bagaglio per un tale viaggio non può che essere leggero… devi poterlo portare con una mano sola. Dentro non c’è niente di futile, niente di superfluo. E questo desiderio diventa molto forte, a una certa età. Improvvisamente cominci a sentire il brusio della solitudine, ed è un suono familiare. Come chi è nato in riva al mare, ma poi ha trascorso la vita in una città rumorosa, e un giorno, in sogno, sente di nuovo il mare. Vivere da soli, senza alcun scopo. Dare a ognuno ciò che gli spetta, e poi andarsene via. Purificare la propria anima e attendere.

Dapprima la solitudine è pesante, è una condanna. Ci sono ore in cui ti sembra insopportabile. Forse sarebbe meglio avere qualcuno, forse questa grave punizione sarebbe più mite se tu potessi condividerla con un altro, uno qualunque, persino un uomo indegno, una donna sconosciuta. Sono momenti di debolezza. Ma passano, perché la solitudine abbraccia lentamente anche te, nello stesso modo in cui i misteriosi elementi della vita e il tempo, nel quale ogni cosa accade, ti stringono nel loro abbraccio. Improvvisamente comprendi che tutto è avvenuto come fosse prestabilito: all’inizio c’è stata la curiosità, poi il desiderio, poi il lavoro, e infine ecco la solitudine. Non vuoi più niente, non speri di avere un’altra donna che ti consoli, né un amico che molcisca la tua anima con i suoi saggi discorsi. Ogni discorso umano è vano, persino il più saggio. Quanto egoismo dimora in ogni sentimento umano, quanti propositi oziosi, quanti raffinati ricatti con i quali si cerca disperatamente di incatenare a sé un’altra persona! Quando ti accorgi di tutto questo, e non speri più nulla dagli uomini, non ti aspetti alcun aiuto dalle donne, conosci il prezzo del successo e le terribili conseguenze del denaro e del potere, quando ormai non vuoi altro dalla vita che rintanarti chissà dove senza nessuno che ti faccia compagnia o che ti aiuti, facendo a meno delle comodità, per poter ascoltare il silenzio che a poco a poco comincia a ronzare anche nella tua anima, come sulle rive del tempo… soltanto allora hai diritto di andartene. Perché è un tuo diritto.”

(La Donna Giusta – Sándor Márai)

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007

Ogni tanto mi capita, e allora varco degli ostacoli. Il silenzio dentro emerge dagli abissi e si pone prepotente ai margini del quotidiano, mi sommerge, fino a considerare il dialogo interiore come l’unica possibilità di confronto con il mondo esterno. Non ci sono elementi oggettivi a scatenarlo, non esistono eventi catastrofici o addirittura piacevoli novità, no, niente di tutto questo: è solo un momento sospeso, ovattato di pensiero, e per nulla delirante, ma serve a riportarmi dentro. A volte resta così talmente dentro che non riesce a esprimersi neppure con la lettura, la scrittura e neanche con una telefonata. Appare tutto fermo dall’esterno, eppure al suo interno vibra un lavorio incessante di pensieri, che rincorrono ricordi di frasi spezzate e di flash inesistenti. La notte poi, tutto prende forma, e arrivano libri dimenticati e con un’ansia febbrile mi alzo nel buio a ritrovare frasi che con solerzia passeggera, ho evidenziato, piegando pagine ingiallite.

“Mi sembra assolutamente vero che il nostro mondo, che ci sembra la superficie di tutte le cose, in realtà è il fondo di un oceano profondo: tutti i nostri alberi sono una vegetazione sottomarina, e noi siamo una misteriosa fauna sottomarina, ricoperta di squame, che si nutre di avanzi, come i gamberi. Solo di tanto in tanto l’anima risale ansando dagli abissi insondabili in cui viviamo, fino a raggiungere la superficie dell’etere, dove c’è l’aria vera. Sono convinto che l’aria che respiriamo normalmente è una specie di acqua, e che gli uomini e le donne sono una specie di pesci.

