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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

È quel che è

Inoltre non avrei altro da aggiungere, tutto sembra così evidente, il passato e il futuro come per un’unica misteriosa congiunzione. Tutto sembra rapprendersi e mescolarsi insieme, tanto da non avere più alcun discernimento. Non avrei altro da aggiungere perché qualsiasi parola o suono o mormorio sembrerebbe una simulazione di dolore, un mero artificio, un antico sistema per proclamarsi Re nella terra di nessuno.Ci sono terre che spariscono, inghiottite dal tempo e dall’incuria, e ci sono uomini che continuano a scalfire la propria terra già ampiamente maltrattata, camminando sui cadaveri, raccogliendo briciole per ignote popolarità, come se la vita di ciascuno rappresentasse un viatico per la celebrità.

Inoltre non avrei altro da aggiungere, eppure come per gli altri sono qui a ostentare dolore, protetta dalla mia patina di miserevole agiatezza, e contesto e mi adiro per le strumentalizzazioni politiche, i pensieri razzisti, per coloro che approfittando dell’altrui disperazione non fanno altro che puntare un dito monco, incapace di offrirsi in alcun modo. Ma anche il mio di dito è monco. É monco quando offro le mie mani, con le unghie dipinte di fresco, a raccattar cartoni, a srotolare rotoli di scotch per chiudere pacchi offerti alla disperazione: “Bagno schiuma donna Ok” – “Latte in polvere prima scadenza Ottobre 2016 Ok”

E poi tornare a casa con la schiena piegata per controllare lo stato delle cose, telefonare all’estetista per un repentino rammendo di quelle unghie scheggiate e sentirsi fortunate. Sì, sentirsi fortunate. É tutta qui che si consuma la violenza.

Il volontariato spicciolo è l’ultima forma estrema di classismo di massa. Ci sentiamo tutti assolti per non aver fatto un cazzo, eppure così felici per aver contribuito. Mi vergogno di me stessa. Di questo senso di impotenza, e penso che avrei potuto evitare tutto questo se negli anni passati, in quelli della mia adolescenza, avessi scelto, con cura, con attenzione, a chi rivolgermi per tutelare il mio territorio e il futuro dei bambini vittime della mia superficialità.

Ma le mie unghie dipinte non ne risentiranno e continueranno imperterrite a dipingersi una strada, laccata di rosso, o di corallo… dipende dalla moda.

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donna che danza sotto la pioggia

C’era sempre tempo instabile nel corso di quei pomeriggi estivi. Era come una maledizione, ogni volta che decidevi di fare qualcosa, tipo organizzare una festa, una cena sul terrazzo o addirittura un matrimonio… beh, non c’era storia, all’ora x, quella fatale, merda, cominciava a scrosciare l’ira di Dio. Io ero l’unica che ne rideva. E questo non è bello. Non lo è, credetemi. C’è sempre qualcosa che non va quando al sole preferisci il grigio della pioggia, quel rincorrersi sotto i cornicioni, le spalle nude bagnate dalla pioggia, l’irriverenza dell’uomo nei confronti della natura, quando non ha paura di ammalarsi, e allora la sfida, si bagna, si fa accoglienza, si offre al maltempo con i suoi jeans bianchi che stonano nel contesto e tira fuori quel golfino azzurro e leggero da indossare a pelle nuda, quella pelle ambrata che ci rende tutti più appetibili, e si mostra in contrasto con la foto del passato che ci ritraeva uguali, nello stesso posto, con lo stesso abbigliamento. Non si cambia poi tanto se basta un acquazzone per replicarci. Siamo sempre fermi lì, a quell’immagine del passato che ci ritraeva al meglio. Quando amavamo. Quando non ne avevamo paura.

