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Archive for the ‘momenti di trascurabile felicità’ Category

donna che danza sotto la pioggia

C’era sempre tempo instabile nel corso di quei pomeriggi estivi. Era come una maledizione, ogni volta che decidevi di fare qualcosa, tipo organizzare una festa, una cena sul terrazzo o addirittura un matrimonio… beh, non c’era storia, all’ora x, quella fatale, merda, cominciava a scrosciare l’ira di Dio. Io ero l’unica che ne rideva. E questo non è bello. Non lo è, credetemi. C’è sempre qualcosa che non va quando al sole preferisci il grigio della pioggia, quel rincorrersi sotto i cornicioni, le spalle nude bagnate dalla pioggia, l’irriverenza dell’uomo nei confronti della natura, quando non ha paura di ammalarsi, e allora la sfida, si bagna, si fa accoglienza, si offre al maltempo con i suoi jeans bianchi che stonano nel contesto e tira fuori quel golfino azzurro e leggero da indossare a pelle nuda, quella pelle ambrata che ci rende tutti più appetibili, e si mostra in contrasto con la foto del passato che ci ritraeva uguali, nello stesso posto, con lo stesso abbigliamento. Non si cambia poi tanto se basta un acquazzone per replicarci. Siamo sempre fermi lì, a quell’immagine del passato che ci ritraeva al meglio. Quando amavamo. Quando non ne avevamo paura.

Un’altra estate sta passando, corre piano senza troppi clamori, sembra una modella alle prime armi che calca la passerella e con lo sguardo ti invita a seguirla ma poi si disperde nella folla: dovrei arrendermi a questa condizione e accettare il sudore che mi corre lungo le vertebre come una benedizione che mi lascia ancora il tempo di goderne, eppure non è così, nell’immaginario comune, per quelli come me che vivono in una città di mare, l’estate è un tempo. A sé stante. Un principio. Una lercia insolenza. I migliori tradimenti si sono consumati sulla battigia che ci vedeva protagonisti di quella follia, chiusi nelle cabine mentre fuori si consumava l’ultimo torneo notturno di tennis, le sveglie improbabili all’alba per guardare il sole e stringerti al tipo di turno. Tutto è sempre stato per una congiunzione della natura con l’amore; neppure la montagna riesce a darti tanta emozione, neppure sciare fino allo sfinimento e poi fermarsi ad ubriacarsi in cima a una montagna… nulla è vivo come il mare.

Io esisto in una città di mare, dove il mare è il protagonista assoluto, e l’amore ne è la conseguenza. E quando l’amore non ti sembra abbastanza, oppure l’estate ti disturba, allora c’è qualcosa che devi rivedere nelle tue giornate. Io esisto nelle brezze notturne che scostano le tende e mi fanno correre, trafelata, a chiudere le imposte, io esisto in questa terra di cui conosco i sentieri che conduco al mare, i lettini da aprire, il mio amico che si è accasciato stanco, senza più rialzarsi, mentre giocava a beach volley; io esisto nell’inchino che i marinai nella processione del mare gli hanno voluto donare suonando le sirene che hanno squarciato l’aria di una ignobile domenica mattina. Sembrava un lamento di delfini. Io esisto nei piedi nudi, bruciati dal sole e conficcati nella sabbia, rattrappiti dal dolore. Io esisto perché ne ho memoria.

Oggi piove a dirotto, sembra autunno eppure è estate, l’aria è calda ma carica di pioggia, il cielo è grigio e tutto sembra sospeso in attesa del sole. Ed io l’ho fatto. Ho messo la musica più stupida del mondo, ho indossato l’allegria e ho cominciato a giocare a nascondino sul terrazzo con il mio gatto, poi sono stata tutto il tempo sotto la pioggia a ballare, giravo su me stessa con le braccia allargate e il viso rivolto verso il cielo: giravo e ballavo, sembravo una scema. Sono una scema, lo so. Ma la pioggia estiva mi è amica. Mi ricongiunge con me stessa, mi ricorda chi sono e che non mi importa dei capelli bagnati, dello sfaldamento progressivo della mia pelle, della mia paura di essere estate nell’estate che non c’è.

Io esisto nel mio tempo, ne sono consapevole, a volte è una maledizione, ma quando ci ballo sopra, capisco che non potrei essere niente di meglio: ballo sotto la pioggia e penso al mare. Potrei quasi invidiarmi!