Talvolta, però, l’anima risale, si innalza estasiata nella luce come un gabbiano, dopo aver depredato le profondità sottomarine. Fa parte del nostro destino mortale, suppongo, depredare l’orribile vita subacquea dei nostri simili, nella giungla sottomarina dell’umanità. Ma fa parte del nostro destino immortale fuggire dopo aver ingoiato la preda natante, per raggiungere di nuovo l’etere luminoso, sbucando all’improvviso dalla superficie del vecchio oceano nel cuore della vera luce. Allora si comprende l’eternità della propria natura.” L’amante di Lady Chatterley di D.H.Lawrence (Uno dei libri più erotici del mondo!)

Allora chiudo fuori tutto, non c’è posto per nessuno quando varco la mia soglia: puoi beccarmi un attimo prima o un secondo dopo, ma mentre sono lì, per un periodo non quantificabile, con la gamba tesa e l’altra dritta e rigida indietro, nell’atto di saltare, beh, in quel momento non c’è spazio per nessuno. Salto le pozzanghere. Quei piccoli vortici concentrici che cercano di risucchiarmi indietro, di chiudersi sul mio presente, su tutto quello di buono che sono riuscita a costruire: salto le pozzanghere per amore di me stessa e per la paura mai finita di sprofondare nell’inganno. Che mi si perdoni per tanta sfrontatezza: quella di preservarmi dai dolori già vissuti, ma salto perché ho paura di sguazzare.  Perché ho bisogno di silenzio. Perché ho bisogno di una vita grama.

“Assaporava in quel momento la totale assenza di avventure. L’avventura è un modo per abbracciare il mondo, e lei non voleva più abbracciare il mondo. Non voleva più il mondo. Assaporava dunque la felicità di vivere senza avventure e senza desiderio di avventure. Ripensando alla sua metafora, vedeva una rosa che sfioriva con gran rapidità, come in una sequenza accelerata, finché ne rimase soltanto un gambo esile e nerastro che svaniva per riempire nell’universo bianco di quella notte: la rosa dissolta nel candore.”  L’identità di Milan Kundera.

Ma tutto questo non è compreso, non è accettabile: il silenzio è pericoloso, nasconde pensieri, improvvisazioni, guizzi di follia. Cerco quindi di mascherare e rendermi accettabile ma spesso scarto e, come un terzino di una squadra di serie C, provo a passare la palla, nella speranza che nessuno si accorga della mia presenza. Astenersi! Perché è diventato così difficile? Anche sul blog, ci sono regole da rispettare come in un condominio, e scopri che uno dei tuoi blogger preferiti si è urtato per una tua stupida battuta e allora resti sospesa, non osando commentare, e lo leggi di nascosto perché quello che scrive continua a piacerti. Perché lo avevi scelto esattamente per questo! Oppure quello che credevi un “amico virtuale” si è incazzato per il commento benevolo fatto a un suo/a nemico/a e ti ha bannato. Oppure perché con la puntualità di un orologiaio matto non leggi e commenti tutto quello che ti capita a tiro. Non lo so. Boh, ci sta pure, ma di cosa stiamo parlando? Io scrivo per me stessa, così come vivo per me stessa e così come salto le pozzanghere se non mi sento di attraversarle, poi per tutto il resto c’è il quotidiano imposto e c’è la libertà illusoria.

Così come non puoi tornare indietro in una decisione già presa e dire ancora e ancora che quella persona con cui hai vissuto una vita ti manca da morire e che  nessuno è riuscito a prendere il suo posto. Non puoi più dirlo. Avresti dovuto farlo prima, quando la tua sofferenza era accettabile, compresa e rispettabile. Ora non più. Hai superato il tempo limite, il tuo tempo di sofferenza è scaduto. Come se ci fosse un tempo per l’amore.

“Ricordo bene quella paura infantile.

Scansavo le pozzanghere,

specie quelle recenti, dopo la pioggia.

Dopotutto qualcuna poteva non avere fondo,

benché sembrasse come le altre.

Farò un passo e d’improvviso sprofonderò tutta,

comincerò a volare verso il basso

e ancora più in giù verso il basso,

verso le nuvole riflesse

e forse anche oltre.