Un’altra estate sta passando, corre piano senza troppi clamori, sembra una modella alle prime armi che calca la passerella e con lo sguardo ti invita a seguirla ma poi si disperde nella folla: dovrei arrendermi a questa condizione e accettare il sudore che mi corre lungo le vertebre come una benedizione che mi lascia ancora il tempo di goderne, eppure non è così, nell’immaginario comune, per quelli come me che vivono in una città di mare, l’estate è un tempo. A sé stante. Un principio. Una lercia insolenza. I migliori tradimenti si sono consumati sulla battigia che ci vedeva protagonisti di quella follia, chiusi nelle cabine mentre fuori si consumava l’ultimo torneo notturno di tennis, le sveglie improbabili all’alba per guardare il sole e stringerti al tipo di turno. Tutto è sempre stato per una congiunzione della natura con l’amore; neppure la montagna riesce a darti tanta emozione, neppure sciare fino allo sfinimento e poi fermarsi ad ubriacarsi in cima a una montagna… nulla è vivo come il mare.

Io esisto in una città di mare, dove il mare è il protagonista assoluto, e l’amore ne è la conseguenza. E quando l’amore non ti sembra abbastanza, oppure l’estate ti disturba, allora c’è qualcosa che devi rivedere nelle tue giornate. Io esisto nelle brezze notturne che scostano le tende e mi fanno correre, trafelata, a chiudere le imposte, io esisto in questa terra di cui conosco i sentieri che conduco al mare, i lettini da aprire, il mio amico che si è accasciato stanco, senza più rialzarsi, mentre giocava a beach volley; io esisto nell’inchino che i marinai nella processione del mare gli hanno voluto donare suonando le sirene che hanno squarciato l’aria di una ignobile domenica mattina. Sembrava un lamento di delfini. Io esisto nei piedi nudi, bruciati dal sole e conficcati nella sabbia, rattrappiti dal dolore. Io esisto perché ne ho memoria.

Oggi piove a dirotto, sembra autunno eppure è estate, l’aria è calda ma carica di pioggia, il cielo è grigio e tutto sembra sospeso in attesa del sole. Ed io l’ho fatto. Ho messo la musica più stupida del mondo, ho indossato l’allegria e ho cominciato a giocare a nascondino sul terrazzo con il mio gatto, poi sono stata tutto il tempo sotto la pioggia a ballare, giravo su me stessa con le braccia allargate e il viso rivolto verso il cielo: giravo e ballavo, sembravo una scema. Sono una scema, lo so. Ma la pioggia estiva mi è amica. Mi ricongiunge con me stessa, mi ricorda chi sono e che non mi importa dei capelli bagnati, dello sfaldamento progressivo della mia pelle, della mia paura di essere estate nell’estate che non c’è.

Io esisto nel mio tempo, ne sono consapevole, a volte è una maledizione, ma quando ci ballo sopra, capisco che non potrei essere niente di meglio: ballo sotto la pioggia e penso al mare. Potrei quasi invidiarmi!

La mia terra è solo scogli

aguzzi e irriverenti

scogli che non accolgono

eppure proteggono

dagli spiragli gelidi del tempo

che non aspetta.

La mia non è un terra

piuttosto un riparo

dalla morte prematura

di questo addio.

Non ti cerco più

scavando a mani nude

ma soffio leggera

dove so che la terra può volare

e con i ginocchi doloranti per

il troppo peso

aspetto

che la terra ti raggiunga

che ti cada leggera sulle spalle

e attendo quel momento

infastidita

della sua mano sulla pelle

a scacciare il pensiero

lento e incostante

che conservi per me.

Non ho motivi

e non ho certezze

eppure spero che quel refolo estivo

ti giunga prepotente

mentre rassicurante

ti adagi sul tuo futuro incerto.

Ho acquistato dei rami da conficcare sul terreno.

Sono ginestre.

