Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘poetry’ Category

032

Sono chiusa in ascensore, sono sola, e cerco di dominare il panico. Pigio il pulsante dell’allarme con tutte le mie forze e la sirena mi rimbomba nel cervello: mi penetra le orecchie e si sistema nello stomaco accartocciando le budella. Apro gli occhi. Merda sto sognando, per fortuna, ma la sirena esiste per davvero e si chiama citofono. Guardo l’ora, imprecando in una lingua ancora sconosciuta: h. 7,45 di sabato 31 Maggio 2014 e potrei dormire fino a mezzogiorno, io lo so, ma evidentemente sono l’unica a saperlo. Scalcio le coperte e attraverso il letto per arrivare dall’altra parte, il pigiama lungo e morbido s’infila sotto i piedi nudi e rischio di scivolare, con un colpo di reni riprendo una postura eretta, ma sento un crack nel fondoschiena: ecco, ci mancava pure la sciatica.

–          Chi è – provo a dire con una voce “finto squillante”, odio farmi sorprendere nel sonno, ma le sigarette della sera prima mi tradiscono nell’immediato.

–          Signora buongiorno, sono felice di trovarla in casa – e dove pensavi che fossi idiota, alle otto del mattino; è una voce di donna, sulla sessantina, portati male, avrà i capelli tinti di meches, una gonna blu e una taglia di troppo.

–          Senta, avrei una cosa da chiederle –

–          Mi dica – rispondo con un filo d’ansia e penso subito che sia in difficoltà.

–          Ma secondo lei, i morti possono tornare a vivere?- esclama soddisfatta la ritardata, contenta di essere riuscita a esprimere l’unica frase composta della sua vita.

Non ci credo. Immediatamente si formula nel mio cervello un sonoro vaffanculo, poi respiro, e mi perdo nel tentativo di capire cosa spinge una donna, di prima mattina, a pormi domande del cazzo che richiederebbero almeno una settimana di discussione.

–          Senta… ma le sembra il momento – comincio a balbettare, sono troppo scioccata e ho perso la favella. In realtà mi vergogno per lei, non voglio infierire, e nel dormiveglia mi chiedo da dove sto attingendo tanta inutile bontà.

–          No, mi ascolti – insiste la tipa – mi dica almeno questo, ma secondo lei, i morti, possono tornare nelle nostre vite? – e vabbè allora te la sei cercata.

–          Mi ascolti lei piuttosto: non ho nessuna intenzione di trattare quest’argomento, ma se proprio vuole una risposta, mi auguro sinceramente che lei non possa mai, e sottolineo mai, tornare nella mia vita neppure sotto forma di scarafaggio! Ecchecazzo!

Ecco qua: sonno finito, ulcera, e sciatica in sottobosco pronta a fiorire come un fungo velenoso. Mi armo di tuta e occhiali da sole, anche se piove, e vado al vivaio.

E’ primavera, almeno questo dice il calendario, e devo provvedere a rimpolpare il mio terrazzo. Mi aggiro come uno zombie tra le piante e i profumi: tutto è ovattato e sembra quasi che i fruitori di tanto ben di Dio siano dotati naturalmente della dote del rispetto e del silenzio. Comincio a riprendermi e anche a pensare per davvero dove risiedono i morti.

Ecco le margherite. Un oceano sconfinato di margherite di tutti i colori. Le persone si accalcano per prendere i vasetti migliori, io li osservo un po’ a distanza, non sono ancora pronta per il contatto umano, ma qualcosa o forse qualcuno attira la mia attenzione: è un vasetto di margherite bianche, un po’ sfigato, uno di quelli che deve aver sofferto per il viaggio, per l’esposizione, per l’irrigazione. Ha dei petali appassiti e un po’ ingialliti, è messo male, e proprio per questo regolarmente scartato da tutti: issato altezza testa, osservato, e riposto senza speranza. Attorno a lui si è creato uno spazio generato dagli altri vasetti pronti a essere adottati e lui è lì, solo, in mezzo al nulla. Quest’unicità non fa che mettere in rilievo le sue carenze, diventa talmente evidente la sua bruttezza che nessuno si sogna neppure di issarlo dal ripiano. E resta lì. Inutile e pronto a morire. Ed io lo guardo ma fingo indifferenza, con noncuranza mi dirigo verso il suo vicino, fresco giallo e rigoglioso, lo sistemo nel carrello e mi dirigo altrove, ma ogni tanto mi giro, sempre più spesso mi giro, nella speranza di vederlo adottato da altri e mi ripeto: “Dai, Pa, stai fuori, è solo una pianta, non puoi sentirti in colpa anche per una pianta e ci sarà pure un limite alla follia, perché ti devi sempre prendere lo scarto di tutto, perché devi sempre essere la più scema”. Nulla di fatto. Torno indietro e me lo porto a casa.

