Feeds:
Articoli
Commenti

Marc Chagall _ Sopra la citta 1918

Portami via da qui se non riesci a fare altro: prendimi, scarrozzami altrove, depositami come un pacchetto abbandonato gonfio delle tue giornate, come quei sacchetti che la tua donna ti chiede di gettare. Sono lì, dietro la porta dell’ingresso, non dimenticare di gettarmi, perché fino a quando cercherai di trattenermi, di ancorarmi alle tue necessità, io non avrò pace: mai sarò me stessa e mai riuscirò a definire questa identità abbandonata, eppure ancora, e sempre e comunque conservata, in maniera accorta, dietro il ripostiglio delle tue paure.

Portami via da qui, da questo posto abbandonato dai sensi, da questo scandaglio ancorato a ricordi sbiaditi che non mi aspettano più e che corrono veloci su tracciati a me sconosciuti lungo percorsi che non riconosco. Mi perdo, se non mi porti via. Mi perdo anche nelle mie parole. Nei sogni. Nella postura della mia figura. Mi perdo nel tempo che mi scorre accanto, veloce, eppure sempre lento, come se mi trovassi ancora ferma, abbandonata alla fermata della metro, con il cappellino di feltro e la borsetta che mi penzola dal braccio.

É come se il mio tempo fosse il tempo di tutte le donne e non importa cosa io sia e faccia nella mia vita, e non importa il mio guadagno, la solidità economica, la partecipazione sociale: io sono sempre la proiezione di mia madre ferma alla stazione ad aspettare un treno che mai la prenderà a bordo, perché diversa, insana, indipendente, abbandonata e violentata. Come per un percorso lungo di generazioni prima o poi ti troverai inevitabilmente a scalfire lo stesso marciapiede, a disegnare un cerchio uguale con la punta della scarpa nell’attesa del tuo tempo, come per un mantra da recitare per una preghiera a chi non sa pregare.

Portami via da qui prima che dimentichi, perché la vita è un attimo ed è già che non ricordo più il tuo nome. Portami via da qui prima che mi perda nel destino, prima che raggiunga quel posto vuoto di misura dove lo spazio tra la propria dimensione e quella degli altri non ha più decoro: diventa inversa e lo strumento coercitivo si scopre solo come mero dato anagrafico. Portami via da qui, prima che il nostro tempo diventi un dominio, una terra di conquista, per eredità morali che non ci appartengono.

Un altro inverno è passato e siamo rimasti come figure dietro le finestre a osservare la pioggia: scostiamo lentamente le tende, e mentre il mondo rumoreggia, ci siamo solo noi due a contare il tempo in attesa di un altro tempo che non ci sarà.

Portami via da qui.

Man Ray

Questo non è un blog per raccogliere consensi e sprazzi di ilarità, e neppure la protagonista, scempia narratrice di se stessa, aspira a ottenere lustri e spettacolari ovazioni dalla realtà virtuale di scrittori consenzienti. Questo è uno spazio di riflessione e tutti i riflettori sono puntati sulla trasformazione umorale delle protagoniste. E le protagoniste sono le donne. Soprattutto quelle donne che hanno dismesso gli abiti abituali del consenso maschile, quelle donne che osservano i mutamenti, li catalogano, li conservano in cartelline trasparenti e, ogni tanto, di volta in volta, ne osservano le metamorfosi. Io mi faccio ambasciatrice di questo mutamento.

La guerra delle foto:

di recente evito come la peste di farmi fotografare. É una mania che mi ha preso da un po’ di tempo, perché, anche se mi sento al meglio e penso che quel momento non possa essere migliore, non so com’é, ma il risultato è sempre devastante. Non sono io. E soprattutto non so chi sia quella là. Appena ieri un’amica mi ha inviato la mia foto in bianco e nero presa di sorpresa durante un vernissage (era da una vita che volevo dirlo!) e ho faticato a riconoscermi: triste, brutta, pelle appesa, occhiaie, trucco che non trucca. La mia non era una faccia, era una sconfitta. Sembravo oppressa e forse lo ero veramente: non c’è da essere allegri quando una cavalcata di Unni cerca di spianarti la faccia, quando tu t’immagini splendente, nel pieno della forma, e l’obiettivo ti rimanda una figura sconosciuta, una donna che non hai mai incontrato, diversa, smarrita, confusa da se stessa. Una che non conosci. E quando tutti continuano a ripeterti: “Ma che bella quella foto, sei proprio tu, ma come avrà fatto il fotografo a prenderti così, così come sei”, allora capisci che qualcosa non funziona, che la percezione che hai di te stessa è completamente discosta dalla realtà, che sei rimasta indietro e quello che senti di essere non esiste più.