La mia terra è solo scogli

aguzzi e irriverenti

scogli che non accolgono

eppure proteggono

dagli spiragli gelidi del tempo

che non aspetta.

La mia non è un terra

piuttosto un riparo

dalla morte prematura

di questo addio.

Non ti cerco più

scavando a mani nude

ma soffio leggera

dove so che la terra può volare

e con i ginocchi doloranti per

il troppo peso

aspetto

che la terra ti raggiunga

che ti cada leggera sulle spalle

e attendo quel momento

infastidita

della sua mano sulla pelle

a scacciare il pensiero

lento e incostante

che conservi per me.

Non ho motivi

e non ho certezze

eppure spero che quel refolo estivo

ti giunga prepotente

mentre rassicurante

ti adagi sul tuo futuro incerto.

Ho acquistato dei rami da conficcare sul terreno.

Sono ginestre.

 

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donna allo specchio-picasso

Certe volte ci provi a scrivere qualcosa, perché dentro c’è sempre qualcosa che bolle e stai un paio di giorni sospesa su una storia che non c’entra niente con la tua vita ma chissà perché in quel momento, mentre la scrivi, sembra che ti appartenga. Stai un paio di giorni a vivere la storia di una che non conosci e ti rendi conto di quanto possa essere difficile e complicata la vita di chi scrive libri veri, di quelli che vivono due esistenze parallele: la propria, forse diversa, e quella del protagonista, forse pazzo e innarivabile.

Trovandomi in un momento d’impasse tra la quotidianità gretta e ostile e la fantasia più sfrenata, talmente sfrenata da navigare oltre le righe, ho cominciato a immaginare la vita di una tipa di nome Agnese che vive in un attico della Milano bene, vittima di se stessa. Ho cominciato ad affezionarmi al personaggio ma più la comprendevo e più mi faceva incazzare per la passività del ruolo che non mi corrisponde e per l’arrendevolezza che trovo fuori luogo rispetto al contesto della storia. Insomma sono due giorni che mi aviluppo su questa cazzo di Agnese fino a capire che in realtà, e veramente, forse non ho niente da dire. Forse la mia vita in questo momento è talmente piatta e inutile e ferma e fotografata da non produrre niente, neppure un minimo pensiero. Cosa si fa in questi momenti? Si cavalca l’onda e si esce per serate sperando che la movida scateni un pensiero intelligente, oppure si chiude la trasmissione per interruzione dei lavori come di un cantiere che nulla ha da offrire tranne una consueta e banale perforazione del selciato. Una cosa forse l’ho capita: che se non ami non scrivi. Anche se sembra banale.

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Agnese s’è messa a sfregare. Con un’unghia laccata di fresco di un rosso porpora tendente al corallo segue una traccia scura sul pavimento di marmo, probabilmente il tacco di una scarpa nera, presumibilmente nuova, forse di Enrica che cammina trascinando i piedi.

L’immagine di se stessa la coglie impreparata, ai primi chiarori dell’alba dalle finestre del suo attico di pregio una luce bianca attraversa le tende di lino e le rimanda la sua figura di donna, bella, ancora piacente, vestita di tutto punto, inginocchiata ad accanirsi su una riga, tra il secchio e la ramazza. I ginocchi le dolgono, si sfila le scarpe grigie di Louboutin con suola rossa e tacco 12, accartoccia sulle cosce la gonna, anch’essa grigia, fino a scoprire il pizzo delle Wolford autoreggenti e si dispone sui talloni con la schiena eretta in posizione della Sedia. Respira. Ma l’aria non arriva. Riprende il suo percorso, in quella che le appare l’unica attività possibile per salvarsi la vita in una serata come quella e che le sembra l’unica alternativa gestibile al volo dal balcone: lavare i pavimenti. Fa ricorso ai vecchi insegnamenti del Maestro, concentrandosi sul “QUI E ORA”, e come le hanno imposto nei tempi passati nel Monastero Zen strizza per bene lo straccio e sempre in ginocchio parte dall’angolo sinistro con movimenti orizzontali e attraversa tutta la stanza in una sorta di zigzag risolutivo. Si chiede se è ubriaca dopo la serata passata nel solito finto ristorantino del centro a ingurgitare pessimi cocktail ascoltando pessima musica e sorridendo a pessime battute.

