Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Discrasia’

  • albero-della-vita-di-klimt
  • Che fai? –
  • Sto bevendo –
  • No…, intendevo cosa fai nella vita? –
  • Recito –
  • Ah, sì, che figo, e dove reciti, cioè che fai i film? –
  • No, recito, in generale –
  • Cioè, non ho capito, che vuol dire “in generale”? Che fai le fiction? –
  • Significa che recito sempre, anche adesso che parlo con te, e faccio finta che sei intelligente. –
  • Ma sarai pure stronza! –
  • Eh, sì, forse un po’, ma fa parte del personaggio! –

Certo non è carino uscire il sabato sera e tornare a casa con uno “stronza” attaccato alla maglietta, eppure è così, in fondo, ma proprio in fondo, un po’ stronza lo sono rimasta. E’ una questione di background: quando hai passato parte della tua vita a fare la fighetta con la testa a pon-pon, poi passi tutto il resto del tempo come un crostaceo e proprio non ci riesci a mantenere un minimo di equilibrio sociale che ti fa conoscere gente “diversa”, che ti apre porte sconosciute, che ti porta a confrontarti con altri emisferi. La verità è che non ce la posso fare, e alla prima domanda del cazzo, rispondo con una risposta del cazzo.

Che cosa faccio nella vita? Alla fine non è malaccia come domanda, fuori dal contesto in cui è stata espressa. Che cosa faccio? Non credo sia da intendere come lavoro: un lavoro, bene o male, ce l’hanno quasi tutti e non credo che tra un avvocato e un falegname ci sia molta differenza (ho conosciuto falegnami molto più colti di un avvocato), quindi il “che faccio” è da intendersi al “come vivi”.

Vivo, o per meglio dire, sopravvivo, osservando le stagioni: aspetto l’estate e poi la primavera, e poi ancora l’autunno che si trascina l’inverno. Osservo il cielo e passo tutto il tempo a perdere il controllo sul tempo atmosferico. Non ho nessuna intenzione di farmi trovare preparata a una grandinata estiva oppure a una nevicata fuori stagione. É questa, forse, una delle ultime libertà che mi è rimasta: vai a spiegarlo al ragazzotto in preda a una crisi comunicativa! Vai a spiegargli che la libertà non esiste più quando il tempo passa, e la paura di non avere più il tempo, ti attanaglia: quello spazio temporale per cambiare le regole e vivere un’altra vita, quel lasso di tempo, precario, nel quale nessuno ti chiede niente, perché si sa, lo sanno tutti, che stai cambiando pelle.

Ho cambiato la mia pelle tre volte. Sono sgusciata via dalla membrana soffocante per rifiorire in altre squame e poi ritrovarmi di nuovo a sgusciare, in un intervallo lento di ricerca, che non è mai finito, ma si è arrestato, stanco, non di vita, ma di passione.

Che cosa faccio nella vita? Levigo la mia pelle. Faccio in modo che non s’indurisca troppo, cerco di mantenere un’opacità argentea a delle squame che si stanno inesorabilmente seccando: non voglio più che questa pelle mi scivoli via ancora, la voglio trattenere, per quel che vale, per quello che non vale, per quello che non potrà più dare. Alla fine chiudi il cerchio e resti con quello che ti è rimasto appiccicato addosso, con l’ultima membrana, bella o brutta che sia: è l’ultima esplorazione nel bosco, come per un rapace, in muta da serpente, che spera sempre di volare.

Giunti a una certa molto adulta età

non ci si può mostrare disperati,

sono davvero troppe le ragioni.

Si corre il rischio del naturalismo.

(P.Cavalli)

Annunci

Read Full Post »