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Archive for the ‘se non fossi io..’ Category

Eric Bénier-Burckel1

Quando si getta la spugna? Quando si smette di combattere e ci si arrende al presente, a quel che è, a quel che è già diventato da tanto tempo ma che non abbiamo il coraggio di vedere? Quando si smette di allisciare il pelo per accompagnare l’emozione e si ritorna uomini, per lenta involuzione, cercando disperatamente di reprimere l’istinto? Quando si diventa grandi, ma troppo grandi, talmente grandi, da non avere più il coraggio di allungare una zampa per farsela leccare. Eppure di ferite ce ne sono tante e ogni tanto cerchiamo un interlocutore valido che le possa accogliere. Ci proviamo. Ci riusciamo pure, a volte. Eppure, non si sa mai il perché, sul più bello, quando finalmente possiamo stare tranquilli, senza aspettarci niente di più di ciò che ci aspetta, l’uomo, con tutto il suo bagaglio, si assesta sull’idea. Si siede sulle proprie paure. E come per la lampadina di Archimede, quello di Topolino, ci si accorge che un pensiero si frantuma in piena faccia, come un’esplosione atomica, incapace di contenersi, capace di destabilizzare l’equilibrio. Un equilibrio che non c’è mai stato.

L’amore non si riconosce dall’odore, ma dallo strato sottile della pelle. É tutta lì la differenza.

Non lo vedevo da qualche tempo a parte le numerose telefonate per chiederci ininterrottamente lo stato delle cose, non ne sentivo la mancanza e non mi sembrava poi così grave avere tante possibilità: conservare un affetto profondo per qualcuno che è stato molto importante nella mia vita ma non abbastanza da esserne dipendente fisicamente. Non sono mai stata dipendente da niente e da nessuno: è questa la mia libertà, l’ultima mia personale forma di libertà, la capacità di sopravvivere a chiunque. Tranne che a me stessa, ma questa è un’altra storia.

Non ne sentivo la mancanza, anzi, evitavo accuratamente occasioni per incontrarlo. Non per paura, o forse sì, forse per la paura di scoprirlo diverso e restarne delusa, forse per la paura di vederlo invecchiato e averne pena. Non ne volevo di sentimenti: né di odio, né di compassione. Non ne volevo mezza. Storia finita, chiusa. Relegata altrove. Un periodo di vita passato, come le mura che abbiamo abitato, i sogni che abbiamo coltivato, gli animali che abbiamo accudito e, soprattutto, i timori che ci siamo scambiati. Non c’era più nulla. Non c’è più nulla. Eppure la pelle racconta, quando si incontra, quando si avvicina. Trema. Si arma, di forze sconosciute, e marcia zelante in cerca di riscontri. Diventa tutta rossa, gli occhi si animano, prendono una luce diversa. Tutto si illumina e per sempre, per il resto del tempo, ti resta in testa quello sguardo, un po’ lucido, offuscato, che presto decide di nascondersi, di guardare altrove, dove tutto è già deciso per non destar sorprese. La pelle diventa lieve, come per alchimia, non è spiegabile, eppure è vero: tu la tocchi e la senti talmente velata da poterla squarciare con una parola. Che allora contieni. É per questo che l’amore si riconosce dallo strato sottile della pelle. Perché ingoi, per amore, tutte le parole che potrebbero incidere quello strato sottile e indifeso, quella parte disarmata che si è offerta, per temeraria incoscienza, a essere scalfita.

Non ho inciso nulla, sono stata brava, ho avuto pietà e rispetto per il tempo che è stato. C’è sempre una forma di rispetto per la vita che hai vissuto, per i ricordi che ti porti dentro, anche se poi sono stati maltrattati e trafitti e bistrattati, ma è la tua di vita, è tutto ciò che fa di te un essere invecchiato e pieno di ricordi. Sono grata a quella pelle di aver condiviso il mio sudore, i miei umori profondi, le mie siccità, quelle avvisaglie femminili che fanno di noi donne scogli aguzzi sui quali è difficile distendersi. Sono grata a quell’uomo di essere ancora lì, in grado di esprimere il suo affetto, quando non ce n’è più bisogno, quando non serve più a niente. Quando la pelle non porta più carnalità e memorie passionali, quando l’amore si esprime per quel che è: niente, soltanto tatto e parole non dette.

“Non so di chi ricordo il mio passato

che altro fui quando fui, né mi conosco

come se con la mia anima sentissi

quell’anima che nel sentire ricordo.

Da un giorno all’altro ci lasciamo.

Nulla di vero a noi ci unisce:

siamo chi siamo, e chi siamo stati fu

cosa vista di dentro.”

(F.Pessoa – Odi di Ricardo Reis)

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Elliott Erwitt1

Ogni tanto qualcuno prova ad aprire una porta, arriva lì con un mazzo di fiori pieno di parole, suona il campanello e sosta impaziente sulla soglia. Mette su la maschera migliore e cerca di capire che cosa ha di fronte: se donna, mezza donna o quaquaraquà. Si avventa su una cena improvvisata senza avere il minimo controllo del fenomeno, senza sapere, in maniera alcuna, cosa e chi si troverà di fronte, perché al di là della conoscenza fisica e formale, l’intimità di un pasto condiviso spesso riserva sorprese inaspettate e non sempre gratificanti: dipende dall’umore o dalla bellezza fisica dell’avventore, oppure, ancora meglio, dalla capacità del commensale di esprimere se stesso.

La cena per farli conoscere fu del tutto improvvisata. Gli aggettivi fioccavano come insolenti tentativi per esporsi in maniera marginale seppur diretta, tutto sembrava perfetto per credere alle menzogne che gli uomini si raccontano quando hanno paura di raccontarsi; eppure si raccontano, in lunghe esternazioni paradossali, quasi a confermare che la miglior rivelazione di se stessi si possa esprimere solo con gli sconosciuti.