La serata è partita qui, dal suo appartamento, con un giro di spritz che Helèna ha sapientemente preparato prima di andare via: un paio di candele sparse per casa e qualcosa da sgranocchiare in attesa dell’arrivo di Guido, con tutti gli uomini disposti da una parte a
parlare di soldi e le donne dall’altra a parlare di scarpe. Poi Guido ha telefonato:

“Ciao amore, scusami ma non ce la faccio a tornare. C’è un imprevisto in ospedale ed è probabile che debba rimanere qui per tutta la notte”

“Ancora? Ma non è possibile. Guido ma che sta succedendo? Passi più tempo in ospedale che a casa. Non ci sei mai, sono sempre sola.”

“Senti Agnese adesso non ho tempo di stare qui a fare l’analisi del nostro matrimonio, ho dei casi urgenti, sai bene com’è il mio lavoro! Ne parleremo in un’altra circostanza. Ciao, saluta tutti e porgi le mie scuse. Ci sentiamo domattina”

Agnese resta ferma per un tempo che le sembra infinito con una mano poggiata su una scultura di Vitaloni e l’altra che trattiene il telefono. Resta fissa a guardare la mano sulla testa dell’animale che le sembra vero, mentre è la sua figura ad apparirle come una scultura, come una pessima rappresentazione della moglie tradita. Si gira lentamente e attraversa con gli occhi tutta la sua vita: capta di sfuggita le risa fragorose degli amici sulla terrazza, viene folgorata dallo scintillio dei bicchieri colpiti dal riverbero della candela, nota una scia scura sul pavimento di marmo bianco. E pensa questo: all’improvviso capisce di essere diventata una macchia scura in un mosaico perfetto, una macchia scura lasciata dalle scarpe di un’altra sulla propria esistenza. Ora non è altro che “la moglie di Guido”. Ha perso anche la sua identità e nessuno ricorda nulla delle sue rinunce, di quando lavorava alle traduzioni delle dispense pur di guadagnare abbastanza per offrire a Guido la possibilità di scegliere. Aveva rinunciato alla sua di vita per offrirla a lui, erano folli come Paul e Corie di “A piedi nudi nel parco”, ma ora è diventata obsoleta, ora c’era Catherine, la nuova assistente, il genio incompreso della medicina. Ma quand’è che scatta il momento della resa, quando la seduzione del tuo essere femmina, costruttiva determinata e sensuale, perde di potenza, quando accade, in quale preciso momento il tuo uomo smette di guardarti come una preda conquistata a fatica nella giungla del banale. Quando smette di crederti unica e insostituibile. Lo intuisci solo se accade, quando guardandoti allo specchio ritrovi tutte le insicurezze dell’adolescenza: in fondo non eri un granché, in fondo lo dicevano tutti che eri bruttina e neppure tanto intelligente, in fondo te lo meriti. In fondo.

“Miei cari, se volete possiamo andare, Guido ci raggiungerà più tardi… ha avuto un imprevisto in reparto” recita Agnese con finta allegria.

Passa un attimo di gelo ricomposto subito in caciara. E’ insolito il comportamento delle persone che temono l’imprevisto. Restano lì, un attimo sospesi, e la osservano guardinghi, con timore, per paura di un colpo di coda dell’ultimo minuto, paura che rompa gli argini e diventi folle, addirittura che possa scoppiare in un pianto inconsulto e decisamente di cattivo gusto. E’ strano come diventi immorale la difficoltà degli altri, di qualcuno che all’improvviso decida di rompere lo schema: “In fondo l’ha sempre saputo che Guido la tradiva e adesso? Adesso vuole solo rovinare la serata a tutti”. I pensieri sono quasi palpabili e attraversano le stanze come flussi di energia. Agnese decide di rientrare nel ruolo e fare quello che sa fare meglio: fingere di essere felice.

“Ora mi alzo e vado a dormire”. Con un gesto da atleta sconfitta butta lo straccio nel secchio, si asciuga le mani sulla maglia, all’altezza del petto e si dirige in bagno per accovacciarsi sul bidet: si alza la gonna, si sfila le mutande e inizia a lavarsi. Un bidet. Per cancellare le dita di Francesco che, accompagnandola a casa, ha pensato bene di sollevarla dalla tristezza, infilandole due dita tra le cosce. “Sono diventata una donna da consolare” si ripete compassionevole mentre sfrega ripetutamente la mano larga e umida su un sesso asciutto. Si infila il pigiama e va a dormire: crema per le mani, un Lexotan per dormire, sveglia alle h. 12,00. Domani ha un brunch con le amiche.