Poi la pozzanghera si asciugherà,

si chiuderà su di me,

ed eccomi rinchiusa per sempre
dove con un grido non arrivato in superficie.

Solo in seguito ho capito:

non tutte le brutte avventure

rientrano nelle regole del mondo

e se anche lo volessero,

non possono accadere.”

 

La pozzanghera – Wislawa Szymborska

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mara cerri2

M’è presa

ultimamente

questa sorta

d’indolenza

del non chiarir le cose

questa finta distrazione

un lasciar

correr disonesto

come di un lento

appassimento

vorrei tornare alla

dialettica iniziale

al confronto emozionale

ma poi non so cos’è

mi prende l’apatia

e lascio andare tutto

amori affetti e

rabbia

e mi assale lo

sconforto

di essere fraintesa.

“Sembrava molto stanca e mediamente assente, come se rivolgersi a me fosse per lei un ultimo e aggiunto sforzo notturno che non aveva previsto, e come se ancora fosse impegnata nella conversazione con la sorella e non con me, se mai quella conversazione era esistita. Sempre è la stessa cosa, giorno per giorno e con qualunque persona, costantemente, in ogni scambio di parole correnti o serie, uno po’ credere o non credere quel che gli si racconta, non vi sono altre scelte, troppo poche e troppo semplici, e così uno crede quasi tutto ciò che gli si dice, o se non lo crede tace il più delle volte, perché altrimenti tutto diventa laborioso e si aggroviglia, e procede a inciampi e nulla fluisce. Cosicché ciò che si emette rimane come autentico in linea di principio, il vero come il falso, a meno che quest’ultimo non risulti notorio, notoriamente falso.”

(J. Marías – Il tuo volto domani)

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vermeer

Il vagone è denso di parole. Il mio posto è il 24A, accanto al finestrino, chiedo cortesemente al ragazzino di spostarsi perché il posto è prenotato e rimedio uno sguardo torvo e un farfugliar di epiteti, colpevole di non aver rinunciato alla prenotazione o addirittura al mio viaggio. Mi sistemo a fatica, per nulla agevolato dal ragazzino, sempre lui, che deve rimediare alla figuraccia al cospetto della sua giovane fidanzata e si fa scivolare a mezza bocca un grazioso “Che palle questi vecchi di merda!”. Non replico, non ne ho la forza, ma dentro mi assale una rabbia sorda. Mi costringo a guardare fuori mentre il treno sferraglia a lambire le coste della riviera adriatica: il mare è tranquillo, lento e immobile, il sole ne traccia una scia luminosa; i pescatori, immortalati dalla velocità, se ne stanno come statue di marmo nell’atto di lanciare la canna; i cavalli al trotto, guidati da fantini inesperti, sollevano schiuma di mare. Osservo il mondo fuori come fossi in un acquario e immagino essere lì, a vivere qualcosa che non sto vivendo. Mi serve per sopravvivere. Dentro l’acquario è un inferno. Mi giro verso il corridoio e osservo con fare distratto la giovane mamma che costringe il figlio a giocare con l’iPad pur di farlo tacere, le due procaci ragazzine che sussurrano frasi in codice trattenendo a stento accenni di risa e guardando e digitando ripetutamente inutili frasi sul cellulare, il businessman che, poggiato il quotidiano sul tavolino, apre il computer inforca gli occhiali e comincia a interpretare la sua parte. Osservo senza partecipare: non ho libri con me, non ho telefoni con cui giocare, non ho nessuno da chiamare e neppure una merendina per leggerne gli ingredienti. Sono costretto all’inattività per due lunghissime ore e noto che gli altri mi osservano con curiosità, con un accenno di spavento. Non sono normale. Che ci fa un uomo solo, in un giorno feriale, dentro uno scompartimento, senza nulla per comunicare con l’esterno? E questa cosa comincio a chiedermela anch’io e penso che forse quest’idea di prendere un treno A/R nella stessa giornata e farsi una smazzata di sei ore per andare a una mostra sia stata proprio una gran cazzata. E penso che questo non mi farà stare meglio, che la paura non mi abbandonerà lo stesso e, anzi, mi renderà solo più vulnerabile, penso che invece dovrei stare sul pezzo e combattere e non arrendermi alla quiete della bellezza, perché di bellezza non ce n’è mica per quelli come me, per quelli che decidono di arrendersi. Metto la mano nella tasca della giacca e liscio con le dita la busta accartocciata, la tiro fuori e la distendo sul mio rettangolo di tavolino, tutti gli occhi degli astanti convergono su di essa incuriositi. Leggo i loro pensieri: “Ah, ma allora ha qualcosa da leggere…” e li vedo rilassarsi. Sulla busta c’è un logo, un logo d’ospedale e c’è un nominativo e un indirizzo e tutto sembra ricondurre a me. Anche se io non sono qui e non sono io, io sono fermo sul cavallo nella spiaggia, sono fermo nell’intento di lanciare una canna da pesca. No, non posso essere io. Lascio lì la busta chiusa e stropicciata e non la apro e non fingo di leggerla mostrando stupore o sollievo o qualsiasi emozione possa destare una lettera, no, io so bene cosa contiene. Contiene un tempo. Uno spartiacque, tra quello che avrei voluto fare e quello che non potrò più fare. Contiene un countdown. Anche se non è ben chiara la partenza perché l’omino lassù non ci ha comunicato il numero iniziale. Sappiamo solo quello finale. Conosciamo solo il punto zero. Quello conclusivo.

