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Posts Tagged ‘Donne allo specchio’

Patrizio Di Renzo-Majo Fruithof

Timbro. Da circa trent’anni, passo un badge lungo una fessura, si aprono i tornelli e mi dirigo nel mio ufficio. Da circa trent’anni quella fessura certifica la mia identità, ne attribuisce un valore: all’inizio era un nemico che controllava il tempo e i ritardi, in seguito è diventato soltanto un lasciapassare, ma nella mia testa è rimasto un marcatore del tempo. Il mio. Quello che regalo, anche se ben retribuito, a una vita che non mi appartiene ma che rispetto, cercando di fare al meglio quello che ho imparato a fare: lavoro con i numeri che restano per me un mistero imperscrutabile e, come per tutte le misteriose assonanze della vita, li interpreto e li libero in fantasmagoriche realtà. Tante volte mi sono immaginata altrove e ho maledetto quella scioltezza del vivere che mi ha portato a non scegliere ma ha farmi trascinare, dagli affetti e dalle amicizie, in studi che non mi appartenevano, ma, anzi, si discostavano dal mio essere reale. Per tanti anni ho vestito panni altrui, per la paura di rischiare, di impormi, di sacrificarmi. Sono stata fortunata, ed è proprio questa la beffa: che non posso neppure lamentarmi! Ma oggi, alla boa dei +50, comincio a sentirmi obsoleta, i ritmi mi sembrano schiaccianti e lavorare per dieci ore al giorno mi lascia frastornata, tanto da farmi vivere tutta la settimana in attesa del week end. Oppure sono gli altri a relegarmi alla figura della storica, quando li vedo correre per i corridoi con il computer sotto il braccio, arrancando fino a tarda sera con la nuvoletta dipinta sulla testa piena di slogan dell’arrivista contemporaneo: tutti in guerra tra loro, pronti a giocarsi la famiglia per un posto da dirigente. Dopo tanti anni ho capito anch’io la definizione di pensione: la pensione è quella necessità che concede all’uomo maturo la possibilità di arrendersi ai suoi sogni e provare a diventare amico di se stesso.

Timbro. Quello della mia voce quando non la controllo, quando si altera e diventa nemica, arcaica, volgare e violenta nel tono e nella misura. Il timbro del dialetto, quello che ho rimproverato tanti anni alla mia famiglia e di cui mi sono vergognata, dimenticandolo, trascurandolo volutamente, per una dimensione costruita a tavolino della mia persona, qualcosa che mi distinguesse e mi evitasse un destino già trascritto. Eppure mi è rimasto dentro. Esplode senza controllo e mi lascia esterrefatta a ricongiungermi alla mia stirpe, da ragazza me ne dolevo per questa mancanza di disciplina, adesso mi diverte: mi meraviglia quello che può uscirmi dalla testa, quei vocaboli, quei suoni, quelle smorfie del viso che appartengono alla terra, quel gusto lascivo di rompere gli argini e irrompere con tutta la violenza del suono contro gli stereotipi. È una bestia che mi vive dentro, che stabilisce in totale autonomia quando diventa necessario uscire allo scoperto, che intuisce quando non si può più giocare, e le parole hanno bisogno di verità, per fare male e colpire e soffrire. Ed è allora che succede qualcosa, e come se un velo mi cadesse dagli occhi, capisco che ho atteso per tanto, troppo tempo, quel momento di rottura, che covavo dentro ma non sapevo esprimere nei termini consueti del quieto vivere, ma avevo bisogno che la mia terra si esprimesse, nei modi e nei termini concisi della cultura contadina: quella definitiva, aspra e dolente, di chi non teme le intemperie.

Timbro. Che macchia il foglio della vita, di un colore bluastro, spesso sbavato, che passi tutto il tempo che lo guardi a chiederti “Eh, che cazzo, almeno un timbro nuovo per questa storia di merda!”. Il timbro che separa, condanna, stabilisce, attribuisce, nega, risolve, certifica, sospende. Quello che quando lo imprimono sul foglio, sembra quasi che qualcuno ti stia marchiando a fuoco il cuore: il marchio del dolore, la stampigliatura del passato che resterà per sempre nel presente. E che poi sbiadisce, nella tua memoria, che si sforza sempre di non guardare indietro, ma poi succede, in un giorno qualsiasi di assestamento casalingo, di trovarti tra le mani un foglio protocollo, di quelli che usavi alle medie per i compiti in classe, piegato in due nel senso della lunghezza, di un color seppia irrigidito dal tempo, pieno di timbri e bolli e date e firme. Lo apri e ci trovi dentro un pezzo della tua vita. Di quella tosta. Di quella che ti ha fatto sbroccare. E leggi di quella battitura a macchina con troppo inchiostro in neretto, fatto con la carta copiativa, che lascia la lettera stampigliata in un nero dilatato, con errori di battitura e ti rammarichi con te stessa per la poca attenzione che il Tribunale ha avuto per un accadimento tanto triste della tua vita. Leggi il tuo nome e non ti sembra il tuo, leggi la data e non ti sembra possibile aver vissuto tanto, leggi la tua firma e ti commuovi per tanta elementare capacità di rappresentarsi. Il tuo primo timbro a fuoco. Quello che fa ancora male.

