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Archive for the ‘i miei alibi e le mie ragioni’ Category

Elliott Erwitt1

Ogni tanto qualcuno prova ad aprire una porta, arriva lì con un mazzo di fiori pieno di parole, suona il campanello e sosta impaziente sulla soglia. Mette su la maschera migliore e cerca di capire che cosa ha di fronte: se donna, mezza donna o quaquaraquà. Si avventa su una cena improvvisata senza avere il minimo controllo del fenomeno, senza sapere, in maniera alcuna, cosa e chi si troverà di fronte, perché al di là della conoscenza fisica e formale, l’intimità di un pasto condiviso spesso riserva sorprese inaspettate e non sempre gratificanti: dipende dall’umore o dalla bellezza fisica dell’avventore, oppure, ancora meglio, dalla capacità del commensale di esprimere se stesso.

La cena per farli conoscere fu del tutto improvvisata. Gli aggettivi fioccavano come insolenti tentativi per esporsi in maniera marginale seppur diretta, tutto sembrava perfetto per credere alle menzogne che gli uomini si raccontano quando hanno paura di raccontarsi; eppure si raccontano, in lunghe esternazioni paradossali, quasi a confermare che la miglior rivelazione di se stessi si possa esprimere solo con gli sconosciuti.

La cena per farli conoscere fu un continuo gioco di Risiko dove la vittoria consisteva nel conquistare il proprio territorio: una sorta di Negroni sbagliato, come quando ti accontenti di una blanda mistura perché non vuoi caracollare sulla sedia del vicino; non consisteva nel conquistare un altrui territorio ma il proprio: essere coscienti sempre dello spazio e del tempo senza capirne i contorni. Una faccenda estenuante se ci penso adesso, eppure quella corda tesa ha stretto un sodalizio di anime perse che non avranno mai più nulla da dirsi, tuttavia ci hanno provato e ci sono anche riusciti.

La cena per farli conoscere fu un pericoloso esperimento dal quale tutti uscirono indenni per fortuita casualità.

Rassetto gli armadi

per non aprir le porte

affretto le negazioni

che non accetto di rettificare

racconto per non dire

eppure mi tremano le mani

e gli occhi

a tratti

riacquistano un’insolenza

dimenticata

che riaffiora veloce

come il guizzo di una tigre

che pur potendo

ghermire la preda

si arrende

alla sua malinconia.

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Eric Bénier-Burckel2

Il mio fermo immagine mi sorprende mentre bevo Pastis allungato con acqua Ferrarelle, guardando un film su Sky in un inutile venerdì sera della fine di Giugno 2016. Il mio fermo immagine ha di sorprendente che mentre mi sento occupata in tutte queste attività, e non di poco conto, mi sto anche commuovendo, e quello che potrebbe essere un ottimo film belga di ultima generazione, per me diventa un mantra assoluto che non lascia scampo. Il film in questione, perché sembra che sia questo il nodo principale della faccenda, si chiama “Dio esiste e vive a Bruxelles”. Certo per il titolo, di sicuro tradotto in italiano da un italiota, non è che ci si possa perdere la testa, eppure… eppure… ci sono rimasta appiccicata come una sardina sul sandwich di un marinaio svedese in crisi di astinenza. Poi il Pastis ha fatto il resto. Certo devo ammettere che è stata tutta una bella coincidenza: in un attimo mi sono sentita trasportata altrove e mi mancavano solo i cavalli a correre sulla spiaggia della Camargue. Ma non è così poetico: il Pastis l’ho comprato da Lidl e l’abbonamento a Sky Cinema l’ho fatto dopo l’ultima separazione che mi ha lasciato senza fiato, come una specie di asettica badante insomma, qualcosa che mi potesse tenere occupata tra la disperazione e l’esaltazione. Desolante, direi.

Il film, parlando del film, narrava una storia trasversale e oltremodo fantasiosa sulla creazione dell’uomo da parte di un Dio ipotetico e alquanto balordo, un Dio che potrebbe essere tradotto tranquillamente come uno dei nostri genitori, inconsapevoli artefici delle nostre debolezze, un Dio contrapposto al bene, che non avendo di meglio da fare, si diverte a distruggere la vita degli uomini. Come in un enorme e gigantesco Risiko umano. Poi c’è tutta la faccenda della figlia e del figlio (un tal Gesù) e della redenzione, ma quella è un’altra storia; quello che invece mi ha colpito è stato il senso dilatato del tempo, il tempo che rimane e di come impiegarlo al meglio, come non pentirsi di quello sprecato e di quello a venire. Come non aver paura del conto alla rovescia. Conto alla rovescia preannunciato da un sms che ha scatenato il panico a quelli che non avevano più tempo da aggiungere e ha scatenato un senso di immortalità a coloro che di tempo ne avevano da vendere.