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donna sentiero

Mia nipote G. ha quindici anni e custodisce un’anima inquieta sorretta a malapena da una bellezza invadente, di quelle bellezze che ti capitano all’improvviso nella vita e rischiano di dominarla.  Lei non lo sa, non ancora almeno, ma già comincia a capire di avere una bomba tra le mani, pronta a esplodere.

S’intuisce da come si rapporta al mondo esterno con le sue scarpe da tennis e i suoi jeans sdruciti, rinnegando tacchi e minigonne e sapendo di avere un potenziale nel disegno del suo viso e nell’incarnato della sua pelle. Mia nipote G. è di quelle donne che, con un minimo di cultura, possono spaccare il mondo. Ma lei non lo sa. Lei continua a non saperlo e pensa che il suo obiettivo nella vita sia di sopravvivere a se stessa. Come tutti i ragazzi della sua età. Per questo le scrivo una lettera, per dirle cose che i suoi orecchi non vorranno mai ascoltare:

“Vedi, piccola mia, non è detto che sarai sempre felice, nonostante la mitezza che nascondi come una mancanza e la bellezza che invece non riesci a mascherare. No, non sarà una passeggiata, fino a quando continueranno a chiederti il sacrificio del tuo sesso, dell’essere donna, che significa, in ogni caso e in assoluto, di mostrarti sempre più dura della tua natura, di essere sempre diversa da come ti senti. E’ una guerra aperta la tua. Dove gli eserciti sono sempre ben schierati e il tuo, purtroppo o per fortuna, è sempre quello meno equipaggiato: purtroppo perché dovrai lottare il doppio e per fortuna perché questo ti darà sempre la percezione di ciò che stai affrontando. Non sarà una passeggiata quando affronterai la tua identità non ancora definita, quando cercherai di scoprire chi sei veramente e arriverà il fidanzato di turno che proverà a illuminare il tuo spazio, dicendoti che non sei altro che la proiezione del suo essere, non sarà facile, invece, provare a scoprire la tua d’identità a prescindere da quello che crederai essere l’amore.

Ti capiterà di non riconoscere la strada che stai percorrendo, la crederai migliore di un’altra solo perché la percorri in compagnia, ma in cuor tuo non sarai mai presente, perché un percorso scelto da altri ti regala solo una meta insignificante e sarai costretta a fermarti sul ciglio della strada, tornare indietro e cominciare un nuovo tragitto, ancora più faticoso per le energie sciupate. Ma subentrerà l’istinto. Ah, mia cara ragazza, l’istinto delle donne, che cosa superba e spesso trascurata, un giorno lo incrocerai nella tua strada e ti sembrerà follia, cercherai di evitarlo perché sarà follia, ma resterà sempre lì, nascosto tra le pieghe di te stessa, a farti fare cose cui credevi di non essere capace. Ti farà ricominciare tutto da capo, ogni volta, quando spingerà per imporsi. L’istinto delle donne è come una magia: si auto-produce e ti permette momenti di esaltazione mista alla paura cieca di sbagliare ma di non poterne fare a meno. Seguire l’istinto è come percorrere la scia della stella cometa: ti sembrerà una favola ma alla fine ti condurrà alla verità.

Avrai scelte difficili da fare e proveranno sempre a piegarti in nome dell’amore, dell’amicizia, del gruppo. Cercheranno di trasformarti. Prima ti sceglieranno per la tua unicità e dopo proveranno a cambiarti, a renderti inoffensiva. Lo so che oggi queste parole ti sembreranno fantascienza, in questo momento della tua vita in cui le uniche cose veramente importanti sono il rossetto, i filoni a scuola, le sigarette fumate di nascosto e l’amorino di turno. Ma domani, quando cercherai uno sbocco alle tue paure, comincerai a esplorare confini mai percorsi e cercherai un filo conduttore alla tua esistenza, dei solidi appigli che ti consentiranno una presa mentre tutto frana. Con questa lettera mia piccola creatura, ti regalo due di questi appigli che ogni donna dovrebbe tenere sempre a portata di mano nel percorso faticoso che dovrà intraprendere: le parole e l’eleganza.

