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Archive for the ‘books’ Category

Erano in silenzio, immobili da alcuni minuti, anche il piede di lei aveva smesso di rimbalzare sul pavimento. Sembrava calma, devastata. Lui chiese:

– Qual è il dolore più forte? – e lei tacque a lungo, gli occhi umidi, poi vide nella sua mente queste parole:

 – Sono completamente sola, non posso farne a meno – e immaginò di averle pronunciate.

– Puoi vedermi? – chiese lui.

– No, non posso, ma posso ascoltarti – e un angolo delizioso delle labbra si spinse audace un po’ più su.

– Non posso avvicinarmi, non so toccarti – disse lui – e voglio guardarti.

– No, non sempre, non nei miei occhi, se tu vedessi morirei. Il tuo sguardo.

Lui le parlò ancora, e senza domande finalmente.

– Non possiamo più restare. Lo sappiamo bene, siamo andati troppo vicini a dove non possiamo arrivare. Ora è il timore che prende il posto della gioia. Ciò che ti tenta va distrutto, o potrebbe distruggerti. Ti vedo, stai soffrendo e io non posso oppormi a questa sofferenza. Posso solo lasciare che si avvolga anche su di me.

Lei alzò lo sguardo verso di lui, incontrò i suoi occhi. Disse:

– Deve rimanere qualcosa. Questo momento, il ricordo di un’emozione, o la speranza folle che tutto possa ricominciare in un altro momento, in un altro luogo, dal punto in cui è stato interrotto (i suoi occhi – chiari pieni di luce e disperazione – erano fissi davanti a lei).

Silenzio tra loro, e silenzio tutt’intorno, quel silenzio della notte tardi che fa bene ascoltare.

Erano quasi di spalle l’uno all’altra, avevano avvertito in qualche momento precedente da quale distanza potevano essere separati. Ora si sentivano scivolare via. Lei non sapeva esattamente perché, ma non aveva nessun rimpianto di non aver provato la vicinanza con lui. Lui per questo si struggeva, senza sapere esattamente perché, visto che sapeva allontanarsi bene quanto lei; eppure non poteva porgere una mano e tentare di afferrarla prima che lo spazio tra loro fosse troppo. Non poteva farlo perché se la sua mano fosse rimasta lì a mezz’aria senza essere stretta da quella di lei avrebbe sentito una specie di mutilazione, l’avrebbe vista cadere a terra e spaccarsi in mille pezzi inutili. Lei disse ancora:

– Ora non posso più non sapere

– Ora non posso più non sentire – disse lentamente lui.

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La vita agra

Ci sono delle morti che svelano arrese, sono sospensioni di pensiero oppure pesantezza dell’essere, valutati in egual misura, sono rese incondizionate alla propria capacità di presenza, alla valutazione che ognuno ha di se stesso. E’ questa la morte di cui voglio parlare. Quella di un uomo di circa novant’anni ormai avvezzo alle altrui meschinità e troppo corazzato per un misero millennio. La morte di colui che si arrende al mondo circostante vissuto estraneo e non condiviso: di colui che intuisce che mai niente che possa mai accadere sarà così importante dal costringerlo a restare. Fermo. In una tetra terra disfatta del pensiero e della muta accettazione del restare, che fa comodo a molti, a tutti quelli che si concedono il lusso di argomentare. Qual è il senso di uccidersi a novant’anni, quando sai benissimo che ti resteranno ancora pochi anni da vivere? Qual è il senso di ferire il tuo corpo con un salto in discesa sull’asfalto e immaginarlo smembrato e ferito e offeso da tanta brutalità? Quanto puoi arrivare a detestare te stesso per arrivare a tanto? O quanto puoi amare te stesso per arrivare a tanto!

Sono due giorni che ci penso, non riesco a togliermelo dalla testa, oggi ne parlavo con una mia amica al telefono e con mia madre per sentire il parere di una donna di settantuno anni che ha accudito una madre del 1921. Perché ci si arrende?

“Perché non si ha più nessuno con cui parlare. Perché non c’è più qualcuno cui dire “ti ricordi…?” e questa è la ferita più grande: non avere più nessuno che condivida il tuo passato e le scelte che hai fatto e gli errori e le battaglie e le rese e le sconfitte e le risate. Non hai più memoria. I morti accanto a te trascinano anche te stesso e diventi solo un’enciclopedia che nessuno ha più il tempo di leggere e chiudi, sempre di più, e chiudi, chiudi, fino a quando smetti di parlare. I tuoi amici sono tutti morti, questo mi ripeteva tua nonna, e tu resti l’ultimo fardello di una vita raccontata. E ti guardi attorno. E quello che vedi non lo capisci. Specialmente se sei stata in montagna vestita da uomo con il fucile al braccio. Sei un’esule di te stessa. Sei fuori tempo massimo.”

