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Archive for the ‘se non fossi io..’ Category

Eric Bénier-Burckel1

Quando si getta la spugna? Quando si smette di combattere e ci si arrende al presente, a quel che è, a quel che è già diventato da tanto tempo ma che non abbiamo il coraggio di vedere? Quando si smette di allisciare il pelo per accompagnare l’emozione e si ritorna uomini, per lenta involuzione, cercando disperatamente di reprimere l’istinto? Quando si diventa grandi, ma troppo grandi, talmente grandi, da non avere più il coraggio di allungare una zampa per farsela leccare. Eppure di ferite ce ne sono tante e ogni tanto cerchiamo un interlocutore valido che le possa accogliere. Ci proviamo. Ci riusciamo pure, a volte. Eppure, non si sa mai il perché, sul più bello, quando finalmente possiamo stare tranquilli, senza aspettarci niente di più di ciò che ci aspetta, l’uomo, con tutto il suo bagaglio, si assesta sull’idea. Si siede sulle proprie paure. E come per la lampadina di Archimede, quello di Topolino, ci si accorge che un pensiero si frantuma in piena faccia, come un’esplosione atomica, incapace di contenersi, capace di destabilizzare l’equilibrio. Un equilibrio che non c’è mai stato.

L’amore non si riconosce dall’odore, ma dallo strato sottile della pelle. É tutta lì la differenza.

Non lo vedevo da qualche tempo a parte le numerose telefonate per chiederci ininterrottamente lo stato delle cose, non ne sentivo la mancanza e non mi sembrava poi così grave avere tante possibilità: conservare un affetto profondo per qualcuno che è stato molto importante nella mia vita ma non abbastanza da esserne dipendente fisicamente. Non sono mai stata dipendente da niente e da nessuno: è questa la mia libertà, l’ultima mia personale forma di libertà, la capacità di sopravvivere a chiunque. Tranne che a me stessa, ma questa è un’altra storia.

Non ne sentivo la mancanza, anzi, evitavo accuratamente occasioni per incontrarlo. Non per paura, o forse sì, forse per la paura di scoprirlo diverso e restarne delusa, forse per la paura di vederlo invecchiato e averne pena. Non ne volevo di sentimenti: né di odio, né di compassione. Non ne volevo mezza. Storia finita, chiusa. Relegata altrove. Un periodo di vita passato, come le mura che abbiamo abitato, i sogni che abbiamo coltivato, gli animali che abbiamo accudito e, soprattutto, i timori che ci siamo scambiati. Non c’era più nulla. Non c’è più nulla. Eppure la pelle racconta, quando si incontra, quando si avvicina. Trema. Si arma, di forze sconosciute, e marcia zelante in cerca di riscontri. Diventa tutta rossa, gli occhi si animano, prendono una luce diversa. Tutto si illumina e per sempre, per il resto del tempo, ti resta in testa quello sguardo, un po’ lucido, offuscato, che presto decide di nascondersi, di guardare altrove, dove tutto è già deciso per non destar sorprese. La pelle diventa lieve, come per alchimia, non è spiegabile, eppure è vero: tu la tocchi e la senti talmente velata da poterla squarciare con una parola. Che allora contieni. É per questo che l’amore si riconosce dallo strato sottile della pelle. Perché ingoi, per amore, tutte le parole che potrebbero incidere quello strato sottile e indifeso, quella parte disarmata che si è offerta, per temeraria incoscienza, a essere scalfita.

Non ho inciso nulla, sono stata brava, ho avuto pietà e rispetto per il tempo che è stato. C’è sempre una forma di rispetto per la vita che hai vissuto, per i ricordi che ti porti dentro, anche se poi sono stati maltrattati e trafitti e bistrattati, ma è la tua di vita, è tutto ciò che fa di te un essere invecchiato e pieno di ricordi. Sono grata a quella pelle di aver condiviso il mio sudore, i miei umori profondi, le mie siccità, quelle avvisaglie femminili che fanno di noi donne scogli aguzzi sui quali è difficile distendersi. Sono grata a quell’uomo di essere ancora lì, in grado di esprimere il suo affetto, quando non ce n’è più bisogno, quando non serve più a niente. Quando la pelle non porta più carnalità e memorie passionali, quando l’amore si esprime per quel che è: niente, soltanto tatto e parole non dette.