E’ stato allora che mi sono chiesta quanto tempo avevo ancora. E come lo stavo impiegando. Guardavo farfalle, scorrevo le nubi, scopavo come un riccio, oppure semplicemente continuavo a non fare: non fare l’amore come avrei voluto, non vivere spegnendo le mie ire che nel tempo ho imparato a dominare, oppure vivere da addomesticata perché è più facile e nulla toglie, ma neppure aggiunge, a quanto sento di essere. Quanto della mia vita, se avessi un tempo limite, riuscirei a cambiare. O vorrei cambiare. Potrei anche essere felice di ciò che sono, oppure no, oppure vorrei approfittare dell’opportunità per andare altrove. Altrove da me stessa: luoghi puri, asettici, luoghi in cui non ci sia l’assolutezza del pensiero, luoghi in cui ci sia una chance e non una condanna per il vissuto, forse non eclatante e neppure esaltante, eppure il proprio, la propria sofferenza, gli errori, le paure, le incertezze. A volte è troppo facile sentirsi in assoluto i guardiani del tempio: ma il tempio a volte ce lo costruiamo addosso e spesso ci cade sulle spalle.

Ho visto un film. Non ho fatto altro, eppure già mi sembra tanto.

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salvatore_fiume_003_somale_1981

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano il tempo non aveva più tempo, l’aria era rafferma e lungo la parete rocciosa le buganvillee restarono sospese in attesa di consenso: era un momento magico, la sera ingialliva i contorni delle strade e la città, improvvisa, esultava di fierezza. Dietro quella curva c’era una donna, che mi aspettava da sempre, piccola di statura ma densa di emozioni, piena di cose da dire e atteggiamenti da mostrare, che cercava malamente di dissimulare l’esultanza, di contenerla, in una sfera protetta di cose da fare e strade da seguire. Io non ero nessuno, le avevano soltanto detto di trattarmi con cura perché non stavo troppo bene, non affilavo di cervello, o, per meglio dire, ero sull’orlo del suicidio. E lei lo fece. Mi prese e mi portò a capire la bellezza. Per giorni e giorni mi trascinò a scoprire angoli nascosti della sua terra, fiera e critica, cercava di mostrarmi il lato nudo delle cose, la purezza sporca della natura contaminata dall’uomo; per giorni e giorni non mi chiese nulla sopportando dei silenzi spenti ostentati da lenti scure e bocche serrate: io camminavo senza vedere, cercando solo il modo di fuggire via. Quel lungo tempo trascorso insieme fu una premessa, un decalogo comportamentale che negli anni a venire diventò il nostro modo di rapportarci al vissuto: io abbracciata a lei, cieca di vita, che cercava la propria a discapito della sua. L’amicizia tra donne per quel mistero che nasconde, traspira tra le pieghe del tempo e si ripropone integra nei contenuti, segue sentieri accidentali, svolta su curve inaspettate forgiando rancori sulle aspettative mancate; l’amicizia tra donne è così lieve che basta un sussurro a spingerla altrove. Io seguii quel sussurro e per anni, ormai guarita dalle mie ossessioni, smisi di seguirla confinandola volutamente nell’angolo esposto del passato, quello dove spira un vento gelido che non trova più ospitalità nel conforto assoluto del calore umano. E come per tutti quei testimoni involontari delle proprie debolezze, arginai la sua memoria, in modo che non potesse più scalfire il mio presente. Ma l’amicizia delle donne è persistente, ricama coperte di storie narrate e dimenticate, tazzine da caffè spaiate e conservate, per riproporle così, in un tempo che non sapevi sarebbe mai arrivato. L’amicizia delle donne fa paura perché esiste, resiste, e si rafforza nel buio della solitudine.

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano, gli occhi mi si riempirono di lacrime. Non potevo credere a tanta bellezza, non riuscivo a pensare che il mondo non fosse soltanto grigio e buio così come ero abituata a vederlo: mi tolsi gli occhiali scuri e il rosso del tramonto mi invase come un predatore. Ancora oggi penso a quel momento, quell’istante perfetto in cui capii, che il mondo era attorno e non dentro di me, che l’uomo non può temere la terra perché quanto prima, quando meno te lo aspetti, la terra ti accoglie nella consistenza perfetta della sabbia tra le dita, in quel fluire sottile della grana minuscola delle conchiglie che per alchimia, per resurrezione, dal mare sfrangia e si deposita lento nel tuo tempo.

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano trovai un’amica, che è ancora lì, ferma sulla parete rocciosa a guidarmi sul sentiero di casa.

