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Archive for the ‘musica’ Category

Marc Chagall _ Sopra la citta 1918

Portami via da qui se non riesci a fare altro: prendimi, scarrozzami altrove, depositami come un pacchetto abbandonato gonfio delle tue giornate, come quei sacchetti che la tua donna ti chiede di gettare. Sono lì, dietro la porta dell’ingresso, non dimenticare di gettarmi, perché fino a quando cercherai di trattenermi, di ancorarmi alle tue necessità, io non avrò pace: mai sarò me stessa e mai riuscirò a definire questa identità abbandonata, eppure ancora, e sempre e comunque conservata, in maniera accorta, dietro il ripostiglio delle tue paure.

Portami via da qui, da questo posto abbandonato dai sensi, da questo scandaglio ancorato a ricordi sbiaditi che non mi aspettano più e che corrono veloci su tracciati a me sconosciuti lungo percorsi che non riconosco. Mi perdo, se non mi porti via. Mi perdo anche nelle mie parole. Nei sogni. Nella postura della mia figura. Mi perdo nel tempo che mi scorre accanto, veloce, eppure sempre lento, come se mi trovassi ancora ferma, abbandonata alla fermata della metro, con il cappellino di feltro e la borsetta che mi penzola dal braccio.

É come se il mio tempo fosse il tempo di tutte le donne e non importa cosa io sia e faccia nella mia vita, e non importa il mio guadagno, la solidità economica, la partecipazione sociale: io sono sempre la proiezione di mia madre ferma alla stazione ad aspettare un treno che mai la prenderà a bordo, perché diversa, insana, indipendente, abbandonata e violentata. Come per un percorso lungo di generazioni prima o poi ti troverai inevitabilmente a scalfire lo stesso marciapiede, a disegnare un cerchio uguale con la punta della scarpa nell’attesa del tuo tempo, come per un mantra da recitare per una preghiera a chi non sa pregare.

Portami via da qui prima che dimentichi, perché la vita è un attimo ed è già che non ricordo più il tuo nome. Portami via da qui prima che mi perda nel destino, prima che raggiunga quel posto vuoto di misura dove lo spazio tra la propria dimensione e quella degli altri non ha più decoro: diventa inversa e lo strumento coercitivo si scopre solo come mero dato anagrafico. Portami via da qui, prima che il nostro tempo diventi un dominio, una terra di conquista, per eredità morali che non ci appartengono.

Un altro inverno è passato e siamo rimasti come figure dietro le finestre a osservare la pioggia: scostiamo lentamente le tende, e mentre il mondo rumoreggia, ci siamo solo noi due a contare il tempo in attesa di un altro tempo che non ci sarà.

Portami via da qui.

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Per quel tempo che misura le parole, che trascina dettagli dimenticati e asciuga la memoria, per quel ricordo che credevi svanito e torna a galla a prescindere e prescindere da tutto diventa una necessità, la necessità di regalarsi un alibi da alimentare a prescindere da te, da me, da tutti gli altri.

