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Archive for the ‘poetry’ Category

Elliott Erwitt1

Ogni tanto qualcuno prova ad aprire una porta, arriva lì con un mazzo di fiori pieno di parole, suona il campanello e sosta impaziente sulla soglia. Mette su la maschera migliore e cerca di capire che cosa ha di fronte: se donna, mezza donna o quaquaraquà. Si avventa su una cena improvvisata senza avere il minimo controllo del fenomeno, senza sapere, in maniera alcuna, cosa e chi si troverà di fronte, perché al di là della conoscenza fisica e formale, l’intimità di un pasto condiviso spesso riserva sorprese inaspettate e non sempre gratificanti: dipende dall’umore o dalla bellezza fisica dell’avventore, oppure, ancora meglio, dalla capacità del commensale di esprimere se stesso.

La cena per farli conoscere fu del tutto improvvisata. Gli aggettivi fioccavano come insolenti tentativi per esporsi in maniera marginale seppur diretta, tutto sembrava perfetto per credere alle menzogne che gli uomini si raccontano quando hanno paura di raccontarsi; eppure si raccontano, in lunghe esternazioni paradossali, quasi a confermare che la miglior rivelazione di se stessi si possa esprimere solo con gli sconosciuti.

La cena per farli conoscere fu un continuo gioco di Risiko dove la vittoria consisteva nel conquistare il proprio territorio: una sorta di Negroni sbagliato, come quando ti accontenti di una blanda mistura perché non vuoi caracollare sulla sedia del vicino; non consisteva nel conquistare un altrui territorio ma il proprio: essere coscienti sempre dello spazio e del tempo senza capirne i contorni. Una faccenda estenuante se ci penso adesso, eppure quella corda tesa ha stretto un sodalizio di anime perse che non avranno mai più nulla da dirsi, tuttavia ci hanno provato e ci sono anche riusciti.

La cena per farli conoscere fu un pericoloso esperimento dal quale tutti uscirono indenni per fortuita casualità.

Rassetto gli armadi

per non aprir le porte

affretto le negazioni

che non accetto di rettificare

racconto per non dire

eppure mi tremano le mani

e gli occhi

a tratti

riacquistano un’insolenza

dimenticata

che riaffiora veloce

come il guizzo di una tigre

che pur potendo

ghermire la preda

si arrende

alla sua malinconia.

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salvatore_fiume_003_somale_1981

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano il tempo non aveva più tempo, l’aria era rafferma e lungo la parete rocciosa le buganvillee restarono sospese in attesa di consenso: era un momento magico, la sera ingialliva i contorni delle strade e la città, improvvisa, esultava di fierezza. Dietro quella curva c’era una donna, che mi aspettava da sempre, piccola di statura ma densa di emozioni, piena di cose da dire e atteggiamenti da mostrare, che cercava malamente di dissimulare l’esultanza, di contenerla, in una sfera protetta di cose da fare e strade da seguire. Io non ero nessuno, le avevano soltanto detto di trattarmi con cura perché non stavo troppo bene, non affilavo di cervello, o, per meglio dire, ero sull’orlo del suicidio. E lei lo fece. Mi prese e mi portò a capire la bellezza. Per giorni e giorni mi trascinò a scoprire angoli nascosti della sua terra, fiera e critica, cercava di mostrarmi il lato nudo delle cose, la purezza sporca della natura contaminata dall’uomo; per giorni e giorni non mi chiese nulla sopportando dei silenzi spenti ostentati da lenti scure e bocche serrate: io camminavo senza vedere, cercando solo il modo di fuggire via. Quel lungo tempo trascorso insieme fu una premessa, un decalogo comportamentale che negli anni a venire diventò il nostro modo di rapportarci al vissuto: io abbracciata a lei, cieca di vita, che cercava la propria a discapito della sua. L’amicizia tra donne per quel mistero che nasconde, traspira tra le pieghe del tempo e si ripropone integra nei contenuti, segue sentieri accidentali, svolta su curve inaspettate forgiando rancori sulle aspettative mancate; l’amicizia tra donne è così lieve che basta un sussurro a spingerla altrove. Io seguii quel sussurro e per anni, ormai guarita dalle mie ossessioni, smisi di seguirla confinandola volutamente nell’angolo esposto del passato, quello dove spira un vento gelido che non trova più ospitalità nel conforto assoluto del calore umano. E come per tutti quei testimoni involontari delle proprie debolezze, arginai la sua memoria, in modo che non potesse più scalfire il mio presente. Ma l’amicizia delle donne è persistente, ricama coperte di storie narrate e dimenticate, tazzine da caffè spaiate e conservate, per riproporle così, in un tempo che non sapevi sarebbe mai arrivato. L’amicizia delle donne fa paura perché esiste, resiste, e si rafforza nel buio della solitudine.