La cena per farli conoscere fu un continuo gioco di Risiko dove la vittoria consisteva nel conquistare il proprio territorio: una sorta di Negroni sbagliato, come quando ti accontenti di una blanda mistura perché non vuoi caracollare sulla sedia del vicino; non consisteva nel conquistare un altrui territorio ma il proprio: essere coscienti sempre dello spazio e del tempo senza capirne i contorni. Una faccenda estenuante se ci penso adesso, eppure quella corda tesa ha stretto un sodalizio di anime perse che non avranno mai più nulla da dirsi, tuttavia ci hanno provato e ci sono anche riusciti.

La cena per farli conoscere fu un pericoloso esperimento dal quale tutti uscirono indenni per fortuita casualità.

Rassetto gli armadi

per non aprir le porte

affretto le negazioni

che non accetto di rettificare

racconto per non dire

eppure mi tremano le mani

e gli occhi

a tratti

riacquistano un’insolenza

dimenticata

che riaffiora veloce

come il guizzo di una tigre

che pur potendo

ghermire la preda

si arrende

alla sua malinconia.

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Eric Bénier-Burckel2

Il mio fermo immagine mi sorprende mentre bevo Pastis allungato con acqua Ferrarelle, guardando un film su Sky in un inutile venerdì sera della fine di Giugno 2016. Il mio fermo immagine ha di sorprendente che mentre mi sento occupata in tutte queste attività, e non di poco conto, mi sto anche commuovendo, e quello che potrebbe essere un ottimo film belga di ultima generazione, per me diventa un mantra assoluto che non lascia scampo. Il film in questione, perché sembra che sia questo il nodo principale della faccenda, si chiama “Dio esiste e vive a Bruxelles”. Certo per il titolo, di sicuro tradotto in italiano da un italiota, non è che ci si possa perdere la testa, eppure… eppure… ci sono rimasta appiccicata come una sardina sul sandwich di un marinaio svedese in crisi di astinenza. Poi il Pastis ha fatto il resto. Certo devo ammettere che è stata tutta una bella coincidenza: in un attimo mi sono sentita trasportata altrove e mi mancavano solo i cavalli a correre sulla spiaggia della Camargue. Ma non è così poetico: il Pastis l’ho comprato da Lidl e l’abbonamento a Sky Cinema l’ho fatto dopo l’ultima separazione che mi ha lasciato senza fiato, come una specie di asettica badante insomma, qualcosa che mi potesse tenere occupata tra la disperazione e l’esaltazione. Desolante, direi.

Il film, parlando del film, narrava una storia trasversale e oltremodo fantasiosa sulla creazione dell’uomo da parte di un Dio ipotetico e alquanto balordo, un Dio che potrebbe essere tradotto tranquillamente come uno dei nostri genitori, inconsapevoli artefici delle nostre debolezze, un Dio contrapposto al bene, che non avendo di meglio da fare, si diverte a distruggere la vita degli uomini. Come in un enorme e gigantesco Risiko umano. Poi c’è tutta la faccenda della figlia e del figlio (un tal Gesù) e della redenzione, ma quella è un’altra storia; quello che invece mi ha colpito è stato il senso dilatato del tempo, il tempo che rimane e di come impiegarlo al meglio, come non pentirsi di quello sprecato e di quello a venire. Come non aver paura del conto alla rovescia. Conto alla rovescia preannunciato da un sms che ha scatenato il panico a quelli che non avevano più tempo da aggiungere e ha scatenato un senso di immortalità a coloro che di tempo ne avevano da vendere.

E’ stato allora che mi sono chiesta quanto tempo avevo ancora. E come lo stavo impiegando. Guardavo farfalle, scorrevo le nubi, scopavo come un riccio, oppure semplicemente continuavo a non fare: non fare l’amore come avrei voluto, non vivere spegnendo le mie ire che nel tempo ho imparato a dominare, oppure vivere da addomesticata perché è più facile e nulla toglie, ma neppure aggiunge, a quanto sento di essere. Quanto della mia vita, se avessi un tempo limite, riuscirei a cambiare. O vorrei cambiare. Potrei anche essere felice di ciò che sono, oppure no, oppure vorrei approfittare dell’opportunità per andare altrove. Altrove da me stessa: luoghi puri, asettici, luoghi in cui non ci sia l’assolutezza del pensiero, luoghi in cui ci sia una chance e non una condanna per il vissuto, forse non eclatante e neppure esaltante, eppure il proprio, la propria sofferenza, gli errori, le paure, le incertezze. A volte è troppo facile sentirsi in assoluto i guardiani del tempio: ma il tempio a volte ce lo costruiamo addosso e spesso ci cade sulle spalle.

Ho visto un film. Non ho fatto altro, eppure già mi sembra tanto.