“Non so di chi ricordo il mio passato

che altro fui quando fui, né mi conosco

come se con la mia anima sentissi

quell’anima che nel sentire ricordo.

Da un giorno all’altro ci lasciamo.

Nulla di vero a noi ci unisce:

siamo chi siamo, e chi siamo stati fu

cosa vista di dentro.”

(F.Pessoa – Odi di Ricardo Reis)

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Elliott Erwitt1

Ogni tanto qualcuno prova ad aprire una porta, arriva lì con un mazzo di fiori pieno di parole, suona il campanello e sosta impaziente sulla soglia. Mette su la maschera migliore e cerca di capire che cosa ha di fronte: se donna, mezza donna o quaquaraquà. Si avventa su una cena improvvisata senza avere il minimo controllo del fenomeno, senza sapere, in maniera alcuna, cosa e chi si troverà di fronte, perché al di là della conoscenza fisica e formale, l’intimità di un pasto condiviso spesso riserva sorprese inaspettate e non sempre gratificanti: dipende dall’umore o dalla bellezza fisica dell’avventore, oppure, ancora meglio, dalla capacità del commensale di esprimere se stesso.

La cena per farli conoscere fu del tutto improvvisata. Gli aggettivi fioccavano come insolenti tentativi per esporsi in maniera marginale seppur diretta, tutto sembrava perfetto per credere alle menzogne che gli uomini si raccontano quando hanno paura di raccontarsi; eppure si raccontano, in lunghe esternazioni paradossali, quasi a confermare che la miglior rivelazione di se stessi si possa esprimere solo con gli sconosciuti.

La cena per farli conoscere fu un continuo gioco di Risiko dove la vittoria consisteva nel conquistare il proprio territorio: una sorta di Negroni sbagliato, come quando ti accontenti di una blanda mistura perché non vuoi caracollare sulla sedia del vicino; non consisteva nel conquistare un altrui territorio ma il proprio: essere coscienti sempre dello spazio e del tempo senza capirne i contorni. Una faccenda estenuante se ci penso adesso, eppure quella corda tesa ha stretto un sodalizio di anime perse che non avranno mai più nulla da dirsi, tuttavia ci hanno provato e ci sono anche riusciti.

La cena per farli conoscere fu un pericoloso esperimento dal quale tutti uscirono indenni per fortuita casualità.

Rassetto gli armadi

per non aprir le porte

affretto le negazioni

che non accetto di rettificare

racconto per non dire

eppure mi tremano le mani

e gli occhi

a tratti

riacquistano un’insolenza

dimenticata

che riaffiora veloce

come il guizzo di una tigre

che pur potendo

ghermire la preda

si arrende

alla sua malinconia.

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Eric Bénier-Burckel2

Il mio fermo immagine mi sorprende mentre bevo Pastis allungato con acqua Ferrarelle, guardando un film su Sky in un inutile venerdì sera della fine di Giugno 2016. Il mio fermo immagine ha di sorprendente che mentre mi sento occupata in tutte queste attività, e non di poco conto, mi sto anche commuovendo, e quello che potrebbe essere un ottimo film belga di ultima generazione, per me diventa un mantra assoluto che non lascia scampo. Il film in questione, perché sembra che sia questo il nodo principale della faccenda, si chiama “Dio esiste e vive a Bruxelles”. Certo per il titolo, di sicuro tradotto in italiano da un italiota, non è che ci si possa perdere la testa, eppure… eppure… ci sono rimasta appiccicata come una sardina sul sandwich di un marinaio svedese in crisi di astinenza. Poi il Pastis ha fatto il resto. Certo devo ammettere che è stata tutta una bella coincidenza: in un attimo mi sono sentita trasportata altrove e mi mancavano solo i cavalli a correre sulla spiaggia della Camargue. Ma non è così poetico: il Pastis l’ho comprato da Lidl e l’abbonamento a Sky Cinema l’ho fatto dopo l’ultima separazione che mi ha lasciato senza fiato, come una specie di asettica badante insomma, qualcosa che mi potesse tenere occupata tra la disperazione e l’esaltazione. Desolante, direi.