Le parole. Ossia la conoscenza, la cultura, l’esplorazione interiore. I libri. Avrai sempre una pistola carica se saprai utilizzare bene le parole. Rappresentano l’unica arma valida per combattere gli stolti e saranno l’unica medicina per placare la tua rabbia. Qualunque sia il tuo lavoro e la vita che condurrai, le parole diventeranno la tua grotta segreta, il posto invalicabile che manterrà intatta la tua corazza, il luogo dove rifugiarti quando fuori, tutto sembrerà estraneo a te stessa. Studiare serve solo a questo: a darti gli strumenti per capire le parole, per costruirle dentro te stessa quando ne sentirai il bisogno, per snocciolarle davanti a un altro quando dovrai difenderti.

L’eleganza. Nei modi e nel pensiero. La tolleranza verso gli altri. Custodire sempre un profilo basso quando ti scontrerai con la diversità, quando non capirai le motivazioni degli altri, ma ti sforzerai di accettarle, anche quando le scelte altrui ti colpiranno a fare male, anche quando avresti voglia di reazioni clamorose. L’eleganza colpisce più di un pugno se dovrai difenderti e accoglie più di un abbraccio se dovrai farti perdonare. Vivere con eleganza significa non lesinare sorrisi e disponibilità, essere sempre pronti a esserci e fare un passo indietro senza recriminare quando ti sarà richiesto, avere il buon gusto di scansare i conflitti puerili che non portano crescita ma solo devastazione del pensiero. L’eleganza del pensiero ti solleverà dalle brutture e ti spingerà ad accettare chi è respinto dalla società, l’eleganza dei modi ti consentirà di sprigionare consapevolezza laddove regna la volgarità del Dio denaro.

So perfettamente che quello che ho scritto ti sembrerà noioso e dirai “che palle zia!” e che ti fermerai a metà, se sono fortunata, ma credo anche che avrei voluto fortemente, ai miei quindici anni, ricevere queste parole. Forse avrei vissuto sbagliando ugualmente, ma di sicuro, avrei avuto un pensiero altrove di parole scritte.

Ti voglio bene, chiunque tu sia e diventerai.”

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E rido. Da qualche giorno rido. Senza un motivo preciso. Non c’è in quest’accadimento un momento esatto da ricordare, non esiste il momento zero. E’ andata così. In un certo giorno di un’ora precisa ho cominciato a ridere. Ma non una risata sguaiata, piuttosto un sorriso, ma incontrollato, che mi stira le labbra e m’illumina gli occhi e mi rende socievole e pronta a chiacchierare con chiunque mi capiti a tiro. Oggi, ad esempio, ho disquisito mezz’ora con la cassiera del supermercato sui suoi orecchini, le ho detto che erano bellissimi e sottolineo che io non porto orecchini da almeno vent’anni e, di conseguenza, non ne capisco proprio niente. Ma ero così convinta e convincente e libera da ogni infrastruttura che lei mi ha raccontato tutta la storia: dal regalo del suo fidanzato fino all’abbandono finito in malo modo perché non voleva restituirli. Insomma c’è un mondo che mi gira intorno solo perché sorrido. E i miei risvegli intorpiditi che poi allacciano un pensiero e stirano un sorriso e la voglia di uscire presto la mattina e camminare sul mare e dire “Buongiorno” a tutti quelli che incontro. Sembro Forrest Gump in gonnella: un’idiota che circola senza museruola. Ma non me ne frega niente, mi godo questo benessere: da idraulico liquido ad ammorbidente alla violetta. E vuoi mettere. E quando mi ricapita.

Ci tengo a sottolineare che rido e che non “me la rido” che è tutt’altra faccenda, anche se ne avrei di validi motivi, ma tutto mi sembra sopra le righe, anche i piccoli litigi per aspettative mancate, anche i presunti tradimenti, mi sembrano sciocchezze: quelle fedeltà di pensiero che ti vengono imposte in memoria di una confidenza, di una sofferenza, che non ti appartiene e che condividi per affetto, ma che non può assolutamente privarti della libertà di essere.

Sorrido per un amore che dovrà arrivare, per gli amici che dovrò conoscere, per le vacanze che potrò fare, per la vita che, spero, mi lasci altro tempo da vivere. Sorrido perché un messaggio mi sembra bello, anche se non dice niente, perché qualcuno mi ha pensato in quel preciso istante, in quel momento, quando non sono altro che una formica sulla crosta terrestre e non valgo niente, pronta a essere schiacciata per un meteorite o una malattia.