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Fernanda Veron1

Domani faccio cinquantaquattro anni. Non so se è poco o troppo. Non so dirlo, dipende dalle giornate, soprattutto dal risveglio, di quelle giornate. A volte mi sembra di non poterle affrontare, altre invece tutto sembra facile, tutto scorre veloce come su un nastro di energia che non sapevo più di possedere. Però, se devo dirla tutta, le giornate di stanca sono più numerose, oppure semplicemente più faticose e diventano come un numero spropositato rispetto alla realtà. Forse sono stanca. Forse ho sbagliato qualcosa. Forse mi manco, e la mia figura immaginaria, quella che credevo possibile, quando mi pensavo a questa età, è completamente sballata. Forse avevo un’idea di me stessa che stona nel contesto che volutamente, ma anche casualmente, ho voluto creare: del resto non credo sia possibile esibire la fatica di essere, con coscienza, come fosse uno stendardo da attaccarsi al collo. A volte fai delle scelte che pensi consapevoli e invece sono solo cazzate: sarebbe bastato un minimo di tolleranza, un buon carattere (come diceva mia nonna), un gesto minimo di riconciliazione e sai quanti soldi avrei risparmiato dall’analista solo per sentirmi dire che sarebbe bastato avere un minimo, stupido, infinitesimale, bagno di umiltà; il non credersi in diritto di pretendere, sempre e comunque, per appartenenza, per devozione del proprio sesso, sempre impaurito, sempre bistrattato. Siamo generazioni cresciute nella paura di tollerare. Tutto doveva essere assoluto, tutto serviva a rivendicare la nostra condizione, tutto era per vendicare il passato. Un buon carattere. Adesso l’ho capito: è la capacità di essere se stessi con lucidità, lottare da dentro, cambiare la condizione mantenendo intatte le aspettative. Invece io ho lottato da fuori, gettandomi in pasto a ideologie che non avevo capito fino in fondo, che avevo mal interpretato, nutrendomi di esperienze che non mi appartenevano, bagnando tutto in monocolore: in un bianco e nero distorto che non permetteva cedimenti, tradimenti, ripensamenti, incertezze, paure, distrazioni, abbandoni, dimenticanze. Addii. E adesso mi piego a questa condizione, avendo di me un’immagine perfetta, performante (come direbbero alcuni), senza esitazioni; fiera di me stessa mi accompagno, mi guido, mi sostengo, ma altresì mi spavento, perché mi fa paura questa mancanza di paura della mia condizione: come posso non temere questa assenza assoluta dell’amore, come posso convivere felicemente in questa solitudine che pure cerco instancabilmente e che riparo e proteggo dagli eventi esterni? Perché questo essere misterioso mi è cresciuto dentro proprio adesso, adesso che invece avrei bisogno di sostentamento, adesso che avrei la necessità di un sogno?

Eppure non lo so, che dire, proprio non lo so. Ci ho pensato tanto e sempre mi avviluppo. Io non so se sono felice di questa condizione. A volte mi sembra l’unica possibile, altre invece, mi sembra che fuori brilli il mondo.

“La vita è un insieme di cose diverse,

In un certo senso qualcosa che non si discute.

Ma il senso si può sempre cambiare:

Che niente è più eccitante di una buona discussione.

La vita è qualcosa di bello, qualcosa di grande.

Qualcosa che comporta fasi alterne

Con una regolarità che ha del prodigioso

Poiché una fase segue sempre all’altra.

La vita è sempre così piena d’interesse:

Si va, si viene… come un attraversamento di zebre.

Può anche darsi che poi si debba morire,

Ma pure questa può essere una buona cosa.

E comunque ciò non cambia niente.

La vita, si tratta di un insieme di cose diverse,

Sotto certi aspetti e per sovrappiù qualcosa

Che si collega ad altri fenomeni

Ancora oggi poco noti, poco studiati,

e sui quali non è affatto il caso qui di soffermarsi.”

Puntualizzazioni sulla vita – Boris Vian

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Marc Chagall _ Sopra la citta 1918

Portami via da qui se non riesci a fare altro: prendimi, scarrozzami altrove, depositami come un pacchetto abbandonato gonfio delle tue giornate, come quei sacchetti che la tua donna ti chiede di gettare. Sono lì, dietro la porta dell’ingresso, non dimenticare di gettarmi, perché fino a quando cercherai di trattenermi, di ancorarmi alle tue necessità, io non avrò pace: mai sarò me stessa e mai riuscirò a definire questa identità abbandonata, eppure ancora, e sempre e comunque conservata, in maniera accorta, dietro il ripostiglio delle tue paure.

Portami via da qui, da questo posto abbandonato dai sensi, da questo scandaglio ancorato a ricordi sbiaditi che non mi aspettano più e che corrono veloci su tracciati a me sconosciuti lungo percorsi che non riconosco. Mi perdo, se non mi porti via. Mi perdo anche nelle mie parole. Nei sogni. Nella postura della mia figura. Mi perdo nel tempo che mi scorre accanto, veloce, eppure sempre lento, come se mi trovassi ancora ferma, abbandonata alla fermata della metro, con il cappellino di feltro e la borsetta che mi penzola dal braccio.

É come se il mio tempo fosse il tempo di tutte le donne e non importa cosa io sia e faccia nella mia vita, e non importa il mio guadagno, la solidità economica, la partecipazione sociale: io sono sempre la proiezione di mia madre ferma alla stazione ad aspettare un treno che mai la prenderà a bordo, perché diversa, insana, indipendente, abbandonata e violentata. Come per un percorso lungo di generazioni prima o poi ti troverai inevitabilmente a scalfire lo stesso marciapiede, a disegnare un cerchio uguale con la punta della scarpa nell’attesa del tuo tempo, come per un mantra da recitare per una preghiera a chi non sa pregare.

Portami via da qui prima che dimentichi, perché la vita è un attimo ed è già che non ricordo più il tuo nome. Portami via da qui prima che mi perda nel destino, prima che raggiunga quel posto vuoto di misura dove lo spazio tra la propria dimensione e quella degli altri non ha più decoro: diventa inversa e lo strumento coercitivo si scopre solo come mero dato anagrafico. Portami via da qui, prima che il nostro tempo diventi un dominio, una terra di conquista, per eredità morali che non ci appartengono.

Un altro inverno è passato e siamo rimasti come figure dietro le finestre a osservare la pioggia: scostiamo lentamente le tende, e mentre il mondo rumoreggia, ci siamo solo noi due a contare il tempo in attesa di un altro tempo che non ci sarà.