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano, gli occhi mi si riempirono di lacrime. Non potevo credere a tanta bellezza, non riuscivo a pensare che il mondo non fosse soltanto grigio e buio così come ero abituata a vederlo: mi tolsi gli occhiali scuri e il rosso del tramonto mi invase come un predatore. Ancora oggi penso a quel momento, quell’istante perfetto in cui capii, che il mondo era attorno e non dentro di me, che l’uomo non può temere la terra perché quanto prima, quando meno te lo aspetti, la terra ti accoglie nella consistenza perfetta della sabbia tra le dita, in quel fluire sottile della grana minuscola delle conchiglie che per alchimia, per resurrezione, dal mare sfrangia e si deposita lento nel tuo tempo.

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano trovai un’amica, che è ancora lì, ferma sulla parete rocciosa a guidarmi sul sentiero di casa.

“Poggiata a un davanzale davanti ad una strada

vuota a quest’ora quasi di campagna

cosa racconto io? racconto l’aria.

L’aria che cerco, quella che trovo,

che torna in visita per farsi riconoscere,

un’aria semplice, composta, delicata,

aria dimenticata, che sempre quando arriva

mi trova impreparata.”

-Pigre divinità e pigra sorte-P.Cavalli

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Jackson-Pollock-La-figura-della-furia-Fig-2

Un giorno alla volta. E’ questo il segreto per disintossicarsi da tutto. Basta aspettare. Pazienti. E non farsi prendere dall’ansia mentre quello che sembrava impossibile, “boom”, diventa riuscita, conquista, trionfo, scacco matto. Basta sedersi sulle proprie necessità e aspettare l’equilibrio necessario per togliere la sedia e restare sospesi nel vuoto, per nulla intimoriti, senza la paura di precipitare, ché per il precipizio ci sei già passato.

Questo avrei voluto dire.

Luigi è inquieto, e questo lo rende affascinante, trascina le sue storie come barattoli di vernice: ogni tanto libera un colore e te lo scaglia addosso, in maniera del tutto casuale, tranne poi scoprire che per ognuno di noi, riserva una tonalità della sua vita. A volte si spinge addirittura a miscelare i colori, non si accontenta di quelli primari, no, lui ne crea di nuovi, varia sulle sfumature, gioca sulle ombre, dipinge le figure.  In questo siamo simili: gattoniamo inquieti tra il grigio scuro in cerca dell’ardesia, quale segnale, seppur minimo, di una sfumatura differente.

L’ultima volta che l’ho visto, mi aveva appena scagliato addosso un rosso cardinale, per poi scusarsene maldestramente a conferma che si era fatto prendere dall’istinto, pur sapendo che non ero pronta a ricevere un’impronta. Io dal canto mio ne rimasi piuttosto turbata, non ero abituata a tanta confidenza: un rosso cardinale è un colore importante, è il colore del dolore e della paura e per la prima volta, lo vidi, esposto, e capii che quei barattoli che si portava dietro, altro non erano che tentativi impacciati di trovare una sfumatura comune che lo aiutasse a capire.