Stamattina sono andata a comprare un regalo a una mia amica e collega che rientrerà lunedì dopo una di quelle orrende malattie che colpiscono le donne. E’ stata assente due mesi: due mesi di sofferenza pura, di quella vera, di quella che non sai mai se ci sarà una fine. Sono andata a comprare dei fiori che ho composto insieme alla tipa del negozio “Qualcosa di allegro di rosa, di colorato, qualcosa che le dia i colori, qualcosa che riesca a mantenersi fino il lunedì, qualcosa che le faccia venire voglia di sorridere” ripetevo come un’ossessa. Poi sono andata a comprare un rossetto di Chanel: non si può tornare da un’esperienza simile senza indossare un rossetto di Chanel, è insito nelle priorità femminili sentirsi seducenti.

E mentre fai di questi acquisti, ti chiedi quando è stata l’ultima volta che ti sei sentita seducente e che ti sei regalata dei fiori. Te lo chiedi mentre cammini con il pacchetto della profumeria in una mano e la composizione di fiori dall’altra. E vedi che nei semafori, quando attraversi sulle strisce pedonali, le donne, sedute in macchina accanto ai loro uomini, osservano i tuoi fiori. Con occhi tristi. E allora penso agli uomini che non regalano più fiori. E penso che il ruolo dell’uomo sia ridimensionato anche per queste mancanze, per queste assenze, per queste distrazioni. Ho visto uomini dare soldi il giorno del compleanno della moglie giustificandosi per non avere tempo e idee per comprare un regalo “E poi, non sai mai quello che le piace”. E che poi le mogli utilizzavano per comprare la scarpiera. Ma ho visto anche mogli dire: “Sì è carino ma avrei preferito una borsa, non si può cambiare?” E allora mi rendo conto di essere fuori dalla giostra. E allora torno indietro e mi compro un cestino di fiori, così, giusto per ricordarmi che mi voglio bene. E lo faccio sorridendo perché dentro ho il cuore che mi scoppia.

 vincent van gogh

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coffee and cigarettes

 

Ho imparato a dire di no

a essere disciplinato

a credere di non avere più voglia

calzando piedi altrui e sogni miei.

Mi limito a sopportare quello che vedo

ma quello che vedo è una rotaia

gialla come la rabbia

e la rabbia diventa ruggine

e fa rumore.

Ho imparato a non darmi confidenza

a prendere ciò che capita

ma capita sempre la stessa cosa.

Ho imparato ad amare

ma era troppo tardi

ho imparato a voler bene

ma era troppo presto

ho imparato a odiare

ma era troppo.

Non credo di avere certezze

ma sicuramente non ho dubbi

io sono ciò che ti aspetti

ma è meglio che continui ad aspettare.

Se un giorno ci incontreremo sarà

perché

avrò imparato a capire

che non è mai troppo tardi

e avrò lasciato l’orario dei treni

sul comodino

vicino al tuo letto

ma tu te ne sarai andata

prima di me

forse perché conoscendomi

avrai imparato qualcosa.

(Vincenzo Costantino “Cinaski”)

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geco

E poi succede che sto lì e li aspetto arrivare. Hanno facce strane, forse imbarazzate, di certo non rassicuranti. Cercano uno spazio nuovo in un nuovo spazio e li vedo circolare, un po’ ansimanti, giusto per non far vedere. Loro sono loro e sono la mia famiglia (o quanto di più vicino, a questo termine, che non ha mai fine) che sa tutto di me, anche quello che non dovrebbe sapere. Hanno bisogno di tempo per capire, per acclimatarsi (ho sempre desiderato usare questa parola!) per distinguere quella che viveva in una casa d’acciaio con un cane enorme e un uomo invisibile ma ugualmente ingombrante, con una piena di cose raccattate nei mercatini che vive con un gatto selvatico e cucina couscous. Non mi riconoscono. Oppure ricordano ma ne sono spiazzati. Sono tornata indietro o per meglio dire, sono tornata al punto di partenza e appendo quadri alle pareti che fanno schifo, ma sono miei e riduco il terrazzo una bolgia di piante e colori senza senso. Senza architetto. Senza visione d’insieme. Senza nessuno che mi dica che il gelsomino mal si combina con la pianta di limone, senza nessuno che mi dica che per essere felice devi contenere le emozioni e aspettare un rammendo occasionale.