Portami via da qui.

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Man Ray

Questo non è un blog per raccogliere consensi e sprazzi di ilarità, e neppure la protagonista, scempia narratrice di se stessa, aspira a ottenere lustri e spettacolari ovazioni dalla realtà virtuale di scrittori consenzienti. Questo è uno spazio di riflessione e tutti i riflettori sono puntati sulla trasformazione umorale delle protagoniste. E le protagoniste sono le donne. Soprattutto quelle donne che hanno dismesso gli abiti abituali del consenso maschile, quelle donne che osservano i mutamenti, li catalogano, li conservano in cartelline trasparenti e, ogni tanto, di volta in volta, ne osservano le metamorfosi. Io mi faccio ambasciatrice di questo mutamento.

La guerra delle foto:

di recente evito come la peste di farmi fotografare. É una mania che mi ha preso da un po’ di tempo, perché, anche se mi sento al meglio e penso che quel momento non possa essere migliore, non so com’é, ma il risultato è sempre devastante. Non sono io. E soprattutto non so chi sia quella là. Appena ieri un’amica mi ha inviato la mia foto in bianco e nero presa di sorpresa durante un vernissage (era da una vita che volevo dirlo!) e ho faticato a riconoscermi: triste, brutta, pelle appesa, occhiaie, trucco che non trucca. La mia non era una faccia, era una sconfitta. Sembravo oppressa e forse lo ero veramente: non c’è da essere allegri quando una cavalcata di Unni cerca di spianarti la faccia, quando tu t’immagini splendente, nel pieno della forma, e l’obiettivo ti rimanda una figura sconosciuta, una donna che non hai mai incontrato, diversa, smarrita, confusa da se stessa. Una che non conosci. E quando tutti continuano a ripeterti: “Ma che bella quella foto, sei proprio tu, ma come avrà fatto il fotografo a prenderti così, così come sei”, allora capisci che qualcosa non funziona, che la percezione che hai di te stessa è completamente discosta dalla realtà, che sei rimasta indietro e quello che senti di essere non esiste più.

Sono una vecchia signora. Con qualche pelo bianco nella figa e qualche vena di troppo nelle gambe. Sono una vecchia signora che la società continua a ributtare nel mezzo, non avendo alternative giovani da proporre, spingendola ad aspirare a qualcosa che la natura respinge: un nuovo amore, una sessualità prorompente e devastante, un’alternanza di passioni e istintive regressioni. Sono una donna che si scontra quotidianamente tra quello che sente di essere e quello che dimostra di essere, tra quello che vede e quello che sente, e la cosa più importante, l’unica che ci occorre per traghettare questo tempo, è sentirsi in equilibrio tra il fuori e il dentro. E qui io sono carente.

Il problema è che mi manco. E questa assenza di me stessa pesa più di un abbandono; pensavo di aver raggiunto il massimo della separazione dopo l’ultimo addio, ma non avevo misurato questo, non avevo calcolato che il più triste, il più disperato, il più improvviso e devastante abbandono che la vita ti riserva, deve ancora arrivare: è il tuo addio, l’abbandono delle tue sembianze. E non c’è chirurgia estetica che tenga, nessuno riuscirà a riportare indietro quel bagliore degli occhi, il bianco dei denti, la striatura della pelle ombreggiata dal sole. Anche le sopracciglia da folte che erano sono diventate opache, un po’ tristi, con la piega in giù, arrese alla fortuna. Adeguate alla forma del viso, direbbe la mia cinica amica.

Il problema è che mi manca la mia follia e se la saggezza porta, alla fine, questa resa prematura dei lineamenti, beh, se devo essere sincera, avrei preferito non averla. Avrei preferito, potendo scegliere, contenere questa devastazione dell’espressione, questa consapevolezza della resa, questa noia che mi pervade del tutto visto e il tutto già ascoltato. E capisco l’amore. Adesso lo capisco. E lo vedo. Quel luccichio degli occhi, quell’aria spaesata che dondola nella postura, quella smemoratezza che rende tutto insignificante. Capisco che avrei potuto approfittare di più dei doni della vita per conservare piano, timidamente, uno stralcio di rossore sulle gote e colorare in parte quella foto in bianco e nero che mi rappresenta.

L’estro non paga quanto la bellezza. Perché la bellezza non è consapevolezza, altresì, ignara di se stessa, girovaga alternante tra le pieghe della sufficienza, altera, irresponsabile, condannata a non essere altro che l’immagine implacabile di ciò che ci spaventa. La bellezza è arte per l’amore, dipinto di figure, archetipi inviolati, la bellezza non è altro che la memoria di noi stessi presi dalla paura di essere ignorati.

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Non sono poi tante le cose stupide che uno può fare di sabato mattina mentre fuori si scatena il diluvio universale: potresti disegnare, leggere, guardare un film alla tele, ingozzarti di dolci come un rospo, oppure dormire, visto che hai passato la notte in bianco per assistenza domiciliare notturna presso i tuoi nipoti per sopraggiunti imprevisti familiari. E invece no, appena tornata a casa alle 6,30 del mattino, sotto una pioggia che non si stancava più di marcare il territorio, hai pensato bene di mettere mano all’armadio e fare quello che nella cultura mediterranea è considerato il giorno zero, il punto di non ritorno (perché non sai mai quando avrà fine), la discesa degli Unni nei meandri della camera da letto, quello che ogni marito, figlio, amante, concubino o animale domestico conosce bene e vive con orrore: il cambio di stagione! Ed è inutile che insistiate nel ripetere “Oooh, ma io non lo faccio più da decenni, ho un armadio quarantadue stagioni e ci ho messo dentro tutto, così ho sempre quello che mi serve a portata di mano”, tutte cazzate, mentite sapendo di mentire. Gli armadi non bastano mai, ti puoi pure comprare un appartamento e adibirlo a guardaroba, non serve a niente, ci sarà sempre, e credetemi, sempre, quel maglione della nonna che non indossate da venticinque anni che vi dispiace buttare e non sapete proprio dove incastrarlo.