“Poggiata a un davanzale davanti ad una strada

vuota a quest’ora quasi di campagna

cosa racconto io? racconto l’aria.

L’aria che cerco, quella che trovo,

che torna in visita per farsi riconoscere,

un’aria semplice, composta, delicata,

aria dimenticata, che sempre quando arriva

mi trova impreparata.”

-Pigre divinità e pigra sorte-P.Cavalli

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Fernanda Veron1

Domani faccio cinquantaquattro anni. Non so se è poco o troppo. Non so dirlo, dipende dalle giornate, soprattutto dal risveglio, di quelle giornate. A volte mi sembra di non poterle affrontare, altre invece tutto sembra facile, tutto scorre veloce come su un nastro di energia che non sapevo più di possedere. Però, se devo dirla tutta, le giornate di stanca sono più numerose, oppure semplicemente più faticose e diventano come un numero spropositato rispetto alla realtà. Forse sono stanca. Forse ho sbagliato qualcosa. Forse mi manco, e la mia figura immaginaria, quella che credevo possibile, quando mi pensavo a questa età, è completamente sballata. Forse avevo un’idea di me stessa che stona nel contesto che volutamente, ma anche casualmente, ho voluto creare: del resto non credo sia possibile esibire la fatica di essere, con coscienza, come fosse uno stendardo da attaccarsi al collo. A volte fai delle scelte che pensi consapevoli e invece sono solo cazzate: sarebbe bastato un minimo di tolleranza, un buon carattere (come diceva mia nonna), un gesto minimo di riconciliazione e sai quanti soldi avrei risparmiato dall’analista solo per sentirmi dire che sarebbe bastato avere un minimo, stupido, infinitesimale, bagno di umiltà; il non credersi in diritto di pretendere, sempre e comunque, per appartenenza, per devozione del proprio sesso, sempre impaurito, sempre bistrattato. Siamo generazioni cresciute nella paura di tollerare. Tutto doveva essere assoluto, tutto serviva a rivendicare la nostra condizione, tutto era per vendicare il passato. Un buon carattere. Adesso l’ho capito: è la capacità di essere se stessi con lucidità, lottare da dentro, cambiare la condizione mantenendo intatte le aspettative. Invece io ho lottato da fuori, gettandomi in pasto a ideologie che non avevo capito fino in fondo, che avevo mal interpretato, nutrendomi di esperienze che non mi appartenevano, bagnando tutto in monocolore: in un bianco e nero distorto che non permetteva cedimenti, tradimenti, ripensamenti, incertezze, paure, distrazioni, abbandoni, dimenticanze. Addii. E adesso mi piego a questa condizione, avendo di me un’immagine perfetta, performante (come direbbero alcuni), senza esitazioni; fiera di me stessa mi accompagno, mi guido, mi sostengo, ma altresì mi spavento, perché mi fa paura questa mancanza di paura della mia condizione: come posso non temere questa assenza assoluta dell’amore, come posso convivere felicemente in questa solitudine che pure cerco instancabilmente e che riparo e proteggo dagli eventi esterni? Perché questo essere misterioso mi è cresciuto dentro proprio adesso, adesso che invece avrei bisogno di sostentamento, adesso che avrei la necessità di un sogno?

Eppure non lo so, che dire, proprio non lo so. Ci ho pensato tanto e sempre mi avviluppo. Io non so se sono felice di questa condizione. A volte mi sembra l’unica possibile, altre invece, mi sembra che fuori brilli il mondo.

“La vita è un insieme di cose diverse,

In un certo senso qualcosa che non si discute.

Ma il senso si può sempre cambiare:

Che niente è più eccitante di una buona discussione.

La vita è qualcosa di bello, qualcosa di grande.

Qualcosa che comporta fasi alterne

Con una regolarità che ha del prodigioso

Poiché una fase segue sempre all’altra.

La vita è sempre così piena d’interesse:

Si va, si viene… come un attraversamento di zebre.

Può anche darsi che poi si debba morire,

Ma pure questa può essere una buona cosa.

E comunque ciò non cambia niente.

La vita, si tratta di un insieme di cose diverse,

Sotto certi aspetti e per sovrappiù qualcosa

Che si collega ad altri fenomeni

Ancora oggi poco noti, poco studiati,

e sui quali non è affatto il caso qui di soffermarsi.”