Mi alzo e vado in bagno, anche se non devo, giusto per alzarmi, giusto per camminare, per attraversare quell’onda di vita fragorosa che m’investe, giusto per farne parte. Mi chiudo la porta alle spalle e resto lì a guardarmi per un tempo che non quantifico, senza fretta, perché la fretta mi è divenuta improvvisamente nemica, e mi guardo allo specchio per tutto il tempo e mi vedo stanco, non diverso o invecchiato triste depresso o quant’altro, no, mi vedo solo stanco.

Nel tornare al mio posto noto una presenza, una personalità che mi sovrasta, ferma come me a guardare il nulla con una busta stropicciata in grembo, la osservo incuriosito, è una giovane donna, bella, di una bellezza antica, malinconica e solenne. Di quelle fisionomie che potresti trapiantare direttamente nell’età vittoriana, dai quei docili incarnati, vittime dei bassifondi londinesi.  Mi è seduta di sbieco, due file davanti, la posso guardare e la guardo, ostinatamente, non riesco a farne a meno. E’ piatta. Non pensa. I suoi occhi sono vuoti e seguono l’onda delle montagne dall’altra parte del vagone, mentre io seguo il mare. Il mondo ci separa, si divide in due per noi, possessori di una missiva stropicciata tra le mani. Lei si accorge, lei mi nota, e capisce l’importanza di quello che ci stiamo dicendo. Lei è ferma dalla mia parte ed io dalla sua, di là dal treno, del corridoio, dei bambini, dei ragazzini, degli uomini che accelerano il battito aziendale, del tempo che si ferma, all’improvviso, stabile, sui nostri occhi vuoti.

E il tempo si sospende in attesa che accada qualcosa ma non accade nulla e arriviamo a Bologna.

Scendendo la seguo per un po’. La vedo distratta, forse in attesa, riprendo il mio controllo e dandomi dello stupido mi dirigo verso la sosta dei taxi.

“Via Manzoni, Palazzo Fava” recito al tassista. Questo devo fare. Per questo sono qui, per regalarmi un quadro di Vermeer. Per riappropriarmi della bellezza. Per curarmi di fervore, di passione, del colore che dipinge la passione. Per questo sono qui, per cancellare i numeri del mio malanno.