Il film, parlando del film, narrava una storia trasversale e oltremodo fantasiosa sulla creazione dell’uomo da parte di un Dio ipotetico e alquanto balordo, un Dio che potrebbe essere tradotto tranquillamente come uno dei nostri genitori, inconsapevoli artefici delle nostre debolezze, un Dio contrapposto al bene, che non avendo di meglio da fare, si diverte a distruggere la vita degli uomini. Come in un enorme e gigantesco Risiko umano. Poi c’è tutta la faccenda della figlia e del figlio (un tal Gesù) e della redenzione, ma quella è un’altra storia; quello che invece mi ha colpito è stato il senso dilatato del tempo, il tempo che rimane e di come impiegarlo al meglio, come non pentirsi di quello sprecato e di quello a venire. Come non aver paura del conto alla rovescia. Conto alla rovescia preannunciato da un sms che ha scatenato il panico a quelli che non avevano più tempo da aggiungere e ha scatenato un senso di immortalità a coloro che di tempo ne avevano da vendere.

E’ stato allora che mi sono chiesta quanto tempo avevo ancora. E come lo stavo impiegando. Guardavo farfalle, scorrevo le nubi, scopavo come un riccio, oppure semplicemente continuavo a non fare: non fare l’amore come avrei voluto, non vivere spegnendo le mie ire che nel tempo ho imparato a dominare, oppure vivere da addomesticata perché è più facile e nulla toglie, ma neppure aggiunge, a quanto sento di essere. Quanto della mia vita, se avessi un tempo limite, riuscirei a cambiare. O vorrei cambiare. Potrei anche essere felice di ciò che sono, oppure no, oppure vorrei approfittare dell’opportunità per andare altrove. Altrove da me stessa: luoghi puri, asettici, luoghi in cui non ci sia l’assolutezza del pensiero, luoghi in cui ci sia una chance e non una condanna per il vissuto, forse non eclatante e neppure esaltante, eppure il proprio, la propria sofferenza, gli errori, le paure, le incertezze. A volte è troppo facile sentirsi in assoluto i guardiani del tempio: ma il tempio a volte ce lo costruiamo addosso e spesso ci cade sulle spalle.

Ho visto un film. Non ho fatto altro, eppure già mi sembra tanto.

