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Posts Tagged ‘ancora molto da ascoltare’

Jackson-Pollock-La-figura-della-furia-Fig-2

Un giorno alla volta. E’ questo il segreto per disintossicarsi da tutto. Basta aspettare. Pazienti. E non farsi prendere dall’ansia mentre quello che sembrava impossibile, “boom”, diventa riuscita, conquista, trionfo, scacco matto. Basta sedersi sulle proprie necessità e aspettare l’equilibrio necessario per togliere la sedia e restare sospesi nel vuoto, per nulla intimoriti, senza la paura di precipitare, ché per il precipizio ci sei già passato.

Questo avrei voluto dire.

Luigi è inquieto, e questo lo rende affascinante, trascina le sue storie come barattoli di vernice: ogni tanto libera un colore e te lo scaglia addosso, in maniera del tutto casuale, tranne poi scoprire che per ognuno di noi, riserva una tonalità della sua vita. A volte si spinge addirittura a miscelare i colori, non si accontenta di quelli primari, no, lui ne crea di nuovi, varia sulle sfumature, gioca sulle ombre, dipinge le figure.  In questo siamo simili: gattoniamo inquieti tra il grigio scuro in cerca dell’ardesia, quale segnale, seppur minimo, di una sfumatura differente.

L’ultima volta che l’ho visto, mi aveva appena scagliato addosso un rosso cardinale, per poi scusarsene maldestramente a conferma che si era fatto prendere dall’istinto, pur sapendo che non ero pronta a ricevere un’impronta. Io dal canto mio ne rimasi piuttosto turbata, non ero abituata a tanta confidenza: un rosso cardinale è un colore importante, è il colore del dolore e della paura e per la prima volta, lo vidi, esposto, e capii che quei barattoli che si portava dietro, altro non erano che tentativi impacciati di trovare una sfumatura comune che lo aiutasse a capire.

Luigi è un uomo bambino, a volte vittima di se stesso e di quell’adulto che gli cresce dentro, che cerca di assecondare con il raziocinio, ma poi gli sfugge di mano per una gonna troppo stretta. La sua postura è eretta – non è una banalità tra una miriade di uomini che ormai cercano un riparo tra le scapole – e le gambe, magre, disegnano un arco immaginario, studiato, pronto per la caccia; il viso poi, cela malamente un tratto adolescenziale nei contorni del profilo, camuffato da una barbetta incolta: Luigi è un ragazzino, quando lo guardi, nient’altro che un ragazzino. Poi accade che ti riversi addosso uno dei suoi barattoli di vernice e allora tutto cambia: la voce diventa profonda, gli occhi lampeggiano quando getta un qualche incipit della sua vita (color pervinca) e la timidezza lo rende audace nella ricerca dei termini corretti gettati lì, nella confusione del momento, pertanto da ragazzino diventa uomo e tu cominci a chiederti chi è.

Non è il mio, questo tempo da dedicare a lui, eppure, come un’antropologa, mi spingo a studiare il suo comportamento, lo applico alle mie conoscenze, ne faccio carta copiativa sul mio vissuto, cerco di scrutarlo e di scorgere in lui la finzione del suo tempo, di quell’età ancora acerba che gioca sui ruoli e dimentica se stessa. Cerco di coglierlo in flagrante. Ma non sempre ci riesco, e anzi, a volte, mi ritrovo ad assorbire parole di scrittura, di toni da teatro e giochi di prestigio: a volte mi sembra che la curiosità si sia invertita e che io da studiosa sia divenuta oggetto dello studio stesso, come per uno scambio, tacito, di mistura dei colori.

INCIPIT

Non ho niente

da leggere

che non sia te

e di quella storia

appena accennata

nel tempo lento di una cartina

che avvolge il tuo tabacco.

Il tempo stretto

di una sigaretta

concesso ad una

sconosciuta

assetata di storie.

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