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Posts Tagged ‘Concetto spaziale’

lucio fontana

Non è facile crescere in una famiglia che rammenda l’amore, che lo disfa durante il giorno, quando si scontra con l’odio quotidiano, e lo ricuce alla sera, prima di andare a dormire, sperando che la notte cancelli l’orrore del giorno appena vissuto. E si vive così: tra un ricordo e una finzione, cercando di sognare quello che non c’è concesso. E si cresce strani. Osservatori. Ladruncoli delle altrui infelicità. Cercando sempre e comunque di trovare il bacarozzo che striscia velocemente e che non altera gli equilibri della famiglia, ma di sicuro li aliena. L’ho sempre cercato quel bacarozzo. Addirittura a volte lo prendevo in prestito, in casa di amici, e lo riportavo a casa mia, lo lasciavo libero dentro la cucina, sapendo che, prima o poi, avrebbe invaso le nostre vite e ci avrebbe cacciato via.

Una guerra che ho sempre vinto.

Oggi il bacarozzo non lo cerco più, perché non ho guerre da combattere. A volte lo riporto in casa per contrastare l’altra che vive con me e si spinge ancora a credere che l’amore non si rammendi, ma si possa cucire giorno per giorno, per sempre. Allora lo lascio chiuso in casa, fino a quando ci convince, e poi ci lascia andare via, a condurre le nostre vite pervase dall’occhio vitreo della realtà.

Osservo gli altri.

Prima non lo facevo. E questo è il primo sintomo di resa. Quando ti accontenti di vivere le vite immaginate. Io ci metto del mio. Ci metto del trash, perché non dimentico mai la mia natura. Ma sempre e comunque questo esercizio mi lascia spossata.

Non credo nell’amore.

Non credo nella dedizione.

Non credo nella fedeltà.

E tutto questo cinismo (se di cinismo si tratta) mi rende crudele. Mi fa osservare il gesto di fastidio (al limite dell’omicidio) della donna che sull’aliscafo, dopo quattro ore di sbattimento, scaccia il piede del suo uomo che dorme profondamente. Lo fa mentre dorme, quando lui non sente. Quando non può vedere. Lo fa perché non sopporta più quel piede che tutte le notti, le ruba lo spazio. Lo so, è poca cosa, ma per me è come vedere il bacarozzo. Poi lui si sveglia e lei lo bacia e accoglie le sue gambe sul suo grembo, con un sorriso. Finto.

Oppure osservo un lui qualsiasi. Che lancia furtivi sguardi da bohemienne sulle tette della turista per caso, perché sarà pure un caso, se si è seduta di fronte a lui… ma forse forse… se l’è pure cercata.

E non lo so. Mi prende l’amarezza.

E allora m’innamoro delle parole, molto più dei gesti, perché penso che la parola scritta contenga una rappresentazione interiore molto più profonda e mal governata. Quella che non controlli. Quella che ti scappa nel momento del delirio: quando sei solo con te stesso e non ne hai timore.

E se ci penso bene, da quella famiglia che rammendava l’amore, ho appreso molto: ho appreso il bisogno di essere la scucitura imprevista sul rammendo perfetto.

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