Arrivo un po’ trafelato, faccio la fila nonostante la prenotazione, non ho molto tempo per riprendere il treno e tornare alla mia esistenza col numero inverso, a casa c’è qualcuno che mi aspetta, qualcuno che non sa e che non deve sapere, arrivo lì dove volevo cercarmi, da stamattina, da ieri, da quando ho saputo. Sono lì e la guardo, finalmente dal vivo, e ne tocco i contorni con la matita immaginaria dei miei occhi, ne traccio il profilo, il contorno del viso, sprofondo negli occhi, nel collo lungo, girato, appena, come per un’improvvisa chiamata, come di un amore rammentato all’improvviso. E mentre mi perdo nella contemplazione e mi lascio sovrastare dall’emozione, dimentico chi sono e il mio tempo a scadere e la bellezza mi sovrasta, m’invade e mi riempie e sento di non riuscire a trattenere le lacrime e un po’ mi vergogno di me stesso, ma poi capisco che era esattamente questo lo scopo del mio viaggio. E resto lì, fermo, mentre una mano lentamente si avvicina, mi sfiora un po’ sudata, appiccicosa e molle, s’intrufola tra le mie dita: in una tiene la mia vita, nell’altra una busta stropicciata accartocciata in grembo.

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Per quel tempo che misura le parole, che trascina dettagli dimenticati e asciuga la memoria, per quel ricordo che credevi svanito e torna a galla a prescindere e prescindere da tutto diventa una necessità, la necessità di regalarsi un alibi da alimentare a prescindere da te, da me, da tutti gli altri.

Vado a pranzo dai miei come faccio spesso la domenica, il tempo è cupo, piove e fa freddo, ma il mio umore è allegro, quasi sopra le righe, inspiegabilmente, considerando la nottata passata in bianco, ma un’energia sconosciuta mi sovrasta e se non piovesse a dirotto, potrei quasi andare a farmi una corsetta sulla spiaggia. Decido ugualmente di uscire a piedi e coprire la distanza (quattro isolati non di più) a passo veloce, fermarmi a comprare delle paste, telefonare a un’amica e ascoltare musica con i meravigliosi auricolari che il progresso ci ha regalato. L’aria è frizzante. Ogni tanto becco una pozzanghera che mi bagna l’orlo della tuta, ma non ci bado e penso che da ragazzina camminavo sempre sotto la pioggia, cosa che adesso mi sembra impensabile e anche stupida. Da adulti si comincia a scansare le pozzanghere, a ripararsi dalla pioggia e poi dalla vita. Da piccoli non sembra necessario. Mi viene in mente che una volta, da ragazzina all’età di quindici anni, tornai a casa sotto un acquazzone mangiando una pizza incurante del tempo e tutti si riparavano sotto i palazzi e tutti mi guardavano come se fossi pazza ed io ridevo dentro, ero felice, ero in comunione con la terra e con gli eventi, avevo ricevuto il mio primo bacio e il mondo sembrava appartenermi. Ricordo spesso quella sensazione mai più vissuta. Quel senso di emozione, quella pioggia sul viso, la camicia completamente bagnata e la pizza molliccia ed io che ridevo. Dentro. Ridevo dentro. Era estate. L’estate che scoprii la sconvolgente sensazione di una bocca sulla mia. Quello che più mi sconvolge nella mia età matura (sì, perché la mia è un’età matura, checché se ne dica delle cinquantenni) è che il mio corpo viaggia a una velocità diversa dalla mia sostanza: il mio cervello è ancora lì a mangiare una pizza mentre cammina sotto la pioggia mentre il mio corpo rallenta e si ferma e si blocca e prescinde. Adesso capisco i novantenni che dicono di sentirsi ancora giovani e capisco il mio ex suocero che a novantuno anni vuole che qualcuno di noi lo accompagni a sciare.

“Patrizia voglio andare a sciare, per favore accompagnami in montagna, i miei figli non vogliono, ma io ho bisogno di vedere la neve e sentirmi il vento sulla faccia, prima che muoia, prima che non riesca più a mettere gli sci ai piedi” mi telefona spesso e mi ripete ogni volta la stessa cosa, sono la sua ultima spiaggia.