Luigi è un uomo bambino, a volte vittima di se stesso e di quell’adulto che gli cresce dentro, che cerca di assecondare con il raziocinio, ma poi gli sfugge di mano per una gonna troppo stretta. La sua postura è eretta – non è una banalità tra una miriade di uomini che ormai cercano un riparo tra le scapole – e le gambe, magre, disegnano un arco immaginario, studiato, pronto per la caccia; il viso poi, cela malamente un tratto adolescenziale nei contorni del profilo, camuffato da una barbetta incolta: Luigi è un ragazzino, quando lo guardi, nient’altro che un ragazzino. Poi accade che ti riversi addosso uno dei suoi barattoli di vernice e allora tutto cambia: la voce diventa profonda, gli occhi lampeggiano quando getta un qualche incipit della sua vita (color pervinca) e la timidezza lo rende audace nella ricerca dei termini corretti gettati lì, nella confusione del momento, pertanto da ragazzino diventa uomo e tu cominci a chiederti chi è.

Non è il mio, questo tempo da dedicare a lui, eppure, come un’antropologa, mi spingo a studiare il suo comportamento, lo applico alle mie conoscenze, ne faccio carta copiativa sul mio vissuto, cerco di scrutarlo e di scorgere in lui la finzione del suo tempo, di quell’età ancora acerba che gioca sui ruoli e dimentica se stessa. Cerco di coglierlo in flagrante. Ma non sempre ci riesco, e anzi, a volte, mi ritrovo ad assorbire parole di scrittura, di toni da teatro e giochi di prestigio: a volte mi sembra che la curiosità si sia invertita e che io da studiosa sia divenuta oggetto dello studio stesso, come per uno scambio, tacito, di mistura dei colori.

INCIPIT

Non ho niente

da leggere

che non sia te

e di quella storia

appena accennata

nel tempo lento di una cartina

che avvolge il tuo tabacco.

Il tempo stretto

di una sigaretta

concesso ad una

sconosciuta

assetata di storie.

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Soupe à l'oignon

Per un attimo ho pensato:

“Che m’importa, me lo prendo”.

Poi una tristezza informe

mi ha depredata

del coraggio infame

di sottrarti all’amore.

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veritable benedectine - fernanda veron

Io non so perdere ma ammetto la sconfitta. Isso una tremula bandiera bianca e mi ritiro in un angolo. Ma non so perdere. Riesco a covare rancore per anni senza trovare un minimo di pace, è questione di carattere, c’è poco da fare. Passo dai periodi di pace assoluta a quelli di cazzimma più totale. Abbasso le saracinesche e metto le ganasce ai ricordi, li imprigiono, e loro lì, felici di convivere in un perimetro di memoria così ristretto, evolvono, si trasformano, e diventano giganti pronti ad abbellire quanto di più brutto hanno depositato. I ricordi sono come le nuvole di polvere della pubblicità: li spingi fuori dalla porta e ti suonano il campanello travestiti da rappresentanti della Folletto, s’infilano in casa, nella tua bella asettica casa e si accomodano sul divano in attesa del caffè. In questo periodo il mio divano è molto frequentato. Saranno i cuscini nuovi o la mia rinomata accoglienza meridionale, ma non c’è verso di tirarli fuori, neppure se ti compri la scopa elettrica di ultima generazione, e così mi arrendo e accetto la sconfitta, mi siedo lì nella poltrona e mentre rigiro lo zucchero nel caffè, li guardo organizzarsi.  Si dividono in gruppi da quattro, all’inizio ho pensato che fossero suddivisi in periodi anagrafici decennali, dai venti ai cinquanta, poi ho capito che erano organizzati per potenza emotiva. C’era un tipo che manteneva le fila, disponeva i ricordi e li raggruppava nell’ordine stabilito, era basso e tarchiato e non ricordo affatto di averlo mai incrociato nel mio polveroso accumulo, eppure sembrava uno che sapeva il fatto suo, tanto che a un certo punto ha fatto alzare il ricordo del primo bacio, con fare brusco, per essersi intrufolato furtivo nel settore della separazione. L’ha lasciato lì, in piedi, per un sacco di tempo, abbastanza da mettermi in difficoltà perché non riuscivo a trovargli una collocazione precisa. Perché non lo ricordavo. Solo per questo.