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Fernanda Veron1

Domani faccio cinquantaquattro anni. Non so se è poco o troppo. Non so dirlo, dipende dalle giornate, soprattutto dal risveglio, di quelle giornate. A volte mi sembra di non poterle affrontare, altre invece tutto sembra facile, tutto scorre veloce come su un nastro di energia che non sapevo più di possedere. Però, se devo dirla tutta, le giornate di stanca sono più numerose, oppure semplicemente più faticose e diventano come un numero spropositato rispetto alla realtà. Forse sono stanca. Forse ho sbagliato qualcosa. Forse mi manco, e la mia figura immaginaria, quella che credevo possibile, quando mi pensavo a questa età, è completamente sballata. Forse avevo un’idea di me stessa che stona nel contesto che volutamente, ma anche casualmente, ho voluto creare: del resto non credo sia possibile esibire la fatica di essere, con coscienza, come fosse uno stendardo da attaccarsi al collo. A volte fai delle scelte che pensi consapevoli e invece sono solo cazzate: sarebbe bastato un minimo di tolleranza, un buon carattere (come diceva mia nonna), un gesto minimo di riconciliazione e sai quanti soldi avrei risparmiato dall’analista solo per sentirmi dire che sarebbe bastato avere un minimo, stupido, infinitesimale, bagno di umiltà; il non credersi in diritto di pretendere, sempre e comunque, per appartenenza, per devozione del proprio sesso, sempre impaurito, sempre bistrattato. Siamo generazioni cresciute nella paura di tollerare. Tutto doveva essere assoluto, tutto serviva a rivendicare la nostra condizione, tutto era per vendicare il passato. Un buon carattere. Adesso l’ho capito: è la capacità di essere se stessi con lucidità, lottare da dentro, cambiare la condizione mantenendo intatte le aspettative. Invece io ho lottato da fuori, gettandomi in pasto a ideologie che non avevo capito fino in fondo, che avevo mal interpretato, nutrendomi di esperienze che non mi appartenevano, bagnando tutto in monocolore: in un bianco e nero distorto che non permetteva cedimenti, tradimenti, ripensamenti, incertezze, paure, distrazioni, abbandoni, dimenticanze. Addii. E adesso mi piego a questa condizione, avendo di me un’immagine perfetta, performante (come direbbero alcuni), senza esitazioni; fiera di me stessa mi accompagno, mi guido, mi sostengo, ma altresì mi spavento, perché mi fa paura questa mancanza di paura della mia condizione: come posso non temere questa assenza assoluta dell’amore, come posso convivere felicemente in questa solitudine che pure cerco instancabilmente e che riparo e proteggo dagli eventi esterni? Perché questo essere misterioso mi è cresciuto dentro proprio adesso, adesso che invece avrei bisogno di sostentamento, adesso che avrei la necessità di un sogno?

Eppure non lo so, che dire, proprio non lo so. Ci ho pensato tanto e sempre mi avviluppo. Io non so se sono felice di questa condizione. A volte mi sembra l’unica possibile, altre invece, mi sembra che fuori brilli il mondo.

“La vita è un insieme di cose diverse,

In un certo senso qualcosa che non si discute.

Ma il senso si può sempre cambiare:

Che niente è più eccitante di una buona discussione.

La vita è qualcosa di bello, qualcosa di grande.

Qualcosa che comporta fasi alterne

Con una regolarità che ha del prodigioso

Poiché una fase segue sempre all’altra.

La vita è sempre così piena d’interesse:

Si va, si viene… come un attraversamento di zebre.

Può anche darsi che poi si debba morire,

Ma pure questa può essere una buona cosa.

E comunque ciò non cambia niente.

La vita, si tratta di un insieme di cose diverse,

Sotto certi aspetti e per sovrappiù qualcosa

Che si collega ad altri fenomeni

Ancora oggi poco noti, poco studiati,

e sui quali non è affatto il caso qui di soffermarsi.”

Puntualizzazioni sulla vita – Boris Vian

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Marc Chagall _ Sopra la citta 1918

Portami via da qui se non riesci a fare altro: prendimi, scarrozzami altrove, depositami come un pacchetto abbandonato gonfio delle tue giornate, come quei sacchetti che la tua donna ti chiede di gettare. Sono lì, dietro la porta dell’ingresso, non dimenticare di gettarmi, perché fino a quando cercherai di trattenermi, di ancorarmi alle tue necessità, io non avrò pace: mai sarò me stessa e mai riuscirò a definire questa identità abbandonata, eppure ancora, e sempre e comunque conservata, in maniera accorta, dietro il ripostiglio delle tue paure.

Portami via da qui, da questo posto abbandonato dai sensi, da questo scandaglio ancorato a ricordi sbiaditi che non mi aspettano più e che corrono veloci su tracciati a me sconosciuti lungo percorsi che non riconosco. Mi perdo, se non mi porti via. Mi perdo anche nelle mie parole. Nei sogni. Nella postura della mia figura. Mi perdo nel tempo che mi scorre accanto, veloce, eppure sempre lento, come se mi trovassi ancora ferma, abbandonata alla fermata della metro, con il cappellino di feltro e la borsetta che mi penzola dal braccio.