“Ma perché se sei un uomo colto, non riesci a stare tranquillo a leggere davanti ad un camino fino alla fine, perché non riesci a fare come la Montalcini, a essere te stesso fino alla fine?”

“Perché ti perdi. Ti svegli tutte le mattine e quello che vedi non ti piace e odi il telegiornale e odi le solite scadenti battaglie del finto idealismo e odi non poter arrivare più all’essenza dell’uomo: hai smesso di capirlo, hai smesso di interrogarti e adesso ti sembra banale e, per assurdo, troppo simile a te stesso. Uomini che hanno vissuto accanto a Truffaut e Rossellini come pensi che possano accettare questa bieca sopravvivenza dell’ideologia comune?”

Mia madre è di parte. Mia madre è di sinistra. Quella sinistra ignorante fatta di vita vissuta. Quella sinistra sana. Quella sinistra che guarda il telegiornale e ride perché le sembra di vedere Zelig. Mia madre non è colta, si è laureata sulla strada, come i nostri nonni, come tutti quelli che sono piombati nel 1942 in una terra sconvolta dalla guerra. Mia madre è una che si è fatta una gonna con la tendina del bagno, come Rossella O’Hara di “Via Col Vento”, e ogni volta che rivede la scena, ride come una matta.

E per non divagare troppo e tornare all’argomento iniziale, io non riesco a capire il suicidio di Carlo Lizzani, così come non capisco quello di Monicelli, ma mi fido di mia madre quando dice che è logico e che si tratta di una scelta degna di tutto rispetto e che un uomo può decidere in tutta autonomia quando interrompere il corso della propria vita e può farlo per amore, come Pavese, o può farlo per stanchezza, come molti altri, ma in ogni caso parliamo di poesia. E non mi resta altro che sospendere il pensiero e aspettare per vedere cosa ne sarà di noi.

“Lizzani aveva commentato la scelta di morire di Monicelli tre anni fa:

Monicelli era un super laico, uno che voleva gestire la sua vita fino in fondo, un gesto da lucidità giovane…”

E mi viene da dedicargli queste righe tratte dall’ultimo libro di Erri De Luca “Storia di Irene”:

“Nel mio nuoto di superficie non mi immergo, resto fuori a metà. Il mare è una soglia e non la passo.

Ho la curiosità di sapere cos’è per un delfino la superficie: somiglia a quello che è il cielo per noi?

No, dice Irene, il cielo per noi è leggero, il posto da raggiungere quando non avremo più il corpo.

Per un delfino l’aria è il contrario, dove pesa di più e la sua corsa è frenata.

Salta fuori dall’acqua per misurare il peso che non ha in mare.

Mi viene un sorriso al pensiero che invece credevo a un desiderio di leggerezza nel salto di un delfino.

E’ come sull’altalena, dice Irene, quando va veloce. Arrivi al punto in alto dove la spinta smette.

Così è il tuffo in aria del delfino.

In cima al volo fa il pieno nei polmoni per avere più peso.

Anche Irene riesce a spingere il suo corpo fuori dell’acqua, ma non ha la spinta della loro coda.

Può fare brevi salti in lungo sulla superficie, ma non in alto.”

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matisse-la-danza-1910-olio-su-tela-San-Pietroburgo-museo-dellHermitage

Ieri sera ero a cena con le mie amiche storiche, come sempre, come ogni venerdì, e tra un commento e un brindisi esce fuori che il mio blog è, sì, carino, ma veramente triste e deprimente:

“Eppure il perché io non lo capisco, sei una di quelle che mi fa più ridere in assoluto, riesci a distruggere tutto con una battuta. Ma perché scrivi cose così terribilmente tristi?” Cristina è a corto di metafore stasera e per fortuna mi spiattella tutto come un rigurgito neonatale.

“Io non lo so, certo Patrì che sei triste forte, fai passare la voglia di leggerti, non capisco come fai ad avere persone che vanno là a cliccare per rovinarsi la giornata. Scusa sai, ma se non te lo dico io, non te lo dirà mai nessuno, così non funziona, ci sono delle regole nei blog, devi catturare il lettore, devi interagire: merda quella è una community, mica il centro di recupero del suicidio fan club! E che cazzo!”

