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Archive for the ‘seghe mentali’ Category

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Non sono poi tante le cose stupide che uno può fare di sabato mattina mentre fuori si scatena il diluvio universale: potresti disegnare, leggere, guardare un film alla tele, ingozzarti di dolci come un rospo, oppure dormire, visto che hai passato la notte in bianco per assistenza domiciliare notturna presso i tuoi nipoti per sopraggiunti imprevisti familiari. E invece no, appena tornata a casa alle 6,30 del mattino, sotto una pioggia che non si stancava più di marcare il territorio, hai pensato bene di mettere mano all’armadio e fare quello che nella cultura mediterranea è considerato il giorno zero, il punto di non ritorno (perché non sai mai quando avrà fine), la discesa degli Unni nei meandri della camera da letto, quello che ogni marito, figlio, amante, concubino o animale domestico conosce bene e vive con orrore: il cambio di stagione! Ed è inutile che insistiate nel ripetere “Oooh, ma io non lo faccio più da decenni, ho un armadio quarantadue stagioni e ci ho messo dentro tutto, così ho sempre quello che mi serve a portata di mano”, tutte cazzate, mentite sapendo di mentire. Gli armadi non bastano mai, ti puoi pure comprare un appartamento e adibirlo a guardaroba, non serve a niente, ci sarà sempre, e credetemi, sempre, quel maglione della nonna che non indossate da venticinque anni che vi dispiace buttare e non sapete proprio dove incastrarlo.

Allora mi faccio il caffè. Mangio un pezzo di torta alla crusca perché sto a dieta (mo’ mi ha preso così e sono diventata una canna secca), e intanto, mentre fumo come una ex sessantottina nel periodo del massimo splendore, cerco di organizzare mentalmente cosa fare e soprattutto decido scientemente che dovrò buttare tutto. Prima operazione necessaria è quella di mettersi la tuta (la più bucata che possiedi) e procurarsi una grossa e puzzolente busta nera dell’immondizia. Ce l’abbiamo? Sì! La seconda, e non meno necessaria, è il pelo sullo stomaco: ti devi caricare come un soldatino incazzato col mondo per riuscire a osservare gli indumenti tralasciando gli avvenimenti che li caratterizzano. Non devi pensare a quella mano che slacciava il terzo bottone della camicetta che ti accingi a relegare nel dimenticatoio. No, se lo fai, allora non hai capito niente. Ti ho detto che devi prendere l’indumento, non guardarlo neanche, valutare da quanto tempo non lo indossi e, se il tempo è superiore a un anno, merda, lo devi gettare via. Questo dice la cultura taoista. E che diamine, ho pure regalato un libro a una mia amica sull’ordine supremo dell’ambiente, che me lo voleva pure tirare in faccia, e adesso mi perdo per una camicetta. Andiamo avanti.

Nel giro di mezz’ora il gatto è andato a dormire sul tappetino del bagno, unica stanza non contaminata, e la camera da letto sembra il quartiere dopo il passaggio dei Guerrieri della Notte (splendido film degli anni 90), ma non mi perdo d’animo, l’importante è non perdere la concentrazione: tu sì, tu no, tu forse… ma anche sì… no, anche no…

E via dicendo.

Poi arriva lei. È rossa, (e che te lo dico a fare!), smanicata, ma non sembra soffrirne affatto, la parte davanti in tartan con delle piccole rouches rosse, dietro è a tinta unita dello stesso tono ma di una seta morbida che contrasta con il cotone del davanti. Lei è la camicia! Non la indosso da circa diciassette anni. Non è una camicia, è una reliquia. La prima e unica volta è stata a Creta nella serata più bella della mia vita. La portavo con una gonna bianca a cinque tasche e le Converse ai piedi. Eravamo a Kastelli quale uno dei tanti approdi di quel girovagare in macchina senza meta, l’aria era dolce e l’allegria contagiosa, è stata forse una delle rare volte in cui mi sono sentita me stessa, perfettamente in armonia con il luogo e la persona che mi era accanto. Siamo andati per locali a mangiare aragosta e bere vino fino ad approdare su una spiaggia dove ho depositato uno scampolo di follia che non ho più raccolto. Non è più accaduto che decidessi di non controllare tutto come ho fatto allora, di non pormi domande, di lasciar fluire l’istinto e godere del momento. Quella non è una camicia, quella è una seduta psicanalitica a basso prezzo.

