Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘books’ Category

Non ipotecare il futuro. Facile a dire. Lo vedevo, il futuro. Si estendeva davanti a me a perdita d’occhio, piatto, nudo. Non un progetto, non un desiderio. Non avrei scritto più. E allora, che cosa avrei fatto? Che vuoto, dentro di me, attorno a me. Inutile. I greci chiamavano i loro vecchi “mosconi”. “Inutile moscone”, si dice Ecuba nelle Troiane. Sono io. Sono rimasta folgorata. Mi domandavo come si possa riuscire ancora a vivere quando da se stessi non si spera più niente.

(S. de Beauvoir)

Read Full Post »

Anche le cose più indelebili hanno una durata, come quelle che non lasciano traccia o neppure succedono, e se le possiamo prevedere, annotare o registrare o filmare, e ci circondiamo di promemoria e addirittura cerchiamo di sostituire l’accaduto con la sua mera conferma, registrazione e archiviazione, di modo che ciò che accade realmente non sia, fin dall’inizio, che il nostro annotare o registrare o filmare, nient’altro; pure in quest’infinito perfezionamento della ripetizione avremo perduto il tempo in cui davvero le cose accaddero (benché sia il tempo dell’annotazione); e mentre cerchiamo di riviverlo o riprodurlo o farlo tornare indietro e impedirgli di fuggire, un tempo diverso gli succederà, e in questo tempo, di certo, non staremo insieme né risponderemo a nessun telefono e ci mancherà il coraggio e non potremo evitare il crimine o la morte (anche senza commetterlo o esserne la causa), perché lo lasceremo trascorrere come se non ci appartenesse nel tentativo febbrile di non farci scappare e di rivivere quel che è già successo. In questo modo, ciò che vediamo e sentiamo finisce per assomigliare e addirittura diventare identico a ciò che non abbiamo visto né sentito, è solo questione di tempo, o dipende dalla nostra scomparsa. E nonostante tutto non possiamo far altro che impostare la nostra vita ad ascoltare e a vedere e a partecipare e a sapere, convinti che la nostra vita dipenda dallo stare insieme un giorno o dal rispondere a una telefonata, o dall’avere il coraggio, o dal commettere un crimine o causare una morte e sapere che è stato così. A volte ho la sensazione che niente di ciò che succede succeda davvero, poiché niente succede senza interruzione, niente persiste né persevera né si ricorda in eterno, e anche la più monotona e banale delle esistenze si annulla e nega se stessa in questa ripetizione apparente al punto che niente è niente e nessuno è nessuno che sia esistito in precedenza, e la debole ruota del mondo viene spinta da smemorati che ascoltano e vedono e sanno ciò che non si dice e non avviene e non si conosce né si può dimostrare. Ciò che avviene è identico a ciò che non avviene, ciò che scartiamo o ignoriamo identico a ciò che accettiamo o afferriamo, ciò che sperimentiamo identico a ciò che non proviamo, tuttavia la vita passa e passiamo la vita a scegliere a rifiutare a selezionare, a tracciare una linea che separi quelle cose che sono identiche e faccia della nostra storia una storia unica da ricordare e da raccontare. Impieghiamo tutta la nostra intelligenza e i nostri sensi e le nostre ansie al fine di discernere ciò che sarà uniformato, o che lo è già, e per questo siamo pieni di rimpianti e di occasioni perdute, di conferme e riaffermazioni e di occasioni sfruttate, quando l’unica certezza è che nulla si afferma e tutto si perde. O forse non c’è mai stato niente.
(J. Marías – Un cuore così bianco)

Read Full Post »