Allora mi faccio il caffè. Mangio un pezzo di torta alla crusca perché sto a dieta (mo’ mi ha preso così e sono diventata una canna secca), e intanto, mentre fumo come una ex sessantottina nel periodo del massimo splendore, cerco di organizzare mentalmente cosa fare e soprattutto decido scientemente che dovrò buttare tutto. Prima operazione necessaria è quella di mettersi la tuta (la più bucata che possiedi) e procurarsi una grossa e puzzolente busta nera dell’immondizia. Ce l’abbiamo? Sì! La seconda, e non meno necessaria, è il pelo sullo stomaco: ti devi caricare come un soldatino incazzato col mondo per riuscire a osservare gli indumenti tralasciando gli avvenimenti che li caratterizzano. Non devi pensare a quella mano che slacciava il terzo bottone della camicetta che ti accingi a relegare nel dimenticatoio. No, se lo fai, allora non hai capito niente. Ti ho detto che devi prendere l’indumento, non guardarlo neanche, valutare da quanto tempo non lo indossi e, se il tempo è superiore a un anno, merda, lo devi gettare via. Questo dice la cultura taoista. E che diamine, ho pure regalato un libro a una mia amica sull’ordine supremo dell’ambiente, che me lo voleva pure tirare in faccia, e adesso mi perdo per una camicetta. Andiamo avanti.

Nel giro di mezz’ora il gatto è andato a dormire sul tappetino del bagno, unica stanza non contaminata, e la camera da letto sembra il quartiere dopo il passaggio dei Guerrieri della Notte (splendido film degli anni 90), ma non mi perdo d’animo, l’importante è non perdere la concentrazione: tu sì, tu no, tu forse… ma anche sì… no, anche no…

E via dicendo.

Poi arriva lei. È rossa, (e che te lo dico a fare!), smanicata, ma non sembra soffrirne affatto, la parte davanti in tartan con delle piccole rouches rosse, dietro è a tinta unita dello stesso tono ma di una seta morbida che contrasta con il cotone del davanti. Lei è la camicia! Non la indosso da circa diciassette anni. Non è una camicia, è una reliquia. La prima e unica volta è stata a Creta nella serata più bella della mia vita. La portavo con una gonna bianca a cinque tasche e le Converse ai piedi. Eravamo a Kastelli quale uno dei tanti approdi di quel girovagare in macchina senza meta, l’aria era dolce e l’allegria contagiosa, è stata forse una delle rare volte in cui mi sono sentita me stessa, perfettamente in armonia con il luogo e la persona che mi era accanto. Siamo andati per locali a mangiare aragosta e bere vino fino ad approdare su una spiaggia dove ho depositato uno scampolo di follia che non ho più raccolto. Non è più accaduto che decidessi di non controllare tutto come ho fatto allora, di non pormi domande, di lasciar fluire l’istinto e godere del momento. Quella non è una camicia, quella è una seduta psicanalitica a basso prezzo.

La guardo cercando di mantenere l’aplomb da soldatino in trincea, la rigiro tra le mani, cazzo sono vent’anni che me la porto appresso, e di getto, come se non ci fosse un domani, la butto nella busta nera e puzzolente. Ecco. E che ci voleva. Basta con queste stronzate sentimentaliste. A noi donne questo ci frega, la paura della memoria, la paura di dimenticare. Di affrontare un altro lungo inverno nella solitudine del plaid che non è più quello di una volta, non è più un mezzo, ma una necessità, una coperta di Linus, un conforto obbligato per affrontare un inverno che si preannuncia spietato e vendicativo per un’estate fatta di niente.

Ma ora mi sento meglio. Come a uno che gli hanno amputato la gamba ed è felice di avere un arto nuovo. Sì, mi sento meglio. In fondo sono solo cose. E mi viene in mente un gioco cretino “Se bruciasse casa tua, cosa salveresti avendo tre possibilità?”…

 “Il gatto”

… e poi…

“Le foto e i diari”

… e poi…, l’ultima…

“La camicetta rossa”.

Merda!

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Renato Guttuso

Quanti di voi hanno avuto la fortuna di incontrare qualcuno nella vita che si sia preso la briga di capire chi foste. Intendo dentro, nella parte più remota del vostro essere. Quanti di voi hanno avuto la sventura che qualcuno si prendesse veramente la briga di aprire quella porta e di accogliervi così, come una mela marcia da custodire segretamente nella cesta della frutta migliore, con la manina pronta ogni mattina a capovolgere il frutto per nascondere il marciume agli occhi degli altri. Quanti hanno usufruito del bonus di essere stati scoperti e accettati senza per questo finire nel secchio dell’organico. E non parlo dell’amore, sentimento sopravvalutato, quanto dell’amicizia, come ultimo baluardo della sopravvivenza occidentale: ci si riunisce in gruppi di due o più persone per affrontare insieme la memoria del passato, scongiurare un possibile ritorno e schierare la difesa per contrastare la caduta. Questa è la forma di amicizia concessa all’età adulta che nulla c’entra con quella dei ventenni. Una sorta di difesa a oltranza del proprio territorio, un ponte levatoio eretto alla propria ignoranza, alla paura di rischiare e perdere così quanto si è acquisito nel corso degli ultimi anni: la saggezza. La verità è che ci hanno riempito la testa con questa storia folle della consapevolezza, ci hanno talmente fracassato le palle con questa idea assurda che a un certo punto della vita devi per forza tramandare quanto hai appreso. Devi fare da filo conduttore, dare l’esempio, e tramandare il verbo, la conoscenza, l’indrottinamento… perché è di questo che si tratta. Che altro non è che la paura di guardarsi allo specchio.