La guardo cercando di mantenere l’aplomb da soldatino in trincea, la rigiro tra le mani, cazzo sono vent’anni che me la porto appresso, e di getto, come se non ci fosse un domani, la butto nella busta nera e puzzolente. Ecco. E che ci voleva. Basta con queste stronzate sentimentaliste. A noi donne questo ci frega, la paura della memoria, la paura di dimenticare. Di affrontare un altro lungo inverno nella solitudine del plaid che non è più quello di una volta, non è più un mezzo, ma una necessità, una coperta di Linus, un conforto obbligato per affrontare un inverno che si preannuncia spietato e vendicativo per un’estate fatta di niente.

Ma ora mi sento meglio. Come a uno che gli hanno amputato la gamba ed è felice di avere un arto nuovo. Sì, mi sento meglio. In fondo sono solo cose. E mi viene in mente un gioco cretino “Se bruciasse casa tua, cosa salveresti avendo tre possibilità?”…

 “Il gatto”

… e poi…

“Le foto e i diari”

… e poi…, l’ultima…

“La camicetta rossa”.

Merda!

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bambina sotto pioggia

 

Mi sono infilata nel letto vestita di tutto punto. L’ho fatto di nuovo. Ogni tanto mi capita, per fortuna stavolta era una tuta; la volta scorsa invece è stata una giacca con tanto di camicia di seta sotto e una gonna di quelle precise. Quando mi capita sembro una specie di narcolettica: sto in iperattività per metà giornata a fare questo quello e quell’altro, a telefonare, cucinare, spostare cose, stendere lavatrici, lavorare, fare la spesa, andare in giro in macchina e un sacco di altre cose. Poi all’improvviso… PUF! Come un palloncino che non la racconta a nessuno raggiungo pian piano la piattaforma puffosa del letto, scosto il piumone, mi sfilo le scarpe (stivali o qualsiasi cosa indossi) e mi infilo dentro. La posizione iniziale, la più rassicurante, è quella fetale naturalmente (what else? Come diceva un famoso caffeinomane), ma non basta, mi infilo proprio dentro, fino a coprire la testa e fare un doppio giro alla coperta fin sotto il cuscino: una specie della capanna dello Zio Tom, per capirci, ma con me dentro. Me e il gatto, che sembra gradire molto questo genere di evento: lui si infila fino ai piedi, mi cammina sulle gambe e si sistema dietro le ginocchia, nell’angolo morbido tra le cosce e i polpacci. Certe dormite si spara in questa super protetta condizione comune che comincia pure a russare. Ho avuto un cane che russava, adesso ho un gatto che russa e pure io russo: se andiamo avanti così ci spediranno all’inferno Russo con tanto di cittadinanza e sarà un casino perché non capirò neppure in che girone mi porteranno. Comunque, senza troppo divagare, resto così per qualche tempo con gli occhi aperti, nell’oscurità delle coperte, (e penso ai massimi sistemi, direte voi? Naa..!) penso a niente, ma piuttosto mi metto a ricordare le immagini che ho fotografato in questo periodo nella mia mente: insomma mi guardo il mio album di fotografie, quello personale, il più intimo, quello che non ho avuto il coraggio e la prontezza di scattare. Non male come storia, considerando pure che non mi faccio di LSD, anzi in questo periodo sono sana come un pesce. Alla fine mi addormento. E vorrei vedere: avete idea di come distrugga guardare un intero album di fotografie, come quando ti invita l’amica appena tornata dalla vacanza (peggio se dal viaggio di nozze ma per fortuna ormai non si sposano più) e ti appiccica sulla sedia con lo scotch e ti costringe a spararti 1000 foto, per di più digitali, che non puoi neppure saltarne qualcuna perché il telecomando lo tiene in mano lei. Devastante.

