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Archive for the ‘paintings’ Category

salvatore_fiume_003_somale_1981

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano il tempo non aveva più tempo, l’aria era rafferma e lungo la parete rocciosa le buganvillee restarono sospese in attesa di consenso: era un momento magico, la sera ingialliva i contorni delle strade e la città, improvvisa, esultava di fierezza. Dietro quella curva c’era una donna, che mi aspettava da sempre, piccola di statura ma densa di emozioni, piena di cose da dire e atteggiamenti da mostrare, che cercava malamente di dissimulare l’esultanza, di contenerla, in una sfera protetta di cose da fare e strade da seguire. Io non ero nessuno, le avevano soltanto detto di trattarmi con cura perché non stavo troppo bene, non affilavo di cervello, o, per meglio dire, ero sull’orlo del suicidio. E lei lo fece. Mi prese e mi portò a capire la bellezza. Per giorni e giorni mi trascinò a scoprire angoli nascosti della sua terra, fiera e critica, cercava di mostrarmi il lato nudo delle cose, la purezza sporca della natura contaminata dall’uomo; per giorni e giorni non mi chiese nulla sopportando dei silenzi spenti ostentati da lenti scure e bocche serrate: io camminavo senza vedere, cercando solo il modo di fuggire via. Quel lungo tempo trascorso insieme fu una premessa, un decalogo comportamentale che negli anni a venire diventò il nostro modo di rapportarci al vissuto: io abbracciata a lei, cieca di vita, che cercava la propria a discapito della sua. L’amicizia tra donne per quel mistero che nasconde, traspira tra le pieghe del tempo e si ripropone integra nei contenuti, segue sentieri accidentali, svolta su curve inaspettate forgiando rancori sulle aspettative mancate; l’amicizia tra donne è così lieve che basta un sussurro a spingerla altrove. Io seguii quel sussurro e per anni, ormai guarita dalle mie ossessioni, smisi di seguirla confinandola volutamente nell’angolo esposto del passato, quello dove spira un vento gelido che non trova più ospitalità nel conforto assoluto del calore umano. E come per tutti quei testimoni involontari delle proprie debolezze, arginai la sua memoria, in modo che non potesse più scalfire il mio presente. Ma l’amicizia delle donne è persistente, ricama coperte di storie narrate e dimenticate, tazzine da caffè spaiate e conservate, per riproporle così, in un tempo che non sapevi sarebbe mai arrivato. L’amicizia delle donne fa paura perché esiste, resiste, e si rafforza nel buio della solitudine.

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano, gli occhi mi si riempirono di lacrime. Non potevo credere a tanta bellezza, non riuscivo a pensare che il mondo non fosse soltanto grigio e buio così come ero abituata a vederlo: mi tolsi gli occhiali scuri e il rosso del tramonto mi invase come un predatore. Ancora oggi penso a quel momento, quell’istante perfetto in cui capii, che il mondo era attorno e non dentro di me, che l’uomo non può temere la terra perché quanto prima, quando meno te lo aspetti, la terra ti accoglie nella consistenza perfetta della sabbia tra le dita, in quel fluire sottile della grana minuscola delle conchiglie che per alchimia, per resurrezione, dal mare sfrangia e si deposita lento nel tuo tempo.

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano trovai un’amica, che è ancora lì, ferma sulla parete rocciosa a guidarmi sul sentiero di casa.

“Poggiata a un davanzale davanti ad una strada

vuota a quest’ora quasi di campagna

cosa racconto io? racconto l’aria.

L’aria che cerco, quella che trovo,

che torna in visita per farsi riconoscere,

un’aria semplice, composta, delicata,

aria dimenticata, che sempre quando arriva

mi trova impreparata.”

-Pigre divinità e pigra sorte-P.Cavalli

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Marc Chagall _ Sopra la citta 1918

Portami via da qui se non riesci a fare altro: prendimi, scarrozzami altrove, depositami come un pacchetto abbandonato gonfio delle tue giornate, come quei sacchetti che la tua donna ti chiede di gettare. Sono lì, dietro la porta dell’ingresso, non dimenticare di gettarmi, perché fino a quando cercherai di trattenermi, di ancorarmi alle tue necessità, io non avrò pace: mai sarò me stessa e mai riuscirò a definire questa identità abbandonata, eppure ancora, e sempre e comunque conservata, in maniera accorta, dietro il ripostiglio delle tue paure.