Vado a pranzo dai miei come faccio spesso la domenica, il tempo è cupo, piove e fa freddo, ma il mio umore è allegro, quasi sopra le righe, inspiegabilmente, considerando la nottata passata in bianco, ma un’energia sconosciuta mi sovrasta e se non piovesse a dirotto, potrei quasi andare a farmi una corsetta sulla spiaggia. Decido ugualmente di uscire a piedi e coprire la distanza (quattro isolati non di più) a passo veloce, fermarmi a comprare delle paste, telefonare a un’amica e ascoltare musica con i meravigliosi auricolari che il progresso ci ha regalato. L’aria è frizzante. Ogni tanto becco una pozzanghera che mi bagna l’orlo della tuta, ma non ci bado e penso che da ragazzina camminavo sempre sotto la pioggia, cosa che adesso mi sembra impensabile e anche stupida. Da adulti si comincia a scansare le pozzanghere, a ripararsi dalla pioggia e poi dalla vita. Da piccoli non sembra necessario. Mi viene in mente che una volta, da ragazzina all’età di quindici anni, tornai a casa sotto un acquazzone mangiando una pizza incurante del tempo e tutti si riparavano sotto i palazzi e tutti mi guardavano come se fossi pazza ed io ridevo dentro, ero felice, ero in comunione con la terra e con gli eventi, avevo ricevuto il mio primo bacio e il mondo sembrava appartenermi. Ricordo spesso quella sensazione mai più vissuta. Quel senso di emozione, quella pioggia sul viso, la camicia completamente bagnata e la pizza molliccia ed io che ridevo. Dentro. Ridevo dentro. Era estate. L’estate che scoprii la sconvolgente sensazione di una bocca sulla mia. Quello che più mi sconvolge nella mia età matura (sì, perché la mia è un’età matura, checché se ne dica delle cinquantenni) è che il mio corpo viaggia a una velocità diversa dalla mia sostanza: il mio cervello è ancora lì a mangiare una pizza mentre cammina sotto la pioggia mentre il mio corpo rallenta e si ferma e si blocca e prescinde. Adesso capisco i novantenni che dicono di sentirsi ancora giovani e capisco il mio ex suocero che a novantuno anni vuole che qualcuno di noi lo accompagni a sciare.

“Patrizia voglio andare a sciare, per favore accompagnami in montagna, i miei figli non vogliono, ma io ho bisogno di vedere la neve e sentirmi il vento sulla faccia, prima che muoia, prima che non riesca più a mettere gli sci ai piedi” mi telefona spesso e mi ripete ogni volta la stessa cosa, sono la sua ultima spiaggia.

“Signor Aldo, se vuole, possiamo andare sulle piste a mangiare la polenta al ristorante e poi ci mettiamo lì seduti sulle sdraio a prendere il sole, ma sugli sci non è possibile, non posso accompagnarla” e ogni volta mi sento male a rispondere così. Ma questa è la verità e lui non si rende conto che il suo tempo è scaduto ed io non so come dirglielo.

E mentre penso a tutto questo, mi arriva un commento sul blog, inforco gli occhiali (perché dalla pizza sotto la pioggia a oggi sono diventata pure cieca) e leggo di Urania che dice testualmente: “Pablo (riferendosi a un amico di penna) che dolce che sei… divertente la tua schermaglia con l’austera RossodiPersia”. Austera RossodiPersia? Austera io? E da quando sono diventata austera?

Austero = Rigido, inflessibile, intransigente, severo, moralmente rigoroso, frugale, molto sobrio ecc…

Mi prende un colpo.

“Mamma, ma secondo te sono austera?” mentre scarnifico un midollo dall’osso dell’ossobuco

“Beh, austera… diciamo che sei diventata un po’ rompiscatole, un po’ troppo precisina, poco elastica, meno tollerante, un po’ forzatamente rigida, a volte fai fatica, uno deve sempre stare attento a quello che dice, ecco, forse pesi troppo le parole e…”

“Eh, ma’, e che diamine, ti ho fatto solo una domanda, non volevo mica un referto di psicologia. Ti ho chiesto solo se sono austera, mica se sono una rompicoglioni” rispondo piccata.

“Sì, sei austera. Ma prima non eri così. Ma con l’età si cambia, certo dovresti cercare un “attimino” di smussare il tuo carattere spigoloso, sennò figlia mia quando lo ritrovi un altro marito. E tesoro mio non puoi pensare di finire la tua vita da sola, una compagnia ti ci vuole, io sono tanto preoccupata per te…” e attacca la pippa della donna sola che quando morirà non se ne accorgerà nessuno.

Io invece cerco di ritrovarmi tra i libri e mi viene in mente Mrs Dalloway di Virginia Woolf, una donna cinquantenne alle prese con il suo passato, le sue frustrazioni e la sua apparenza in una giornata tipo della perfetta borghesia inglese degli anni 20, ma io non mi sento come Clarissa, non sono una vittima e non mi sono adattata alle regole della società che mi circonda, almeno credo, ma allora come ho fatto a divenire austera?