Timbro. Musicale. Di quando a vent’anni stiravo le camicie del mio uomo con i Talking Heads a palla nelle cuffie, delle sonate di Chopin ascoltate fissando una fiamma ardente del camino mentre lui, seduto al pianoforte, mi guardava sorridendo. Ma lui chi? Lo confondo, forse è l’altro, forse il secondo, oppure il terzo, ma no, è il primo… che diamine, non ricordo. Musicale. Il loro timbro, per tutti necessario anche se diverso, il timbro che imponevo nel rapporto, l’andamento ritmico: andante, allegro, adagio, andante con moto… quando mi sentivo ispirata, come una sorta di colonna sonora della memoria. Adesso che ci penso conservo un timbro musicale per ciascuna storia: uno scampanellio solerte e non sovrapponibile, unico nel suo genere. Il mio difficile rapporto con la musica: in questo tempo asciutto non ascolto musica, la mia casa è silenziosa e segna il timbro del mio passo che ritmicamente assegna un moto al mio destino. Quando non c’è musica non c’è vita e il silenzio ne è l’accusatore.

Timbro.

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donna allo specchio-picasso

Certe volte ci provi a scrivere qualcosa, perché dentro c’è sempre qualcosa che bolle e stai un paio di giorni sospesa su una storia che non c’entra niente con la tua vita ma chissà perché in quel momento, mentre la scrivi, sembra che ti appartenga. Stai un paio di giorni a vivere la storia di una che non conosci e ti rendi conto di quanto possa essere difficile e complicata la vita di chi scrive libri veri, di quelli che vivono due esistenze parallele: la propria, forse diversa, e quella del protagonista, forse pazzo e innarivabile.

Trovandomi in un momento d’impasse tra la quotidianità gretta e ostile e la fantasia più sfrenata, talmente sfrenata da navigare oltre le righe, ho cominciato a immaginare la vita di una tipa di nome Agnese che vive in un attico della Milano bene, vittima di se stessa. Ho cominciato ad affezionarmi al personaggio ma più la comprendevo e più mi faceva incazzare per la passività del ruolo che non mi corrisponde e per l’arrendevolezza che trovo fuori luogo rispetto al contesto della storia. Insomma sono due giorni che mi aviluppo su questa cazzo di Agnese fino a capire che in realtà, e veramente, forse non ho niente da dire. Forse la mia vita in questo momento è talmente piatta e inutile e ferma e fotografata da non produrre niente, neppure un minimo pensiero. Cosa si fa in questi momenti? Si cavalca l’onda e si esce per serate sperando che la movida scateni un pensiero intelligente, oppure si chiude la trasmissione per interruzione dei lavori come di un cantiere che nulla ha da offrire tranne una consueta e banale perforazione del selciato. Una cosa forse l’ho capita: che se non ami non scrivi. Anche se sembra banale.

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Agnese s’è messa a sfregare. Con un’unghia laccata di fresco di un rosso porpora tendente al corallo segue una traccia scura sul pavimento di marmo, probabilmente il tacco di una scarpa nera, presumibilmente nuova, forse di Enrica che cammina trascinando i piedi.

L’immagine di se stessa la coglie impreparata, ai primi chiarori dell’alba dalle finestre del suo attico di pregio una luce bianca attraversa le tende di lino e le rimanda la sua figura di donna, bella, ancora piacente, vestita di tutto punto, inginocchiata ad accanirsi su una riga, tra il secchio e la ramazza. I ginocchi le dolgono, si sfila le scarpe grigie di Louboutin con suola rossa e tacco 12, accartoccia sulle cosce la gonna, anch’essa grigia, fino a scoprire il pizzo delle Wolford autoreggenti e si dispone sui talloni con la schiena eretta in posizione della Sedia. Respira. Ma l’aria non arriva. Riprende il suo percorso, in quella che le appare l’unica attività possibile per salvarsi la vita in una serata come quella e che le sembra l’unica alternativa gestibile al volo dal balcone: lavare i pavimenti. Fa ricorso ai vecchi insegnamenti del Maestro, concentrandosi sul “QUI E ORA”, e come le hanno imposto nei tempi passati nel Monastero Zen strizza per bene lo straccio e sempre in ginocchio parte dall’angolo sinistro con movimenti orizzontali e attraversa tutta la stanza in una sorta di zigzag risolutivo. Si chiede se è ubriaca dopo la serata passata nel solito finto ristorantino del centro a ingurgitare pessimi cocktail ascoltando pessima musica e sorridendo a pessime battute.