“Signor Aldo, se vuole, possiamo andare sulle piste a mangiare la polenta al ristorante e poi ci mettiamo lì seduti sulle sdraio a prendere il sole, ma sugli sci non è possibile, non posso accompagnarla” e ogni volta mi sento male a rispondere così. Ma questa è la verità e lui non si rende conto che il suo tempo è scaduto ed io non so come dirglielo.

E mentre penso a tutto questo, mi arriva un commento sul blog, inforco gli occhiali (perché dalla pizza sotto la pioggia a oggi sono diventata pure cieca) e leggo di Urania che dice testualmente: “Pablo (riferendosi a un amico di penna) che dolce che sei… divertente la tua schermaglia con l’austera RossodiPersia”. Austera RossodiPersia? Austera io? E da quando sono diventata austera?

Austero = Rigido, inflessibile, intransigente, severo, moralmente rigoroso, frugale, molto sobrio ecc…

Mi prende un colpo.

“Mamma, ma secondo te sono austera?” mentre scarnifico un midollo dall’osso dell’ossobuco

“Beh, austera… diciamo che sei diventata un po’ rompiscatole, un po’ troppo precisina, poco elastica, meno tollerante, un po’ forzatamente rigida, a volte fai fatica, uno deve sempre stare attento a quello che dice, ecco, forse pesi troppo le parole e…”

“Eh, ma’, e che diamine, ti ho fatto solo una domanda, non volevo mica un referto di psicologia. Ti ho chiesto solo se sono austera, mica se sono una rompicoglioni” rispondo piccata.

“Sì, sei austera. Ma prima non eri così. Ma con l’età si cambia, certo dovresti cercare un “attimino” di smussare il tuo carattere spigoloso, sennò figlia mia quando lo ritrovi un altro marito. E tesoro mio non puoi pensare di finire la tua vita da sola, una compagnia ti ci vuole, io sono tanto preoccupata per te…” e attacca la pippa della donna sola che quando morirà non se ne accorgerà nessuno.

Io invece cerco di ritrovarmi tra i libri e mi viene in mente Mrs Dalloway di Virginia Woolf, una donna cinquantenne alle prese con il suo passato, le sue frustrazioni e la sua apparenza in una giornata tipo della perfetta borghesia inglese degli anni 20, ma io non mi sento come Clarissa, non sono una vittima e non mi sono adattata alle regole della società che mi circonda, almeno credo, ma allora come ho fatto a divenire austera?

“D’ora in avanti, avrebbe evitato apprezzamenti su chicchessia. Si sentiva assai giovane; e al tempo stesso, indicibilmente attempata. Penetrava attraverso la vita come una lama di coltello; e al tempo stesso restava al di fuori, spettatrice. Guardando il viavai dei tassì, aveva un perpetuo senso d’esser lontana, lontanissima sul mare, e sola; sempre aveva la sensazione che la vita, anche d’un sol giorno, fosse molto, oh molto pericolosa. Non ch’ella si credesse molto intelligente, o nemmeno una persona fuori dall’ordinario. Come avesse potuto cavarsela nella vita, con le scarse briciole di scienza che aveva dato loro Fräulein Daniels, non lo capiva davvero. Non sapeva nulla; né lingue, né storia; anche ora leggeva pochissimo, se non qualche libro di memorie a letto. Eppure si sentiva completamente assorbita; tante cose; i tassì che passavano… E come dire di Peter, o di se stessa, sono così, sono cosà… ” V.Woolf.

I miei auricolari… si può sopravvivere a una giornata così?

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090

 

“Ho assaporato numerose parole. Credo profondamente che questo sia tutto e che non vedrò né eseguirò cose nuove”.

La solitudine mi viene rimproverata come una colpa. Alla stregua di una vendetta. Quasi che, privando gli altri di me stessa, operassi una sorta di rivendicazione postuma su un precedente malessere. Spesso non è così. Spesso è solo agorafobia nel suo significato più esteso, più elitario, più devastante. Mi sembra spesso di non avere nulla da aggiungere con la mia presenza a tutto quello che mi circonda e anzi, quello che mi circonda spesso mi distrae, proponendo sempre nuovi stimoli che arrecano disagio e scarsa interpretazione di me stessa. E mi ritrovo quindi, quando mi violento per esserci, ad essere estranea da me, recitando una parte che non mi appartiene: di persona certa del suo spazio e che delimita con gesti misurati eccessivi e circospetti lo spazio che circonda.