Puntualizzazioni sulla vita – Boris Vian

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Man Ray

Questo non è un blog per raccogliere consensi e sprazzi di ilarità, e neppure la protagonista, scempia narratrice di se stessa, aspira a ottenere lustri e spettacolari ovazioni dalla realtà virtuale di scrittori consenzienti. Questo è uno spazio di riflessione e tutti i riflettori sono puntati sulla trasformazione umorale delle protagoniste. E le protagoniste sono le donne. Soprattutto quelle donne che hanno dismesso gli abiti abituali del consenso maschile, quelle donne che osservano i mutamenti, li catalogano, li conservano in cartelline trasparenti e, ogni tanto, di volta in volta, ne osservano le metamorfosi. Io mi faccio ambasciatrice di questo mutamento.

La guerra delle foto:

di recente evito come la peste di farmi fotografare. É una mania che mi ha preso da un po’ di tempo, perché, anche se mi sento al meglio e penso che quel momento non possa essere migliore, non so com’é, ma il risultato è sempre devastante. Non sono io. E soprattutto non so chi sia quella là. Appena ieri un’amica mi ha inviato la mia foto in bianco e nero presa di sorpresa durante un vernissage (era da una vita che volevo dirlo!) e ho faticato a riconoscermi: triste, brutta, pelle appesa, occhiaie, trucco che non trucca. La mia non era una faccia, era una sconfitta. Sembravo oppressa e forse lo ero veramente: non c’è da essere allegri quando una cavalcata di Unni cerca di spianarti la faccia, quando tu t’immagini splendente, nel pieno della forma, e l’obiettivo ti rimanda una figura sconosciuta, una donna che non hai mai incontrato, diversa, smarrita, confusa da se stessa. Una che non conosci. E quando tutti continuano a ripeterti: “Ma che bella quella foto, sei proprio tu, ma come avrà fatto il fotografo a prenderti così, così come sei”, allora capisci che qualcosa non funziona, che la percezione che hai di te stessa è completamente discosta dalla realtà, che sei rimasta indietro e quello che senti di essere non esiste più.

Sono una vecchia signora. Con qualche pelo bianco nella figa e qualche vena di troppo nelle gambe. Sono una vecchia signora che la società continua a ributtare nel mezzo, non avendo alternative giovani da proporre, spingendola ad aspirare a qualcosa che la natura respinge: un nuovo amore, una sessualità prorompente e devastante, un’alternanza di passioni e istintive regressioni. Sono una donna che si scontra quotidianamente tra quello che sente di essere e quello che dimostra di essere, tra quello che vede e quello che sente, e la cosa più importante, l’unica che ci occorre per traghettare questo tempo, è sentirsi in equilibrio tra il fuori e il dentro. E qui io sono carente.

Il problema è che mi manco. E questa assenza di me stessa pesa più di un abbandono; pensavo di aver raggiunto il massimo della separazione dopo l’ultimo addio, ma non avevo misurato questo, non avevo calcolato che il più triste, il più disperato, il più improvviso e devastante abbandono che la vita ti riserva, deve ancora arrivare: è il tuo addio, l’abbandono delle tue sembianze. E non c’è chirurgia estetica che tenga, nessuno riuscirà a riportare indietro quel bagliore degli occhi, il bianco dei denti, la striatura della pelle ombreggiata dal sole. Anche le sopracciglia da folte che erano sono diventate opache, un po’ tristi, con la piega in giù, arrese alla fortuna. Adeguate alla forma del viso, direbbe la mia cinica amica.

Il problema è che mi manca la mia follia e se la saggezza porta, alla fine, questa resa prematura dei lineamenti, beh, se devo essere sincera, avrei preferito non averla. Avrei preferito, potendo scegliere, contenere questa devastazione dell’espressione, questa consapevolezza della resa, questa noia che mi pervade del tutto visto e il tutto già ascoltato. E capisco l’amore. Adesso lo capisco. E lo vedo. Quel luccichio degli occhi, quell’aria spaesata che dondola nella postura, quella smemoratezza che rende tutto insignificante. Capisco che avrei potuto approfittare di più dei doni della vita per conservare piano, timidamente, uno stralcio di rossore sulle gote e colorare in parte quella foto in bianco e nero che mi rappresenta.

L’estro non paga quanto la bellezza. Perché la bellezza non è consapevolezza, altresì, ignara di se stessa, girovaga alternante tra le pieghe della sufficienza, altera, irresponsabile, condannata a non essere altro che l’immagine implacabile di ciò che ci spaventa. La bellezza è arte per l’amore, dipinto di figure, archetipi inviolati, la bellezza non è altro che la memoria di noi stessi presi dalla paura di essere ignorati.