Sono una vecchia signora. Con qualche pelo bianco nella figa e qualche vena di troppo nelle gambe. Sono una vecchia signora che la società continua a ributtare nel mezzo, non avendo alternative giovani da proporre, spingendola ad aspirare a qualcosa che la natura respinge: un nuovo amore, una sessualità prorompente e devastante, un’alternanza di passioni e istintive regressioni. Sono una donna che si scontra quotidianamente tra quello che sente di essere e quello che dimostra di essere, tra quello che vede e quello che sente, e la cosa più importante, l’unica che ci occorre per traghettare questo tempo, è sentirsi in equilibrio tra il fuori e il dentro. E qui io sono carente.

Il problema è che mi manco. E questa assenza di me stessa pesa più di un abbandono; pensavo di aver raggiunto il massimo della separazione dopo l’ultimo addio, ma non avevo misurato questo, non avevo calcolato che il più triste, il più disperato, il più improvviso e devastante abbandono che la vita ti riserva, deve ancora arrivare: è il tuo addio, l’abbandono delle tue sembianze. E non c’è chirurgia estetica che tenga, nessuno riuscirà a riportare indietro quel bagliore degli occhi, il bianco dei denti, la striatura della pelle ombreggiata dal sole. Anche le sopracciglia da folte che erano sono diventate opache, un po’ tristi, con la piega in giù, arrese alla fortuna. Adeguate alla forma del viso, direbbe la mia cinica amica.

Il problema è che mi manca la mia follia e se la saggezza porta, alla fine, questa resa prematura dei lineamenti, beh, se devo essere sincera, avrei preferito non averla. Avrei preferito, potendo scegliere, contenere questa devastazione dell’espressione, questa consapevolezza della resa, questa noia che mi pervade del tutto visto e il tutto già ascoltato. E capisco l’amore. Adesso lo capisco. E lo vedo. Quel luccichio degli occhi, quell’aria spaesata che dondola nella postura, quella smemoratezza che rende tutto insignificante. Capisco che avrei potuto approfittare di più dei doni della vita per conservare piano, timidamente, uno stralcio di rossore sulle gote e colorare in parte quella foto in bianco e nero che mi rappresenta.

L’estro non paga quanto la bellezza. Perché la bellezza non è consapevolezza, altresì, ignara di se stessa, girovaga alternante tra le pieghe della sufficienza, altera, irresponsabile, condannata a non essere altro che l’immagine implacabile di ciò che ci spaventa. La bellezza è arte per l’amore, dipinto di figure, archetipi inviolati, la bellezza non è altro che la memoria di noi stessi presi dalla paura di essere ignorati.