A vent’anni, invece, l’amicizia serve a schierare le truppe da assalto. Ogni nuova esperienza diventa una condivisione, qualcosa da provare senza alcun timore e si vive a tentoni, osando un passo avanti e due indietro, ma il passo avanti è sempre più disteso. L’amicizia è più leggera perché non è per sempre, perché non lo sai cosa ne sarà di te e tutto diventa eterno perché relegato al momento stesso del tuo vissuto. Adesso no. Non è così. Adesso hai paura che gli amici se li porti via una tromba d’aria e allora cerchi di mediare, di essere accomodante, di sopportare ciò che non sopporti ed è così, magicamente, che stravolgi te stesso. Per la paura di diventare materiale per l’organico. A vent’anni si ha una forza nella solitudine che diventa caratteriale, come quando parti per un campeggio da solo con una sacca sulle spalle senza chiederti il perché; a cinquanta si ha la forza nella repressione, nel cercare di omologare sul filo delle proprie fobie quanti cercano di scostarsi dal pensiero comune. Una specie di “volemose bene” tra noi, che sappiamo chi siamo. Ma lo sappiamo veramente? Quanti di noi hanno aperto quella porta e concesso all’altro di essere se stesso, senza mediazioni, con tutti i difetti e il marciume che si porta appresso. Quanti?

Con questo voglio dire che mi sembra tutto capovolto, che, proprio adesso, con i miei amici di sempre dovrei conservare la leggerezza della mia presenza, perché potrei morire domattina senza aver avuto il gusto e la paura di tornare a essere un’idiota: questo vorrei dire alle mie amiche che si ostinano a fare di me ciò che non sono.

“Sono passati vent’anni da quando mi sono laureato e nel frattempo ho capito poco alla volta che il cliché secondo il quale le scienze umanistiche <<insegnano a pensare>> in realtà sintetizza una verità molto profonda e importante. <<Imparare a pensare>> di fatto significa imparare a esercitare un certo controllo su come e su cosa pensare. Significa avere quel minimo di consapevolezza che permette di scegliere a cosa prestare attenzione e di scegliere come attribuire un significato all’esperienza. Perché se non sapete o non volete esercitare questo tipo di scelta nella vita da adulti, siete fregati. Un vecchio cliché vuole che la mente sia un ottimo servo ma un pessimo padrone. Questo, come molti altri cliché in apparenza fiacchi e banali, in realtà esprime una grande, terribile verità. Non è certo un caso che gli adulti che si suicidano con armi da fuoco si sparino quasi sempre… alla testa. E la verità è che erano quasi tutti già morti da un pezzo quando hanno premuto il grilletto. E date retta a me, il valore reale e schietto della vostra cultura umanistica dovrebbe essere proprio questo: impedirvi di trascorrere la vostra comoda, agiata, rispettabile vita da adulti come morti, inconsapevoli, schiavi della vostra testa e della vostra naturale modalità predefinita che vi impone una solitudine unica, completa e imperiale giorno dopo giorno.”

(David Foster Wallace – Questa è l’acqua)

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Patrizio Di Renzo-Majo Fruithof

Timbro. Da circa trent’anni, passo un badge lungo una fessura, si aprono i tornelli e mi dirigo nel mio ufficio. Da circa trent’anni quella fessura certifica la mia identità, ne attribuisce un valore: all’inizio era un nemico che controllava il tempo e i ritardi, in seguito è diventato soltanto un lasciapassare, ma nella mia testa è rimasto un marcatore del tempo. Il mio. Quello che regalo, anche se ben retribuito, a una vita che non mi appartiene ma che rispetto, cercando di fare al meglio quello che ho imparato a fare: lavoro con i numeri che restano per me un mistero imperscrutabile e, come per tutte le misteriose assonanze della vita, li interpreto e li libero in fantasmagoriche realtà. Tante volte mi sono immaginata altrove e ho maledetto quella scioltezza del vivere che mi ha portato a non scegliere ma ha farmi trascinare, dagli affetti e dalle amicizie, in studi che non mi appartenevano, ma, anzi, si discostavano dal mio essere reale. Per tanti anni ho vestito panni altrui, per la paura di rischiare, di impormi, di sacrificarmi. Sono stata fortunata, ed è proprio questa la beffa: che non posso neppure lamentarmi! Ma oggi, alla boa dei +50, comincio a sentirmi obsoleta, i ritmi mi sembrano schiaccianti e lavorare per dieci ore al giorno mi lascia frastornata, tanto da farmi vivere tutta la settimana in attesa del week end. Oppure sono gli altri a relegarmi alla figura della storica, quando li vedo correre per i corridoi con il computer sotto il braccio, arrancando fino a tarda sera con la nuvoletta dipinta sulla testa piena di slogan dell’arrivista contemporaneo: tutti in guerra tra loro, pronti a giocarsi la famiglia per un posto da dirigente. Dopo tanti anni ho capito anch’io la definizione di pensione: la pensione è quella necessità che concede all’uomo maturo la possibilità di arrendersi ai suoi sogni e provare a diventare amico di se stesso.