Alle volte m’incarto e confondo la realtà che ho vissuto con l’immaginario e non so dire quale sia peggiore. Forse l’immaginario. Perché nell’immaginario ci sono i Figuranti. Quelli che entrano e escono dalla tua vita come se fosse il tuo appartamento e ogni tanto lo usano per andare al cesso. Per riversarti addosso tutte le loro negatività. I Figuranti sono un po’ così: spacciatori di sentimenti, solo che a loro non li arrestano, quindi sono sempre in circolo e può capitare di ritrovarteli nel cesso quando meno te l’aspetti. Oppure spariscono all’improvviso e dopo ti tocca pure di pulire e lasciano. Lasciano sempre qualcosa, come la monetina nella Fontana di Trevi, forse per tornare o per farmi scivolare: lasciano un libro, delle parole scritte, delle scuse, un cane, la macchina, un pugno nella porta e c’è stato qualcuno che ha lasciato pure del rancore. Bah, vai a capirli se ci riesci. I Figuranti sono perennemente incazzati perché stanno sempre nel mezzo, ci provano, imparano la parte a memoria ma poi non riescono mai a solcare la scena e beccarsi l’applauso finale. Un po’ per pigrizia, spesso per incapacità. Allora nell’immaginario a volte provo a renderli protagonisti per vedere come se la cavano.

Non mi sono mai affezionata veramente ai Figuranti, li riconosco a occhio nudo, li sento sotto la pelle. Sarà che sono stata abituata fin da piccola a riconoscerli. Mio padre è stato un Figurante. Di quelli bravi però, quelli che non ti accorgi e in automatico gli dai la parte principale. Ma prima o poi sbagliano e commettono un errore clamoroso e ti lasciano sul palco senza battute e te la devi cavare per forza da sola. E alla fine, dopo anni a cavartela da sola, capisci che puoi fare anche l’altra parte e che le comparse non ti servono: senza rancore, amici come prima, ma lascia le chiavi nello svuotatasche dell’ingresso. Non soffro per la scomparsa dei Figuranti dall’età di sette anni, sì, all’inizio mi prende male, devo ammetterlo, ma è un momento, e ormai lo so come funziona: un giorno riemergi dalla Capanna dello Zio Tom ed è tutto finito.

Vorrei sentire l’odore della terra bagnata, è tanto che non mi succede.

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bresson1

 

Francesco è uno dei miei migliori amici. Forse l’unico vero amico. Ci conosciamo da sempre e da sempre cerchiamo insieme un luogo protetto per custodire questa passione che ci accomuna. La passione dell’uno per l’altra. Questa forma d’amore, che teniamo forzatamente sotto la sabbia, e ogni volta che il tempo scopre la tana, noi arriviamo con la prontezza dei guerrieri a ricoprir la crepa. Anche la paura ci accomuna. Che questo faticoso equilibrio possa sparire per una distrazione, per una carezza di troppo, per uno sguardo obliquo, per uno scontro di labbra nel saluto di fine serata. Noi stiamo attenti.

Sono stata testimone di tutte le sue scorribande amorose e anche del suo matrimonio. Lui è stato l’unico capace di riportarmi a casa ubriaca e molesta rischiando di essere violentato in ascensore. Abbiamo visto il peggio di noi e ci è piaciuto. Forse più del meglio.

Ieri sera siamo stati a cena insieme.

<Uhm… hai la faccia delle grandi occasioni, che ti succede, tua moglie ha deciso di comprarsi un’altra Louis Vuitton?>

“Tregua per favore. Ho bisogno di parlarti. E’ una cosa seria.”

<… allora prendiamo da bere prima, non potrei sopportare una confessione da lucida!>

Aspettiamo in silenzio che la tipa ci porti due Negroni. Sì, Francesco ed io ci roviniamo di Negroni da circa vent’anni. L’aria è morbida e il locale, nel quartiere della città vecchia, è uno dei più modaioli, radical chic direbbe qualcuno, ma noi ci veniamo da sempre e da sempre sediamo fuori, anche d’inverno. Ci piace proprio, questo non posto. Dall’interno arriva una musica rockettara di sottofondo, il posto è stracolmo di sbandati appoggiati al bancone del bar. Non so il perché ma diventa fondamentale per me capire cosa stanno suonando.

<Ma che stanno suonando? Ma chi sono questi. Non li conosco.>

“Ti devo parlare.”

<Eppure mi sembra familiare… senti… ?>

“Smettila.” Sospira “Io me ne vado.” Sospensione. “Vado a stare a Milano. Mi trasferisco a fine mese.”

<Ah, merda. Vuoi morire con la mascherina antismog attaccata alla faccia! Dai, non fare il cretino.>

“Pa’ me ne vado, mollo tutto” lui è l’unico che mi chiama Pa’, da sempre, da quando mi spillava i soldi per le sigarette.