Anche nella vita d’acciaio cercavo a fatica di mantenere uno stato di equilibrio solidale, solo il mio cane riusciva a trattenermi dove altri avevano fallito, solo lui riusciva ad ancorarmi al nulla quotidiano. Il ritmo lento della passeggiata, l’andirivieni inutile del percorso sequenziale. Sparito lui è crollato il mondo. E si è trascinato tutto dietro. Lo so che, chi non ha un rapporto dipendente con gli animali, non riesce a capire di cosa parlo, eppure è così, la vita e la morte di un cane che hai amato determina un “prima” e “dopo” della tua esistenza, e nulla serve razionalizzare, è così, punto e basta.

E allora sbandi tutti e ti ritrovi occasionalmente a essere te stessa, senza per’altro averlo desiderato o capito, e vedi che la tua famiglia si ritrova e come in uno scontato film di Ozpetek ricomincia a sopportarsi. E scorre amore e pace e serenità e voglia di stare insieme.

Quando si dice che un pranzo sul terrazzo, in una calda giornata di giugno, è stato un successo.

006

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stromboli

Ci sono luoghi che albergano nel cuore delle persone. Ognuno di noi ne possiede uno: può essere una città, un quartiere o addirittura una panchina. Se sei fortunato, lo scovi subito, da bambino, e ti resterà nella memoria per sempre e cercherai per sempre di tornarci e ti aiuterà nei momenti bui; se sei sfigato, come me, lo incontri nell’età adulta e passerai tutto il resto dei tuoi giorni a desiderare di andarci a vivere, sapendo di non avere più l’opportunità di farlo.

Il mio luogo è Stromboli.

Stromboli è uno di quei posti dove la vita è rallentata e segue un ritmo tutto suo governato dal Vulcano “Iddu” che guida gli umori degli isolani. Non è facile appartenere a Stromboli, devi fermare il pensiero, scrollarti di dosso tutte le infrastrutture del continente e lasciarti guidare dai suoni e dai colori senza chiederti nulla se non seguire il ritmo sonno-veglia e godere nell’esserci: in quel luogo, in quel momento, in quel preciso istante della tua vita. E’ come una medicina che ti prescrivi da sola, perché, al di là di quello che dicono gli altri, senti che ne hai bisogno.

La prima volta che sono sbarcata sull’isola ho avvertito un senso di estraneità. Non è stato un amore a prima vista. Ero con un gruppo di amici, vacanze estive, voglia di divertirsi, ricerca spasmodica di cose da fare. Mi sentivo a disagio, mi sentivo un’intrusa. Stromboli è uno di quei posti capaci di rigettarti indietro se non ti avvicini alla sua essenza. Poi sono tornata più e più volte. La volevo possedere. Nella mia arroganza ero convinta di prenderla e impossessarmene invece è stata lei a fare di me la sua nostalgia. L’ultima volta, due anni fa, sono tornata, sola, in primavera. Cercavo un posto dove ripararmi, dove curare le mie ferite e dopo aver ascoltato i vari consigli superflui su Maldive Giamaica e Cuba, ho sentito il richiamo della speranza direzione Stromboli. Non è facile raggiungerla, prima del grande esodo estivo, ne devi essere proprio convinto, ti imbarchi a Napoli con orari e giorni ben definiti e devi sperare che il tempo ti assista.

Approdo in una casetta eoliana a Ficogrande con terrazza sul mare e per venti giorni mi lascio assorbire dall’isola. Mi lascio penetrare.

Passo le mie giornate così, distesa al sole a leggere a scrivere a farmi da mangiare, aspetto tutte le mattine la “lapa” che passa con il pesce appena pescato e vado a fare colazione al bar da Ingrid seduta sulla seggiola di ferro battuto inzuppando la mia brioche nella granita al caffè. Non faccio altro. Per tutto il tempo. Tranne parlare con la signora dell’alimentare e lamentarmi che non funziona l’unico bancomat raggiungibile e sentire lei che non si scompone e mi fa credito pur non sapendo assolutamente chi io sia. Ma sono lì e sono l’unica forestiera e sorridendo mi fa capire che non posso scappare. E’ vero, non posso scappare. Il tempo si è messo negativo. Non ci avevo pensato. E questo cambia radicalmente il mio punto di vista e capisco di essere solo un nulla tra mare e vulcano che scruta il cielo. E capisco che l’isola mi possiede e che deciderà da sola quando rilasciarmi. Saranno “Iddu” e il mare a decidere per me.

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