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Archive for the ‘books’ Category

sciarpa

Poco importa chi sia a rompere una relazione. Che sia tu o lui, il dolore è lo stesso.

Dormi con un uomo per quasi cinque anni, annusi l’odore del suo sudore, senti le sue gambe pelose che ti sfiorano di notte, e sei legata a lui. Quando se ne va, è come un’amputazione. E vai in giro in cerca di una stampella di legno, pur sapendo che non servirà a niente.

Poco importa che tu sappia o meno che quell’uomo non va bene per te. Poco importa che tu sappia che quell’uomo non va. Alla fine di una storia d’amore, aderisci alla scuola di pensiero di Stella Kowalski: ci sono cose che succedono al buio tra due persone, che fanno sembrare giusto tutto quello che succede alla luce.

Dart se ne è andato. Non voglio scendere in particolari sulla settimana tra la sua definitiva partenza e l’arrivo delle gemelle. Su questa assoluta amputazione. Su come cercavo di seguire tutti i motociclisti con casco che mi passavano accanto e finivo invariabilmente per andare quasi a sbattere contro qualche antico albero deciduo. I corteggiatori senza speranza che mi telefonavano – vecchi boyfriend, amici dei tempi di scuola, poveri disgraziati che arrivano barcollando durante la prima settimana postamputazione: feriti ambulanti, che parlano con rabbia del loro divorzio, dei loro figli adolescenti drogati, dei loro crolli in affari, della loro bancarotta… e vengono ad appoggiarsi al tuo bar per condividere il tuo analcolico calore. Perlopiù vengono per starsene lì con aria avvilita a parlare, intuendo un’altra anima persa che odia star sola al tramonto, e ti guardano e tu li guardi, mentre per la testa ti passa qualche idea di sesso, ma poi decidi che sarebbe troppa fatica e non sapendo se devi porgere loro un questionario Kinsey o un preservativo, o tutt’e due, li accompagni alla porta e offri loro una casta guancia da baciare, e via a letto.

Ballata di ogni donna – Erica Jong 1989 –

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buzzati

Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.
Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi.

Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento.

Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene.

Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.

Ma tu – adesso mi ricordo – mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient’altro.

Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne.

Tu diresti “Che bello!”. Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora. Ma tu – ora che ci penso – tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno.

E non diresti “Che bello! “, ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici. Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica.

Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo. Ma tu – lo capisco bene – invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni.

Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d’oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda.

Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina.

E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo. Ma tu – adesso ci penso – sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.

(Dino Buzzati – La Boutique del Mistero)

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 oriana fallaci

Non sono brava a fare le cose da sola. Di solito rinuncio e penso che non valga la pena fare qualcosa che desideri se poi non riesci a condividerla. Questo era ieri. Oggi penso che ci sia un gusto perverso nel godere del proprio isolamento.

Martedì si annunciava come una giornata pesante, di quelle piene di fantasmi, con gli armadi che si spalancano all’improvviso e ti rovesciano addosso mille scheletri in formato A4: accordi da sottoscrivere, sguardi sfuggenti, mani che si sfiorano, passi che calpestano per l’ultima volta lo stesso selciato. Una di quelle giornate assurde, quando la burocrazia la fa da padrone e ti rendi conto di essere solo un burattino nelle mani de “la risoluzione indolore perché siamo persone civili”.

Sbrigate le pratiche che mi hanno reso meritevole di un posto in paradiso dalla parte dei consensuali, mi sono infilata in libreria e, dopo essere inciampata malamente sull’ultimo gradino che portava al piano di sopra e aver tranquillizzato tutti gli astanti sulla mia salute, mentre le calze si producevano in un’imbarazzante smagliatura all’altezza del ginocchio sinistro, ho comprato l’ultimo libro di Lidia Ravera dal titolo “Piangi pure” e credo che sia inutile ogni compassionevole commento al riguardo. Fatto questo, decido di meritarmi un succo d’arancia “zuccherato” con tanto di sigaretta perché “quando ce vo’… ce vo’” e sfogliando con finta distrazione, dovuta più che altro all’incipiente cecità, un giornalino cittadino, mi imbatto nella locandina dello spettacolo teatrale della Guerritore ispirato alla vita di Oriana Fallaci. Oriana Fallaci è stata il mio primo amore. All’età di quattordici anni ho cominciato con “Lettera a un bambino mai nato” per divorare nel corso degli anni tutto quello che la riguardava, dagli articoli ai libri. Ho poi avuto un momento di insofferenza: io dichiaratamente di sinistra come potevo capire quello sconfinato senso di libertà che l’aveva ghermita fino a farla diventare giustizialista? Avevo smesso di seguirla per coerenza.

