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Ieri sera ero a cena con le mie amiche storiche, come sempre, come ogni venerdì, e tra un commento e un brindisi esce fuori che il mio blog è, sì, carino, ma veramente triste e deprimente:

“Eppure il perché io non lo capisco, sei una di quelle che mi fa più ridere in assoluto, riesci a distruggere tutto con una battuta. Ma perché scrivi cose così terribilmente tristi?” Cristina è a corto di metafore stasera e per fortuna mi spiattella tutto come un rigurgito neonatale.

“Io non lo so, certo Patrì che sei triste forte, fai passare la voglia di leggerti, non capisco come fai ad avere persone che vanno là a cliccare per rovinarsi la giornata. Scusa sai, ma se non te lo dico io, non te lo dirà mai nessuno, così non funziona, ci sono delle regole nei blog, devi catturare il lettore, devi interagire: merda quella è una community, mica il centro di recupero del suicidio fan club! E che cazzo!”

“Crì” provo a rispondere “non me ne frega niente di chi legge e cosa legge, non sono là per farmi pubblicità e neanche per acquisire lettori, ma ci sono per guarire, per trovarmi uno spazio che mi resti dentro: una volta usavo un moleskine e adesso scrivo su una piattaforma. Non è cambiato niente dentro me stessa, tranne il fatto che sono in sintonia con persone che non conosco e che sento vicine e non voglio conoscere di persona, perché sono come frammenti di una mia vita che resta lì, sospesa, nell’immaginario. Io “sento” l’energia di quelle persone che seguo, ne avverto gli spostamenti d’umore, le allegrie, le difficoltà di armonizzare una realtà virtuale con quella quotidiana. Le sento vicine. Di alcuni/alcune addirittura m’innamoro, li aspetto al prossimo post, mi preoccupo se non li “vedo”. Insomma è così.”

Cerco di spiegarle quello che in realtà mi chiedo da settimane. Leggo di persone che s’incontrano e che cercano di “vedersi” per cercare conferme di ciò che hanno “sentito” e leggo di accettazioni e commenti di quanto l’uno sia conforme a quanto scrive e di quanto l’altra sia simpatica come appare. Ecco, non lo so, ma io preferisco non avere di queste conferme. Non me ne frega proprio niente se Pablo somiglia al tipo che ho immaginato o se Guido sia così colto anche quando sorseggia un caffè o se r. è diventato Erre perché aveva smarrito un paio di caratteri dell’alfabeto che poi ha ritrovato in uno Spritz. E non me ne frega niente di mostrare me stessa e di stare lì a dimostrare di essere quella che hanno immaginato e di arginare delle piccole delusioni: non ha senso cercare un punto d’incontro in un incrocio delle nostre vite ma è importante invece trovare uno spazio di relazione che sia scevro dai soliti meccanismi. E’ questa la vera rivoluzione: sentire umanamente possibile un rapporto che nasce da un flusso di energie. Inspiegabile. Irrazionale. É fiducia allo stato puro.

“Una community serve anche a conoscere gente nuova.” rilancia Cristina. Forse ha ragione. Forse devo uscire dal guscio. Forse mi sto inventando qualcosa che non esiste. Forse è figo stare lì a parlare con qualcuno che non si conosce per due ore quando io non riesco neppure a parlare con la mia migliore amica per tanto tempo, forse è figo cercare di ritrovarlo nelle sue parole scritte. Forse sì. Ma anche no. Vorrà dire che voi mi aiuterete a capire come fare a uscire dall’orso Yoghi che mi governa. Ma per stasera è abbastanza. Voglio chiudere con un brano tratto da un libro di Alberto Bevilacqua, un libro preso dalla mia libreria e che risale al 1985, forse regalato da qualcuno, oppure da me stessa, non ricordo. Voglio farlo per un tributo a uno scrittore che ha avuto un triste finale che sicuramente non meritava, così come non merita questo silenzio che lo accompagna:

“Questa specie d’amore”

“Tu stavi contro i vetri come una gatta piena e il cane, quasi avvertisse in te già qualche oscura vibrazione, rimaneva immobile ai tuoi piedi. Se poi lo alzavi per mettertelo sulle ginocchia si opponeva con le unghie, te lo vedevi fuggire via dal salone e ritornare dopo nell’identica distanza, con il liquido dell’occhio che il freddo raggrumava così che pareva scrutarti con enormi occhi color ruggine.

Era attratto dalla tua pienezza come me, e tu stessa in fondo te ne lasciavi attrarre.

Pensavo alle quarantene, alle navi ferme nei porti e chiuse dal morbo, alle loro bandiere gialle, alle febbri allegre che prendono madri e figli e si è quasi contenti di stare tutti in un letto, di non poter uscire di casa. Anche la mia mente non opponeva nulla: accettava il fatto, tollerava di esserne investita come una delle nostre piante domestiche sepolte nel mucchio che la tramontana rovesciava dentro al balcone.

Scendevo io a fare gli acquisti del latte, del pane e delle altre cose. La neve mi entrava tra la calza e la scarpa e subito avvertivo il mio piede vivo. Premevo con più forza il tacco nella superficie ghiacciata affinché questa emozione si accentuasse, oppure osservavo le scarpe affondare e allora mi pareva che – non sette mesi soltanto – ma un lunghissimo tempo fosse trascorso da quella domenica a Torvaianica.

Raggiungevo i negozi. Mi accodavo alle donne. La città s’era bloccata e dunque i rifornimenti dei negozi periferici risentivano del disordine, addirittura un certo cibo scarseggiava. Stavo ammucchiato dentro le donne, sotto la neve che cadeva, come nelle file della guerra. Ed era forse questo essere coinvolto in un’euforia e in un’eccezione comuni ad impedirmi di cadere nell’eccezione che riguardava soltanto me e avrebbe dovuto in altro modo farmi battere le vene che sentivo inerti dentro al cappotto.

Tu mi raccomandavi di comprare anche pasta che cuocesse rapida, scatole di carne e di tonno, grossi aranci che infilavo dentro la tua rete. Di mia iniziativa compravo del vino vivace. Mentre stavo davanti al banco del vinaio, con l’acre tepore che mi investiva salendo dalla cantina, qualcosa di lieto mi conquistava e io me lo portavo a casa insieme alla neve che mi crollava sul cappotto dai rami degli alberi.”

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