Timbro. Quello della mia voce quando non la controllo, quando si altera e diventa nemica, arcaica, volgare e violenta nel tono e nella misura. Il timbro del dialetto, quello che ho rimproverato tanti anni alla mia famiglia e di cui mi sono vergognata, dimenticandolo, trascurandolo volutamente, per una dimensione costruita a tavolino della mia persona, qualcosa che mi distinguesse e mi evitasse un destino già trascritto. Eppure mi è rimasto dentro. Esplode senza controllo e mi lascia esterrefatta a ricongiungermi alla mia stirpe, da ragazza me ne dolevo per questa mancanza di disciplina, adesso mi diverte: mi meraviglia quello che può uscirmi dalla testa, quei vocaboli, quei suoni, quelle smorfie del viso che appartengono alla terra, quel gusto lascivo di rompere gli argini e irrompere con tutta la violenza del suono contro gli stereotipi. È una bestia che mi vive dentro, che stabilisce in totale autonomia quando diventa necessario uscire allo scoperto, che intuisce quando non si può più giocare, e le parole hanno bisogno di verità, per fare male e colpire e soffrire. Ed è allora che succede qualcosa, e come se un velo mi cadesse dagli occhi, capisco che ho atteso per tanto, troppo tempo, quel momento di rottura, che covavo dentro ma non sapevo esprimere nei termini consueti del quieto vivere, ma avevo bisogno che la mia terra si esprimesse, nei modi e nei termini concisi della cultura contadina: quella definitiva, aspra e dolente, di chi non teme le intemperie.

Timbro. Che macchia il foglio della vita, di un colore bluastro, spesso sbavato, che passi tutto il tempo che lo guardi a chiederti “Eh, che cazzo, almeno un timbro nuovo per questa storia di merda!”. Il timbro che separa, condanna, stabilisce, attribuisce, nega, risolve, certifica, sospende. Quello che quando lo imprimono sul foglio, sembra quasi che qualcuno ti stia marchiando a fuoco il cuore: il marchio del dolore, la stampigliatura del passato che resterà per sempre nel presente. E che poi sbiadisce, nella tua memoria, che si sforza sempre di non guardare indietro, ma poi succede, in un giorno qualsiasi di assestamento casalingo, di trovarti tra le mani un foglio protocollo, di quelli che usavi alle medie per i compiti in classe, piegato in due nel senso della lunghezza, di un color seppia irrigidito dal tempo, pieno di timbri e bolli e date e firme. Lo apri e ci trovi dentro un pezzo della tua vita. Di quella tosta. Di quella che ti ha fatto sbroccare. E leggi di quella battitura a macchina con troppo inchiostro in neretto, fatto con la carta copiativa, che lascia la lettera stampigliata in un nero dilatato, con errori di battitura e ti rammarichi con te stessa per la poca attenzione che il Tribunale ha avuto per un accadimento tanto triste della tua vita. Leggi il tuo nome e non ti sembra il tuo, leggi la data e non ti sembra possibile aver vissuto tanto, leggi la tua firma e ti commuovi per tanta elementare capacità di rappresentarsi. Il tuo primo timbro a fuoco. Quello che fa ancora male.

Timbro. Musicale. Di quando a vent’anni stiravo le camicie del mio uomo con i Talking Heads a palla nelle cuffie, delle sonate di Chopin ascoltate fissando una fiamma ardente del camino mentre lui, seduto al pianoforte, mi guardava sorridendo. Ma lui chi? Lo confondo, forse è l’altro, forse il secondo, oppure il terzo, ma no, è il primo… che diamine, non ricordo. Musicale. Il loro timbro, per tutti necessario anche se diverso, il timbro che imponevo nel rapporto, l’andamento ritmico: andante, allegro, adagio, andante con moto… quando mi sentivo ispirata, come una sorta di colonna sonora della memoria. Adesso che ci penso conservo un timbro musicale per ciascuna storia: uno scampanellio solerte e non sovrapponibile, unico nel suo genere. Il mio difficile rapporto con la musica: in questo tempo asciutto non ascolto musica, la mia casa è silenziosa e segna il timbro del mio passo che ritmicamente assegna un moto al mio destino. Quando non c’è musica non c’è vita e il silenzio ne è l’accusatore.

Timbro.

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Father_And_Daughter

Oggi l’ho vista di nuovo. É uscita di premura, sbattendo forte il grosso portone di legno e inciampando quasi contro il basamento, indossava una tuta blu un po’ sformata e un giubbetto di colore rosso, il collo aggrovigliato da una lunga sciarpa colorata, di quelle che ti arrotoli all’ultimo momento e che ti restano tutto il giorno penzoloni a terra. Sembrava ingrassata dall’ultima volta: la tuta le stringeva sul sedere formando delle piccole pieghe, confuse dalle nuove proporzioni, e i calzini, che s’intravedevano dalla molla dei pantaloni, erano di colore viola, come il nastro che teneva insieme i capelli in una coda disordinata. Non deve essere felice – mi son detto – e lo intuivo dal passo veloce condotto a testa bassa, dagli auricolari per la musica e gli occhiali scuri, ostentati come un’ultima difesa, dalle mani infilate nella tasca della giacca da cui scorgevo i pugni chiusi. Si è girata distratta, prima di svoltare per imboccare Via Cavour, mi ha guardato irritata e ha proseguito il suo cammino.