“Crì” provo a rispondere “non me ne frega niente di chi legge e cosa legge, non sono là per farmi pubblicità e neanche per acquisire lettori, ma ci sono per guarire, per trovarmi uno spazio che mi resti dentro: una volta usavo un moleskine e adesso scrivo su una piattaforma. Non è cambiato niente dentro me stessa, tranne il fatto che sono in sintonia con persone che non conosco e che sento vicine e non voglio conoscere di persona, perché sono come frammenti di una mia vita che resta lì, sospesa, nell’immaginario. Io “sento” l’energia di quelle persone che seguo, ne avverto gli spostamenti d’umore, le allegrie, le difficoltà di armonizzare una realtà virtuale con quella quotidiana. Le sento vicine. Di alcuni/alcune addirittura m’innamoro, li aspetto al prossimo post, mi preoccupo se non li “vedo”. Insomma è così.”

Cerco di spiegarle quello che in realtà mi chiedo da settimane. Leggo di persone che s’incontrano e che cercano di “vedersi” per cercare conferme di ciò che hanno “sentito” e leggo di accettazioni e commenti di quanto l’uno sia conforme a quanto scrive e di quanto l’altra sia simpatica come appare. Ecco, non lo so, ma io preferisco non avere di queste conferme. Non me ne frega proprio niente se Pablo somiglia al tipo che ho immaginato o se Guido sia così colto anche quando sorseggia un caffè o se r. è diventato Erre perché aveva smarrito un paio di caratteri dell’alfabeto che poi ha ritrovato in uno Spritz. E non me ne frega niente di mostrare me stessa e di stare lì a dimostrare di essere quella che hanno immaginato e di arginare delle piccole delusioni: non ha senso cercare un punto d’incontro in un incrocio delle nostre vite ma è importante invece trovare uno spazio di relazione che sia scevro dai soliti meccanismi. E’ questa la vera rivoluzione: sentire umanamente possibile un rapporto che nasce da un flusso di energie. Inspiegabile. Irrazionale. É fiducia allo stato puro.

“Una community serve anche a conoscere gente nuova.” rilancia Cristina. Forse ha ragione. Forse devo uscire dal guscio. Forse mi sto inventando qualcosa che non esiste. Forse è figo stare lì a parlare con qualcuno che non si conosce per due ore quando io non riesco neppure a parlare con la mia migliore amica per tanto tempo, forse è figo cercare di ritrovarlo nelle sue parole scritte. Forse sì. Ma anche no. Vorrà dire che voi mi aiuterete a capire come fare a uscire dall’orso Yoghi che mi governa. Ma per stasera è abbastanza. Voglio chiudere con un brano tratto da un libro di Alberto Bevilacqua, un libro preso dalla mia libreria e che risale al 1985, forse regalato da qualcuno, oppure da me stessa, non ricordo. Voglio farlo per un tributo a uno scrittore che ha avuto un triste finale che sicuramente non meritava, così come non merita questo silenzio che lo accompagna:

“Questa specie d’amore”

“Tu stavi contro i vetri come una gatta piena e il cane, quasi avvertisse in te già qualche oscura vibrazione, rimaneva immobile ai tuoi piedi. Se poi lo alzavi per mettertelo sulle ginocchia si opponeva con le unghie, te lo vedevi fuggire via dal salone e ritornare dopo nell’identica distanza, con il liquido dell’occhio che il freddo raggrumava così che pareva scrutarti con enormi occhi color ruggine.

Era attratto dalla tua pienezza come me, e tu stessa in fondo te ne lasciavi attrarre.

Pensavo alle quarantene, alle navi ferme nei porti e chiuse dal morbo, alle loro bandiere gialle, alle febbri allegre che prendono madri e figli e si è quasi contenti di stare tutti in un letto, di non poter uscire di casa. Anche la mia mente non opponeva nulla: accettava il fatto, tollerava di esserne investita come una delle nostre piante domestiche sepolte nel mucchio che la tramontana rovesciava dentro al balcone.

Scendevo io a fare gli acquisti del latte, del pane e delle altre cose. La neve mi entrava tra la calza e la scarpa e subito avvertivo il mio piede vivo. Premevo con più forza il tacco nella superficie ghiacciata affinché questa emozione si accentuasse, oppure osservavo le scarpe affondare e allora mi pareva che – non sette mesi soltanto – ma un lunghissimo tempo fosse trascorso da quella domenica a Torvaianica.