 

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salvatore_fiume_003_somale_1981

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano il tempo non aveva più tempo, l’aria era rafferma e lungo la parete rocciosa le buganvillee restarono sospese in attesa di consenso: era un momento magico, la sera ingialliva i contorni delle strade e la città, improvvisa, esultava di fierezza. Dietro quella curva c’era una donna, che mi aspettava da sempre, piccola di statura ma densa di emozioni, piena di cose da dire e atteggiamenti da mostrare, che cercava malamente di dissimulare l’esultanza, di contenerla, in una sfera protetta di cose da fare e strade da seguire. Io non ero nessuno, le avevano soltanto detto di trattarmi con cura perché non stavo troppo bene, non affilavo di cervello, o, per meglio dire, ero sull’orlo del suicidio. E lei lo fece. Mi prese e mi portò a capire la bellezza. Per giorni e giorni mi trascinò a scoprire angoli nascosti della sua terra, fiera e critica, cercava di mostrarmi il lato nudo delle cose, la purezza sporca della natura contaminata dall’uomo; per giorni e giorni non mi chiese nulla sopportando dei silenzi spenti ostentati da lenti scure e bocche serrate: io camminavo senza vedere, cercando solo il modo di fuggire via. Quel lungo tempo trascorso insieme fu una premessa, un decalogo comportamentale che negli anni a venire diventò il nostro modo di rapportarci al vissuto: io abbracciata a lei, cieca di vita, che cercava la propria a discapito della sua. L’amicizia tra donne per quel mistero che nasconde, traspira tra le pieghe del tempo e si ripropone integra nei contenuti, segue sentieri accidentali, svolta su curve inaspettate forgiando rancori sulle aspettative mancate; l’amicizia tra donne è così lieve che basta un sussurro a spingerla altrove. Io seguii quel sussurro e per anni, ormai guarita dalle mie ossessioni, smisi di seguirla confinandola volutamente nell’angolo esposto del passato, quello dove spira un vento gelido che non trova più ospitalità nel conforto assoluto del calore umano. E come per tutti quei testimoni involontari delle proprie debolezze, arginai la sua memoria, in modo che non potesse più scalfire il mio presente. Ma l’amicizia delle donne è persistente, ricama coperte di storie narrate e dimenticate, tazzine da caffè spaiate e conservate, per riproporle così, in un tempo che non sapevi sarebbe mai arrivato. L’amicizia delle donne fa paura perché esiste, resiste, e si rafforza nel buio della solitudine.

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano, gli occhi mi si riempirono di lacrime. Non potevo credere a tanta bellezza, non riuscivo a pensare che il mondo non fosse soltanto grigio e buio così come ero abituata a vederlo: mi tolsi gli occhiali scuri e il rosso del tramonto mi invase come un predatore. Ancora oggi penso a quel momento, quell’istante perfetto in cui capii, che il mondo era attorno e non dentro di me, che l’uomo non può temere la terra perché quanto prima, quando meno te lo aspetti, la terra ti accoglie nella consistenza perfetta della sabbia tra le dita, in quel fluire sottile della grana minuscola delle conchiglie che per alchimia, per resurrezione, dal mare sfrangia e si deposita lento nel tuo tempo.

La prima volta che svoltai sull’ultima curva per Positano trovai un’amica, che è ancora lì, ferma sulla parete rocciosa a guidarmi sul sentiero di casa.

“Poggiata a un davanzale davanti ad una strada

vuota a quest’ora quasi di campagna

cosa racconto io? racconto l’aria.

L’aria che cerco, quella che trovo,

che torna in visita per farsi riconoscere,

un’aria semplice, composta, delicata,

aria dimenticata, che sempre quando arriva

mi trova impreparata.”