Coq rouge dans la nuit

Ieri ci ho provato. Sono entrata in una stanza in tailleur e ne sono uscita in mutande. Nuda. Completamente nuda. Eh sì che avevo una ceretta fatta di fresco, smalto amaranto ai piedi e profumo di gelsomino sul corpo e sull’ultimo ero riuscita anche a spruzzarmi un aroma di cazzimma nei capelli. Ero pronta. Eppure, sempre, in ogni caso, ne sono uscita nuda. Perché spogliarsi così, davanti a tanti sconosciuti, alla mia età, non è esattamente piacevole, cerchi sempre di proteggerti, di coprire il lato peggiore, se solo ricordassi qual è nella metamorfosi incipiente che la tua faccia ha deciso di intraprendere. Ho ascoltato, recitato, interpretato, sempre con un pensiero fisso che mi vedeva camminare in riva al mare, con il mio cane al guinzaglio, nel silenzio più assoluto. Ero sempre lì. Dopo tanto ho capito di non aver fatto molta strada: se l’evoluzione dell’individuo si misura in chilometri, beh, devo ammettere, che di strada ne ho fatta ben poca. É sempre lo stesso bagno, è sempre la stessa pallina, il ritorno, la colazione, quella luce accecante della finestra sul lavandino della cucina, i passi strascicati, quel buongiorno smangiucchiato, la giornata che si apre, la gita in montagna, il bisogno di fare. É come fermarsi in un punto preciso, accostati a un lampione rotto che osservi e ti chiedi per tutto il tempo come hanno fatto a distruggerlo così minuziosamente: alcuni pezzi di vetro sono rimasti attaccati alla base e dei triangoli, taglienti come rasoi, restano sospesi per inerzia che basterebbe uno starnuto per tirarli giù. É un pericolo, io lo so, eppure sono accostata a quel lampione e da lì non mi muovo. Per paura, per amarezza, per conforto, per difficoltà a esplorare.

Ieri ci ho provato a essere felice di me stessa: leggevano dei miei racconti, era una cosa figa, piena di gente, di apprezzamenti, di sconosciuti che mi stringevano la mano. A un certo punto sono partita con uno dei miei soliti elenchi demenziali e ho cominciato a numerare la tipologia delle strette di mano, di quelli che a palmo pieno stringono con forza e di quelli che ti offrono una parte minore del proprio arto per la paura che tu li possa derubare. Ho cominciato a contare, e ho scoperto che il 20% dei presenti, oltre alla generosa stretta di mano, offrivano anche una pacca sulla spalla, mentre il rimanente si divideva equamente tra la stretta possente e la mano molliccia. Tutto questo potrà servire a staccarmi dal lampione? Non credo. Quel che credo, invece, e che mi piace di me stessa, è che resto ancorata al terreno, e lascia stare se mi trattengo ancora con la fune arpionata al lampione, comunque, e in ogni caso, resto ancorata al mio passato. Perché il passato è un futuro dipinto di grigio con delle piccole note di rosso che non hai ancora vissuto. Io cerco quel rosso, non è che non lo faccia, ma il colore se arriva, arriva, ma non si abbina con tutto. E questo io lo so.

“ Rimase lì a fumare ancora un po’, si stava riavendo, le si calmò il respiro. Fece di nuovo qualche passo, in un senso, nell’altro, non capivo se fosse sconcertata o se ripetesse il suo assedio, se ancora non volesse abbandonare il suo posto di vigilanza notturna. La vidi meglio in faccia. Qualche lacrima, sì, come avevo immaginato, ma l’espressione non era sconsolata, vi era un certo sollievo o serenità, non so. Forse accettazione, come se albergasse il pensiero che sempre dà speranza: <<Si vedrà>>. Poi s’incamminò verso la sua camera senza fretta, con la sigaretta accesa in una mano, pacchetto e posacenere nell’altra, senza lasciare traccia di quella sua incursione. Si ritirava nel suo letto afflitta come ogni notte, ma questa volta, diversamente da altre notti, portava con sé un piccolo bottino, una sensazione. Le sensazioni sono instabili, si trasformano in ricordi, mutano e ballano, possono prevalere su quanto è stato detto e udito, sul rifiuto o sull’accettazione. A volte le sensazioni inducono a desistere, a volte infondono il coraggio per ritentare.”

