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Posts Tagged ‘donne in guerra’

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Con l’attesa del mio tempo ho imparato ad aspettare. Con la mente ferma su un progetto, su un’idea di felicità, in attesa che una congiuntura favorevole si sviluppi. Non credo più nelle energie positive, nella predisposizione mentale o nell’attitudine alla riuscita. Credo invece nella fatalità. Nel caso. Nell’attraversamento temporaneo del fantasma dell’ascensore: quello che apre e chiude le porte all’improvviso mentre stai per entrare. Credo nelle fughe, nella libertà di decidere, anche in quella di ferire, credo nella paura di non essere utile alle persone che amo, paura di non sostenerle nei bisogni primari perché il tempo non è mai abbastanza, perché sono stanca di dimenticare sempre me stessa. Credo nelle persone che fanno finta di dimenticarmi e poi le sento lì, che mi alitano nel vento, e vorrei rassicurarle perché niente è veramente importante in queste piccole schermaglie affettive.

Quando mi sento così libera, in realtà penso a mia nonna, alle storie di guerra che lei mi raccontava, di come alla fine, nella disperazione della fuga tutto diventava irrisorio e la vicina di casa tanto odiata diventava un’amica da nascondere. Ecco, se penso a questo, tutto mi sembra insignificante e mi sento ridicola nelle mie stupide rivendicazioni di fedeltà, di morale, di attenzione. Mi accade sempre più spesso di chiedermi, quando qualcuno mi lascia dubbiosa: “Ma questa persona, in tempo di guerra, mi avrebbe aiutato?”. E capisco di essere fuori dal mondo, ma non riesco a farne a meno.

Mia nonna ha attraversato la penisola in fuga, con una bimba in braccio e una madre di ottant’anni al seguito, è passata direttamente dai vestiti da sera e dal teatro dell’opera alle cimici dei pagliai improvvisati, si è umiliata per un litro di latte e ha passato il resto della sua vita a recuperare una sua dignità offesa. Mi raccontava sempre di un vestito lungo e attillato di taffetà nero con un soprabito double-face anch’esso di taffetà bianco/nero che indossava con dei lunghi guanti ed io sognavo di questa presenza che non riconoscevo nella persona piegata dagli eventi che mi trovavo davanti. Mia nonna piangeva sempre quando vedeva film tipo la “La Ciociara” e solo in seguito ho capito cosa deve aver vissuto, cosa deve aver accettato e subito. Mi diceva spesso di passare oltre, di non fermarmi sul momento ma di guardare all’essenza delle persone e soprattutto al loro vissuto. L’uomo di fronte a se stesso. Lei sul “vissuto” era debole e ferita, a volte aveva scatti d’ira che non riuscivamo a controllare. Io pensavo fosse pazza, ma era solo amara. “Amara” ed è questo è il termine che mi riconosco. Sono diventata amara nei confronti della vita, anche se non ho vissuto il “suo” vissuto, mi sento ugualmente amara e non amareggiata perché nulla mi ha veramente amareggiato, ma tutto mi ha lasciato un disgustoso sapore di leggera amarezza in bocca: anche questo non compleanno che si somma spietato ai mille giorni di niente. E tutto mi sembra evanescente come di un’effervescenza malriuscita, come di un perlage sfiammato:

La vita come un perlage

di catenelle pronte a salire

irrequiete

competitive

in gara con il bordo

del bicchiere.

Misuro il

tempo col perlage

lo attendo

paziente

mentre verso

a fontana sulle bolle

tengo dritto

il bicchiere

non controllo lo spazio.

Ho sempre odiato

quelli che inclinano

il calice

che contengono

la fuga

nella speranza

di controllarne

la misura.

Io no.

Io aspetto.

Che le bollicine

si rincorrano tra loro

per rotolarsi

lungo la flûte

a festeggiare

la vittoria.

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