-Pigre divinità e pigra sorte-P.Cavalli

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Fernanda Veron1

Domani faccio cinquantaquattro anni. Non so se è poco o troppo. Non so dirlo, dipende dalle giornate, soprattutto dal risveglio, di quelle giornate. A volte mi sembra di non poterle affrontare, altre invece tutto sembra facile, tutto scorre veloce come su un nastro di energia che non sapevo più di possedere. Però, se devo dirla tutta, le giornate di stanca sono più numerose, oppure semplicemente più faticose e diventano come un numero spropositato rispetto alla realtà. Forse sono stanca. Forse ho sbagliato qualcosa. Forse mi manco, e la mia figura immaginaria, quella che credevo possibile, quando mi pensavo a questa età, è completamente sballata. Forse avevo un’idea di me stessa che stona nel contesto che volutamente, ma anche casualmente, ho voluto creare: del resto non credo sia possibile esibire la fatica di essere, con coscienza, come fosse uno stendardo da attaccarsi al collo. A volte fai delle scelte che pensi consapevoli e invece sono solo cazzate: sarebbe bastato un minimo di tolleranza, un buon carattere (come diceva mia nonna), un gesto minimo di riconciliazione e sai quanti soldi avrei risparmiato dall’analista solo per sentirmi dire che sarebbe bastato avere un minimo, stupido, infinitesimale, bagno di umiltà; il non credersi in diritto di pretendere, sempre e comunque, per appartenenza, per devozione del proprio sesso, sempre impaurito, sempre bistrattato. Siamo generazioni cresciute nella paura di tollerare. Tutto doveva essere assoluto, tutto serviva a rivendicare la nostra condizione, tutto era per vendicare il passato. Un buon carattere. Adesso l’ho capito: è la capacità di essere se stessi con lucidità, lottare da dentro, cambiare la condizione mantenendo intatte le aspettative. Invece io ho lottato da fuori, gettandomi in pasto a ideologie che non avevo capito fino in fondo, che avevo mal interpretato, nutrendomi di esperienze che non mi appartenevano, bagnando tutto in monocolore: in un bianco e nero distorto che non permetteva cedimenti, tradimenti, ripensamenti, incertezze, paure, distrazioni, abbandoni, dimenticanze. Addii. E adesso mi piego a questa condizione, avendo di me un’immagine perfetta, performante (come direbbero alcuni), senza esitazioni; fiera di me stessa mi accompagno, mi guido, mi sostengo, ma altresì mi spavento, perché mi fa paura questa mancanza di paura della mia condizione: come posso non temere questa assenza assoluta dell’amore, come posso convivere felicemente in questa solitudine che pure cerco instancabilmente e che riparo e proteggo dagli eventi esterni? Perché questo essere misterioso mi è cresciuto dentro proprio adesso, adesso che invece avrei bisogno di sostentamento, adesso che avrei la necessità di un sogno?

Eppure non lo so, che dire, proprio non lo so. Ci ho pensato tanto e sempre mi avviluppo. Io non so se sono felice di questa condizione. A volte mi sembra l’unica possibile, altre invece, mi sembra che fuori brilli il mondo.

“La vita è un insieme di cose diverse,

In un certo senso qualcosa che non si discute.

Ma il senso si può sempre cambiare:

Che niente è più eccitante di una buona discussione.

La vita è qualcosa di bello, qualcosa di grande.

Qualcosa che comporta fasi alterne

Con una regolarità che ha del prodigioso

Poiché una fase segue sempre all’altra.

La vita è sempre così piena d’interesse:

Si va, si viene… come un attraversamento di zebre.

Può anche darsi che poi si debba morire,

Ma pure questa può essere una buona cosa.

E comunque ciò non cambia niente.

La vita, si tratta di un insieme di cose diverse,

Sotto certi aspetti e per sovrappiù qualcosa

Che si collega ad altri fenomeni

Ancora oggi poco noti, poco studiati,

e sui quali non è affatto il caso qui di soffermarsi.”

Puntualizzazioni sulla vita – Boris Vian

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Man Ray

Questo non è un blog per raccogliere consensi e sprazzi di ilarità, e neppure la protagonista, scempia narratrice di se stessa, aspira a ottenere lustri e spettacolari ovazioni dalla realtà virtuale di scrittori consenzienti. Questo è uno spazio di riflessione e tutti i riflettori sono puntati sulla trasformazione umorale delle protagoniste. E le protagoniste sono le donne. Soprattutto quelle donne che hanno dismesso gli abiti abituali del consenso maschile, quelle donne che osservano i mutamenti, li catalogano, li conservano in cartelline trasparenti e, ogni tanto, di volta in volta, ne osservano le metamorfosi. Io mi faccio ambasciatrice di questo mutamento.