Raggiungevo i negozi. Mi accodavo alle donne. La città s’era bloccata e dunque i rifornimenti dei negozi periferici risentivano del disordine, addirittura un certo cibo scarseggiava. Stavo ammucchiato dentro le donne, sotto la neve che cadeva, come nelle file della guerra. Ed era forse questo essere coinvolto in un’euforia e in un’eccezione comuni ad impedirmi di cadere nell’eccezione che riguardava soltanto me e avrebbe dovuto in altro modo farmi battere le vene che sentivo inerti dentro al cappotto.

Tu mi raccomandavi di comprare anche pasta che cuocesse rapida, scatole di carne e di tonno, grossi aranci che infilavo dentro la tua rete. Di mia iniziativa compravo del vino vivace. Mentre stavo davanti al banco del vinaio, con l’acre tepore che mi investiva salendo dalla cantina, qualcosa di lieto mi conquistava e io me lo portavo a casa insieme alla neve che mi crollava sul cappotto dai rami degli alberi.”

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050

Questa mattina, dopo aver depositato il mio personale obolo allo Stato sotto forma di bollo auto, ho deciso di regalarmi un libro. Per riprendermi. Ma siccome sono in uno stato di profonda prostrazione amorosa, nel senso che non credo in nient’altro che non sia il mio bicchiere di vino e la mia sigaretta e che considero questo “Due” l’unica “scena del Due” possibile nel mio futuro, ho pensato bene di regalarmi il libro in copertina. “Elogio dell’amore” di Alain Badiou perché vorrei che costui, riconosciuto come uno dei più illuminati filosofi contemporanei, mi spiegasse come alzare queste saracinesche. Se non altro mi spiegasse perché le ho abbassate.

E dopo averlo letto per un pomeriggio intero (chiaramente lo consiglio vivamente) e aver capito che quello che ho capito l’ho capito troppo tardi (nel senso che adesso mi manca la materia prima), ho deciso di condividerne uno stralcio per assicurarmi che ne facciate il vostro vademecum. Vi prego di apprezzare la fatica della trascrizione prima di insultarmi.

< TRUONG: Nel suo libro Conditions lei respinge alcune idee tenaci sull’amore, in particolare la concezione del sentimento amoroso come illusione, caro alla tradizione pessimista dei moralisti francesi, secondo la quale l’amore non è che “l’apparenza ornamentale per cui passa il reale del sesso” o che ritiene che “il desiderio e la gioia sessuale sono la base dell’amore”. Perché critica questa visione?

BADIOU: Questa concezione moralista, che appartiene a una tradizione scettica, pretende che l’amore in realtà non esista e non sia altro che l’orpello del desiderio. L’unica cosa che esiste è il desiderio. Da questo punto di vista, l’amore è soltanto una costruzione immaginaria sovrapposta al desiderio sessuale. Questa concezione, che ha una lunga storia, invita a disprezzare l’amore e appartiene già al registro securitario poiché consiste nell’affermare: “Bene, se avete dei desideri sessuali, realizzateli. Ma non è necessario montarsi la testa con l’idea che bisogna amare qualcuno. Lasciate perdere tutto ciò e andate dritto allo scopo!”. In tal caso, direi semplicemente che l’amore è dequalificato – o decostruito, se si preferisce – in nome del reale del sesso.