Portami via da qui, da questo posto abbandonato dai sensi, da questo scandaglio ancorato a ricordi sbiaditi che non mi aspettano più e che corrono veloci su tracciati a me sconosciuti lungo percorsi che non riconosco. Mi perdo, se non mi porti via. Mi perdo anche nelle mie parole. Nei sogni. Nella postura della mia figura. Mi perdo nel tempo che mi scorre accanto, veloce, eppure sempre lento, come se mi trovassi ancora ferma, abbandonata alla fermata della metro, con il cappellino di feltro e la borsetta che mi penzola dal braccio.

É come se il mio tempo fosse il tempo di tutte le donne e non importa cosa io sia e faccia nella mia vita, e non importa il mio guadagno, la solidità economica, la partecipazione sociale: io sono sempre la proiezione di mia madre ferma alla stazione ad aspettare un treno che mai la prenderà a bordo, perché diversa, insana, indipendente, abbandonata e violentata. Come per un percorso lungo di generazioni prima o poi ti troverai inevitabilmente a scalfire lo stesso marciapiede, a disegnare un cerchio uguale con la punta della scarpa nell’attesa del tuo tempo, come per un mantra da recitare per una preghiera a chi non sa pregare.

Portami via da qui prima che dimentichi, perché la vita è un attimo ed è già che non ricordo più il tuo nome. Portami via da qui prima che mi perda nel destino, prima che raggiunga quel posto vuoto di misura dove lo spazio tra la propria dimensione e quella degli altri non ha più decoro: diventa inversa e lo strumento coercitivo si scopre solo come mero dato anagrafico. Portami via da qui, prima che il nostro tempo diventi un dominio, una terra di conquista, per eredità morali che non ci appartengono.

Un altro inverno è passato e siamo rimasti come figure dietro le finestre a osservare la pioggia: scostiamo lentamente le tende, e mentre il mondo rumoreggia, ci siamo solo noi due a contare il tempo in attesa di un altro tempo che non ci sarà.

Portami via da qui.

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mara cerri2

M’è presa

ultimamente

questa sorta

d’indolenza

del non chiarir le cose

questa finta distrazione

un lasciar

correr disonesto

come di un lento

appassimento

vorrei tornare alla

dialettica iniziale

al confronto emozionale

ma poi non so cos’è

mi prende l’apatia

e lascio andare tutto

amori affetti e

rabbia

e mi assale lo

sconforto

di essere fraintesa.

“Sembrava molto stanca e mediamente assente, come se rivolgersi a me fosse per lei un ultimo e aggiunto sforzo notturno che non aveva previsto, e come se ancora fosse impegnata nella conversazione con la sorella e non con me, se mai quella conversazione era esistita. Sempre è la stessa cosa, giorno per giorno e con qualunque persona, costantemente, in ogni scambio di parole correnti o serie, uno po’ credere o non credere quel che gli si racconta, non vi sono altre scelte, troppo poche e troppo semplici, e così uno crede quasi tutto ciò che gli si dice, o se non lo crede tace il più delle volte, perché altrimenti tutto diventa laborioso e si aggroviglia, e procede a inciampi e nulla fluisce. Cosicché ciò che si emette rimane come autentico in linea di principio, il vero come il falso, a meno che quest’ultimo non risulti notorio, notoriamente falso.”

