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Posts Tagged ‘basta piaceri alle amiche’

pablo

Lei lo guarda. Indossa una bella camicia, di buona fattura, come direbbe sua madre. Di Kiton probabilmente. Una giacca sui toni del verde di un cashmere a due fili, pantaloni leggeri e scarpe sportive. Profuma di denaro. Tutto in lui profuma di denaro e ne sembra compiaciuto. Il polso sottile anticipa una mano pacata e sicura che sa come muoversi, come afferrare un bicchiere, come evidenziare un pensiero. Parla e sa cosa dire. Non eccede. Non ride. E’ capace di parlare della morte come se parlasse del tempo, senza enfasi, con un tono rauco e monocorde.

Lui la guarda. Le sembra più giovane della sua età con i jeans e le scarpette. Abituato a vederla tutti i giorni con i tacchi si sarebbe aspettato un’impalcatura da serata. E’ rimasto stupito, un po’ deluso, forse un po’ a disagio: non è abituato a non esporre.

Penso a questo, cercando di immaginare come descriverei la scena.

Il ristorante, abbastanza pretenzioso, ostenta un’intimità da coppietta percorso da frasi sussurrate che ondeggiano sulla fiammella delle candele. Si trova appena fuori città e voglio credere che sia stata una scelta dettata dalla riservatezza, anche se il dubbio dell’imboscamento mi arriva furtivo alle spalle.

“Preferisci gli scampi oppure dividiamo un rombo al forno con le patate?”

“Gli scampi vanno bene grazie”

E’ gentile, s’informa sul vino, su quello che desidero, in modo naturale, cerca di mettermi a mio agio. Ha sbagliato ristorante ma non glielo dico.

Parliamo del tempo, del lavoro, della crisi, delle sue figlie, del suo divorzio, della mia casa nuova. Parliamo di tutto ma non parliamo di niente, non va a fondo, non ascolta, è troppo concentrato sulla riuscita. Faccio fatica.

“Vedi anche tu hai un gatto. Io adoro i gatti, con i cani invece ho un pessimo rapporto, non li sopporto, sono stato morso da bambino e non riesco a superare questa diffidenza. Non mi fido, sono imprevedibili” mormora contento di aver trovato un terreno fertile.

“Già, i gatti sono più tranquilli”. Non sapendo che il mio Labrador di 40Kg. è morto da sei mesi e lo piango tutte le sere. In realtà lui non sa niente di me, pensa di sapere tutto ma adesso si scopre impreparato e questo non è nella sua natura. Lui è uno che studia a tavolino tutte le debolezze del cliente, è bravo nel suo lavoro, è uno dei migliori. Siamo due manager: il presupposto ideale per morire di noia. Infatti, sto morendo di noia.

“Sai volevo proporti una cosa, ma non prenderla come un’invasione, io te la propongo e tu mi prometti che ci pensi, così senza impegno. La prossima settimana devo andare a Parigi per lavoro, una cosa veloce di una giornata, ma pensavo di allungarmi per due/tre giorni e volevo proporti di accompagnarmi. Parigi in questo periodo è stupenda e sono sicuro che ti piacerà. Potremmo andare al d’Orsay, al Louvre, so che ti piacciono le mostre. Che ne dici?” e gli si spezza il respiro.

Parigi. Sono stata quattro volte a Parigi.

La prima volta con le amiche, avevo ventisette anni e siamo partite in macchina con una Citroen Squalo azzurra targata Bologna, senza una lira, a contare i soldi per mangiare e pagarci l’ingresso ai musei. Io ero depressa e passavo le giornate con le cuffie ad ascoltare i Doors e i Talking Heads e a leggere Kundera. Le mie amiche mi trascinavano come un pacchetto fragile e ben incartato da un posto all’altro avendo cura che non mi rompessi. Un’altra volta invece sono andata in pieno inverno, nel periodo natalizio, con mezzo metro di neve e 10 gradi sottozero, ero con l’uomo che amavo e passavamo le giornate a camminare e bere Irish Coffee. Ero felice. Mi dispiace ma Parigi proprio no. Non posso.

“Odio Parigi. Mi dispiace, ci sono stata una volta di passaggio e sento proprio che è una città che non voglio visitare. Poi sto troppo incasinata e non riesco proprio a prendermi qualche giorno di vacanza e sinceramente mi sembra anche un po’ prematuro l’idea di una vacanza insieme. Ma grazie di avermelo proposto.” Faccio spallucce con un mezzo sorriso di circostanza per ammorbidire la risposta, intanto penso alle mie amiche che stanno in qualche posto tutte insieme a bere e mangiare e ridere e rilassarsi. Vorrei non stare qui. Faccio sempre più fatica.

Salto il dolce e la proposta di una serata “in un locale molto carino dove fanno musica jazz” e spingo per tornare a casa. Il viaggio di ritorno è silenzioso accompagnato dai Notturni di Chopin.

“Beh, allora che faccio salgo?”

“E perché?”

“Beh, per vedere la casa… così per un consiglio.”

“Perché fai l’architetto?”

“No, ma se vuoi, posso provarci!”

Ottima risposta. Ma non è sufficiente.

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