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Posts Tagged ‘amiche’

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Per noi gente di mare, la spiaggia è il rifugio delle riconciliazioni, stiamo tutto l’anno a scontrarci nei cappucci dei Moncler facendo finta di non riconoscerci, e poi non si sa per quale assurda magia, da nudi ci riconosciamo al volo. Sarà l’esposizione epidermica, l’assenza di armature, sarà che ci solleviamo a vicenda dall’imbarazzo di girare con due pezzi di stoffa attaccati sulla pelle, ma come per una misteriosa alchimia, diventiamo stranamente socievoli e disposti a perdonare la stupidità in cambio di un po’ di cellulite ben distribuita. Se poi raggruppi alcune amiche, strette sotto una palma a dieci metri dal mare, nel tentativo di ripararsi dalla pioggia e con le dita dei piedi affondate nella sabbia, ecco che quello diventa il momento del massimo delirio sul pettegolezzo estivo:

– Oh, ma quella non è Marina? –

– Ma chi, quella col costume rosso? –

– Sì, quella che sta passando adesso. Sta proprio fuori, cammina sotto la pioggia come un’adolescente, e che si crede che ha vent’anni, stasera sarà paralizzata dai reumatismi! –

– Madonna, non esagerare, sei proprio malefica. Oh, a proposito, ma le avete viste le foto di Marina su FB, quelle in costume, certo ci vuole un bel coraggio, brava però, non si crea nessun problema… con quel girovita che si ritrova… –

– Ma chi è, quella che ha mollato la famiglia per uno di dieci anni più giovane? Altro che coraggio, quella s’è venduta il cervello al miglior offerente. Dammi retta! –

– Quale cervello! – replico stizzita.

– Dai ragà, tutta invidia, intanto quella se la gode. Certo con tutta quella cellulite… lui che fa di mestiere: il panettiere!! –

– Ahahah… cara vieni che stasera t’ammasso… –

– Siete feroci. Non la crocifiggo io che a sedici anni mi ha rubato il ragazzino, la massacrate voi, che non vi ha fatto niente. Dai, siamo tutte coetanee, un po’ di pietà per chi ha paura di invecchiare… anche noi ne abbiamo… e lo sapete bene. Poi la bellezza è solo un’accettazione di sé, io ho lavorato una vita per superare alcuni aspetti del mio corpo che mi creavano disagio e adesso sono pronta a essere me stessa. Con tutti i miei difetti, anzi, soprattutto ai miei difetti. E vi dirò di più, quello che io vedo di me stessa, lo trasmetto agli altri: se io mi sento bella, gli altri mi vedono bella. – s’infervora la Franca, in una sorta di difesa a distanza.

– Stai dicendo che la bellezza è una percezione? –

– No, sto dicendo che la bellezza è interiorità. Evidentemente anche Marina si sente bella e libera da se stessa, finalmente. –

– Sì, ma io non mi gonfio come un canotto: io mi piaccio per quella che sono. – replico piccata.

– Ne sei sicura? – e Franca comincia a scattarmi qualche foto.

La lascio fare, tanto mi conosco, non ho sorprese, non dovrò scontrarmi con il lavoro fatto male di un chirurgo estetico di provincia. Il mio aspetto non ha sorprese, mi guardo tutti i giorni con occhio critico e posso confermare di possedere anche un certo senso estetico che mi affranca da tacchi a spillo e minigonne da vecchia ringalluzzita. Sono una donna. Una di quelle vere. Una al passo col suo tempo.

Alla fine, quando la pioggia diventa incessante, decido di tornare e nel tragitto di quattrocento metri che mi separa da casa, seguo l’onda dei bip-bip sul mio cellulare. Ogni tanto butto uno sguardo e, nonostante la cecità incipiente, vedo che Franca ha deciso, con solerzia maniacale, di inviarmi tutte le foto con tanto di didascalia che recita “Che bella che sei”. Mi guardo in quel rettangolo illuminato e intanto cammino, poi mi guardo di nuovo e cerco di specchiarmi nelle vetrine dei negozi che incontro, poi metto il cellulare in borsa e canticchio una canzone, poi lo prendo di nuovo e mi osservo ancora, stavolta direttamente rivolta alla vetrina con il cellulare in mano. Sembro una matta. Sono una matta. Ma, merda, di cazzo è quella sul telefono? Mi sembra di vedere una che non conosco e comincio a credere che il commento di Franca sia una presa per i fondelli. L’unica foto decente è quella con gli occhiali da mosca che coprono metà del viso, mentre l’altra metà è oscurata dal cucchiaino della Coppa Rica all’amarena che mi sto sbafando: a questo punto aprirei anche un capitolo sulla Coppa Rica all’amarena che resta, sempre e comunque, l’unico gelato degno di questo nome, ma non mi sembra il caso! Tant’è che comincio a incupirmi fino ad arrivare a casa in uno stato di profonda prostrazione: sono uscita stamattina che avevo cinquant’anni (percepita trentacinque) e rientro che ne ho cinquanta (percepita sessanta!). Ed è inutile stare là a menarsela con le frasi alla Anna Magnani “Le rughe non coprirle che ci ho messo una vita a farmele venire” che poi con questa storia guarda com’è andata a finire: che il tipo si è messo con una con la metà dei suoi anni e ci ha fatto pure tre figli e lei è rimasta tutto il tempo sull’isola di Vulcano ad aspettare un’eruzione che non è mai avvenuta.