É come se il mio tempo fosse il tempo di tutte le donne e non importa cosa io sia e faccia nella mia vita, e non importa il mio guadagno, la solidità economica, la partecipazione sociale: io sono sempre la proiezione di mia madre ferma alla stazione ad aspettare un treno che mai la prenderà a bordo, perché diversa, insana, indipendente, abbandonata e violentata. Come per un percorso lungo di generazioni prima o poi ti troverai inevitabilmente a scalfire lo stesso marciapiede, a disegnare un cerchio uguale con la punta della scarpa nell’attesa del tuo tempo, come per un mantra da recitare per una preghiera a chi non sa pregare.

Portami via da qui prima che dimentichi, perché la vita è un attimo ed è già che non ricordo più il tuo nome. Portami via da qui prima che mi perda nel destino, prima che raggiunga quel posto vuoto di misura dove lo spazio tra la propria dimensione e quella degli altri non ha più decoro: diventa inversa e lo strumento coercitivo si scopre solo come mero dato anagrafico. Portami via da qui, prima che il nostro tempo diventi un dominio, una terra di conquista, per eredità morali che non ci appartengono.

Un altro inverno è passato e siamo rimasti come figure dietro le finestre a osservare la pioggia: scostiamo lentamente le tende, e mentre il mondo rumoreggia, ci siamo solo noi due a contare il tempo in attesa di un altro tempo che non ci sarà.

Portami via da qui.

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Man Ray

Questo non è un blog per raccogliere consensi e sprazzi di ilarità, e neppure la protagonista, scempia narratrice di se stessa, aspira a ottenere lustri e spettacolari ovazioni dalla realtà virtuale di scrittori consenzienti. Questo è uno spazio di riflessione e tutti i riflettori sono puntati sulla trasformazione umorale delle protagoniste. E le protagoniste sono le donne. Soprattutto quelle donne che hanno dismesso gli abiti abituali del consenso maschile, quelle donne che osservano i mutamenti, li catalogano, li conservano in cartelline trasparenti e, ogni tanto, di volta in volta, ne osservano le metamorfosi. Io mi faccio ambasciatrice di questo mutamento.

La guerra delle foto:

di recente evito come la peste di farmi fotografare. É una mania che mi ha preso da un po’ di tempo, perché, anche se mi sento al meglio e penso che quel momento non possa essere migliore, non so com’é, ma il risultato è sempre devastante. Non sono io. E soprattutto non so chi sia quella là. Appena ieri un’amica mi ha inviato la mia foto in bianco e nero presa di sorpresa durante un vernissage (era da una vita che volevo dirlo!) e ho faticato a riconoscermi: triste, brutta, pelle appesa, occhiaie, trucco che non trucca. La mia non era una faccia, era una sconfitta. Sembravo oppressa e forse lo ero veramente: non c’è da essere allegri quando una cavalcata di Unni cerca di spianarti la faccia, quando tu t’immagini splendente, nel pieno della forma, e l’obiettivo ti rimanda una figura sconosciuta, una donna che non hai mai incontrato, diversa, smarrita, confusa da se stessa. Una che non conosci. E quando tutti continuano a ripeterti: “Ma che bella quella foto, sei proprio tu, ma come avrà fatto il fotografo a prenderti così, così come sei”, allora capisci che qualcosa non funziona, che la percezione che hai di te stessa è completamente discosta dalla realtà, che sei rimasta indietro e quello che senti di essere non esiste più.