Una volta ottenuto il beneplacito del direttore dei lavori, siamo stati tutto il tempo a guardarci con aria interrogativa, non sapendo bene come comportarci: a me sembrava un inutile e grottesco bagno di folla, a loro una sosta forzata nel regno dell’appartenenza. E regnava l’imbarazzo. Quell’imbarazzo mai sconfitto che si frappone tra esseri che si sono amati o perlomeno che hanno condiviso centimetri di pelle e di cuore in un periodo della loro vita: ne incontri uno al bar e non sai mai se lo puoi toccare, baciare, abbracciare e forse non te ne frega neanche niente di toccarlo, baciarlo e abbracciarlo ché la tua vita adesso è un’altra e non ti ricordi neppure in che settore devi collocarlo, eppure niente, ti acchiappa quella sorta di sospensione che ti ritrovi subito proiettata indietro e cominci a parlare in codice come se il tempo non fosse mai trascorso. Ecco, pensate a una situazione del genere moltiplicata all’infinito nel salotto di casa vostra. Decisamente tranchant.

Con i gruppi 1 e 2, di scarsa/media potenza emotiva, me la sono cavata abbastanza bene, in fondo erano solo recriminazioni di carattere accusatorio e decisamente infantili: appuntamenti mancati, tradimenti, storie e amicizie troncate senza un apparente motivo valido, piagnistei adolescenziali insomma, che a questa età fanno solo sorridere. Abbiamo chiacchierato amabilmente rettificando il tiro laddove in passato si era arrivati alla tragedia greca e alla fine ci siamo salutati con tenerezza: alcuni sono rimasti perché si sentivano di appartenere alle altre categorie, altri sono rientrati nei cassetti e altri ancora hanno preso l’uscio di casa per non farvi più ritorno.

Per il gruppo più azzeccoso, quello che non lo togli via neppure con la candeggina, la lotta è stata ìmpari e cruenta. I due gruppi coalizzati dalla convinzione di esseri i migliori, si sono scagliati con una ferocia inaudita contro quella che sembrava essere l’unica strategia possibile per evitare spargimenti di sangue: ridimensionarli; cercando di sorvolare sui singoli dettagli, per inglobare i ricordi in una prospettiva sistematica di scambio comunicativo a basso livello di personalizzazioni, provando in pratica a ridurre l’intensità ed evitare così ossessioni e paranoie persecutorie. Ma che ci pensi a fare! Non c’è niente di peggio che levigare i ricordi, ti convinci di averli tirati a lucido e poi, quando distrattamente ci passi una mano sopra, ne esci insanguinata. Loro stanno lì, radicati nel tuo corpo, che se li spingi via dal cervello, riemergono sul cuore, più affilati che prima, più taglienti che mai. Sono loro, quelli della fascia alta, che determinano i ricordi successivi, che riaccendono le lampadine della memoria e ti fanno fuggire via: “Ah no, non se ne parla nemmeno, questa sensazione la ricordo… so già come va a finire, devo scappare a gambe levate!”. E così a un certo punto ti accorgi che la tua vita si è trasformata in una fuga perpetua: scappi da tutto senza una ragione precisa, cominci a odiare gli imprevisti, diventi diffidente e ti accoccoli sul cuscino della memoria giustificando così ogni negazione. E ti distacchi dal piacere. E un battito di cuore diventa un’extrasistole da curare al più presto, diventi medico di te stesso convincendoti che sai bene come affrontare questa malattia che è la più tenace, la più infida, quella che ti arriva alle spalle e ti si piazza davanti con un mezzo sorriso di sfida. La mia malattia è l’accettazione dell’amore. Ha un nome, ma non una forma. Ha una tristezza e un’euforia, un alto e un basso, una fuga e un ritorno. E un ricordo. É uno scarabocchio sulla mia spavalderia, un buco nero che non emerge al sole, un coraggio che si fa timore. L’accettazione dell’amore è l’accettazione di se stessi: la capacità di accettare la sconfitta sapendo bene che le ferite non saranno mai mortali, che potrai sopravvivere e che farsi del male a volte fa bene, che la tua pelle è fragile e il tuo cuore spugnoso e che può piangere in eterno pur mantenendosi in vita. Ti ricorda che dovrai aggiungere un posto sul divano, perché l’amore spesso non ti vuole, però ti cerca sempre.