La guerra delle foto:

di recente evito come la peste di farmi fotografare. É una mania che mi ha preso da un po’ di tempo, perché, anche se mi sento al meglio e penso che quel momento non possa essere migliore, non so com’é, ma il risultato è sempre devastante. Non sono io. E soprattutto non so chi sia quella là. Appena ieri un’amica mi ha inviato la mia foto in bianco e nero presa di sorpresa durante un vernissage (era da una vita che volevo dirlo!) e ho faticato a riconoscermi: triste, brutta, pelle appesa, occhiaie, trucco che non trucca. La mia non era una faccia, era una sconfitta. Sembravo oppressa e forse lo ero veramente: non c’è da essere allegri quando una cavalcata di Unni cerca di spianarti la faccia, quando tu t’immagini splendente, nel pieno della forma, e l’obiettivo ti rimanda una figura sconosciuta, una donna che non hai mai incontrato, diversa, smarrita, confusa da se stessa. Una che non conosci. E quando tutti continuano a ripeterti: “Ma che bella quella foto, sei proprio tu, ma come avrà fatto il fotografo a prenderti così, così come sei”, allora capisci che qualcosa non funziona, che la percezione che hai di te stessa è completamente discosta dalla realtà, che sei rimasta indietro e quello che senti di essere non esiste più.

Sono una vecchia signora. Con qualche pelo bianco nella figa e qualche vena di troppo nelle gambe. Sono una vecchia signora che la società continua a ributtare nel mezzo, non avendo alternative giovani da proporre, spingendola ad aspirare a qualcosa che la natura respinge: un nuovo amore, una sessualità prorompente e devastante, un’alternanza di passioni e istintive regressioni. Sono una donna che si scontra quotidianamente tra quello che sente di essere e quello che dimostra di essere, tra quello che vede e quello che sente, e la cosa più importante, l’unica che ci occorre per traghettare questo tempo, è sentirsi in equilibrio tra il fuori e il dentro. E qui io sono carente.

Il problema è che mi manco. E questa assenza di me stessa pesa più di un abbandono; pensavo di aver raggiunto il massimo della separazione dopo l’ultimo addio, ma non avevo misurato questo, non avevo calcolato che il più triste, il più disperato, il più improvviso e devastante abbandono che la vita ti riserva, deve ancora arrivare: è il tuo addio, l’abbandono delle tue sembianze. E non c’è chirurgia estetica che tenga, nessuno riuscirà a riportare indietro quel bagliore degli occhi, il bianco dei denti, la striatura della pelle ombreggiata dal sole. Anche le sopracciglia da folte che erano sono diventate opache, un po’ tristi, con la piega in giù, arrese alla fortuna. Adeguate alla forma del viso, direbbe la mia cinica amica.

Il problema è che mi manca la mia follia e se la saggezza porta, alla fine, questa resa prematura dei lineamenti, beh, se devo essere sincera, avrei preferito non averla. Avrei preferito, potendo scegliere, contenere questa devastazione dell’espressione, questa consapevolezza della resa, questa noia che mi pervade del tutto visto e il tutto già ascoltato. E capisco l’amore. Adesso lo capisco. E lo vedo. Quel luccichio degli occhi, quell’aria spaesata che dondola nella postura, quella smemoratezza che rende tutto insignificante. Capisco che avrei potuto approfittare di più dei doni della vita per conservare piano, timidamente, uno stralcio di rossore sulle gote e colorare in parte quella foto in bianco e nero che mi rappresenta.