Insomma, per farla breve, m’infilo a teatro nello spettacolo delle h.17,00. Spettacolare! Mai visti tanti centenari tutti assieme. E ho scoperto che nella mia città, piena di banche e negozi, esiste un microcosmo culturale inaspettato che vive alle cinque del pomeriggio.

Seduta sulla mia poltroncina di velluto rosso scopro con stupore di sentirmi perfettamente a mio agio e di non provare, nella maniera più assoluta, la mancanza di un qualche mio coetaneo. Coccolata come non mai, con offerte di brochure da leggere e mentine da succhiare, attendo di lasciarmi trasportare dal mio pomeriggio liberatorio.

E diventa davvero liberatorio. E diventa davvero come ritrovare la tua amica del liceo e scoprirti uguale, anche se diversa, perché la danza è la stessa, anche se i ballerini sembrano più stanchi. Mi commuovo fino alle lacrime mentre la signora accanto mi osserva guardinga: l’udito non l’assiste e vede solo aggirarsi sul palco una tipa con i pantaloni a zampa, un cappotto di finto ghepardo, grandi occhiali neri e che fuma come una tossica. Ma io mi sento bene e torno a casa leggera per chiudere gli armadi.

“La vita cos’è, Francois?”

“Non lo so. Ma a volte mi domando se non sia un palcoscenico dove ti buttano di prepotenza, e quando ti ci hanno buttato devi attraversarlo e per attraversarlo ci sono tanti modi, quello dell’indiano, quello dell’americano, quello del vietcong…”

“E quando l’hai attraversato?”

“Quando l’hai attraversato, basta. Hai vissuto. Esci di scena e muori.”

“E se muori subito?”

“E’ lo stesso: il palcoscenico puoi attraversarlo più o meno alla svelta. Non conta il tempo che ci metti, conta il modo in cui lo attraversi. L’importante, quindi, è attraversarlo bene.”

“E che significa attraversarlo bene?”

“Significa non cadere nel buco del suggeritore. Significa battersi. Come un vietcong. Non lasciarsi sgozzare, non addormentarsi al sole, non paralizzarsi nella paura, non chiacchierare e basta come fanno gli ipocriti e, tutto sommato, anche noi. Significa credere in qualcosa e battersi. Come i vietcong.”

“E se sbagli?”

“Pazienza. L’errore è sempre meglio del nulla.”

(Francois Pelou e Oriana Fallaci)

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Justyna Kopania

Alcuni mesi or sono mi è capitato di sentirmi molto offesa per una constatazione espressa da una persona a me cara che amo e stimo molto. Costui pensa, forse a ragione, per alcuni versi, di conoscermi profondamente e mi ha accusata di essere diventata come quelle vecchie bacucche cinquantenni che confondono l’amore con l’innamoramento. Questa rivelazione, di per sé innocente, ha provocato in me un profondo scombussolamento e mi ha portato a fermarmi in un tempo morto per riflettere su questa mia presunta trasformazione. Non sono riuscita a trovare espressioni valide e concise che potessero esprimere il mio rapporto sano e malato con l’amore di quest’età matura, fino a quando non mi sono imbattuta nel libro di uno dei miei autori preferiti da cui estraggo alcuni stralci che mi hanno permesso di rispondermi .

L’Amore
“Tutti siamo imitazioni di persone che quasi mai abbiamo conosciuto, persone che non si avvicinarono o che tirarono dritto nella vita di quanti adesso amiamo, oppure che si fermarono ma si stancarono nel giro di poco tempo e sparirono senza lasciare tracce o soltanto la polvere dei passi che fuggono, o che sono morti per quelli che amammo, procurando una ferita mortale che quasi sempre finisce per richiudersi. Non possiamo pretendere di essere i primi o i preferiti, siamo soltanto quel che c’è a disposizione, i resti, il superfluo, i sopravvissuti, quel che rimane, i saldi, ed è con questo nobile poco che si costruiscono i più grandi amori e si fondano le migliori famiglie, da questo proveniamo tutti, prodotto della casualità e del conformismo, degli scarti e delle timidezze e degli insuccessi altrui, e pure così daremmo qualsiasi cosa a volte per rimanere legati a chi recuperammo un giorno da una soffitta o da una vendita all’asta, oppure ci toccò in sorte giocando a carte o che ci raccolse tra gli scarti; inverosimilmente riusciamo a convincerci dei nostri azzardati innamoramenti, e sono molti quelli che credono di vedere la mano del destino in ciò che non è altro che una riffa di paese mentre ormai agonizza l’estate… ”