L’amore è solo per i sani

per i diversi

per quegli esseri risolti

che si esaltano

nelle pieghe dell’affetto.

L’amore non è per quelli

come noi

che stanno tutto il tempo

a stirare un tessuto ormai logoro

che serve a ingannare

a intrappolare.

Siamo impostori.

Siamo disperati.

Siamo la mano di vernice

a colorare la macchia lineare

deposta dentro il cuore:

quella piccola

insignificante cicatrice

che riemerge lucida

e gonfia

ogni volta che ti guardo.

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Per la tua memoria

v.van Gogh

 

I nostri momenti più bui
sono dell’amore
che non si scolora
quello che insiste alle
fratture del tuo cervello
alla svagatezza della tua anima
al rammendo del tuo ricordo
e passo il tempo a ricucir merletti
“sono io, eccomi, non hai memoria di me?”
ma tu mi trapassi nella maglia
prendi un punto a caso e srotoli il gomitolo
ti guardo sorridere sommessamente
sembri una bambina
e allora sempre mi chiedo
se è una mia mancanza
non aver perseverato nel lasciare tracce di me
nel tuo cervello e questo mi divora
la paura di essere ombra
nella vita che ti ha consumato
e porterò con me questi giorni lenti
temerari e sommessi di specchi
coperti e di fiamme spente
come quei camini sempre accesi
per braci dimenticate e ricordi
che non passano mai neppure
se ci butti acqua a ricoprirli
questo porterò nel tempo che non avrai condiviso
poiché la tua mano sulla mia
è la casualità dell’attimo che non attende risposta
e resto lì con la mano aperta
tradita e vuota
a chiederti chi sono.

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sulla soglia del cratere 1

 

Non temo la notte come quegli insonni

e spauriti cacciatori di ricordi.

 

Io cammino nella notte

ne attraverso le ore

sostando inquieta nelle soglie della casa

sul bordo del balcone

in quello del divano

nello spigolo scrostato del camino.

 

Mi fermo ad ascoltare

aspettando il momento di passare la soglia del mio tempo

e intanto osservo la summa dei miei anni,

la mia giovine testa che febbrile proietta il futuro.

 

Mi fermo a elencare quel che ho fatto e quel

che non potrò più fare e nella veglia

torbide e ambigue riemergono le immagini

alcune di vergogna altre di sconfitta

talune di amarezza.

E nella veglia

limpido e schietto proietto il mio da farsi

marcando il tempo con la calcolatrice.

 

Giacché quando la fretta diurna non mi divora

mi fermo paziente nella notte

per la paura di perdere l’attimo.

 

Quell’attimo unico nella vita degli uomini

che separa ma non divide

l’obsolescenza dalla possibilità.