Sono una vecchia signora. Con qualche pelo bianco nella figa e qualche vena di troppo nelle gambe. Sono una vecchia signora che la società continua a ributtare nel mezzo, non avendo alternative giovani da proporre, spingendola ad aspirare a qualcosa che la natura respinge: un nuovo amore, una sessualità prorompente e devastante, un’alternanza di passioni e istintive regressioni. Sono una donna che si scontra quotidianamente tra quello che sente di essere e quello che dimostra di essere, tra quello che vede e quello che sente, e la cosa più importante, l’unica che ci occorre per traghettare questo tempo, è sentirsi in equilibrio tra il fuori e il dentro. E qui io sono carente.

Il problema è che mi manco. E questa assenza di me stessa pesa più di un abbandono; pensavo di aver raggiunto il massimo della separazione dopo l’ultimo addio, ma non avevo misurato questo, non avevo calcolato che il più triste, il più disperato, il più improvviso e devastante abbandono che la vita ti riserva, deve ancora arrivare: è il tuo addio, l’abbandono delle tue sembianze. E non c’è chirurgia estetica che tenga, nessuno riuscirà a riportare indietro quel bagliore degli occhi, il bianco dei denti, la striatura della pelle ombreggiata dal sole. Anche le sopracciglia da folte che erano sono diventate opache, un po’ tristi, con la piega in giù, arrese alla fortuna. Adeguate alla forma del viso, direbbe la mia cinica amica.

Il problema è che mi manca la mia follia e se la saggezza porta, alla fine, questa resa prematura dei lineamenti, beh, se devo essere sincera, avrei preferito non averla. Avrei preferito, potendo scegliere, contenere questa devastazione dell’espressione, questa consapevolezza della resa, questa noia che mi pervade del tutto visto e il tutto già ascoltato. E capisco l’amore. Adesso lo capisco. E lo vedo. Quel luccichio degli occhi, quell’aria spaesata che dondola nella postura, quella smemoratezza che rende tutto insignificante. Capisco che avrei potuto approfittare di più dei doni della vita per conservare piano, timidamente, uno stralcio di rossore sulle gote e colorare in parte quella foto in bianco e nero che mi rappresenta.

L’estro non paga quanto la bellezza. Perché la bellezza non è consapevolezza, altresì, ignara di se stessa, girovaga alternante tra le pieghe della sufficienza, altera, irresponsabile, condannata a non essere altro che l’immagine implacabile di ciò che ci spaventa. La bellezza è arte per l’amore, dipinto di figure, archetipi inviolati, la bellezza non è altro che la memoria di noi stessi presi dalla paura di essere ignorati.

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marionette-scienziati-pazzi-casalinghe-e-lamp-L-4BNxXd

Non sono poi tante le cose stupide che uno può fare di sabato mattina mentre fuori si scatena il diluvio universale: potresti disegnare, leggere, guardare un film alla tele, ingozzarti di dolci come un rospo, oppure dormire, visto che hai passato la notte in bianco per assistenza domiciliare notturna presso i tuoi nipoti per sopraggiunti imprevisti familiari. E invece no, appena tornata a casa alle 6,30 del mattino, sotto una pioggia che non si stancava più di marcare il territorio, hai pensato bene di mettere mano all’armadio e fare quello che nella cultura mediterranea è considerato il giorno zero, il punto di non ritorno (perché non sai mai quando avrà fine), la discesa degli Unni nei meandri della camera da letto, quello che ogni marito, figlio, amante, concubino o animale domestico conosce bene e vive con orrore: il cambio di stagione! Ed è inutile che insistiate nel ripetere “Oooh, ma io non lo faccio più da decenni, ho un armadio quarantadue stagioni e ci ho messo dentro tutto, così ho sempre quello che mi serve a portata di mano”, tutte cazzate, mentite sapendo di mentire. Gli armadi non bastano mai, ti puoi pure comprare un appartamento e adibirlo a guardaroba, non serve a niente, ci sarà sempre, e credetemi, sempre, quel maglione della nonna che non indossate da venticinque anni che vi dispiace buttare e non sapete proprio dove incastrarlo.