L’estro non paga quanto la bellezza. Perché la bellezza non è consapevolezza, altresì, ignara di se stessa, girovaga alternante tra le pieghe della sufficienza, altera, irresponsabile, condannata a non essere altro che l’immagine implacabile di ciò che ci spaventa. La bellezza è arte per l’amore, dipinto di figure, archetipi inviolati, la bellezza non è altro che la memoria di noi stessi presi dalla paura di essere ignorati.

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Coq rouge dans la nuit

Ieri ci ho provato. Sono entrata in una stanza in tailleur e ne sono uscita in mutande. Nuda. Completamente nuda. Eh sì che avevo una ceretta fatta di fresco, smalto amaranto ai piedi e profumo di gelsomino sul corpo e sull’ultimo ero riuscita anche a spruzzarmi un aroma di cazzimma nei capelli. Ero pronta. Eppure, sempre, in ogni caso, ne sono uscita nuda. Perché spogliarsi così, davanti a tanti sconosciuti, alla mia età, non è esattamente piacevole, cerchi sempre di proteggerti, di coprire il lato peggiore, se solo ricordassi qual è nella metamorfosi incipiente che la tua faccia ha deciso di intraprendere. Ho ascoltato, recitato, interpretato, sempre con un pensiero fisso che mi vedeva camminare in riva al mare, con il mio cane al guinzaglio, nel silenzio più assoluto. Ero sempre lì. Dopo tanto ho capito di non aver fatto molta strada: se l’evoluzione dell’individuo si misura in chilometri, beh, devo ammettere, che di strada ne ho fatta ben poca. É sempre lo stesso bagno, è sempre la stessa pallina, il ritorno, la colazione, quella luce accecante della finestra sul lavandino della cucina, i passi strascicati, quel buongiorno smangiucchiato, la giornata che si apre, la gita in montagna, il bisogno di fare. É come fermarsi in un punto preciso, accostati a un lampione rotto che osservi e ti chiedi per tutto il tempo come hanno fatto a distruggerlo così minuziosamente: alcuni pezzi di vetro sono rimasti attaccati alla base e dei triangoli, taglienti come rasoi, restano sospesi per inerzia che basterebbe uno starnuto per tirarli giù. É un pericolo, io lo so, eppure sono accostata a quel lampione e da lì non mi muovo. Per paura, per amarezza, per conforto, per difficoltà a esplorare.

Ieri ci ho provato a essere felice di me stessa: leggevano dei miei racconti, era una cosa figa, piena di gente, di apprezzamenti, di sconosciuti che mi stringevano la mano. A un certo punto sono partita con uno dei miei soliti elenchi demenziali e ho cominciato a numerare la tipologia delle strette di mano, di quelli che a palmo pieno stringono con forza e di quelli che ti offrono una parte minore del proprio arto per la paura che tu li possa derubare. Ho cominciato a contare, e ho scoperto che il 20% dei presenti, oltre alla generosa stretta di mano, offrivano anche una pacca sulla spalla, mentre il rimanente si divideva equamente tra la stretta possente e la mano molliccia. Tutto questo potrà servire a staccarmi dal lampione? Non credo. Quel che credo, invece, e che mi piace di me stessa, è che resto ancorata al terreno, e lascia stare se mi trattengo ancora con la fune arpionata al lampione, comunque, e in ogni caso, resto ancorata al mio passato. Perché il passato è un futuro dipinto di grigio con delle piccole note di rosso che non hai ancora vissuto. Io cerco quel rosso, non è che non lo faccia, ma il colore se arriva, arriva, ma non si abbina con tutto. E questo io lo so.