Ora posso andare e riprendere la mia guerra giornaliera: lei sta bene, è viva, sopravvissuta alle imboscate della notte e ai suoi malumori, e tutto quello che le accadrà in questa giornata, fredda di Ottobre, sarà conquista, delusione, dolore, gioia, ribellione, ma sarà vita, la sua, che oggi per me è l’unica che conti. Perché lei è Francesca, mia figlia. Una figlia che non conosco, come lei non conosce me: non abbiamo mai dormito insieme nella stessa casa, mai condiviso un pranzo, un risveglio, una vacanza, un cinema, un sorriso, una caduta, una lacrima, una delusione, un rimprovero, un gioco, una ferita. Siamo sconosciuti che sanno di esistere a causa dell’altro: lei perché generata dal mio seme, ed io perché distrutto dall’idea di lei.  Sono fuggito via da quella vita che avevo appena vent’anni e lei poco più di due, preso da una nuova donna che sembrava aprirmi a conquiste diverse, più appropriate alle mie ambizioni, una nuova vita ricca di denari e possibilità, e quella famiglia, l’errore della mia giovinezza, non mi appartenevano più da qualche tempo, come figure relegate dietro fogli di carta velina e congelati nel tempo. Li ho lasciati lì, soli, a bastare a sé stessi, li ho lasciati a costruirsi un futuro senza possibilità, gettando una monetina in aria ho deciso il mio destino, sacrificando il loro e scommettendo sulla forza dei più deboli, preso com’ero dalle mie conquiste. Nel corso degli anni a tratti li incontravo, quando ero costretto dalle autorità a provvedere al loro sostentamento, ma cercavo subito di discostarmi per non affondare di nuovo nelle loro miserie: non volevo più saperne niente, non era più la mia vita e li odiavo perché cercavano di tirarmi sempre giù in basso e allontanarmi dal futuro. Sono passati trent’anni dall’ultima volta che ho parlato con Francesca, con lei che mi è così simile, con la stessa irruenza verbale, con quell’indolenza tipica degli sbandati, dei rabdomanti, dei disperati. Con lei che ha scalciato tutta la vita per sostenersi, con lei che trattiene ancora tracce di veleno dentro gli occhi, che ti guardano dritti, spalancati, quasi a penetrarti: lei che ti guarda, irritata, e prosegue il suo cammino. Per lei sono qui oggi, come ogni sabato, conosco i suoi orari, conosco la sua vita, solitaria e asciutta, una vita che non versa lacrime, dura e irrequieta, che non lascia spazio all’amore, dolente di vissuto. È lei la mia spina nel fianco, più di tutti gli altri, perché ne rispetto l’arroganza e ne temo la paura, la stessa illusoria fobia che mi ha distrutto.

  • Oggi l’ho visto di nuovo. Da circa un anno, ogni sabato mattina, lo trovo davanti al mio portone. E’ un poveraccio. Si vede dai modi che deve essere uno di quelli piombati nel precipizio, stile mio padre, per capirci, un povero stronzo che ha creduto tutta la vita di poter infierire sugli altri entrando a gamba tesa sulle ceneri delle sue vite distrutte, scalciando calcinacci a forma di bambini. Lo odio. Sta fermo, appoggiato al muro con il bavero del cappotto alzato, e mi guarda, con un’insistenza quasi da maniaco, prima o poi chiamo la polizia, così chiudo questa faccenda una volta per sempre. –
  • Ma lo conosci? Cioè, ti sembra una faccia conosciuta? Chessò io…, al lavoro, qualcuno che prima lavorava nella tua azienda. –
  • Macché, quello è solo un puttaniere: ce l’ha scritto in faccia. Sai di quelli che non si arrendono, avrà sì e no settant’anni e si tinge ancora i capelli, se ne sta fermo e mi guarda con aria da gatto mammone pronto a ghermire la preda. Un coglione.
  • Beh, però stai attenta, sai com’è di questi tempi… ci sono tanti di quei matti in giro… –
  • Sì, lo so, infatti prima o poi lo affronto –

In realtà non mi va proprio di affrontarlo. Il suo cappotto è logoro e secondo me non se la passa troppo bene. Mi fa quasi tenerezza, il suo aspetto mi ricorda qualcuno…, come se lo conoscessi, eppure sono sicura di non averlo mai incontrato. Se dovessi immaginare mio fratello tra vent’anni forse sarebbe uguale, senza capelli tinti: ecco chi mi ricorda. Pensa te. Solo che mio fratello è una delle persone più buone e oneste che ci siano, mentre quello di sicuro è uno stronzo. Stamattina sono uscita di corsa per accompagnare mamma al cimitero, ero tremendamente in ritardo e quel maniaco, fermo imbalsamato, mi ha rovinato la giornata. Mio padre. A volte ci ho pensato: e se fosse proprio lui? Merda, gli somiglia, devo ammetterlo. Seee, figurati, le ultime notizie sono di lui accompagnato a una tipa bionda della metà dei miei anni con un bimbo di sei mesi in braccio: coglione al quadrato! Se ci penso, dovrei avere circa sei o sette fratelli che non conosco, oltre una miriade di debiti ereditati dalla sua malattia del gioco. Uno stronzo. Niente da aggiungere.

Quando penso alla nostra vita, passata quasi in miseria, mi sento male: lui arrivava, in media ogni due anni, richiamato dalle forze dell’ordine, e ci portava le foto delle sue nuove case, la sua nuova famiglia, i suoi nuovi figli, i suoi nuovi regali inutili. Io lo guardavo. E lo odiavo. Credo che quello sia stato il mio primo sentimento di odio puro verso il genere umano. Ma ho aspettato, paziente, che il cadavere passasse lungo il greto del fiume e poi ho colpito: l’ho guardato irritata e ho proseguito il mio cammino. E lui ha capito. Niente da aggiungere.

In tempi più lontani

Io sono stato solo

E n’ho tremore ancora

 

Solitudine semplice

Negatrice di rischi e di delizie

T’ho riconosciuta

 

E sono stato abbandonato

E ho abbandonato coloro che amavo

 

Lungo gli anni ogni cosa ebbe il suo ordine

Come un insieme di lampi

Sopra un fiume di luce

Come le vele ai velieri

Nel bel tempo protettore

Come le fiamme nel fuoco

Per stabilire il calore

 

Lungo gli anni io t’ho ritrovata

O indefinita presenza

Volume spazio d’amore

 

Moltiplicato

 

(P. Eluard – Poesia Ininterrotta)

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