J.Marías – Così ha inizio il male –

marionette-scienziati-pazzi-casalinghe-e-lamp-L-4BNxXd

Non sono poi tante le cose stupide che uno può fare di sabato mattina mentre fuori si scatena il diluvio universale: potresti disegnare, leggere, guardare un film alla tele, ingozzarti di dolci come un rospo, oppure dormire, visto che hai passato la notte in bianco per assistenza domiciliare notturna presso i tuoi nipoti per sopraggiunti imprevisti familiari. E invece no, appena tornata a casa alle 6,30 del mattino, sotto una pioggia che non si stancava più di marcare il territorio, hai pensato bene di mettere mano all’armadio e fare quello che nella cultura mediterranea è considerato il giorno zero, il punto di non ritorno (perché non sai mai quando avrà fine), la discesa degli Unni nei meandri della camera da letto, quello che ogni marito, figlio, amante, concubino o animale domestico conosce bene e vive con orrore: il cambio di stagione! Ed è inutile che insistiate nel ripetere “Oooh, ma io non lo faccio più da decenni, ho un armadio quarantadue stagioni e ci ho messo dentro tutto, così ho sempre quello che mi serve a portata di mano”, tutte cazzate, mentite sapendo di mentire. Gli armadi non bastano mai, ti puoi pure comprare un appartamento e adibirlo a guardaroba, non serve a niente, ci sarà sempre, e credetemi, sempre, quel maglione della nonna che non indossate da venticinque anni che vi dispiace buttare e non sapete proprio dove incastrarlo.

Allora mi faccio il caffè. Mangio un pezzo di torta alla crusca perché sto a dieta (mo’ mi ha preso così e sono diventata una canna secca), e intanto, mentre fumo come una ex sessantottina nel periodo del massimo splendore, cerco di organizzare mentalmente cosa fare e soprattutto decido scientemente che dovrò buttare tutto. Prima operazione necessaria è quella di mettersi la tuta (la più bucata che possiedi) e procurarsi una grossa e puzzolente busta nera dell’immondizia. Ce l’abbiamo? Sì! La seconda, e non meno necessaria, è il pelo sullo stomaco: ti devi caricare come un soldatino incazzato col mondo per riuscire a osservare gli indumenti tralasciando gli avvenimenti che li caratterizzano. Non devi pensare a quella mano che slacciava il terzo bottone della camicetta che ti accingi a relegare nel dimenticatoio. No, se lo fai, allora non hai capito niente. Ti ho detto che devi prendere l’indumento, non guardarlo neanche, valutare da quanto tempo non lo indossi e, se il tempo è superiore a un anno, merda, lo devi gettare via. Questo dice la cultura taoista. E che diamine, ho pure regalato un libro a una mia amica sull’ordine supremo dell’ambiente, che me lo voleva pure tirare in faccia, e adesso mi perdo per una camicetta. Andiamo avanti.

Nel giro di mezz’ora il gatto è andato a dormire sul tappetino del bagno, unica stanza non contaminata, e la camera da letto sembra il quartiere dopo il passaggio dei Guerrieri della Notte (splendido film degli anni 90), ma non mi perdo d’animo, l’importante è non perdere la concentrazione: tu sì, tu no, tu forse… ma anche sì… no, anche no…

E via dicendo.

Poi arriva lei. È rossa, (e che te lo dico a fare!), smanicata, ma non sembra soffrirne affatto, la parte davanti in tartan con delle piccole rouches rosse, dietro è a tinta unita dello stesso tono ma di una seta morbida che contrasta con il cotone del davanti. Lei è la camicia! Non la indosso da circa diciassette anni. Non è una camicia, è una reliquia. La prima e unica volta è stata a Creta nella serata più bella della mia vita. La portavo con una gonna bianca a cinque tasche e le Converse ai piedi. Eravamo a Kastelli quale uno dei tanti approdi di quel girovagare in macchina senza meta, l’aria era dolce e l’allegria contagiosa, è stata forse una delle rare volte in cui mi sono sentita me stessa, perfettamente in armonia con il luogo e la persona che mi era accanto. Siamo andati per locali a mangiare aragosta e bere vino fino ad approdare su una spiaggia dove ho depositato uno scampolo di follia che non ho più raccolto. Non è più accaduto che decidessi di non controllare tutto come ho fatto allora, di non pormi domande, di lasciar fluire l’istinto e godere del momento. Quella non è una camicia, quella è una seduta psicanalitica a basso prezzo.

La guardo cercando di mantenere l’aplomb da soldatino in trincea, la rigiro tra le mani, cazzo sono vent’anni che me la porto appresso, e di getto, come se non ci fosse un domani, la butto nella busta nera e puzzolente. Ecco. E che ci voleva. Basta con queste stronzate sentimentaliste. A noi donne questo ci frega, la paura della memoria, la paura di dimenticare. Di affrontare un altro lungo inverno nella solitudine del plaid che non è più quello di una volta, non è più un mezzo, ma una necessità, una coperta di Linus, un conforto obbligato per affrontare un inverno che si preannuncia spietato e vendicativo per un’estate fatta di niente.