La serata è partita qui, dal suo appartamento, con un giro di spritz che Helèna ha sapientemente preparato prima di andare via: un paio di candele sparse per casa e qualcosa da sgranocchiare in attesa dell’arrivo di Guido, con tutti gli uomini disposti da una parte a
parlare di soldi e le donne dall’altra a parlare di scarpe. Poi Guido ha telefonato:

“Ciao amore, scusami ma non ce la faccio a tornare. C’è un imprevisto in ospedale ed è probabile che debba rimanere qui per tutta la notte”

“Ancora? Ma non è possibile. Guido ma che sta succedendo? Passi più tempo in ospedale che a casa. Non ci sei mai, sono sempre sola.”

“Senti Agnese adesso non ho tempo di stare qui a fare l’analisi del nostro matrimonio, ho dei casi urgenti, sai bene com’è il mio lavoro! Ne parleremo in un’altra circostanza. Ciao, saluta tutti e porgi le mie scuse. Ci sentiamo domattina”

Agnese resta ferma per un tempo che le sembra infinito con una mano poggiata su una scultura di Vitaloni e l’altra che trattiene il telefono. Resta fissa a guardare la mano sulla testa dell’animale che le sembra vero, mentre è la sua figura ad apparirle come una scultura, come una pessima rappresentazione della moglie tradita. Si gira lentamente e attraversa con gli occhi tutta la sua vita: capta di sfuggita le risa fragorose degli amici sulla terrazza, viene folgorata dallo scintillio dei bicchieri colpiti dal riverbero della candela, nota una scia scura sul pavimento di marmo bianco. E pensa questo: all’improvviso capisce di essere diventata una macchia scura in un mosaico perfetto, una macchia scura lasciata dalle scarpe di un’altra sulla propria esistenza. Ora non è altro che “la moglie di Guido”. Ha perso anche la sua identità e nessuno ricorda nulla delle sue rinunce, di quando lavorava alle traduzioni delle dispense pur di guadagnare abbastanza per offrire a Guido la possibilità di scegliere. Aveva rinunciato alla sua di vita per offrirla a lui, erano folli come Paul e Corie di “A piedi nudi nel parco”, ma ora è diventata obsoleta, ora c’era Catherine, la nuova assistente, il genio incompreso della medicina. Ma quand’è che scatta il momento della resa, quando la seduzione del tuo essere femmina, costruttiva determinata e sensuale, perde di potenza, quando accade, in quale preciso momento il tuo uomo smette di guardarti come una preda conquistata a fatica nella giungla del banale. Quando smette di crederti unica e insostituibile. Lo intuisci solo se accade, quando guardandoti allo specchio ritrovi tutte le insicurezze dell’adolescenza: in fondo non eri un granché, in fondo lo dicevano tutti che eri bruttina e neppure tanto intelligente, in fondo te lo meriti. In fondo.

“Miei cari, se volete possiamo andare, Guido ci raggiungerà più tardi… ha avuto un imprevisto in reparto” recita Agnese con finta allegria.

Passa un attimo di gelo ricomposto subito in caciara. E’ insolito il comportamento delle persone che temono l’imprevisto. Restano lì, un attimo sospesi, e la osservano guardinghi, con timore, per paura di un colpo di coda dell’ultimo minuto, paura che rompa gli argini e diventi folle, addirittura che possa scoppiare in un pianto inconsulto e decisamente di cattivo gusto. E’ strano come diventi immorale la difficoltà degli altri, di qualcuno che all’improvviso decida di rompere lo schema: “In fondo l’ha sempre saputo che Guido la tradiva e adesso? Adesso vuole solo rovinare la serata a tutti”. I pensieri sono quasi palpabili e attraversano le stanze come flussi di energia. Agnese decide di rientrare nel ruolo e fare quello che sa fare meglio: fingere di essere felice.

“Ora mi alzo e vado a dormire”. Con un gesto da atleta sconfitta butta lo straccio nel secchio, si asciuga le mani sulla maglia, all’altezza del petto e si dirige in bagno per accovacciarsi sul bidet: si alza la gonna, si sfila le mutande e inizia a lavarsi. Un bidet. Per cancellare le dita di Francesco che, accompagnandola a casa, ha pensato bene di sollevarla dalla tristezza, infilandole due dita tra le cosce. “Sono diventata una donna da consolare” si ripete compassionevole mentre sfrega ripetutamente la mano larga e umida su un sesso asciutto. Si infila il pigiama e va a dormire: crema per le mani, un Lexotan per dormire, sveglia alle h. 12,00. Domani ha un brunch con le amiche.

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