La necessità di casa diventa una malattia: il luogo protetto come una postazione da Star Trek da cui controllare tutto e rispondere se vuoi rispondere e comunicare se vuoi farlo. E diventa sempre più frequente il bisogno di non farlo, di non rispondere al telefono, di non lasciare tracce del mio passaggio, di sparire come una nuvola di fumo che non lascia scia e neppure intossica, per il passaggio talmente breve da non destare alcuna preoccupazione. A volte mi violento, per rimettermi in riga, e oltre al lavoro che mi impone una presenza costante, ciarliera e ben disposta, mantengo un certo accettabile atteggiamento sociale che mi costringe a relazionarmi con gli altri, sempre in un limite ben definito, sempre senza allargare troppo all’esterno, sempre chiudendo appena possibile. E gli occhiali neri sono un rifugio e i cappelli diventano un nascondiglio.

Mi conforto di parole, di frasi memorizzate che ogni tanto mi ripeto come una cantilena e mi dico che tutto è ok, che ognuno di noi vive il proprio spazio, che le evoluzioni dell’età spesso diventano razzie, che bisogna assecondare il proprio istinto e anche quello di nascondersi. Anche quello di mimetizzarsi. Leggo. Tanto. Guardo troppi film. Mi relaziono in un mondo immaginario escludendo il reale e scartando il possibile.

“Ho perseverato nell’avvicinarmi alla felicità e all’intimità della pena”.

Ho provato a essere felice, ho passato la maggior parte della mia vita a perseguire un’idea di felicità, per accorgermi alla fine che non era la mia. Ho vissuto la pena di scoprire di aver confuso il sogno con il bisogno: di aver seguito un disegno astratto le cui linee erano disegnate da altri, da quelli che sapevano, quelli che sviluppavano un destino da dedicarmi che non ammetteva deroghe o sviste superficiali. Non sono stata all’altezza del ruolo, sul più bello mi sono distratta, quando credevo di aver raggiunto il traguardo ho fatto l’errore di osservarmi e ho chiuso gli armadi, ne ho precluso l’ingresso, creando un mondo mio di difficile accesso.

Sono serena in questa fase di sospensione della mia vita. Mi viene in mente Pessoa che nel suo “Il libro dell’inquietudine” dove descrive perfettamente il suo stato sempre uguale, senza attese, senza imprevisti, riducendo la speranza, rinunciando alla possibilità:

“Guardo, come una distesa di sole che rompe le nuvole, la mia vita passata;  e mi accorgo con uno stupore metafisico, di come tutti i miei gesti più sicuri, le mie idee più chiare e i miei propositi più logici non siano stati altro che un’ebbrezza congenita, una pazzia naturale, una grande ignoranza. Non ho neppure recitato. Sono stato recitato. Non sono stato l’attore, ma i suoi gesti”.

Chiudo con una poesia di Jorge Luis Borges che ha ispirato questo post mentre sul divano sfogliavo le pagine di egregia finezza che solo i libri datati riescono a regalare:

La Mia Vita Intera

– Qui un’altra volta, le labbra memorabili, unico e simile a voi.

Ho perseverato nell’avvicinarmi alla felicità e all’intimità della pena.

Ho attraversato il mare.

Ho conosciuto molte terre; ho visto una donna e due o tre uomini.

Ho amato una ragazza altera e bianca e di una ispanica quiete.

Ho visto un sobborgo infinito dove si compie un’insaziata immortalità di tramonti.

Ho assaporato numerose parole.

Credo profondamente che questo sia tutto e che non vedrò né eseguirò cose nuove.

Credo che le mie giornate e le mie notti eguaglino in povertà e in ricchezza quelle di Dio e quelle di tutti gli uomini.-

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