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032

Sono chiusa in ascensore, sono sola, e cerco di dominare il panico. Pigio il pulsante dell’allarme con tutte le mie forze e la sirena mi rimbomba nel cervello: mi penetra le orecchie e si sistema nello stomaco accartocciando le budella. Apro gli occhi. Merda sto sognando, per fortuna, ma la sirena esiste per davvero e si chiama citofono. Guardo l’ora, imprecando in una lingua ancora sconosciuta: h. 7,45 di sabato 31 Maggio 2014 e potrei dormire fino a mezzogiorno, io lo so, ma evidentemente sono l’unica a saperlo. Scalcio le coperte e attraverso il letto per arrivare dall’altra parte, il pigiama lungo e morbido s’infila sotto i piedi nudi e rischio di scivolare, con un colpo di reni riprendo una postura eretta, ma sento un crack nel fondoschiena: ecco, ci mancava pure la sciatica.

–          Chi è – provo a dire con una voce “finto squillante”, odio farmi sorprendere nel sonno, ma le sigarette della sera prima mi tradiscono nell’immediato.

–          Signora buongiorno, sono felice di trovarla in casa – e dove pensavi che fossi idiota, alle otto del mattino; è una voce di donna, sulla sessantina, portati male, avrà i capelli tinti di meches, una gonna blu e una taglia di troppo.

–          Senta, avrei una cosa da chiederle –

–          Mi dica – rispondo con un filo d’ansia e penso subito che sia in difficoltà.

–          Ma secondo lei, i morti possono tornare a vivere?- esclama soddisfatta la ritardata, contenta di essere riuscita a esprimere l’unica frase composta della sua vita.

Non ci credo. Immediatamente si formula nel mio cervello un sonoro vaffanculo, poi respiro, e mi perdo nel tentativo di capire cosa spinge una donna, di prima mattina, a pormi domande del cazzo che richiederebbero almeno una settimana di discussione.

–          Senta… ma le sembra il momento – comincio a balbettare, sono troppo scioccata e ho perso la favella. In realtà mi vergogno per lei, non voglio infierire, e nel dormiveglia mi chiedo da dove sto attingendo tanta inutile bontà.

–          No, mi ascolti – insiste la tipa – mi dica almeno questo, ma secondo lei, i morti, possono tornare nelle nostre vite? – e vabbè allora te la sei cercata.

–          Mi ascolti lei piuttosto: non ho nessuna intenzione di trattare quest’argomento, ma se proprio vuole una risposta, mi auguro sinceramente che lei non possa mai, e sottolineo mai, tornare nella mia vita neppure sotto forma di scarafaggio! Ecchecazzo!

Ecco qua: sonno finito, ulcera, e sciatica in sottobosco pronta a fiorire come un fungo velenoso. Mi armo di tuta e occhiali da sole, anche se piove, e vado al vivaio.

E’ primavera, almeno questo dice il calendario, e devo provvedere a rimpolpare il mio terrazzo. Mi aggiro come uno zombie tra le piante e i profumi: tutto è ovattato e sembra quasi che i fruitori di tanto ben di Dio siano dotati naturalmente della dote del rispetto e del silenzio. Comincio a riprendermi e anche a pensare per davvero dove risiedono i morti.

Ecco le margherite. Un oceano sconfinato di margherite di tutti i colori. Le persone si accalcano per prendere i vasetti migliori, io li osservo un po’ a distanza, non sono ancora pronta per il contatto umano, ma qualcosa o forse qualcuno attira la mia attenzione: è un vasetto di margherite bianche, un po’ sfigato, uno di quelli che deve aver sofferto per il viaggio, per l’esposizione, per l’irrigazione. Ha dei petali appassiti e un po’ ingialliti, è messo male, e proprio per questo regolarmente scartato da tutti: issato altezza testa, osservato, e riposto senza speranza. Attorno a lui si è creato uno spazio generato dagli altri vasetti pronti a essere adottati e lui è lì, solo, in mezzo al nulla. Quest’unicità non fa che mettere in rilievo le sue carenze, diventa talmente evidente la sua bruttezza che nessuno si sogna neppure di issarlo dal ripiano. E resta lì. Inutile e pronto a morire. Ed io lo guardo ma fingo indifferenza, con noncuranza mi dirigo verso il suo vicino, fresco giallo e rigoglioso, lo sistemo nel carrello e mi dirigo altrove, ma ogni tanto mi giro, sempre più spesso mi giro, nella speranza di vederlo adottato da altri e mi ripeto: “Dai, Pa, stai fuori, è solo una pianta, non puoi sentirti in colpa anche per una pianta e ci sarà pure un limite alla follia, perché ti devi sempre prendere lo scarto di tutto, perché devi sempre essere la più scema”. Nulla di fatto. Torno indietro e me lo porto a casa.