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Coq rouge dans la nuit

Ieri ci ho provato. Sono entrata in una stanza in tailleur e ne sono uscita in mutande. Nuda. Completamente nuda. Eh sì che avevo una ceretta fatta di fresco, smalto amaranto ai piedi e profumo di gelsomino sul corpo e sull’ultimo ero riuscita anche a spruzzarmi un aroma di cazzimma nei capelli. Ero pronta. Eppure, sempre, in ogni caso, ne sono uscita nuda. Perché spogliarsi così, davanti a tanti sconosciuti, alla mia età, non è esattamente piacevole, cerchi sempre di proteggerti, di coprire il lato peggiore, se solo ricordassi qual è nella metamorfosi incipiente che la tua faccia ha deciso di intraprendere. Ho ascoltato, recitato, interpretato, sempre con un pensiero fisso che mi vedeva camminare in riva al mare, con il mio cane al guinzaglio, nel silenzio più assoluto. Ero sempre lì. Dopo tanto ho capito di non aver fatto molta strada: se l’evoluzione dell’individuo si misura in chilometri, beh, devo ammettere, che di strada ne ho fatta ben poca. É sempre lo stesso bagno, è sempre la stessa pallina, il ritorno, la colazione, quella luce accecante della finestra sul lavandino della cucina, i passi strascicati, quel buongiorno smangiucchiato, la giornata che si apre, la gita in montagna, il bisogno di fare. É come fermarsi in un punto preciso, accostati a un lampione rotto che osservi e ti chiedi per tutto il tempo come hanno fatto a distruggerlo così minuziosamente: alcuni pezzi di vetro sono rimasti attaccati alla base e dei triangoli, taglienti come rasoi, restano sospesi per inerzia che basterebbe uno starnuto per tirarli giù. É un pericolo, io lo so, eppure sono accostata a quel lampione e da lì non mi muovo. Per paura, per amarezza, per conforto, per difficoltà a esplorare.

Ieri ci ho provato a essere felice di me stessa: leggevano dei miei racconti, era una cosa figa, piena di gente, di apprezzamenti, di sconosciuti che mi stringevano la mano. A un certo punto sono partita con uno dei miei soliti elenchi demenziali e ho cominciato a numerare la tipologia delle strette di mano, di quelli che a palmo pieno stringono con forza e di quelli che ti offrono una parte minore del proprio arto per la paura che tu li possa derubare. Ho cominciato a contare, e ho scoperto che il 20% dei presenti, oltre alla generosa stretta di mano, offrivano anche una pacca sulla spalla, mentre il rimanente si divideva equamente tra la stretta possente e la mano molliccia. Tutto questo potrà servire a staccarmi dal lampione? Non credo. Quel che credo, invece, e che mi piace di me stessa, è che resto ancorata al terreno, e lascia stare se mi trattengo ancora con la fune arpionata al lampione, comunque, e in ogni caso, resto ancorata al mio passato. Perché il passato è un futuro dipinto di grigio con delle piccole note di rosso che non hai ancora vissuto. Io cerco quel rosso, non è che non lo faccia, ma il colore se arriva, arriva, ma non si abbina con tutto. E questo io lo so.

“ Rimase lì a fumare ancora un po’, si stava riavendo, le si calmò il respiro. Fece di nuovo qualche passo, in un senso, nell’altro, non capivo se fosse sconcertata o se ripetesse il suo assedio, se ancora non volesse abbandonare il suo posto di vigilanza notturna. La vidi meglio in faccia. Qualche lacrima, sì, come avevo immaginato, ma l’espressione non era sconsolata, vi era un certo sollievo o serenità, non so. Forse accettazione, come se albergasse il pensiero che sempre dà speranza: <<Si vedrà>>. Poi s’incamminò verso la sua camera senza fretta, con la sigaretta accesa in una mano, pacchetto e posacenere nell’altra, senza lasciare traccia di quella sua incursione. Si ritirava nel suo letto afflitta come ogni notte, ma questa volta, diversamente da altre notti, portava con sé un piccolo bottino, una sensazione. Le sensazioni sono instabili, si trasformano in ricordi, mutano e ballano, possono prevalere su quanto è stato detto e udito, sul rifiuto o sull’accettazione. A volte le sensazioni inducono a desistere, a volte infondono il coraggio per ritentare.”

J.Marías – Così ha inizio il male –

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Non c’era treno che non la riportasse indietro a quella volta lì, ogni volta, ma proprio ogni maledettissima volta, che saliva il predellino di un treno, il pensiero andava fisso a quella volta lì. Anche se la direzione era opposta, anche se la stagione era diversa o gli amici non erano esattamente gli stessi di quel periodo. Oppure il colore. Il colore del suo pensiero intendo, quello con cui osservava il mondo circostante. Cercava sempre di spiegarla questa cosa qui del colore ma nessuno sembrava interpretarla bene, tutti annuivano coscienziosamente con una certa gravità mormorando cose come “Sì, certo, è proprio vero”, ma lei lo sapeva che non avevano capito perché non vedeva alcuna sfumatura attorno al loro corpo. Sapeva che la stavano prendendo per i fondelli. – Sciocchi loro – si ripeteva, cercando di consolarsi. Eppure era così dannatamente semplice, bastava soltanto lasciarsi andare e non cedere, mantenendo un accordo come di sinfonia tra i colori reali e quelli che ti esplodono dentro.