“Mi sono innamorato.” Pausa… lunga… “Ho già parlato con Valeria, lei è d’accordo, tanto, da tempo, non funzionava più. Cerca di capire, non posso perdere quest’occasione, dopo decenni mi sento vibrare, mi sveglio felice, rido senza un senso e piango senza un senso. Sono emozionato dalla vita, da quello che mi sta regalando. No, io mollo tutto. Non me ne frega un cazzo. Ho deciso.”

<Quanti anni ha?> non so perché lo chiedo, ma è come se un velo si fosse squarciato.

“Trenta. Venti meno di me.” Abbassa gli occhi.

Mi accendo una sigaretta e ordino un altro Negroni mentre una smorfia alla Joker affiora sulle mie labbra.

<Cristo, non ci posso credere. Sei diventato un cliché anche tu. Uno di quei maschietti di cinquant’anni in andropausa che cercano di fermare il tempo con la ragazzetta di turno. Cos’è, vuoi regalare alla storia l’ultimo guizzo di eiaculazione precoce? Speri che la sua giovane età ti risparmi dall’impotenza? Beh, non ci sperare caro mio, morirai con una cesta di corna sopra la testa che non potrai neppure varcare la soglia d’ingresso. Dio Santo. Non ci posso credere! E che farai a Milano, e i tuoi amici, e il tuo lavoro, e la tua famiglia, e io.> … e io? Soprattutto io!

“Posso dirti una cosa? Sì, sarò pure un cliché del cazzo ma tu… tu ti sei guardata ultimamente? Eh? Dimmi, ti sei osservata dentro quella cazzo di campana di vetro che ti sei costruita addosso, con tutti i tuoi amichetti virtuali che hai paura ad affrontare, con la tua vita di plastica protetta dalle emozioni, ma tu chi cazzo sei diventata? Che vuoi fare, ricoprirti di polvere nella speranza che un antiquario venga a spolverarti? Guardati. Sei sempre incazzata o sei stanca o non hai voglia di uscire o stai rintanata a scrivere su quel cazzo di blog a parlare con gente che non conosci e che chiami pure amici. Ma amici di che? Posso dirti una cosa? TDM (soprannome che diamo al mio ex e che sta per Testa di Minchia) adesso vive con una ragazzetta più giovane di te e ride, cazzo, ride, e con te stava sempre in tensione. Doveva sempre dimostrare di essere all’altezza di cotanta intelligenza. E tu avevi smesso di essere la pazza che sei sempre stata e ti eri ricoperta un ruolo da saggia donna in carriera un po’ impegnata e un po’ rompicoglioni. Con le tua tavole perfette, le tue cene di successo… nulla lasciato al caso, senza eccedere mai in nulla. Beh, da una che scappava da scuola calandosi dalle finestre, devi ammettere che c’è stata una bella involuzione. Ne vogliamo parlare, eh, visto che mi stai processando?”

<Questo è un colpo basso> mormoro, ostinandomi a guardare oltre le sue spalle. Mi sto ubriacando.

“Sì, sarà pure un colpo basso Pa’, ma io mi sento felice. Lei… si chiama Francesca… buffo vero abbiamo anche lo stesso nome, si stupisce di tutto è allegra è serena quando si sveglia la mattina, si aspetta sempre qualcosa di buono dalla vita e poi mi guarda ed è come se l’avesse trovato. Non m’importa, anche se dovesse durare dieci giorni, ma saranno i dieci giorni meglio vissuti della mia vita. E poi non vedo l’ora di fartela conoscere, ti piacerà da pazzi, sembra la tua copia, com’eri tu quando eravamo pischelli. Pa’ stammi vicino, non è facile quello che sto facendo, ma se perdessi quest’occasione, non ne avrei altre, ne sono sicuro.”

Perché mi gira la testa? Eppure due Negroni li reggo alla grande. Mi osservo alla distanza e vedo un uomo bello con gli occhi lucidi che parla con una donna contratta dentro una gonna bianca attillata e tacchi alti e giacca striminzita marrone. Anche questi colori. Dove sono finiti i miei azzurri e le mie camicie di jeans con i pantaloni bianchi e le sneakers ai piedi. E perché ora sto scrivendo di questa storia che è soltanto mia. E tutti questi silenzi. E tutte queste urla che mi muoiono in gola.