Ed è così per tutto da un po’ di tempo a questa parte, un po’ per tutto nella vita. Sono diventata intransigente e spietata per i buoni e belli da catalogo: quelli con la carta patinata da perfettini del cazzo, sempre pronti a non farsi cogliere impreparati ma sempre scarsamente preparati e sempre pronti a consigliarti “io lo dico per te, figurati, lo sai che non direi mai nulla di male nei confronti di Pincopallo, ma lo dico per te, per tutelarti, ché non te lo meriti” e intanto t’istillano veleno. Quelli che s’intrufolano nella tua vita con passo felpato ed evidenziano ai tuoi amici le tue mancanze caratteriali, che sono sempre state tali e condivise con il sorriso, ma che di botto diventano evidenti e fanno di te un mostro “Sì, lei è così, ma lo sai com’è, in fondo è una persona buona, ti vuole bene, forse un tantino presa da se stessa”. Veleno! Queste cose/persone, specie negli ambiti lavorativi, si amplificano e diventano insostenibili e t’inducono a cambiare atteggiamento, a essere guardinghi, a mettere una distanza, a innalzare un muro. Ti costringono a difenderti, anche se hai lottato una vita per sentirti libera di esporti, ti costringono a parare i colpi e a rivestirti di ruolo. Ti fanno del male. Perché t’impongono arringhe emozionali che fanno di te stessa una persona diversa, costretta e compressa in un ruolo che non ti appartiene.

E poi c’è la rabbia per gli “arrivederci”. Quelli della gamba tesa, pronti a stravolgere l’ecosistema, ma poi in realtà pronti a nulla e poi si perdono in un fottuto non so che. Ma questa è un’altra storia.

Questo e tanto ancora da discutere e da rivedere. Questo e tanto ancora nel rapporto di me stessa con le emozioni. Non finirà mai questa ricerca dell’equilibrio perfetto, questo mettermi in discussione, quest’accettazione della negazione del confronto, questa profilo basso che mi permette di farmi scivolare addosso l’orrore della semplificazione: cosa vuoi che ti dica che tu non sappia già.

“Dov’è finita la mia pena?

           Non c’è più.

E’ ormai solo un sussurro

        ai bordi del sole.”

                             (P. Fort)

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Gianni_Berengo_Gardin-650x443

È dentro il silenzio

che ti osservo di sottecchi

quando sfogli il giornale

ed io il mio

senza parole

per un tempo

intero

e poi la tua

mano che lentamente

arriva

scosta i bicchieri

tazze e imprevisti

per riposare calda

nella mia

per questo ti scelsi

e per questo

ti mandai via

quando mi accorsi

che il tuo silenzio

diventò rumore

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090

 

“Ho assaporato numerose parole. Credo profondamente che questo sia tutto e che non vedrò né eseguirò cose nuove”.

La solitudine mi viene rimproverata come una colpa. Alla stregua di una vendetta. Quasi che, privando gli altri di me stessa, operassi una sorta di rivendicazione postuma su un precedente malessere. Spesso non è così. Spesso è solo agorafobia nel suo significato più esteso, più elitario, più devastante. Mi sembra spesso di non avere nulla da aggiungere con la mia presenza a tutto quello che mi circonda e anzi, quello che mi circonda spesso mi distrae, proponendo sempre nuovi stimoli che arrecano disagio e scarsa interpretazione di me stessa. E mi ritrovo quindi, quando mi violento per esserci, ad essere estranea da me, recitando una parte che non mi appartiene: di persona certa del suo spazio e che delimita con gesti misurati eccessivi e circospetti lo spazio che circonda.