Il periodo di quella volta lì vedeva il mondo blu, quello che nella scala cromatica dei colori è definito come Blu di Prussia. Con quel colore fece davvero molti danni. Tanto per cominciare entrò in un mondo virtuale attirando a sé tutte le tonalità compatibili, poi cominciò a selezionare scientemente quelle più congeniali, senza lasciare nulla al caso: una ricerca sistematica del maschio alfa color del fuoco. C’era in lei una grossa aspettativa, finalmente abbandonata la ricerca del mantello azzurro con cavallo bianco, era sinistramente proiettata solo sull’accoppiamento e sul risultato finale all’apice del piacere: quella gamma calda di un rosso intenso che sale dalla pancia e ti esplode nel cervello.

Arturo sembrava l’unico capace di incarnare tanta capacità. Sullo schermo del computer, quando lui scriveva, una specie di aura di un rosa acceso delimitava i contorni delle sue parole. – Guarda – ripeteva strenuamente alla sua amica – guarda come si illumina lo schermo. Ma non era vero. Una cosa vera invece, di quelle che ti scuotono nel profondo, che capì quando dal Blu di Prussia passò al Rosso di Persia, fu che con i colori non ci si improvvisa. Bisogna saperli dosare per bene e non scagliarli addosso al primo che passa, i colori sono come le memorie, si custodiscono nell’antro più profondo di se stessi, si conservano per i momenti grigi, come per un’estate che passa via così, come un bianco e nero scalfito dal tempo.

Ed è così che su questo predellino ingombrante mi soffermo, sosto leggermente, giusto il tempo per dare alla memoria il tempo di cadere e al colore lo spazio per illuminarmi. Ritorno a quel rosso intenso che non avevo accettato per la paura di macchiarmi d’amore.

E la chiamano estate, questa estate piena di niente, opaca e sciagurata, come un mare che teme la bufera, contenuta, riluttante, pretenziosa nella sua riottosità, un’estate senza libri, né musica e colori, incapace di esplodere, ma neppure di implodere: lasciata lì, sospesa a se stessa, in attesa del tempo che non ha più tempo

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Banksy_-_Sweep_at_Hoxton

Potrei avere un problema e non di poco conto. Potrei avere un problema che si estende meticoloso e irriverente sul solaio della mia camera da letto. A circa sei mesi dalla sua venuta, con la flemma tipica delle infiltrazioni, è divenuta parte dell’arredamento. In modo cavilloso, quasi strategico. É una macchia. Umidiccia e giallastra, che compare in un angolo della camera, ma poi si sposta e aggredisce altrove: si delizia sui quattro punti cardinali senza una logica e dopo ogni passaggio rilascia una scia di intonaco sfaldato. Io la osservo. Ma anche lei mi osserva. E passiamo così tutto il tempo a capire dove può esserci una fine.

Nell’ultima riunione di condominio ho fatto presente questo evento ma senza troppa enfasi, il mio vicino di casa cercava di spingermi a esigere un intervento repentino, ma io no, io non me la sentivo, io mi ero già affezionata a quella macchia sul muro.

Ogni sera, al ritorno dal lavoro, corro in camera da letto per vedere che è successo. Se è piovuto, a maggior ragione, mi precipito per capire se si è estesa, dove è arrivata, se è sopravvissuta. É la mia crepa, e mi tiene compagnia.

In questa estate di caldo afoso si è ricomposta e, come una vecchia attrice degli anni cinquanta, si è data del belletto sulle gote, sembrava ritirata in se stessa con la pelle tesa e una friabilità contenuta, poi, con le prime piogge, si è arresa all’evidenza della sua natura e ha estratto da se stessa un colore mattone con delle lunghe striature che scalfiscono il soppalco fino a penetrare nelle luci che delimitano il perimetro della camera.

Potrei avere un problema e non di poco conto, considerando che abito nell’attico di un palazzo delimitato da un terrazzo condominiale inguainato come una sciantosa degli anni venti. Qui sono tutti attenti, precisi, chirurgici nei loro interventi, qui vive gente che vuole tutto subito perché ne ha diritto, perché ha pagato le tasse, perché è di pelle bianca, perché ha costruito per avere: le foglie non devono cadere, i portoni devono essere sempre chiusi, i parcheggi rispettati, gli animali tenuti al guinzaglio, i gatti non devono miagolare e le macchie non devono esistere.