“Pa’ perdonami. Lo sai che non lo penso. Tu sei il mio amore, la mia sorellina. Ma devo dirtelo che così non va. Devi smetterla. Devi riprendere contatto con la realtà e sbagliare e farti male e soffrire e piangere. Basta Pa’. Vieni qua.” e mi abbraccia e mi tiene così come una bambola di pezza cui hanno strappato gli occhi.

E poi a letto a notte fonda mi sento sola e smarrita e capisco che sto sbagliando e che la malattia non è l’amore ma la sua rinuncia.

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 Ginger&Fred

Certe volte ci penso a come potrebbe essere la mia vita se non fossi quella che sono. Con le mie manie e quelle piccole stupide convinzioni che fanno di me una che sa quel che dice, mentre in realtà e dentro di me, nello stesso istante, si sviluppa la convinzione che non so un cazzo dell’argomento in questione e nemmeno dell’effetto serra (tutti sanno qualcosa dell’effetto serra!). Non è finzione. Non è neppure intelligenza esagerata. Io vivo d’intuizione. Sono come un animale (braccato) che sopravvive tra i rovi evitando le spine e nutrendosi di foglie. A volte calzo il ruolo, a volte vado fuori tema. Esco da me stessa e mi osservo statica e vedo una donnetta che si arroga il diritto di essere se stessa. Senza alcuna preparazione. Una piccola sprovveduta. Mi guardo indietro e mi spavento: ho perso tutta l’arroganza della giovane età, quando mi bastava guardarmi in uno specchio per decidere di meritare di meglio; una vita migliore dei miei genitori, dei soldi in più, un salto nella scala sociale, un diritto per esprimermi, un rovescio per tacere. Facevo manifestazioni, amavo il cervello di quelli che mi accompagnavano, credevo che le mie polacchine e il mio zaino militare avrebbero cambiato il mondo. Oggi mi ritrovo seduta a un tavolo di ristorante (mediamente costoso ma di sinistra) a consultare il meteo e il tempo che ci vuole per andare a Roma a manifestare. E dentro me stessa so di non volerne mezza di questa storia. Sono stanca e arresa. Voglio chiudere il cerchio e lasciare spazio al divenire. E arrendermi anche al trascorrere degli anni e smettere di combattere la mia età e le mie rughe e la mia cellulite e la mia faccia da eterna ragazzina. Voglio essere una donna di cinquant’anni che ha marciato contro tutto quello che sembrava ingiusto, che ha preso manganellate in testa (vere e virtuali), che ha corso inseguita dai poliziotti e dalle responsabilità e che ha corso inseguita da altro cui aveva smesso di credere.

Rido di questa moda del momento, di questa insulsa rivendicazione femminile che ci porta ad accompagnarci a uomini più giovani della nostra età. Ragazzini che ci guardano con aria interrogativa chiedendoci com’erano quegli anni prima del loro concepimento. Ritratti sfocati dello stereotipo maschile. E allora le vedi queste sempreverdi che si gonfiano come canotti e si ammazzano di palestra per essere a livello e per non farsi fottere dalla vent’enne di turno.

Sono come il mio ex marito… perché lui sì, e a me cosa manca?

Il cervello, risponderei. Ma non rispondo. Mi astengo. E così facendo per la politica, per i sentimenti, per lo stato sociale, ho scoperto che mi sto spegnendo… a poco a poco…

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Alle volte mi capita di fare passi indietro. Come quando giocavo a “Regina reginella”. Facevo tanti passi avanti e poi bastava un niente, una distrazione, uno sguardo di sfida e mi beccavo sempre la penitenza del gambero: un passo avanti e due indietro. E ricominciavo. Sono cresciuta così: fingendomi un altro animale per arrivare al castello.

“Regina reginella, quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello con la fede e con l’anello, con la punta del coltello?”

Che poi, che ci sarà di così figo ad arrivare per primi in questo benedetto Castello, non l’ha mai capito nessuno! La Regina di solito è sempre una gran stronza, sempre con la puzza sotto il naso e una serie infinita di déjà vu che la rendono capace di imprevedibili ritorsioni. Ha solo il fascino del potere: lei sola può decidere se sei degno di partecipare alla sua orgia mediatica.