E allora ne vogliamo parlare di questi uomini che potendo scegliere tra una donna coetanea e una più giovane, scelgono quella più giovane? Quella la cui faccia si tiene ancora e non crolla sul parquet come uno yogurt scaduto? Ma perché, se noi potessimo scegliere, ma scegliere veramente, senza stereotipi da mamma italiana tutta dedita alla famiglia e alla prole: ma Sant’Iddio, non daremmo indietro la testuggine per un bel camaleonte? E ti puoi mettere tutte le creme all’olio d’Argan della terra, te lo puoi estrarre pure da sola e immergerti nell’olio di Argan fino a scivolare come una saponetta, ma tranne che friggerti sulla faccia due calamari, non è che risolvi molto. Ho letto di donne famose che si spalmano sulla faccia creme alla bava di lumaca e al siero di vipera e che poi quando vanno al ristorante fanno pure le vegane! Comunque a parte questo mio delirio cosmetico provocato dallo choc di vedermi la faccia come un mandala ancora da colorare e di pessima qualità, quello che voglio dire e che li capisco. Li capisco questi uomini che preferiscono veder gironzolare per casa una bella coscia liscia e soda senza cellulite, una faccia uguale a quella lasciata sul cuscino la sera prima e non quella specie di carta oleata accartocciata, come quella che butti via in un pugno chiuso dopo aver divorato il salame ungherese in piedi davanti al frigorifero, perché anche se non riescono a farci più niente, se non guardarle, almeno godono della loro bellezza che mette allegria, come di un bel vaso di fiori colorati su una tovaglia bianca: sai bene che prima o poi ti dovrai comprare una pianta grassa perché non gliela fai più a cambiargli l’acqua, ma finché dura…

Siamo in un mondo capovolto dove gli uomini “in età” cercano le ragazzine e le donne “in età” i ragazzini, ma il vero punto di domanda è un altro: ma i ragazzini e le ragazzine, che minchia cercano?

Perdonate il pessimo post, avevo altro da dire, ma poi mi ha preso così!

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Le mie amiche

hanno grandi occhi scuri

pieni di colore

e dietro ogni scia

riaffiora un sorriso.

Le mie amiche sono quello che io sono, quando non riesco ad esserlo. Sono la mia memoria, il nastro che riavvolge il mio passato, la danza che ho dimenticato.

Sono il percorso tracciato di una vita al femminile.

Le mie amiche sono le uniche persone, in questo universo di incontri che non incontro mai per caso, sono quelle cui fingere non serve.

Le mie amiche hanno grandi mani, pronte ad accogliere le mie sconfitte, per modellare il pane che mi sfamerà nel cammino chino della resa.

Le mia amiche hanno quel sorriso, quello dell’adolescenza con i libri di scuola legati da una cintura militare, quel sorriso che mi regala un “vaffa” prima di addormentarmi, per riportarmi indietro, quando i ruoli erano ancora possibili da modificare.

Le mie amiche sono la mia fortuna, lo sono dall’adolescenza, ma lo capisco soltanto nell’età matura, quando mi volto indietro e trovo soltanto il loro splendido sorriso.

Le mie amiche valgono più di mille uomini, perché gli uomini non li ricordo e si sovrappongono in un alternarsi di visi sconosciuti, mentre loro sono sempre lì a scaldarmi il cuore per un gelo del vivere.

Le mie amiche non hanno bisogno di parole, sanno perfettamente quando non ci sono, quando l’orrore mi ingoia, ma restano sempre lì, a tirarmi via la lingua.

Le mie amiche sono le mie sorelle, quelle che ci sono perché è scritto che ci apparteniamo.

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