(J. Marías – Il tuo volto domani)

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vermeer

Il vagone è denso di parole. Il mio posto è il 24A, accanto al finestrino, chiedo cortesemente al ragazzino di spostarsi perché il posto è prenotato e rimedio uno sguardo torvo e un farfugliar di epiteti, colpevole di non aver rinunciato alla prenotazione o addirittura al mio viaggio. Mi sistemo a fatica, per nulla agevolato dal ragazzino, sempre lui, che deve rimediare alla figuraccia al cospetto della sua giovane fidanzata e si fa scivolare a mezza bocca un grazioso “Che palle questi vecchi di merda!”. Non replico, non ne ho la forza, ma dentro mi assale una rabbia sorda. Mi costringo a guardare fuori mentre il treno sferraglia a lambire le coste della riviera adriatica: il mare è tranquillo, lento e immobile, il sole ne traccia una scia luminosa; i pescatori, immortalati dalla velocità, se ne stanno come statue di marmo nell’atto di lanciare la canna; i cavalli al trotto, guidati da fantini inesperti, sollevano schiuma di mare. Osservo il mondo fuori come fossi in un acquario e immagino essere lì, a vivere qualcosa che non sto vivendo. Mi serve per sopravvivere. Dentro l’acquario è un inferno. Mi giro verso il corridoio e osservo con fare distratto la giovane mamma che costringe il figlio a giocare con l’iPad pur di farlo tacere, le due procaci ragazzine che sussurrano frasi in codice trattenendo a stento accenni di risa e guardando e digitando ripetutamente inutili frasi sul cellulare, il businessman che, poggiato il quotidiano sul tavolino, apre il computer inforca gli occhiali e comincia a interpretare la sua parte. Osservo senza partecipare: non ho libri con me, non ho telefoni con cui giocare, non ho nessuno da chiamare e neppure una merendina per leggerne gli ingredienti. Sono costretto all’inattività per due lunghissime ore e noto che gli altri mi osservano con curiosità, con un accenno di spavento. Non sono normale. Che ci fa un uomo solo, in un giorno feriale, dentro uno scompartimento, senza nulla per comunicare con l’esterno? E questa cosa comincio a chiedermela anch’io e penso che forse quest’idea di prendere un treno A/R nella stessa giornata e farsi una smazzata di sei ore per andare a una mostra sia stata proprio una gran cazzata. E penso che questo non mi farà stare meglio, che la paura non mi abbandonerà lo stesso e, anzi, mi renderà solo più vulnerabile, penso che invece dovrei stare sul pezzo e combattere e non arrendermi alla quiete della bellezza, perché di bellezza non ce n’è mica per quelli come me, per quelli che decidono di arrendersi. Metto la mano nella tasca della giacca e liscio con le dita la busta accartocciata, la tiro fuori e la distendo sul mio rettangolo di tavolino, tutti gli occhi degli astanti convergono su di essa incuriositi. Leggo i loro pensieri: “Ah, ma allora ha qualcosa da leggere…” e li vedo rilassarsi. Sulla busta c’è un logo, un logo d’ospedale e c’è un nominativo e un indirizzo e tutto sembra ricondurre a me. Anche se io non sono qui e non sono io, io sono fermo sul cavallo nella spiaggia, sono fermo nell’intento di lanciare una canna da pesca. No, non posso essere io. Lascio lì la busta chiusa e stropicciata e non la apro e non fingo di leggerla mostrando stupore o sollievo o qualsiasi emozione possa destare una lettera, no, io so bene cosa contiene. Contiene un tempo. Uno spartiacque, tra quello che avrei voluto fare e quello che non potrò più fare. Contiene un countdown. Anche se non è ben chiara la partenza perché l’omino lassù non ci ha comunicato il numero iniziale. Sappiamo solo quello finale. Conosciamo solo il punto zero. Quello conclusivo.

Mi alzo e vado in bagno, anche se non devo, giusto per alzarmi, giusto per camminare, per attraversare quell’onda di vita fragorosa che m’investe, giusto per farne parte. Mi chiudo la porta alle spalle e resto lì a guardarmi per un tempo che non quantifico, senza fretta, perché la fretta mi è divenuta improvvisamente nemica, e mi guardo allo specchio per tutto il tempo e mi vedo stanco, non diverso o invecchiato triste depresso o quant’altro, no, mi vedo solo stanco.