Sia chiaro, una volta per tutte, che essere innamorato è un fatto personale che non riguarda l’oggetto amato – nemmeno se questo riami. Ci si scambia, anche in questo caso, dei gesti e delle parole simboliche in cui ciascuno legge quanto ha dentro di sé e per analogia suppone viga nell’altro. Ma non c’è ragione, non c’è bisogno, che i due contenuti combacino. Ci vuole un’arte tutta propria per sapere accettare e interpretare favorevolmente quei simboli e disporvi la propria vita in modo soddisfacente. Nulla può fare l’uno all’altro se non offrire di questi simboli, illudendosi che la corrispondenza sia reale. Ma occorre una riserva at the back of one’s head di pratica scaltrezza: occorre aver deciso di servirsi di questa offerta (fatta per bisogno individuale dell’oggetto amato) per appagare le proprie necessità. Chi sarà stato scaltro nell’impostazione della corrispondenza, non soffrirà vicende, farà accadere ogni cosa secondo il suo vantaggio, creerà un mondo di cristallo in cui si godrà l’oggetto. Ma non dimenticherà mai che la sfera di cristallo è un vuoto dove l’aria non penetra, e si guarderà dal romperla nell’ingenuo tentativo di aerarla. Abbandoni, trasporti, figli, devozioni, fiduce: sono simboli individuali, dai quali l’aria – la mistica penetrazione dell’altro – è sempre esclusa. Vi è insomma tra questi simboli e la realtà lo stesso rapporto che tra le parole e le cose. Bisogna essere così scaltri da prestar loro un significato senza scambiarli con la sostanza vera. Che è la solitudine di ciascuno, fredda e immobile.

(C. Pavese – Il mestiere di vivere 1935/1950)

Read Full Post »

Da lettrice e giammai da scrittrice, anche perché non oserei mai definirmi tale, mi permetto di richiamare l’attenzione sulla cosiddetta letteratura compiacente. Che significa? Molto semplice: si definisce letteratura compiacente quella che cerca, tramite il suo autore, di uniformarsi al pensiero corrente. Quella che non aspira a cercare un pensiero proprio, ma di trovare breccia nelle esperienze di vita altrui.

Gli scrittori che si adattano alla letteratura compiacente si dividono in due categorie: quelli che non sono proprio in grado di esprimere un pensiero rivoluzionario e quelli che la rivoluzione interiore la custodiscono per pigrizia oppure per operazioni di marketing. I primi barano spudoratamente, mentre gli altri non hanno la benché minima fiducia nelle capacità del lettore e pensano così di intortarlo.

Nella mia adolescenza ho avuto la fortuna di imbattermi in romanzi/saggi di scrittori che sono riusciti a fermare, anche solo a riflettere, un’ideologia, un sentimento, uno smarrimento per la vita vissuta. Scrittori capaci di trattenermi giorni interi su una pagina, leggendo e rileggendo e confrontando il mio smarrimento adolescenziale alla loro esperienza. Scrittori anche discutibili come Céline che non rispecchiava esattamente il mio processo di crescita, eppure talmente rivoluzionari nel pensiero, da indurmi a fermarmi.

Mi capitava di trovarmi in libreria e imbattermi in Stendhal Sartre Vian Kundera Yourcenar Morante Pavese Duras e quant’altri ancora, mi capitava di scontrarmi su un pensiero e su quel pensiero vagavo nelle notti insonni ricche di impazienza di vivere, quando il corpo adolescente si scontrava con il disordine della mente. Mi capitava di portare testi in classe, durante le assemblee, e passare i pomeriggi a discutere di teorie fantasiose sulla possibilità di capire cosa ci tormentava.

Ora invece, cosa c’è? Molta spazzatura. Oggi in libreria devi turarti il naso e oltrepassare, ad occhi bendati, tutte le cataste di libri all’ingresso, con lo stampino a caratteri cubitali del personaggio di turno. Regna la necessità di trovare un linguaggio comune che spinga il lettore ad acquistare il libro. Dove sono finiti quei pensatori liberi e unici che origliavano tutta la vita attorno ad un pensiero, fino a farlo diventare ossessione e che rappresentava il loro personale delirio? Spesso quell’ossessione diveniva “il pensiero” su cui generazioni a venire avrebbero tratto linfa per superarsi e ribellarsi. Forse le uniche forme di arte ancora libere dalle costrizioni di marketing, stazionano ancora nella poesia, perché gli editori ci puntano poco, e sul cinema di nicchia, che si impone ancora una libertà di espressione a discapito del botteghino.