A questo proposito, vorrei partire dalla mia esperienza. Conosco, credo come quasi tutti, la forza, l’insistenza del desiderio sessuale, che la mia età non ha contribuito a farmi dimenticare. So anche che l’amore iscrive nel proprio divenire la realizzazione di questo desiderio. Qui arriviamo a un punto importante perché, come dice tutta una letteratura che ha origini molto antiche, l’appagamento del desiderio sessuale funziona anche come una delle rare prove materiali, totalmente legate al corpo, del fatto che l’amore è qualcosa di più di una dichiarazione. Un’affermazione del tipo “ti amo” suggella l’evento dell’incontro, è fondamentale, impegna. Ma offrire il proprio corpo, spogliarsi, rimanere nudi per l’altro, compiere i gesti immemorabili, rinunciare a ogni pudore, gridare – tutta questa entrata in scena del corpo è dimostrazione di un abbandono all’amore. Rappresenta anche una differenza fondamentale rispetto all’amicizia che non ha prova corporea, non ha risonanza nel piacere del corpo. Ecco perché l’amicizia è il sentimento più intellettuale, quello che i filosofi sprezzanti della passione hanno sempre preferito. L’amore, soprattutto nella durata, possiede tutti i tratti positivi dell’amicizia ma, a differenza di quest’ultima, si rapporta alla totalità dell’essere dell’altro, e l’abbandono del corpo è il simbolo materiale di tale totalità. Mi si ribatterà: “Ma no! Si tratta del desiderio, nient’altro”. Io sostengo che nell’elemento dell’amore dichiarato è questa dichiarazione, seppure ancora inespressa, a produrre gli effetti del desiderio, e non il desiderio in sé. L’amore vuole che la sua prova racchiuda il desiderio, e la cerimonia dei corpi è allora il pegno materiale della parola, è ciò attraverso cui passa l’idea che la promessa di una reinvenzione della vita sarà mantenuta, in primo luogo a livello dei corpi. Ma gli amanti sanno, anche nella violenza dei sensi, che l’amore è lì, come un angelo custode dei corpi, al risveglio, al mattino, quando scende la pace sulla prova di ciò che i corpi hanno inteso come dichiarazione d’amore. E’ per questo che l’amore non può essere – e penso non sia per nessuno, tranne per gli ideologi interessati a disfarsene – una semplice maschera del desiderio sessuale, uno stratagemma complicato e illusorio messo in piedi all’unico scopo di riprodurre la specie.>

Bene, questo è tutto, e nel libro c’è molto altro. Vado a dormire con l’idea, che dell’amore, io, non ci ho preso!

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coffee and cigarettes

 

Ho imparato a dire di no

a essere disciplinato

a credere di non avere più voglia

calzando piedi altrui e sogni miei.

Mi limito a sopportare quello che vedo

ma quello che vedo è una rotaia

gialla come la rabbia

e la rabbia diventa ruggine

e fa rumore.

Ho imparato a non darmi confidenza

a prendere ciò che capita

ma capita sempre la stessa cosa.

Ho imparato ad amare

ma era troppo tardi

ho imparato a voler bene

ma era troppo presto

ho imparato a odiare

ma era troppo.

Non credo di avere certezze

ma sicuramente non ho dubbi

io sono ciò che ti aspetti

ma è meglio che continui ad aspettare.

Se un giorno ci incontreremo sarà

perché

avrò imparato a capire

che non è mai troppo tardi

e avrò lasciato l’orario dei treni

sul comodino

vicino al tuo letto

ma tu te ne sarai andata

prima di me

forse perché conoscendomi

avrai imparato qualcosa.

(Vincenzo Costantino “Cinaski”)

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fotoblog

Di solito non trattengo e spesso lascio andare perché non è facile trattenere chi vuole andare via. E’ un puro esercizio di stile fine a se stesso. E nell’età adulta costa fatica: costa accettare l’errore, l’aver frainteso. E’ accettabile ma faticoso. Ti ritrovi sempre al punto di partenza e ti chiedi come puoi non aver veduto.

Stasera sono stata ad una cena sulla spiaggia, come sempre quando il caldo smorza l’estetica e tutti si riversano in mare cercando un rifugio fragoroso a un tempo lento, un tempo che si trascina via, cercando di ritrovare un eccesso adolescenziale, come quando tutto era unico, perché era unico il momento. E il bagno di notte diventa la replica del vero e autentico bagno di notte, che hai fatto quando lui ti afferrava le gambe sott’acqua e tu urlavi per finta. Tutto è sfalsato e anch’io mi sento fuori tema. Tutto quello che vivo, lo vivo con questi occhi. Spietati. E vorrei non essere quella che sono. Vorrei avere occhi di fanciulla.

Torno a casa a piedi. Duecento metri dal mare. Carpisco frasi smorzate. Frammenti di discorsi. Sono estremamente recettiva. Sarà il vino. Sarà la mia indolenza. Sarà che sono stanca e per questo ascolto. Sarà che sono stanca di questa pantomima che nell’estate si rafforza e tutti si sentono più leggeri e pronti ad accettare l’inaccettabile. Anche le fughe. Io no. Io non trattengo le persone, le lascio andare via, per sostare liberamente sul mio cuore e scardinare gli infissi e sfondare le porte e arrivare alla tenda trasparente che ci separa dalla realtà. A volta sostano. A volta fuggono via. Io non trattengo le persone, le lascio andare via, per amarezza, per solitudine e ostilità. Sono incapace di raccogliere sentimenti fasulli. Io non trattengo le persone, le lascio andare via, per non riprenderle mai più.