Potrei avere un problema e non di poco conto perché, io, quella macchia, non la voglio far sparire. Perché quella è la mia crepa ed è stato il primo indizio della mia rinascita:

“Checché se ne dica, non ci curiamo granché delle crepe altrui, bisogna riconoscerlo. Voglio dire delle crepe sui muri altrui. Solo il giorno in cui le vediamo correre sui nostri ci sentiamo chiamati in causa, e tremiamo un po’. A me è capitato una sera che ero a casa con la prospettiva di due soli pensieri: scegliere tra due gusti di yogurt per dessert e, un po’ più tardi, quando sarebbe arrivata l’ora di andare a letto, fra tiglio e verbena. Tutto si preannunciava pacifico e noioso quanto la sera prima finché non l’ho scorta, acquattata nell’ombra, proprio davanti a me. Una lunga crepa, tutta storta, con una gran brutta cera. Mi sono avvicinato e ne ho seguito il percorso a distanza di qualche centimetro. Partiva dietro il battiscopa, saliva lungo il radiatore, quindi cambiava rotta e correva in diagonale per poi scomparire nell’angolo della stanza. O forse era il contrario: nasceva lassù nell’angolo e scendeva verso il pavimento. Come facevo a sapere da che parte prenderla? Dove inizia e dove finisce una crepa? Non ci avevo mai riflettuto.

L’ho guardata un bel po’ come si osserva un ragno prima di schiacciarlo. Con la differenza che una crepa puoi colpirla quanto vuoi, non si sposta di un’unghia e non si accartoccia mai. Far fuori le fessure è impossibile, il problema è tutto lì. In compenso, appena compaiono, cominciano le grane.”

(JOËL EGLOFF –  Cosa ci faccio seduto qui per terra)

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Jackson-Pollock-La-figura-della-furia-Fig-2

Un giorno alla volta. E’ questo il segreto per disintossicarsi da tutto. Basta aspettare. Pazienti. E non farsi prendere dall’ansia mentre quello che sembrava impossibile, “boom”, diventa riuscita, conquista, trionfo, scacco matto. Basta sedersi sulle proprie necessità e aspettare l’equilibrio necessario per togliere la sedia e restare sospesi nel vuoto, per nulla intimoriti, senza la paura di precipitare, ché per il precipizio ci sei già passato.

Questo avrei voluto dire.

Luigi è inquieto, e questo lo rende affascinante, trascina le sue storie come barattoli di vernice: ogni tanto libera un colore e te lo scaglia addosso, in maniera del tutto casuale, tranne poi scoprire che per ognuno di noi, riserva una tonalità della sua vita. A volte si spinge addirittura a miscelare i colori, non si accontenta di quelli primari, no, lui ne crea di nuovi, varia sulle sfumature, gioca sulle ombre, dipinge le figure.  In questo siamo simili: gattoniamo inquieti tra il grigio scuro in cerca dell’ardesia, quale segnale, seppur minimo, di una sfumatura differente.

L’ultima volta che l’ho visto, mi aveva appena scagliato addosso un rosso cardinale, per poi scusarsene maldestramente a conferma che si era fatto prendere dall’istinto, pur sapendo che non ero pronta a ricevere un’impronta. Io dal canto mio ne rimasi piuttosto turbata, non ero abituata a tanta confidenza: un rosso cardinale è un colore importante, è il colore del dolore e della paura e per la prima volta, lo vidi, esposto, e capii che quei barattoli che si portava dietro, altro non erano che tentativi impacciati di trovare una sfumatura comune che lo aiutasse a capire.

Luigi è un uomo bambino, a volte vittima di se stesso e di quell’adulto che gli cresce dentro, che cerca di assecondare con il raziocinio, ma poi gli sfugge di mano per una gonna troppo stretta. La sua postura è eretta – non è una banalità tra una miriade di uomini che ormai cercano un riparo tra le scapole – e le gambe, magre, disegnano un arco immaginario, studiato, pronto per la caccia; il viso poi, cela malamente un tratto adolescenziale nei contorni del profilo, camuffato da una barbetta incolta: Luigi è un ragazzino, quando lo guardi, nient’altro che un ragazzino. Poi accade che ti riversi addosso uno dei suoi barattoli di vernice e allora tutto cambia: la voce diventa profonda, gli occhi lampeggiano quando getta un qualche incipit della sua vita (color pervinca) e la timidezza lo rende audace nella ricerca dei termini corretti gettati lì, nella confusione del momento, pertanto da ragazzino diventa uomo e tu cominci a chiederti chi è.

