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Mara Cerri La Spiaggia di notte

Farfallina Frangiflutto Ippolampo Stupidigia Curandera Gnu Carcassonne Pallottina Ippo Nì Fototipo Barbagianni… e altri ancora. Potrei riempire una pagina con i tanti vezzeggiativi che sono riuscita a ingurgitare in tutti questi anni: tentativi superflui di nominare l’amore quando il nome proprio sembrava insufficiente.

Arriva sempre, prima o poi, anche per soggetti restii come la sottoscritta, la necessità di regalare un nomignolo. Anche se ti vanti di essere diversa e disprezzi il tipico “Amò” che ascolti inorridita nelle corsie del supermercato, in un modo o nell’altro, ti ritrovi un giorno, quando temi che il suo nome non basti più a risollevare le sorti di un rapporto, ad affibbiargli un vezzeggiativo. E allora senti che puoi fare di meglio pensando di sfuggire ai soliti cliché e non stai lì a lesinare sul vocabolario: dai sfogo a tutta la tua fantasia, ignorando completamente che la necessità, perché è di necessità che si parla, di intitolare l’oggetto del tuo amore, è già, di per sé, un’astrusa fantasia. Ma ti fa sentire meglio, e questo ti maledice, facendoti entrare direttamente a gamba tesa nel regno dei Peynet per ripiombare anni dopo a passeggiare lungo un molo e dire sommessamente a te stessa: “To’ un franfiglutto, Amò”! E ridi da sola.

Il Dizionario dell’Amore. Dovrebbero proibirlo dai banchi di scuola, proteggerci in qualche modo da questa fuorviante alchimia della memoria, come quando per “orrore” di distrazione ti capita di replicare il medesimo nomignolo e ti ritrovi automaticamente trapiantata nelle spire del passato e ogni volta che pronunci quelle parole qualcosa dentro di te si spezza alla memoria di qualcosa di smarrito che ogni volta con prepotenza torna in superficie.

Apparteniamo al nostro passato, è questa l’assurda verità, non siamo altro che la somma imperfetta dei nostri giorni vissuti e tutti quegli Ippolampo o Frangiflutti non sono altro che cicatrici che ci portiamo addosso, alcune profonde, altre meno, per incuria e indifendibile difesa. Siamo stracci logori di un vissuto ripulito. Cancelliamo il dolore e l’arrendevolezza con nomignoli inventati pensando di regalare spessore a storie dimenticate, a personaggi che ci hanno attraversato la vita e di cui non custodiamo nulla, tranne parole sparpagliate e trascritte nel nostro vocabolario personale; parole che restano dentro a chi le inventa regalando un suono antico e diverso, simile ai tanti suoni dell’amore: metamorfosi vive del linguaggio quotidiano che mutano completamente l’impostazione iniziale di un rapporto precario ma ne danno anche l’estrema unzione.

Siamo margherite appassite dentro la pagina n.315 di un libro prezioso del 1952 – Giulio Einaudi, Torino – Seconda Edizione – che recita così:

1° marzo

Quando viene la sera triste, dal cuore schiacciato, senza perché, la consolazione sta ancora nel consueto pensiero che neanche la sera gaia, ebbra, esaltata ha un perché – se non forse un incontro già fissato, una idea balenata nel giorno, una cosetta che poteva non essere. Cioè, ti consola il pensiero che nulla ha un perché, che tutto è casuale. Strana cosa. Su un altro piano questo pensiero è agghiacciante. Il volubile colore dei tuoi umori lo sopporti in quanto futile.

Ciò presuppone un enorme ottimismo, una fiducia nel semplice accadere. Fin che le cose accadono soltanto, e non c’è nulla sotto, tu stai tranquillo. È la rinuncia epicurea, è il quieto vivere. Possibile?

(C. Pavese – Il mestiere di vivere)

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Eccola.

La mia alba!

Ho sopportato

mille angherie

per poterla

vedere

ed era solo

uno stupido

cerchio di fuoco.

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