“D’ora in avanti, avrebbe evitato apprezzamenti su chicchessia. Si sentiva assai giovane; e al tempo stesso, indicibilmente attempata. Penetrava attraverso la vita come una lama di coltello; e al tempo stesso restava al di fuori, spettatrice. Guardando il viavai dei tassì, aveva un perpetuo senso d’esser lontana, lontanissima sul mare, e sola; sempre aveva la sensazione che la vita, anche d’un sol giorno, fosse molto, oh molto pericolosa. Non ch’ella si credesse molto intelligente, o nemmeno una persona fuori dall’ordinario. Come avesse potuto cavarsela nella vita, con le scarse briciole di scienza che aveva dato loro Fräulein Daniels, non lo capiva davvero. Non sapeva nulla; né lingue, né storia; anche ora leggeva pochissimo, se non qualche libro di memorie a letto. Eppure si sentiva completamente assorbita; tante cose; i tassì che passavano… E come dire di Peter, o di se stessa, sono così, sono cosà… ” V.Woolf.

I miei auricolari… si può sopravvivere a una giornata così?

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Rita era leggera. Non aveva specchi in casa perché preferiva immaginarsi, ho sempre pensato che fosse una posa la sua, ma con il tempo ho scoperto che davvero preferiva ricordarsi. Rita era strana e felice. Felice di se stessa. Del suo mondo immaginario.

Rita era anche la mia migliore amica, di dieci anni più giovane di me, di quelle cibo sonno chiacchiere e fidanzati: di quelle “prendi tutto di me” ché quello che è mio può diventare tuo. E mi prese alla lettera. E mi rubò via la vita.

Per cattiveria, negli anni a seguire, quando sapevo che l’avrei trovata esposta, le feci recapitare un voluminoso regalo. Uno specchio. Grande quanto un quadro di quelli finti, che servono a ricoprire le pareti. Decisamente volgare. Sono d’accordo.

E lei rispose così, con una lettera scritta a mano con un tratto sospeso, a volte sfumato:

“Ho un cuore allo specchio che non raccoglie nulla, sembra spento e batte battiti alternati a sospiri accennati. E’ il mio cuore che spinge per arrivare al silenzio e si osserva tramortito dalle troppe insolenze. Non basta l’estate. Non basta più il calore della sabbia tra le dita, alla mia età non basta più lottare, diventa un tempo di attesa, di lenta arrendevolezza ai misfatti comuni che mi lasciano tramortita sul divano inzuppato dal caldo.

Sentirsi stanchi. Sentirsi inutili. Sapendo di non riuscire a mutare le cose. Accontentarsi. Di quel lento e assoluto mistero che concede la donna alla sua figura primaria. Siamo le nostre madri e le nostre nonne: quando un uomo ci lascia nell’età adulta, ci arrendiamo, e ci scopriamo felici di dormire senza finzioni, senza seducenti archetipi, senza voluttà.

Ho ceduto il mio posto a un’altra più giovane di me. Un’altra che possiede ancora la voglia e il bisogno di credersi essenziale. A una ragazzina che ha la necessità di specchiarsi negli occhi di un uomo per scoprirsi migliore. L’ho fatto con consapevolezza e forse anche con generosità, ho visto in lei una parte di me e ho voluto crederci. Ma tutto questo gioco sotteso mi ha lasciata sfinita e ancora oggi mi chiedo se n’è valsa la pena: avrà mai capito quella ragazzina che le ho regalato un disegno di sventura, regalandole l’amore?

Ho un cuore allo specchio che osserva spietato una donnetta che si è arresa alle sue piante da balcone, al suo gatto tigrato, alle sue mutande spaiate.

Ho un cuore allo specchio, ma anche se lo specchio è il mio, di questo cuore che si riflette, non so più che farne.”

Non la vidi mai più. Ricordo che pensai alla vita spietata che aveva regalato a Rita il medesimo destino cui lei mi aveva costretto. Ricordo che pensai anche a quanto persevera l’universo sentimentale maschile, capace di sotterrare due generazioni senza colpo ferire. Ricordo che pensai. A lei. E poi smisi.

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Maybe

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www.youtube.com/watch?v=WR5_oiayAew

Joe Cocker~You Are So Beautiful (Live at Montreux 1987)

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