Questo è l’errore, […] un errore da bambini nel quale tuttavia incorrono molti adulti fino al giorno della loro morte, come se nell’intero corso della loro vita non fossero riusciti a rendersi conto del suo funzionamento e mancassero del tutto di esperienza. L’errore di credere che il presente sia per sempre, che quel che c’è in ogni istante sia definitivo, quando tutti dovremmo sapere che niente lo è, fino a che ci resta un po’ di tempo. Ci trasciniamo dietro abbastanza capovolgimenti e giri, non soltanto della sorte ma del nostro animo. Impariamo a poco a poco che quanto ci era apparso gravissimo un bel giorno ci sembrerà neutro, soltanto un fatto, soltanto un dato. Che la persona senza la quale non potevamo stare e a causa della quale non riuscivamo a dormire, senza la quale non potevamo concepire la nostra esistenza, dalle cui parole e dalla cui presenza dipendevamo giorno dopo giorno, verrà il momento in cui non ci occuperà un solo pensiero, e anche se ciò avverrà, di tanto in tanto, sarà per uno stringersi nelle spalle, e il massimo cui potrà giungere quel pensiero sarà chiedersi per un attimo: “Che ne sarà stato di lei?”, senza nessuna preoccupazione, senza neppure curiosità. Che cosa ci importa oggi del destino della nostra prima fidanzata, la cui telefonata o l’appuntamento aspettavamo con impazienza? E che ce ne importa persino del destino della penultima, se è ormai un anno che non la vediamo? Che ci importa degli amici di scuola, e di quelli dell’università, e degli altri venuti dopo, sebbene ruotassero attorno a loro lunghissimi tratti della nostra esistenza che sembrava non sarebbero finiti mai? Che cosa ci interessa di quelli che si distaccano da noi, di quelli che se ne vanno, di quelli che ci voltano le spalle e si allontanano, di quelli che lasciamo perdere e rendiamo invisibili, puri nomi che ricordiamo soltanto quando per caso tornano a giungerci all’udito, di quelli che muoiono e così ci abbandonano?

(Gli Innamoramenti –  J. Marìas)

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andrea pazienza

 

Cerco la rima.

Son pieno d’amore

per gli altri,

son pieno

d’amore

e il mio

amore

è un fluido

magnetico

passato

al setaccio.

Il mio

amore per gli

altri è vero.

E nel mio

amore vero

c’è tutto

c’è l’odio.

Un pizzico d’odio

non guasta

l’amore perfetto.

E il mio amore

perfetto è un mare

con un po’

d’odio dentro, granelli

di sabbia.

E il mio amore

è un fluido

magnetico passato

al setaccio.

(A.Pazienza – inizio anni ’70)

Mi chiamo Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza, ho ventiquattr’anni, sono altro un metro e ottantasei centimetri e peso settantacinque chili. Sono nato a San Benedetto del Tronto, mio padre è pugliese, ho un fratello e una sorella di ventidue e quindici anni.

Disegno da quando avevo diciotto mesi, so disegnare qualsiasi cosa in qualunque modo. Da undici anni vivo solo. Ho fatto il liceo artistico, una decina di personali, e nel ’74 sono divenuto socio di una galleria d’arte a Pescara: “Convergenze”, centro d’incontro e di informazione, laboratorio comune d’arte. Sempre nel ’74 sono sul Bolaffi. Dal ’75 vivo a Bologna. Sono stato tesserato dal ’71 al ’73 ai marxisti-leninisti. Sono miope, ho un leggero strabismo, qualche molare cariato e mai curato. Fumo pochissimo. Mi rado ogni tre giorni, mi lavo spessissimo i capelli e d’inverno porto sempre i guanti.

Ho la patente da sei anni ma non ho la macchina. Quando mi serve, uso quella di mia madre, una Renault 5 verde. Dal ’76 pubblico su alcune riviste. Disegno poco e controvoglia. Sono comproprietario del mensile “Frigidaire”. Mio padre, anche lui svogliatissimo, è il più notevole acquarellista ch’io conosca. Io sono il più bravo disegnatore vivente. Amo gli animali , ma non sopporto di accudirli.

Morirò il sei gennaio 1984.

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