Nel tornare al mio posto noto una presenza, una personalità che mi sovrasta, ferma come me a guardare il nulla con una busta stropicciata in grembo, la osservo incuriosito, è una giovane donna, bella, di una bellezza antica, malinconica e solenne. Di quelle fisionomie che potresti trapiantare direttamente nell’età vittoriana, dai quei docili incarnati, vittime dei bassifondi londinesi.  Mi è seduta di sbieco, due file davanti, la posso guardare e la guardo, ostinatamente, non riesco a farne a meno. E’ piatta. Non pensa. I suoi occhi sono vuoti e seguono l’onda delle montagne dall’altra parte del vagone, mentre io seguo il mare. Il mondo ci separa, si divide in due per noi, possessori di una missiva stropicciata tra le mani. Lei si accorge, lei mi nota, e capisce l’importanza di quello che ci stiamo dicendo. Lei è ferma dalla mia parte ed io dalla sua, di là dal treno, del corridoio, dei bambini, dei ragazzini, degli uomini che accelerano il battito aziendale, del tempo che si ferma, all’improvviso, stabile, sui nostri occhi vuoti.

E il tempo si sospende in attesa che accada qualcosa ma non accade nulla e arriviamo a Bologna.

Scendendo la seguo per un po’. La vedo distratta, forse in attesa, riprendo il mio controllo e dandomi dello stupido mi dirigo verso la sosta dei taxi.

“Via Manzoni, Palazzo Fava” recito al tassista. Questo devo fare. Per questo sono qui, per regalarmi un quadro di Vermeer. Per riappropriarmi della bellezza. Per curarmi di fervore, di passione, del colore che dipinge la passione. Per questo sono qui, per cancellare i numeri del mio malanno.

Arrivo un po’ trafelato, faccio la fila nonostante la prenotazione, non ho molto tempo per riprendere il treno e tornare alla mia esistenza col numero inverso, a casa c’è qualcuno che mi aspetta, qualcuno che non sa e che non deve sapere, arrivo lì dove volevo cercarmi, da stamattina, da ieri, da quando ho saputo. Sono lì e la guardo, finalmente dal vivo, e ne tocco i contorni con la matita immaginaria dei miei occhi, ne traccio il profilo, il contorno del viso, sprofondo negli occhi, nel collo lungo, girato, appena, come per un’improvvisa chiamata, come di un amore rammentato all’improvviso. E mentre mi perdo nella contemplazione e mi lascio sovrastare dall’emozione, dimentico chi sono e il mio tempo a scadere e la bellezza mi sovrasta, m’invade e mi riempie e sento di non riuscire a trattenere le lacrime e un po’ mi vergogno di me stesso, ma poi capisco che era esattamente questo lo scopo del mio viaggio. E resto lì, fermo, mentre una mano lentamente si avvicina, mi sfiora un po’ sudata, appiccicosa e molle, s’intrufola tra le mie dita: in una tiene la mia vita, nell’altra una busta stropicciata accartocciata in grembo.

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lucio fontana

Non è facile crescere in una famiglia che rammenda l’amore, che lo disfa durante il giorno, quando si scontra con l’odio quotidiano, e lo ricuce alla sera, prima di andare a dormire, sperando che la notte cancelli l’orrore del giorno appena vissuto. E si vive così: tra un ricordo e una finzione, cercando di sognare quello che non c’è concesso. E si cresce strani. Osservatori. Ladruncoli delle altrui infelicità. Cercando sempre e comunque di trovare il bacarozzo che striscia velocemente e che non altera gli equilibri della famiglia, ma di sicuro li aliena. L’ho sempre cercato quel bacarozzo. Addirittura a volte lo prendevo in prestito, in casa di amici, e lo riportavo a casa mia, lo lasciavo libero dentro la cucina, sapendo che, prima o poi, avrebbe invaso le nostre vite e ci avrebbe cacciato via.

Una guerra che ho sempre vinto.

Oggi il bacarozzo non lo cerco più, perché non ho guerre da combattere. A volte lo riporto in casa per contrastare l’altra che vive con me e si spinge ancora a credere che l’amore non si rammendi, ma si possa cucire giorno per giorno, per sempre. Allora lo lascio chiuso in casa, fino a quando ci convince, e poi ci lascia andare via, a condurre le nostre vite pervase dall’occhio vitreo della realtà.