Ma ora mi sento meglio. Come a uno che gli hanno amputato la gamba ed è felice di avere un arto nuovo. Sì, mi sento meglio. In fondo sono solo cose. E mi viene in mente un gioco cretino “Se bruciasse casa tua, cosa salveresti avendo tre possibilità?”…

 “Il gatto”

… e poi…

“Le foto e i diari”

… e poi…, l’ultima…

“La camicetta rossa”.

Merda!

Non c’era treno che non la riportasse indietro a quella volta lì, ogni volta, ma proprio ogni maledettissima volta, che saliva il predellino di un treno, il pensiero andava fisso a quella volta lì. Anche se la direzione era opposta, anche se la stagione era diversa o gli amici non erano esattamente gli stessi di quel periodo. Oppure il colore. Il colore del suo pensiero intendo, quello con cui osservava il mondo circostante. Cercava sempre di spiegarla questa cosa qui del colore ma nessuno sembrava interpretarla bene, tutti annuivano coscienziosamente con una certa gravità mormorando cose come “Sì, certo, è proprio vero”, ma lei lo sapeva che non avevano capito perché non vedeva alcuna sfumatura attorno al loro corpo. Sapeva che la stavano prendendo per i fondelli. – Sciocchi loro – si ripeteva, cercando di consolarsi. Eppure era così dannatamente semplice, bastava soltanto lasciarsi andare e non cedere, mantenendo un accordo come di sinfonia tra i colori reali e quelli che ti esplodono dentro.

Il periodo di quella volta lì vedeva il mondo blu, quello che nella scala cromatica dei colori è definito come Blu di Prussia. Con quel colore fece davvero molti danni. Tanto per cominciare entrò in un mondo virtuale attirando a sé tutte le tonalità compatibili, poi cominciò a selezionare scientemente quelle più congeniali, senza lasciare nulla al caso: una ricerca sistematica del maschio alfa color del fuoco. C’era in lei una grossa aspettativa, finalmente abbandonata la ricerca del mantello azzurro con cavallo bianco, era sinistramente proiettata solo sull’accoppiamento e sul risultato finale all’apice del piacere: quella gamma calda di un rosso intenso che sale dalla pancia e ti esplode nel cervello.

Arturo sembrava l’unico capace di incarnare tanta capacità. Sullo schermo del computer, quando lui scriveva, una specie di aura di un rosa acceso delimitava i contorni delle sue parole. – Guarda – ripeteva strenuamente alla sua amica – guarda come si illumina lo schermo. Ma non era vero. Una cosa vera invece, di quelle che ti scuotono nel profondo, che capì quando dal Blu di Prussia passò al Rosso di Persia, fu che con i colori non ci si improvvisa. Bisogna saperli dosare per bene e non scagliarli addosso al primo che passa, i colori sono come le memorie, si custodiscono nell’antro più profondo di se stessi, si conservano per i momenti grigi, come per un’estate che passa via così, come un bianco e nero scalfito dal tempo.

Ed è così che su questo predellino ingombrante mi soffermo, sosto leggermente, giusto il tempo per dare alla memoria il tempo di cadere e al colore lo spazio per illuminarmi. Ritorno a quel rosso intenso che non avevo accettato per la paura di macchiarmi d’amore.

E la chiamano estate, questa estate piena di niente, opaca e sciagurata, come un mare che teme la bufera, contenuta, riluttante, pretenziosa nella sua riottosità, un’estate senza libri, né musica e colori, incapace di esplodere, ma neppure di implodere: lasciata lì, sospesa a se stessa, in attesa del tempo che non ha più tempo

Banksy_-_Sweep_at_Hoxton

Potrei avere un problema e non di poco conto. Potrei avere un problema che si estende meticoloso e irriverente sul solaio della mia camera da letto. A circa sei mesi dalla sua venuta, con la flemma tipica delle infiltrazioni, è divenuta parte dell’arredamento. In modo cavilloso, quasi strategico. É una macchia. Umidiccia e giallastra, che compare in un angolo della camera, ma poi si sposta e aggredisce altrove: si delizia sui quattro punti cardinali senza una logica e dopo ogni passaggio rilascia una scia di intonaco sfaldato. Io la osservo. Ma anche lei mi osserva. E passiamo così tutto il tempo a capire dove può esserci una fine.