L’Innamoramento
“Ci attirano molto alcune persone, ci divertono, c’incantano, ci ispirano affetto e addirittura ci inteneriscono, o ci piacciono, ci trascinano, riescono anche a renderci pazzi momentaneamente, godiamo del loro corpo o della loro compagnia o di entrambe le cose. Persino, alcune, ci diventano imprescindibili, la forza delle abitudini è immensa e finisce per supplire a quasi tutto, e al limite per sostituirlo. Può sostituire l’amore, ad esempio; ma non l’innamoramento, conviene fare distinzione tra i due, anche se si confondono non sono la stessa cosa… Quel che è molto raro è provare una debolezza, una vera debolezza per qualcuno, o che costui la produca in noi, che ci renda deboli. Questa è la cosa determinante, che ci impedisca di essere oggettivi e ci disarmi in eterno e ci faccia arrendere in tutte le contese… In generale la gente non prova questo con un adulto, né in realtà lo cerca. Non aspetta, è impaziente, è prosaica, forse neppure lo vuole perché nemmeno lo concepisce, cosicché si unisce o si sposa con il primo che gli si avvicina, non è così strano, è stata la norma per tutta la vita, vi sono quelli che pensano che l’innamoramento sia un’invenzione moderna venuta fuori dai romanzi. In tutti i casi, ormai l’abbiamo, l’invenzione, la parola e la capacità per il sentimento.”
(Javier Marìas)

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La sognatrice di Ostenda

“Questa che vede era la biblioteca di mio padre, professore di letteratura, e in mezzo a questi volumi vivo sin dall’infanzia senza sentire il bisogno di aumentare la collezione. Ho ancora talmente tanto da scoprire! Subito dietro di lei, per esempio, è pieno di libri che non ho ancora letto: di George Sand, di Dickens… anche di Victor Hugo”.

“La genialità di Victor Hugo è che c’è sempre una pagina di Victor Hugo che uno non ha letto”.

“Esatto. Mi dà sicurezza vivere così. Protetta, guardata a vista da giganti! E’ per questo che qui non ci sono… novità”.

Aveva pronunciato la parola “novità” dopo una breve esitazione, con cautela e rimpianto, articolandola in punta di bocca, come se fosse stato un termine volgare o addirittura osceno. Sentendolo dalle sue labbra mi resi conto che si trattava in effetti di un vocabolo commerciale, adatto a definire un articolo di moda ma improprio nel caso di un’opera letteraria: capii anche che ai suoi occhi io non ero altro che un autore di “novità”, una sorte di fornitore.

“Anche Daudet e Maupassant erano “novità” quando sono usciti” osservai.

“Il tempo ha assegnato loro un posto” replicò come se avessi appena proferito un’insolenza.

Mi venne voglia di dirle che era lei, adesso, a mostrarsi ingenua, ma dato che non volevo contraddire la mia ospite mi limitai a diagnosticare la causa del mio disagio: quella biblioteca non respirava, sembrava un museo, si era cristallizzata quaranta o cinquant’anni addietro e non sarebbe mai evoluta fintanto che la sua proprietaria rifiutava di iniettarle nuova linfa.

“Mi perdoni l’indiscrezione. Lei è solo?”.

“Sono venuto qui per riprendermi da una separazione”.

“Oh, desolata di averglielo ricordato… mi dispiace molto… Spero di non averla ferita… Mi scusi tanto”.

Il calore, lo spavento, l’improvviso nervosismo con cui aveva reagito sottolineavano la sua sincerità. Quella donna si rimproverava davvero di avermi ficcato la testa in un secchio di brutti ricordi.

“Ostenda è perfetta per un mal d’amore…” balbettò con aria persa.

“Anch’io trovo. Crede che ce la farò a guarire?”.

Emma Van A. mi fissò aggrottando le sopracciglia.

“Guarire? Conta di guarire?”.

“Sì, cicatrizzare la ferita”.

“E pensa di riuscirci?”.

“Be’, sì”.

“Curioso” mormorò lei squadrandomi come se non mi avesse mai visto prima.