Tempo fa, mi hanno regalato l’ultimo libro di un giornalista abbastanza conosciuto (non Vespa, ovviamente, l’avrei immediatamente cestinato), pensando di farmi cosa gradita, ed io ho pianto per l’orrore di trovarmi di fronte a tanta banalità. Pur essendo un ottimo giornalista, nulla da obiettare, ma il suo libro è intriso di nulla. Il mio ricordo è andato subito a Montanelli, che pur essendo distante mille miglia dal mio pensiero, non ho mai smesso di ascoltare.

Oggi più che mai c’è l’esigenza di un’ideologia rivoluzionaria, in qualsiasi campo, che scuota le generazioni future, oggi più che mai c’è la necessità che gli scrittori si assumano la responsabilità del proprio pensiero.

Tutte le rivoluzioni culturali sono passate attraverso la carta stampata e dove sono finiti i pensatori liberi? Perché non c’è più nessuno che ci offra un’emozione? D’amore, sociale, politica, non importa … ma un pensiero unico e non quello del mio collega della porta accanto!!

Non ci s’inventa scrittori se non si ha nulla da dire e spesso pur avendo molto da dire, si preferisce tacere e sopravvivere sull’onda del compiacimento.

E non puoi neanche manifestare questa insoddisfazione, quando credi veramente che qualcuno abbia di meglio da offrire, perché vieni immediatamente scaraventata nel regno degli stolti.

Ecco, io voglio di più, voglio avere il piacere/disgusto di scontrarmi in un pensiero, che mi lascia sveglia per notti intere a chiedermi perché non ci avevo pensato prima.

E’ chiedere troppo ad uno scrittore? Non credo. Mi sembra il minimo. Ed è per questo che mi ostino su Houellebecq, nonostante mi sia arresa alla non rivoluzione.

Read Full Post »

L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l’abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all’infinito! Che significato ha questo folle mito?

Il mito dell’eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla.

Diciamo quindi che l’idea dell’eterno ritorno indica una prospettiva dalla quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità. Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare un qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero? La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina.

Se ogni secondo della nostra vita si ripete un numero infinito di volte, siamo inchiodati come Gesù Cristo alla croce. E’ un’idea terribile. Nel mondo dell’eterno ritorno, su ogni gesto grava il peso di una insostenibile responsabilità.

Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa?

Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d’amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell’uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto il fardello è più pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica.

Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato.

Che cosa dobbiamo scegliere, allora? La pesantezza o la leggerezza?

Tomáš aveva incontrato Tereza per la prima volta circa tre settimane prima in una piccola città della Boemia. Non erano stati insieme nemmeno un’ora. Lei lo aveva accompagnato alla stazione e aveva aspettato con lui fino al momento in cui era salito in treno. Dieci giorni dopo venne a trovarlo a Praga. Fecero l’amore subito, il giorno stesso. Quella notte le venne la febbre e rimase perciò l’intera settimana nel suo appartamento con l’influenza. Rimase da lui una settimana finché non fu guarita, poi tornò nella sua città, a duecento chilometri da Praga.

Egli è alla finestra, gli occhi fissi al di là del cortile sul muro della casa di fronte e riflette: Deve chiederle di tornare a Praga per sempre? E’ una responsabilità che lo spaventa. Se adesso la invitasse a casa sua, lei verrebbe, per offrirgli tutta la sua vita. Oppure non deve più sentirla? In tal caso Tereza rimarrà una cameriera in un ristorante di provincia e lui non la rivedrà mai più.

Voleva o no che lei lo raggiungesse?

Se la prese con se stesso, ma alla fine si disse che in realtà era del tutto naturale non sapere quel che voleva. Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future.

Read Full Post »

« Newer Posts