La necessità di casa diventa una malattia: il luogo protetto come una postazione da Star Trek da cui controllare tutto e rispondere se vuoi rispondere e comunicare se vuoi farlo. E diventa sempre più frequente il bisogno di non farlo, di non rispondere al telefono, di non lasciare tracce del mio passaggio, di sparire come una nuvola di fumo che non lascia scia e neppure intossica, per il passaggio talmente breve da non destare alcuna preoccupazione. A volte mi violento, per rimettermi in riga, e oltre al lavoro che mi impone una presenza costante, ciarliera e ben disposta, mantengo un certo accettabile atteggiamento sociale che mi costringe a relazionarmi con gli altri, sempre in un limite ben definito, sempre senza allargare troppo all’esterno, sempre chiudendo appena possibile. E gli occhiali neri sono un rifugio e i cappelli diventano un nascondiglio.

Mi conforto di parole, di frasi memorizzate che ogni tanto mi ripeto come una cantilena e mi dico che tutto è ok, che ognuno di noi vive il proprio spazio, che le evoluzioni dell’età spesso diventano razzie, che bisogna assecondare il proprio istinto e anche quello di nascondersi. Anche quello di mimetizzarsi. Leggo. Tanto. Guardo troppi film. Mi relaziono in un mondo immaginario escludendo il reale e scartando il possibile.

“Ho perseverato nell’avvicinarmi alla felicità e all’intimità della pena”.

Ho provato a essere felice, ho passato la maggior parte della mia vita a perseguire un’idea di felicità, per accorgermi alla fine che non era la mia. Ho vissuto la pena di scoprire di aver confuso il sogno con il bisogno: di aver seguito un disegno astratto le cui linee erano disegnate da altri, da quelli che sapevano, quelli che sviluppavano un destino da dedicarmi che non ammetteva deroghe o sviste superficiali. Non sono stata all’altezza del ruolo, sul più bello mi sono distratta, quando credevo di aver raggiunto il traguardo ho fatto l’errore di osservarmi e ho chiuso gli armadi, ne ho precluso l’ingresso, creando un mondo mio di difficile accesso.

Sono serena in questa fase di sospensione della mia vita. Mi viene in mente Pessoa che nel suo “Il libro dell’inquietudine” dove descrive perfettamente il suo stato sempre uguale, senza attese, senza imprevisti, riducendo la speranza, rinunciando alla possibilità:

“Guardo, come una distesa di sole che rompe le nuvole, la mia vita passata;  e mi accorgo con uno stupore metafisico, di come tutti i miei gesti più sicuri, le mie idee più chiare e i miei propositi più logici non siano stati altro che un’ebbrezza congenita, una pazzia naturale, una grande ignoranza. Non ho neppure recitato. Sono stato recitato. Non sono stato l’attore, ma i suoi gesti”.

Chiudo con una poesia di Jorge Luis Borges che ha ispirato questo post mentre sul divano sfogliavo le pagine di egregia finezza che solo i libri datati riescono a regalare:

La Mia Vita Intera

– Qui un’altra volta, le labbra memorabili, unico e simile a voi.

Ho perseverato nell’avvicinarmi alla felicità e all’intimità della pena.

Ho attraversato il mare.

Ho conosciuto molte terre; ho visto una donna e due o tre uomini.

Ho amato una ragazza altera e bianca e di una ispanica quiete.

Ho visto un sobborgo infinito dove si compie un’insaziata immortalità di tramonti.

Ho assaporato numerose parole.

Credo profondamente che questo sia tutto e che non vedrò né eseguirò cose nuove.

Credo che le mie giornate e le mie notti eguaglino in povertà e in ricchezza quelle di Dio e quelle di tutti gli uomini.-

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