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Nel primo pomeriggio con la santa pazienza che si richiede a un essere umano nel periodo di delirio consumistico prenatalizio, mi trascino, scansando uomini animali e automobili, presso la mia libreria di riferimento per il solito consueto liberatorio economico e schifato regalo natalizio. Entro decisa con approccio post bellico: un po’ affannata e piuttosto annoiata, per sottolineare a me stessa la differenza evidente con la tipa impellicciata e sommersa dalle shopper firmate che si aggira spaurita come una dodicenne alla prima di un film porno. Faccio una gincana tra i libri di Vespa e quelli della Parodi (ci sarà pure un motivo se l’hanno messi insieme!), sorpasso le ultime novità, cerco di non farmi attrarre dall’ennesimo moleskine, scavalco un ragazzo nella sezione fantascienza e approdo felice nel padiglione letteratura, disposto in ordine alfabetico. So perfettamente cosa cerco, non entro mai a casaccio, fa parte della mia natura: anche se devo comprare un salame, so perfettamente che odio il milano e preferisco l’ungherese! In questo caso devo acquistare un vecchio libro che servirà a una mia amica per superare questo periodo in cui ha bisogno di parole cui credere. I libri servono per guarire e donarli significa regalare un salvavita usato e certificato da te stessa. E comincio… A…B…C…D la D mi serve la D: De Carlo, De Silva, De Luca, Dunne, no, non ci siamo. Provo con la B: Baricco, Benni, Brown, no, neppure qui ci siamo. Forse con la S… impossibile mi rifiuto pure di pensarlo. Infelice e sconcertata mi decido ad affrontare il capannello di gente in fila davanti alla postazione del computer, dove un’allucinata commessa cerca di allacciare il cervello per quella che rappresenta la peggiore giornata della sua vita; arrivo finalmente dopo aver ascoltato dalla bocca di due signore alle mie spalle tutti i presunti tradimenti di Giacomo nei confronti di Annalisa, invitati al cenone di fine anno e ignari della presenza dell’amante di Giacomo. Finalmente mi tocca, mi pianto, oramai allo stremo, davanti alla fanciulla per dirle:

“Cercavo Una Morte Dolcissima di Simone de Beauvoir, può dirmi, dove trovarlo?”

Lei mi guarda attonita e sbarra gli occhi. Mi giro, penso stia accadendo qualcosa alle mie spalle, forse è arrivato Giacomo, ha sentito le signore e si è incazzato come una stufa… ma niente di niente… la commessa guarda solo me con gli occhi sgranati! Penso: oddio che ho detto… forse ho sbagliato la pronuncia…!!

“Simone de Beauvoir…” ripete lei come una cantilena e si affretta a digitare sul computer.

“Mi spiace, non abbiamo niente di quest’autrice. Se vuole, possiamo cercare di ordinarlo, anche se vedo che è fuori produzione”.

“Che significa fuori produzione?!” rispondo sgomenta.

“Che non ne fanno più di ristampe” risponde lei felice di sapere qualcosa senza l’ausilio del computer.

Non rispondo nulla. Mi giro scavalco le sostenitrici di Giacomo, urto contro i manuali di sopravvivenza allo stress ed esco con l’amaro in bocca. “Non ne fanno più”… non mi esce dalla testa, anche la de Beauvoir è diventata un vintage. Incredibile! E come una vecchia signora mi chiedo dove andremo a finire se un ragazzo non s’imbatte in libreria in un testo come questo, di cosa nutriremo questa generazione: con i “Cotto e mangiato” della Parodi?!

Tornata a casa inforco gli occhiali e comincio a seguire il mio personale ordine alfabetico della libreria e trovo subito: I Mandarini, Memorie di una ragazza perbene, Una donna spezzata, Una morte dolcissima. Quest’ultimo con le pagine ingiallite, edizioni Einaudi Lire 14.000 ha un segno nella pagina 43 che riporto:

“Pensare contro se stessi, è spesso fecondo; ma per mia madre, era un’altra storia: essa ha vissuto contro se stessa. Ricca di bramosie, consumò ogni sua energia a soffocarle, subendo nella collera questo rinnegamento. Durante l’infanzia, le avevano compresso e cuore e mente sotto una bardatura di principi e di veti. Le insegnarono a stringere da sola e ben serrate le proprie cinghie. Sussisteva in lei una donna di sangue e di fuoco: ma contraffatta, mutilata, estranea a se stessa.”

Ecco, è tutto qui… ma non ne fanno più!

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Non ipotecare il futuro. Facile a dire. Lo vedevo, il futuro. Si estendeva davanti a me a perdita d’occhio, piatto, nudo. Non un progetto, non un desiderio. Non avrei scritto più. E allora, che cosa avrei fatto? Che vuoto, dentro di me, attorno a me. Inutile. I greci chiamavano i loro vecchi “mosconi”. “Inutile moscone”, si dice Ecuba nelle Troiane. Sono io. Sono rimasta folgorata. Mi domandavo come si possa riuscire ancora a vivere quando da se stessi non si spera più niente.

(S. de Beauvoir)

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