Allora mi faccio il caffè. Mangio un pezzo di torta alla crusca perché sto a dieta (mo’ mi ha preso così e sono diventata una canna secca), e intanto, mentre fumo come una ex sessantottina nel periodo del massimo splendore, cerco di organizzare mentalmente cosa fare e soprattutto decido scientemente che dovrò buttare tutto. Prima operazione necessaria è quella di mettersi la tuta (la più bucata che possiedi) e procurarsi una grossa e puzzolente busta nera dell’immondizia. Ce l’abbiamo? Sì! La seconda, e non meno necessaria, è il pelo sullo stomaco: ti devi caricare come un soldatino incazzato col mondo per riuscire a osservare gli indumenti tralasciando gli avvenimenti che li caratterizzano. Non devi pensare a quella mano che slacciava il terzo bottone della camicetta che ti accingi a relegare nel dimenticatoio. No, se lo fai, allora non hai capito niente. Ti ho detto che devi prendere l’indumento, non guardarlo neanche, valutare da quanto tempo non lo indossi e, se il tempo è superiore a un anno, merda, lo devi gettare via. Questo dice la cultura taoista. E che diamine, ho pure regalato un libro a una mia amica sull’ordine supremo dell’ambiente, che me lo voleva pure tirare in faccia, e adesso mi perdo per una camicetta. Andiamo avanti.

Nel giro di mezz’ora il gatto è andato a dormire sul tappetino del bagno, unica stanza non contaminata, e la camera da letto sembra il quartiere dopo il passaggio dei Guerrieri della Notte (splendido film degli anni 90), ma non mi perdo d’animo, l’importante è non perdere la concentrazione: tu sì, tu no, tu forse… ma anche sì… no, anche no…

E via dicendo.

Poi arriva lei. È rossa, (e che te lo dico a fare!), smanicata, ma non sembra soffrirne affatto, la parte davanti in tartan con delle piccole rouches rosse, dietro è a tinta unita dello stesso tono ma di una seta morbida che contrasta con il cotone del davanti. Lei è la camicia! Non la indosso da circa diciassette anni. Non è una camicia, è una reliquia. La prima e unica volta è stata a Creta nella serata più bella della mia vita. La portavo con una gonna bianca a cinque tasche e le Converse ai piedi. Eravamo a Kastelli quale uno dei tanti approdi di quel girovagare in macchina senza meta, l’aria era dolce e l’allegria contagiosa, è stata forse una delle rare volte in cui mi sono sentita me stessa, perfettamente in armonia con il luogo e la persona che mi era accanto. Siamo andati per locali a mangiare aragosta e bere vino fino ad approdare su una spiaggia dove ho depositato uno scampolo di follia che non ho più raccolto. Non è più accaduto che decidessi di non controllare tutto come ho fatto allora, di non pormi domande, di lasciar fluire l’istinto e godere del momento. Quella non è una camicia, quella è una seduta psicanalitica a basso prezzo.

La guardo cercando di mantenere l’aplomb da soldatino in trincea, la rigiro tra le mani, cazzo sono vent’anni che me la porto appresso, e di getto, come se non ci fosse un domani, la butto nella busta nera e puzzolente. Ecco. E che ci voleva. Basta con queste stronzate sentimentaliste. A noi donne questo ci frega, la paura della memoria, la paura di dimenticare. Di affrontare un altro lungo inverno nella solitudine del plaid che non è più quello di una volta, non è più un mezzo, ma una necessità, una coperta di Linus, un conforto obbligato per affrontare un inverno che si preannuncia spietato e vendicativo per un’estate fatta di niente.

Ma ora mi sento meglio. Come a uno che gli hanno amputato la gamba ed è felice di avere un arto nuovo. Sì, mi sento meglio. In fondo sono solo cose. E mi viene in mente un gioco cretino “Se bruciasse casa tua, cosa salveresti avendo tre possibilità?”…

 “Il gatto”

… e poi…

“Le foto e i diari”

… e poi…, l’ultima…

“La camicetta rossa”.

Merda!

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