Non è il mio, questo tempo da dedicare a lui, eppure, come un’antropologa, mi spingo a studiare il suo comportamento, lo applico alle mie conoscenze, ne faccio carta copiativa sul mio vissuto, cerco di scrutarlo e di scorgere in lui la finzione del suo tempo, di quell’età ancora acerba che gioca sui ruoli e dimentica se stessa. Cerco di coglierlo in flagrante. Ma non sempre ci riesco, e anzi, a volte, mi ritrovo ad assorbire parole di scrittura, di toni da teatro e giochi di prestigio: a volte mi sembra che la curiosità si sia invertita e che io da studiosa sia divenuta oggetto dello studio stesso, come per uno scambio, tacito, di mistura dei colori.

INCIPIT

Non ho niente

da leggere

che non sia te

e di quella storia

appena accennata

nel tempo lento di una cartina

che avvolge il tuo tabacco.

Il tempo stretto

di una sigaretta

concesso ad una

sconosciuta

assetata di storie.

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  • Che fai? –
  • Sto bevendo –
  • No…, intendevo cosa fai nella vita? –
  • Recito –
  • Ah, sì, che figo, e dove reciti, cioè che fai i film? –
  • No, recito, in generale –
  • Cioè, non ho capito, che vuol dire “in generale”? Che fai le fiction? –
  • Significa che recito sempre, anche adesso che parlo con te, e faccio finta che sei intelligente. –
  • Ma sarai pure stronza! –
  • Eh, sì, forse un po’, ma fa parte del personaggio! –

Certo non è carino uscire il sabato sera e tornare a casa con uno “stronza” attaccato alla maglietta, eppure è così, in fondo, ma proprio in fondo, un po’ stronza lo sono rimasta. E’ una questione di background: quando hai passato parte della tua vita a fare la fighetta con la testa a pon-pon, poi passi tutto il resto del tempo come un crostaceo e proprio non ci riesci a mantenere un minimo di equilibrio sociale che ti fa conoscere gente “diversa”, che ti apre porte sconosciute, che ti porta a confrontarti con altri emisferi. La verità è che non ce la posso fare, e alla prima domanda del cazzo, rispondo con una risposta del cazzo.

Che cosa faccio nella vita? Alla fine non è malaccia come domanda, fuori dal contesto in cui è stata espressa. Che cosa faccio? Non credo sia da intendere come lavoro: un lavoro, bene o male, ce l’hanno quasi tutti e non credo che tra un avvocato e un falegname ci sia molta differenza (ho conosciuto falegnami molto più colti di un avvocato), quindi il “che faccio” è da intendersi al “come vivi”.

Vivo, o per meglio dire, sopravvivo, osservando le stagioni: aspetto l’estate e poi la primavera, e poi ancora l’autunno che si trascina l’inverno. Osservo il cielo e passo tutto il tempo a perdere il controllo sul tempo atmosferico. Non ho nessuna intenzione di farmi trovare preparata a una grandinata estiva oppure a una nevicata fuori stagione. É questa, forse, una delle ultime libertà che mi è rimasta: vai a spiegarlo al ragazzotto in preda a una crisi comunicativa! Vai a spiegargli che la libertà non esiste più quando il tempo passa, e la paura di non avere più il tempo, ti attanaglia: quello spazio temporale per cambiare le regole e vivere un’altra vita, quel lasso di tempo, precario, nel quale nessuno ti chiede niente, perché si sa, lo sanno tutti, che stai cambiando pelle.

Ho cambiato la mia pelle tre volte. Sono sgusciata via dalla membrana soffocante per rifiorire in altre squame e poi ritrovarmi di nuovo a sgusciare, in un intervallo lento di ricerca, che non è mai finito, ma si è arrestato, stanco, non di vita, ma di passione.

Che cosa faccio nella vita? Levigo la mia pelle. Faccio in modo che non s’indurisca troppo, cerco di mantenere un’opacità argentea a delle squame che si stanno inesorabilmente seccando: non voglio più che questa pelle mi scivoli via ancora, la voglio trattenere, per quel che vale, per quello che non vale, per quello che non potrà più dare. Alla fine chiudi il cerchio e resti con quello che ti è rimasto appiccicato addosso, con l’ultima membrana, bella o brutta che sia: è l’ultima esplorazione nel bosco, come per un rapace, in muta da serpente, che spera sempre di volare.

Giunti a una certa molto adulta età

non ci si può mostrare disperati,

sono davvero troppe le ragioni.

Si corre il rischio del naturalismo.

(P.Cavalli)

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