Nell’ultima riunione di condominio ho fatto presente questo evento ma senza troppa enfasi, il mio vicino di casa cercava di spingermi a esigere un intervento repentino, ma io no, io non me la sentivo, io mi ero già affezionata a quella macchia sul muro.

Ogni sera, al ritorno dal lavoro, corro in camera da letto per vedere che è successo. Se è piovuto, a maggior ragione, mi precipito per capire se si è estesa, dove è arrivata, se è sopravvissuta. É la mia crepa, e mi tiene compagnia.

In questa estate di caldo afoso si è ricomposta e, come una vecchia attrice degli anni cinquanta, si è data del belletto sulle gote, sembrava ritirata in se stessa con la pelle tesa e una friabilità contenuta, poi, con le prime piogge, si è arresa all’evidenza della sua natura e ha estratto da se stessa un colore mattone con delle lunghe striature che scalfiscono il soppalco fino a penetrare nelle luci che delimitano il perimetro della camera.

Potrei avere un problema e non di poco conto, considerando che abito nell’attico di un palazzo delimitato da un terrazzo condominiale inguainato come una sciantosa degli anni venti. Qui sono tutti attenti, precisi, chirurgici nei loro interventi, qui vive gente che vuole tutto subito perché ne ha diritto, perché ha pagato le tasse, perché è di pelle bianca, perché ha costruito per avere: le foglie non devono cadere, i portoni devono essere sempre chiusi, i parcheggi rispettati, gli animali tenuti al guinzaglio, i gatti non devono miagolare e le macchie non devono esistere.

Potrei avere un problema e non di poco conto perché, io, quella macchia, non la voglio far sparire. Perché quella è la mia crepa ed è stato il primo indizio della mia rinascita:

“Checché se ne dica, non ci curiamo granché delle crepe altrui, bisogna riconoscerlo. Voglio dire delle crepe sui muri altrui. Solo il giorno in cui le vediamo correre sui nostri ci sentiamo chiamati in causa, e tremiamo un po’. A me è capitato una sera che ero a casa con la prospettiva di due soli pensieri: scegliere tra due gusti di yogurt per dessert e, un po’ più tardi, quando sarebbe arrivata l’ora di andare a letto, fra tiglio e verbena. Tutto si preannunciava pacifico e noioso quanto la sera prima finché non l’ho scorta, acquattata nell’ombra, proprio davanti a me. Una lunga crepa, tutta storta, con una gran brutta cera. Mi sono avvicinato e ne ho seguito il percorso a distanza di qualche centimetro. Partiva dietro il battiscopa, saliva lungo il radiatore, quindi cambiava rotta e correva in diagonale per poi scomparire nell’angolo della stanza. O forse era il contrario: nasceva lassù nell’angolo e scendeva verso il pavimento. Come facevo a sapere da che parte prenderla? Dove inizia e dove finisce una crepa? Non ci avevo mai riflettuto.

L’ho guardata un bel po’ come si osserva un ragno prima di schiacciarlo. Con la differenza che una crepa puoi colpirla quanto vuoi, non si sposta di un’unghia e non si accartoccia mai. Far fuori le fessure è impossibile, il problema è tutto lì. In compenso, appena compaiono, cominciano le grane.”

(JOËL EGLOFF –  Cosa ci faccio seduto qui per terra)