“ Rimase lì a fumare ancora un po’, si stava riavendo, le si calmò il respiro. Fece di nuovo qualche passo, in un senso, nell’altro, non capivo se fosse sconcertata o se ripetesse il suo assedio, se ancora non volesse abbandonare il suo posto di vigilanza notturna. La vidi meglio in faccia. Qualche lacrima, sì, come avevo immaginato, ma l’espressione non era sconsolata, vi era un certo sollievo o serenità, non so. Forse accettazione, come se albergasse il pensiero che sempre dà speranza: <<Si vedrà>>. Poi s’incamminò verso la sua camera senza fretta, con la sigaretta accesa in una mano, pacchetto e posacenere nell’altra, senza lasciare traccia di quella sua incursione. Si ritirava nel suo letto afflitta come ogni notte, ma questa volta, diversamente da altre notti, portava con sé un piccolo bottino, una sensazione. Le sensazioni sono instabili, si trasformano in ricordi, mutano e ballano, possono prevalere su quanto è stato detto e udito, sul rifiuto o sull’accettazione. A volte le sensazioni inducono a desistere, a volte infondono il coraggio per ritentare.”

J.Marías – Così ha inizio il male –

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A Lady Reading 1909-11 by Gwen John 1876-1939

Non ce n’erano di libri dentro casa, tranne, a volte, mi capitava di imbattermi nei soliti romanzetti rosa, oppure nella Settimana Enigmistica. Di rado, se proprio avevo fortuna, ci scappava qualche romanzo giallo di Agatha Christie, ma niente di più. E non c’erano quadri: quegli orpelli della cultura contemporanea erano considerati lussi ai quali bisognava necessariamente abdicare; ma in compenso c’era cibo, tanto, a volte troppo, come a scongiurare una catastrofe nucleare, come a testimoniare che i giorni bui erano finiti, dimenticati, sotterrati: la povertà era solo un ricordo, anche per me che non l’avevo mai vissuta, perlomeno rammentata. Tutto sembrava possibile ma non realizzabile: un po’ come immergere una scarpa di pelle in un oceano di fango, si faceva attenzione, si viveva con il freno a mano perennemente tirato, ci si cautelava dalla malasorte, dalla paura, dalla miseria, dalla disperazione. Dalla disgrazia. “Disgrazia” era un termine ricorrente nella mia famiglia tutta al femminile. Era disgrazia tutto quello che non si poteva controllare, evitare: era disgrazia l’amore, per esempio, perché ti portava a scelte inconsulte; era disgrazia avere desideri, possedere sogni, rincorrere farfalle: la vita esigeva una presenza costante, un pragmatismo impellente, una solidità d’intenti; era disgrazia la necessità di studiare.

Ed è proprio così che il futuro diventa paura. E proprio così che passi l’adolescenza a fare cazzate, di quelle pesanti, nel tentativo di ribellarti alla sorte, ed è così che passi l’altra metà della vita, quella consapevole, a contenere, a limitare i danni, a riscattarti dall’infamia, per onorare i sacrifici di vite passate asservite a permetterti di essere quello che sei. Ma chi sei? E’ questo il punto di domanda. Quello che sei diventata per loro, non ti basta più, e ti ritrovi ferma a consolarti, a capire il significato di malasorte: come condizione umana di un’esistenza nata malamente e affidata all’impeto vitale di trasformare un destino, già scritto, in un’opportunità. La malasorte. Avversità della vita. Sfiga congenita. Destino avverso.

Riscatto.

Oggi sono a casa, nella mia casa, circondata dai libri e dai film che hanno segnato il passo della mia esistenza, il camino è acceso e il mio gatto in grembo fa un rumore di stufa sempre accesa. Io sono il mio riscatto. Ma anche la mia paura. Io sono, adesso, la mia paura del futuro. La mia “disgrazia” permanente. La novità di me stessa che non mi aspettavo, quella che sono diventata, fuori da ogni schema, da ogni necessità: io vivo da sola e per me stessa, non lo so se è una conquista, a volte mi sembra un’avversità, a volte ho paura di tanta libertà e vorrei qualcuno che mi costringesse, che mi contenesse, ma poi, non so, l’istinto di essere donna mi sopraggiunge. Mi sembra che non ci possa essere altra condizione, che non riuscirei a cambiare questo stato di cose, come se tutto si fosse già compiuto, eppure mi sento ferita. Per me stessa e per le altre, per quelle, come mia nonna, che hanno sparato per salvarsi la vita, e per quelle come me che hanno camminato sui pezzi di vetro credendoli cristalli. E oggi chiudo la porta a doppia mandata e riattizzo il camino e sono sicura che mia nonna sarebbe fiera di me, di quella che ha sconfitto la malasorte per affidare la disgrazia solo e unicamente a sé stessa. Di quella che pensa che il futuro sia circoscritto in una sola parola, modificabile, ma non essenziale.