Ed è così per tutto da un po’ di tempo a questa parte, un po’ per tutto nella vita. Sono diventata intransigente e spietata per i buoni e belli da catalogo: quelli con la carta patinata da perfettini del cazzo, sempre pronti a non farsi cogliere impreparati ma sempre scarsamente preparati e sempre pronti a consigliarti “io lo dico per te, figurati, lo sai che non direi mai nulla di male nei confronti di Pincopallo, ma lo dico per te, per tutelarti, ché non te lo meriti” e intanto t’istillano veleno. Quelli che s’intrufolano nella tua vita con passo felpato ed evidenziano ai tuoi amici le tue mancanze caratteriali, che sono sempre state tali e condivise con il sorriso, ma che di botto diventano evidenti e fanno di te un mostro “Sì, lei è così, ma lo sai com’è, in fondo è una persona buona, ti vuole bene, forse un tantino presa da se stessa”. Veleno! Queste cose/persone, specie negli ambiti lavorativi, si amplificano e diventano insostenibili e t’inducono a cambiare atteggiamento, a essere guardinghi, a mettere una distanza, a innalzare un muro. Ti costringono a difenderti, anche se hai lottato una vita per sentirti libera di esporti, ti costringono a parare i colpi e a rivestirti di ruolo. Ti fanno del male. Perché t’impongono arringhe emozionali che fanno di te stessa una persona diversa, costretta e compressa in un ruolo che non ti appartiene.

E poi c’è la rabbia per gli “arrivederci”. Quelli della gamba tesa, pronti a stravolgere l’ecosistema, ma poi in realtà pronti a nulla e poi si perdono in un fottuto non so che. Ma questa è un’altra storia.

Questo e tanto ancora da discutere e da rivedere. Questo e tanto ancora nel rapporto di me stessa con le emozioni. Non finirà mai questa ricerca dell’equilibrio perfetto, questo mettermi in discussione, quest’accettazione della negazione del confronto, questa profilo basso che mi permette di farmi scivolare addosso l’orrore della semplificazione: cosa vuoi che ti dica che tu non sappia già.

“Dov’è finita la mia pena?

           Non c’è più.

E’ ormai solo un sussurro

        ai bordi del sole.”

                             (P. Fort)

Annunci

Read Full Post »

Gianni_Berengo_Gardin-650x443

È dentro il silenzio

che ti osservo di sottecchi

quando sfogli il giornale

ed io il mio

senza parole

per un tempo

intero

e poi la tua

mano che lentamente

arriva

scosta i bicchieri

tazze e imprevisti

per riposare calda

nella mia

per questo ti scelsi

e per questo

ti mandai via

quando mi accorsi

che il tuo silenzio

diventò rumore

Read Full Post »

090

 

“Ho assaporato numerose parole. Credo profondamente che questo sia tutto e che non vedrò né eseguirò cose nuove”.

La solitudine mi viene rimproverata come una colpa. Alla stregua di una vendetta. Quasi che, privando gli altri di me stessa, operassi una sorta di rivendicazione postuma su un precedente malessere. Spesso non è così. Spesso è solo agorafobia nel suo significato più esteso, più elitario, più devastante. Mi sembra spesso di non avere nulla da aggiungere con la mia presenza a tutto quello che mi circonda e anzi, quello che mi circonda spesso mi distrae, proponendo sempre nuovi stimoli che arrecano disagio e scarsa interpretazione di me stessa. E mi ritrovo quindi, quando mi violento per esserci, ad essere estranea da me, recitando una parte che non mi appartiene: di persona certa del suo spazio e che delimita con gesti misurati eccessivi e circospetti lo spazio che circonda.

La necessità di casa diventa una malattia: il luogo protetto come una postazione da Star Trek da cui controllare tutto e rispondere se vuoi rispondere e comunicare se vuoi farlo. E diventa sempre più frequente il bisogno di non farlo, di non rispondere al telefono, di non lasciare tracce del mio passaggio, di sparire come una nuvola di fumo che non lascia scia e neppure intossica, per il passaggio talmente breve da non destare alcuna preoccupazione. A volte mi violento, per rimettermi in riga, e oltre al lavoro che mi impone una presenza costante, ciarliera e ben disposta, mantengo un certo accettabile atteggiamento sociale che mi costringe a relazionarmi con gli altri, sempre in un limite ben definito, sempre senza allargare troppo all’esterno, sempre chiudendo appena possibile. E gli occhiali neri sono un rifugio e i cappelli diventano un nascondiglio.

Mi conforto di parole, di frasi memorizzate che ogni tanto mi ripeto come una cantilena e mi dico che tutto è ok, che ognuno di noi vive il proprio spazio, che le evoluzioni dell’età spesso diventano razzie, che bisogna assecondare il proprio istinto e anche quello di nascondersi. Anche quello di mimetizzarsi. Leggo. Tanto. Guardo troppi film. Mi relaziono in un mondo immaginario escludendo il reale e scartando il possibile.

“Ho perseverato nell’avvicinarmi alla felicità e all’intimità della pena”.