In genere la Regina era sempre la più bella del gruppo, quella con il vestitino modaiolo e le scarpette in tinta, capelli lunghi (biondi, ovviamente) e piegati naturalmente a forma di punto interrogativo: un po’ demente, ma faceva tanto allegria! Da bambini la stupidità consola, da adulti invece esaspera!

Io ero il maschio. Avevo costretto mia madre a tagliarmi i capelli cortissimi, come quelli di mio fratello (solo per sedermi sul cavalluccio del barbiere), indossavo bermuda e scarpe da tennis e magliette strappate, le mie ginocchia erano piene di buchi perché giocavo a pallone con i maschi e quelli non perdevano occasione di suonarmele. Insomma ero uno sgorbio. Inclassificabile.  Va da sé che la mia attività sentimentale ha subito bruschi arresti e false partenze dall’età prescolare, ma non era importante, quello che contava veramente per me, era farmi accettare nel garage di Francesco per smontare il motore dell’Enduro. Fino a quando ho convinto Francesco a smontare anche me… prima che arrivasse la Principessa Sissi a fargli sbroccare il cervello!

Tutto questo per dire che a volte faccio passi avanti e all’improvviso mi ritrovo catapultata indietro perché dimentico che il passo avanti che sto cercando di fare in realtà non m’interessa, non m’importa arrivare per prima al Castello, perché il mio Castello, quello che conta veramente, l’ho costruito dentro me stessa e non ci sarà mai nessuna Regina che potrà privarmene. E non ci sarà mai nessuna curiosità e nessuna passione che potrà convincermi a dismettere i panni di me stessa. E oggi mi guardo e sono come ieri.

THAT’S ALL FOLKS

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Sono una che rompe i bicchieri. Sì, anche le scatole naturalmente, ma nei bicchieri sono al top della gamma. L’ideale sarebbe una bella confezione di bicchieri dentro una scatola: lì sono convinta che mi sorpasserei. Comunque senza troppo divagare, sono giunta a questo estremo pensiero filosofico, ciondolando in casa in preda alla noia e all’ultima cellula d’influenza stagionale che, non sapendo dove riparare, ha pensato bene di suonare a casa mia conscia del mio famoso e rinomato senso di ospitalità.

Ciabattando in pigiama (so sempre come essere sexi, anche nelle descrizioni!) comincio ad aprire armadi e armadietti della mia nuova casa per verificare che gli spazi siano stati destinati nel migliore dei modi e apro anche quello dei sopravvissuti bicchieri: tanti, tutti diversi, anche pregiati ma tutti dichiaratamente spaiati. Flûte Calice Ballon Grand Ballon Tulipano e quelli di mia nonna tutti un po’ sbeccati e quelli singoli rubati chissà dove, sì perché mi è anche capitato di tornare da una cena particolarmente fortunata con un bicchiere nella tasca.

Ogni bicchiere ha la sua storia perché io sono una che rompe i bicchieri quando è innamorata. Non lo so per quale prodigio miracoloso, ma quando il mio cervello zampetta come una gazzella, automaticamente le mie mani perdono la presa. E mi cade di tutto. E nei bicchieri sono una specialista. E ho rovinato più pantaloni maschili io che una lavanderia a gettoni.

All’inizio della convivenza con G ne ho frantumati talmente tanti che un giorno mi ha spedito un cesto regalo sommerso di calici e riempito di fiori, questo prima che diventassimo parenti (fratello e sorella), poi ha cominciato a regalarmi cellulari… senza fiori e senza biglietto.

Nel film di Ozpetek “Le Fate Ignoranti” Serra spiega ad Antonia che quando si rompe un bicchiere la persona che ami se n’è andata via, per me è esattamente il contrario: significa invece che è arrivata. Mentre ora da diverso tempo non distruggo più nulla, sono riuscita addirittura a fare un trasloco e impacchettare trasportare e spacchettare uno scatolone di bicchieri senza sbeccarne neppure uno e ditemi se questa non è la maledizione del Dio Murano per una come me.

Nei giorni scorsi è stato il mio compleanno e mi hanno regalato dei bicchieri provenzali, belli, resistenti, con dei fiori dipinti sui toni del malva. Li ho guardati, ho esultato dalla gioia e dentro me stessa si è fatto largo un pensiero: “Merda, mi ci seppelliranno”.

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