Osservo gli altri.

Prima non lo facevo. E questo è il primo sintomo di resa. Quando ti accontenti di vivere le vite immaginate. Io ci metto del mio. Ci metto del trash, perché non dimentico mai la mia natura. Ma sempre e comunque questo esercizio mi lascia spossata.

Non credo nell’amore.

Non credo nella dedizione.

Non credo nella fedeltà.

E tutto questo cinismo (se di cinismo si tratta) mi rende crudele. Mi fa osservare il gesto di fastidio (al limite dell’omicidio) della donna che sull’aliscafo, dopo quattro ore di sbattimento, scaccia il piede del suo uomo che dorme profondamente. Lo fa mentre dorme, quando lui non sente. Quando non può vedere. Lo fa perché non sopporta più quel piede che tutte le notti, le ruba lo spazio. Lo so, è poca cosa, ma per me è come vedere il bacarozzo. Poi lui si sveglia e lei lo bacia e accoglie le sue gambe sul suo grembo, con un sorriso. Finto.

Oppure osservo un lui qualsiasi. Che lancia furtivi sguardi da bohemienne sulle tette della turista per caso, perché sarà pure un caso, se si è seduta di fronte a lui… ma forse forse… se l’è pure cercata.

E non lo so. Mi prende l’amarezza.

E allora m’innamoro delle parole, molto più dei gesti, perché penso che la parola scritta contenga una rappresentazione interiore molto più profonda e mal governata. Quella che non controlli. Quella che ti scappa nel momento del delirio: quando sei solo con te stesso e non ne hai timore.

E se ci penso bene, da quella famiglia che rammendava l’amore, ho appreso molto: ho appreso il bisogno di essere la scucitura imprevista sul rammendo perfetto.

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sedia e candela

Solo e ricurvo

sotterro la

mia guerra

per l’improvviso

sfinimento

di osservarla

ridursi

fino a divenire

fragile

e scomposta

come un

tardivo

rancore.

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andrea pazienza

 

Cerco la rima.

Son pieno d’amore

per gli altri,

son pieno

d’amore

e il mio

amore

è un fluido

magnetico

passato

al setaccio.

Il mio

amore per gli

altri è vero.

E nel mio

amore vero

c’è tutto

c’è l’odio.

Un pizzico d’odio

non guasta

l’amore perfetto.

E il mio amore

perfetto è un mare

con un po’

d’odio dentro, granelli

di sabbia.

E il mio amore

è un fluido

magnetico passato

al setaccio.

(A.Pazienza – inizio anni ’70)

Mi chiamo Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza, ho ventiquattr’anni, sono altro un metro e ottantasei centimetri e peso settantacinque chili. Sono nato a San Benedetto del Tronto, mio padre è pugliese, ho un fratello e una sorella di ventidue e quindici anni.

Disegno da quando avevo diciotto mesi, so disegnare qualsiasi cosa in qualunque modo. Da undici anni vivo solo. Ho fatto il liceo artistico, una decina di personali, e nel ’74 sono divenuto socio di una galleria d’arte a Pescara: “Convergenze”, centro d’incontro e di informazione, laboratorio comune d’arte. Sempre nel ’74 sono sul Bolaffi. Dal ’75 vivo a Bologna. Sono stato tesserato dal ’71 al ’73 ai marxisti-leninisti. Sono miope, ho un leggero strabismo, qualche molare cariato e mai curato. Fumo pochissimo. Mi rado ogni tre giorni, mi lavo spessissimo i capelli e d’inverno porto sempre i guanti.

Ho la patente da sei anni ma non ho la macchina. Quando mi serve, uso quella di mia madre, una Renault 5 verde. Dal ’76 pubblico su alcune riviste. Disegno poco e controvoglia. Sono comproprietario del mensile “Frigidaire”. Mio padre, anche lui svogliatissimo, è il più notevole acquarellista ch’io conosca. Io sono il più bravo disegnatore vivente. Amo gli animali , ma non sopporto di accudirli.

Morirò il sei gennaio 1984.

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