Ho provato a essere felice, ho passato la maggior parte della mia vita a perseguire un’idea di felicità, per accorgermi alla fine che non era la mia. Ho vissuto la pena di scoprire di aver confuso il sogno con il bisogno: di aver seguito un disegno astratto le cui linee erano disegnate da altri, da quelli che sapevano, quelli che sviluppavano un destino da dedicarmi che non ammetteva deroghe o sviste superficiali. Non sono stata all’altezza del ruolo, sul più bello mi sono distratta, quando credevo di aver raggiunto il traguardo ho fatto l’errore di osservarmi e ho chiuso gli armadi, ne ho precluso l’ingresso, creando un mondo mio di difficile accesso.

Sono serena in questa fase di sospensione della mia vita. Mi viene in mente Pessoa che nel suo “Il libro dell’inquietudine” dove descrive perfettamente il suo stato sempre uguale, senza attese, senza imprevisti, riducendo la speranza, rinunciando alla possibilità:

“Guardo, come una distesa di sole che rompe le nuvole, la mia vita passata;  e mi accorgo con uno stupore metafisico, di come tutti i miei gesti più sicuri, le mie idee più chiare e i miei propositi più logici non siano stati altro che un’ebbrezza congenita, una pazzia naturale, una grande ignoranza. Non ho neppure recitato. Sono stato recitato. Non sono stato l’attore, ma i suoi gesti”.

Chiudo con una poesia di Jorge Luis Borges che ha ispirato questo post mentre sul divano sfogliavo le pagine di egregia finezza che solo i libri datati riescono a regalare:

La Mia Vita Intera

– Qui un’altra volta, le labbra memorabili, unico e simile a voi.

Ho perseverato nell’avvicinarmi alla felicità e all’intimità della pena.

Ho attraversato il mare.

Ho conosciuto molte terre; ho visto una donna e due o tre uomini.

Ho amato una ragazza altera e bianca e di una ispanica quiete.

Ho visto un sobborgo infinito dove si compie un’insaziata immortalità di tramonti.

Ho assaporato numerose parole.

Credo profondamente che questo sia tutto e che non vedrò né eseguirò cose nuove.

Credo che le mie giornate e le mie notti eguaglino in povertà e in ricchezza quelle di Dio e quelle di tutti gli uomini.-

Read Full Post »

Oggi mordevo

un labbro

per l’attesa

era il mio di

labbro

quello inferiore

quello più indifeso.

Ho cominciato

lento il rosicchiare lento

e più l’attesa

si faceva attesa

e più penetravo la carne

con gli incisivi larghi e prepotenti.

A volte mi aiutavo

con un dito

cercando di spingere

l’offerta al sacrificio

altre giocavo

d’improvvisazione

di finta distrazione

per colpire netto e non lasciar la presa.

Era un gioco del corpo

per non sfoggiar tempesta.

Era un gioco di testa

per non mostrar la resa.

 

Read Full Post »

MODIGLIANI 10005

Non ricordo il tuo sapore.

Ieri mentre mangiavo

un frutto di stagione

sono rimasta

con lo spicchio a mezz’aria.

Non ricordo il tuo sapore

ripetevo

come una cantilena al moribondo

a trattenere

il passaggio ad altro assunto.

Poi per una lenta

frustrazione che

ti sopravvive

ho leccato la mia mano

ho chiuso gli occhi

e mi sono ripresa

il mio dolore.

E mi fermo

con le mani sul tavolo piegate

le unghie a grattar la tovaglia

il frutto a metà

deformato sull’unghia

per accanimento

per sfida contro natura

ti infilzo dolcemente

per un ultimo accordo

di aspro colore.

Read Full Post »

Donna-alla-finestra-a19065875

Dove si ferma l’amore

in quale angolo di terra sperduto

si sofferma a pregare,

oltre a quale soglia

che divide l’attesa dalla sua rivelazione.

Dove si ferma l’amore

contro quale semaforo rotto,

a quale bivio di fortuna

si è concesso il lusso di inciampare.

Ho lastricato di tesori

strade impervie

lasciato scritte sui muri

appese lanterne lungo strade buie.

Dove si è fermato

il mio amore?

Read Full Post »

al di la

Si sono incrociati come estranei,
senza un gesto o una parola,
lei diretta al negozio,
lui alla sua auto.

Forse smarriti
O distratti
O immemori
Di essersi, per un breve attimo,
amati per sempre.

D’altronde nessuna garanzia
Che fossero loro.
Sì, forse, da lontano,
ma da vicino niente affatto.

Li ho visti dalla finestra
E chi guarda dall’alto
Sbaglia più facilmente.

Lei è sparita dietro la porta a vetri,
lui si è messo al volante
ed è partito in fretta.
Cioè, come se nulla fosse accaduto,
anche se è accaduto.

E io, solo per un istante
Certa di quel che ho visto,
cerco di persuadere Voi, Lettori,
con brevi versi occasionali
quanto triste è stato.

(W. Szymborska)

Read Full Post »

« Newer Posts - Older Posts »