La Parola Futuro (Alessandra Racca)

Sono tornata a casa

ho disfatto la valigia

e non è successo niente di terribile:

solo non sapevo più

dove sistemare

la parola futuro.

Dice la mia amica

al telefono

dice:

Io non ho di questi problemi

basta non pensarci

io la lascio lì

si sistema da sola, dove vuole lei

non è una di quelle cose

che puoi tenere a posto

dice.

Ma non hai paura di perderla?

L’amica dice che la devo smettere

che non si può controllare tutto.

Va bene, amica,

hai ragione tu,

che vada come deve andare,

guarda: la libero

la metto davanti alla porta,

fuori dalla porta,

come l’immondizia che puzza.

Che se ne vada se proprio vuole.

Mi dura trenta secondi netti,

questo rigurgito di libertà,

giusto il tempo di riprenderla

e riportarla dentro,

‘- che tanto l’amica, dal telefono, non vede –

La mia parola futuro.

Mia, non voglio che me la rubino.

Che si tengano le loro, di parole:

loro, là fuori,

che sicuramente non tengono tutto sotto controllo

e non solo sanno dove tenere le loro parole

ma nemmeno se ne curano,

ne hanno dieci,

loro,

di parole futuro,

non una sola

è così poco una sola:

metti che la consumi,

e poi? Che fai?

Io la metto nel frigorifero! Penso,

che si conservi il più a lungo possibile,

anzi, nel freezer, così la scongelo quando mi serve.

Poi mi  sento una pazza criminale,

vedo i titoli sui giornali:

“Trovata nel congelatore la parola futuro”.

“Fatta a pezzi”, c’è scritto.

Vedi, come i giornalisti mistificano la realtà,

non l’ho fatta a pezzi io!

Ma non la posso,

non la posso congelare:

è viva.

La metterò nella dispensa

come scorta.

Ma fra il sugo e la pasta del discount

non so, mi pare sprecata…

Ma dove si mette la parola futuro?

La si appiccica alle magliette come logo?

Si deposita in banca?

Si regala, forse?

Si lascia nel letto, tipo orsacchiotto?

Fra i calzini, penso,

no, poi mi dico, fra i calzini si perde. No.

La ambiento fra le piante?

Le do un tono etno-chic fra i cuscini del divano?

La travesto e la porto in giro, come E.T.?

La porto alle feste?

La metto fra le riviste in bagno,

sull’attaccapanni,

le do un’aria da giacca “buttata lì”?

Dove, dove si mette la parola futuro?

La sotterro?

La stendo sul balcone?

La sbatto in televisione?

La faccio scendere in campo?

La prostituisco per avere successo?

Le faccio fare volontariato?

Preferirà stare a Roma, a Torino, a Berlino o a New York?

Mi trasferisco con lei in un piccolo paese

In una casa con la staccionata, l’orto e il cane?

La affido a mia madre, a mio padre, come il cane?

La porto alle feste, ai party?

Le faccio fare una vita bohemien?

Le faccio sposare un ingegnere o un artista?

Dove come dove

Si mette

La parola futuro?

La mia amica

lei lo saprebbe

ma io che voglio sempre controllare tutto

io, che non so dove caspita si metta la parola futuro

io che perdo l’orientamento

oltre che i calzini

io

oggi

penso

che se potessi vederla dentro i tuoi occhi

sarebbe bello

vederla lì nei tuoi occhi

sarebbe così bello

lasciarla nei tuoi occhi

guardarla un’ultima volta

ogni sera

prima di dormire

e finalmente

riposare.

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