Renato Guttuso

Quanti di voi hanno avuto la fortuna di incontrare qualcuno nella vita che si sia preso la briga di capire chi foste. Intendo dentro, nella parte più remota del vostro essere. Quanti di voi hanno avuto la sventura che qualcuno si prendesse veramente la briga di aprire quella porta e di accogliervi così, come una mela marcia da custodire segretamente nella cesta della frutta migliore, con la manina pronta ogni mattina a capovolgere il frutto per nascondere il marciume agli occhi degli altri. Quanti hanno usufruito del bonus di essere stati scoperti e accettati senza per questo finire nel secchio dell’organico. E non parlo dell’amore, sentimento sopravvalutato, quanto dell’amicizia, come ultimo baluardo della sopravvivenza occidentale: ci si riunisce in gruppi di due o più persone per affrontare insieme la memoria del passato, scongiurare un possibile ritorno e schierare la difesa per contrastare la caduta. Questa è la forma di amicizia concessa all’età adulta che nulla c’entra con quella dei ventenni. Una sorta di difesa a oltranza del proprio territorio, un ponte levatoio eretto alla propria ignoranza, alla paura di rischiare e perdere così quanto si è acquisito nel corso degli ultimi anni: la saggezza. La verità è che ci hanno riempito la testa con questa storia folle della consapevolezza, ci hanno talmente fracassato le palle con questa idea assurda che a un certo punto della vita devi per forza tramandare quanto hai appreso. Devi fare da filo conduttore, dare l’esempio, e tramandare il verbo, la conoscenza, l’indrottinamento… perché è di questo che si tratta. Che altro non è che la paura di guardarsi allo specchio.

A vent’anni, invece, l’amicizia serve a schierare le truppe da assalto. Ogni nuova esperienza diventa una condivisione, qualcosa da provare senza alcun timore e si vive a tentoni, osando un passo avanti e due indietro, ma il passo avanti è sempre più disteso. L’amicizia è più leggera perché non è per sempre, perché non lo sai cosa ne sarà di te e tutto diventa eterno perché relegato al momento stesso del tuo vissuto. Adesso no. Non è così. Adesso hai paura che gli amici se li porti via una tromba d’aria e allora cerchi di mediare, di essere accomodante, di sopportare ciò che non sopporti ed è così, magicamente, che stravolgi te stesso. Per la paura di diventare materiale per l’organico. A vent’anni si ha una forza nella solitudine che diventa caratteriale, come quando parti per un campeggio da solo con una sacca sulle spalle senza chiederti il perché; a cinquanta si ha la forza nella repressione, nel cercare di omologare sul filo delle proprie fobie quanti cercano di scostarsi dal pensiero comune. Una specie di “volemose bene” tra noi, che sappiamo chi siamo. Ma lo sappiamo veramente? Quanti di noi hanno aperto quella porta e concesso all’altro di essere se stesso, senza mediazioni, con tutti i difetti e il marciume che si porta appresso. Quanti?

Con questo voglio dire che mi sembra tutto capovolto, che, proprio adesso, con i miei amici di sempre dovrei conservare la leggerezza della mia presenza, perché potrei morire domattina senza aver avuto il gusto e la paura di tornare a essere un’idiota: questo vorrei dire alle mie amiche che si ostinano a fare di me ciò che non sono.

“Sono passati vent’anni da quando mi sono laureato e nel frattempo ho capito poco alla volta che il cliché secondo il quale le scienze umanistiche <<insegnano a pensare>> in realtà sintetizza una verità molto profonda e importante. <<Imparare a pensare>> di fatto significa imparare a esercitare un certo controllo su come e su cosa pensare. Significa avere quel minimo di consapevolezza che permette di scegliere a cosa prestare attenzione e di scegliere come attribuire un significato all’esperienza. Perché se non sapete o non volete esercitare questo tipo di scelta nella vita da adulti, siete fregati. Un vecchio cliché vuole che la mente sia un ottimo servo ma un pessimo padrone. Questo, come molti altri cliché in apparenza fiacchi e banali, in realtà esprime una grande, terribile verità. Non è certo un caso che gli adulti che si suicidano con armi da fuoco si sparino quasi sempre… alla testa. E la verità è che erano quasi tutti già morti da un pezzo quando hanno premuto il grilletto. E date retta a me, il valore reale e schietto della vostra cultura umanistica dovrebbe essere proprio questo: impedirvi di trascorrere la vostra comoda, agiata, rispettabile vita da adulti come morti, inconsapevoli, schiavi della vostra testa e della vostra naturale modalità predefinita che vi impone una solitudine unica, completa e imperiale giorno dopo giorno.”

(David Foster Wallace – Questa è l’acqua)